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Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Marco Tullio Cicerone, prima Catilinaria
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Il provvedimento di sospensione della patente di guida da parte del Prefetto, ex art. 223, D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, non può essere adottato ad una distanza di tempo dal fatto tale da essere ormai venute meno le esigenze cautelari cui la sanzione in discorso è preordinata. Compete al giudice di merito determinare il tempo ragionevole necessario all'amministrazione per portare a termine le fasi di accertamento e di delibazione dell'illecito e il relativo giudizio è sindacabile, in sede di legittimità, esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione.

Cass. civ. Sez. Unite, 06-06-2007, n. 13226

Svolgimento del processo
Con ricorso in data 16 febbraio 2001 B.L. proponeva opposizione davanti a Giudice di pace di Rimini contro il provvedimento in data 19 gennaio 2001, con il quale il Prefetto della Provincia di Rimini aveva disposto nei suoi confronti la sospensione della patente di guida, ai sensi dell'art. 223 C.d.S., comma 2, in relazione ad un incidente stradale con lesioni personali verificatosi il (OMISSIS).
A fondamento della opposizione veniva, tra l'altro, dedotto che il provvedimento di sospensione della patente era intervenuto a distanza di oltre otto mesi dal sinistro, quando erano già cessate le finalità cautelari sottese all'art. 223 C.d.S., comma 2.
Con sentenza in data 2 giugno 2001 il Giudice di pace di Rimini rigettava l'opposizione, ritenendo che, in considerazione dell'iter che il Prefetto deve seguire prima di disporre la sospensione della patente, nella specie il relativo provvedimento doveva considerarsi emesso tempestivamente e nella presenza delle condizioni di legge.
Contro tale decisione ha proposto ricorso per cassazione, con cinque motivi, B.L..
La causa è stata rimessa alle Sezioni Unite sul presupposto della esistenza, nella giurisprudenza di questa S.C., di un contrasto in ordine alla individuazione del termine entro il quale il Prefetto può adottare il provvedimento di sospensione della partente di guida, ai sensi dell'art. 223 C.d.S., comma 2.
Motivi della decisione
Da un punto di vista logico va esaminato per primo il secondo motivo del ricorso, con il quale il ricorrente deduce che non poteva comunque essere disposta la sospensione della patente, in quanto l'incidente (a quanto è dato comprendere) non era direttamente collegato alla circolazione stradale, essendo stata causato dell'apertura dello sportello della propria autovettura.
Il motivo è inondato, in quanto questa S.C. ha già avuto occasione di affermare, proprio con riferimento alla apertura dello sportello senza la dovuta attenzione, sia pure ai fini della responsabilità ex art. 2054 c.c., che nell'ampio concetto di circolazione deve ritenere compresa anche la situazione di arresto o di sosta di un veicolo su strada o area pubblica di pertinenza della stessa (sent. 6 giugno 2002 n. 8216).
Con il primo motivo il ricorrente ripropone la questione della tardività del provvedimento di sospensione della patente.
Rileva preliminarmente il collegio che il contrasto nella giurisprudenza di questa S.C. esiste solo tra la sentenza in data 8 agosto 2003 11967, secondo la quale, in mancanza di un termine specifico, la sospensione sarebbe soggetta alla sola prescrizione ordinaria quinquennale, sul presupposto che il relativo provvedimento, oltre ad assumere una funzione cautelare (in attesa dell'eventuale sentenza di condanna), riveste comunque natura amministrativa sanzionatoria, come nel caso previsto dal precedente art. 218 e sfuggirebbe, in quanto tale, al criterio dell'immediatezza dell'applicazione, tipico solo di detta funzione cautelare.
La sentenza 15 aprile 2005 n. 7813, richiamata nell'ordinanza di rimessione, e la sentenza 28 aprile 2006 n. 9863, nonostante la formulazione delle "massime" ufficiali, non hanno preso posizione sul problema, non essendo necessario ai fini della decisione, e si sono limitate a dare atto del contrasto.
La sentenza 6 settembre 2004 n. 17975, ugualmente richiamata nella ordinanza di rimessione, si è limitata ad escludere l'esistenza di un termine di venticinque giorni dall'incidente desumibile dall'art. 223 C.d.S., commi 1 e 2, costituito dalla somma dei dieci giorni per la trasmissione del rapporto e dei quindici giorni per il parere del competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C., in quanto si deve tenere conto del lasso di tempo necessario per la richiesta del parere e per la trasmissione dello stesso. Tale decisione ha peraltro aggiunto che nessuna decadenza è prevista per la eventuale inosservanza dei termini.
Nel senso, invece, che la sospensione di cui si discute non deve essere adottata a tale distanza dal fatto da essere venute meno le esigenze cautelari, cui è preordinata si sono pronunciate le sentenze: 24 agosto 2005 n. 17205; 2 novembre 2004 n. 21048; 27 aprile 2001 n. 6108; 25 ottobre 1999 n. 11959.
Ritiene il collegio di aderire a tale secondo orientamento, sia pure con alcune precisazioni.
In linea di principio, è senz'altro da escludere che il provvedimento di sospensione della patente non possa più essere adottato per il solo mancato rispetto dei termini di cui all'art. 223 C.d.S., comma 1 (mancata trasmissione del rapporto entro dieci giorni al Prefetto ed alla Direzione generale della M.T.C.), e comma secondo (mancata trasmissione entro quindici giorni del parere del competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C.), del C.d.S..
A prescindere dalla considerazione che nessuna decadenza è espressamente prevista per il mancato rispetto di tali termini, non sarebbe ragionevole precludere la possibilità di adottare un provvedimento previsto a tutela della incolumità pubblica per il ritardo di pochi giorni nel compimento di tali attività.
Tale effetto preclusivo potrà assumere rilevanza solo quando, per la sua consistenza, sia idoneo a non consentire la realizzazione delle esigenze cautelari in relazione alle quali la sospensione della patente è prevista.
Considerazioni analoghe valgono per l'attività di competenza del Prefetto.
Per quanto l'art. 223 C.d.S., comma 2, prescriva che il Prefetto deve richiedere il parere al competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C, "appena ricevuti gli atti", non sarebbe ragionevole ritenere che si verifichi decadenza nel caso di mancata richiesta del parere lo stesso giorno in cui il rapporto è pervenuto al Prefetto.
Ugualmente sarebbe irragionevole ritenere che il Prefetto deve provvedere alla sospensione della patente appena ricevuto il parere in questione, anche in considerazione del fatto che tale sospensione deve essere disposta "ove sussistano fondati elementi di una evidente responsabilità", il che presuppone un adeguato spatium deliberandi.
Non è invece ammissibile una sospensione della patente che dovesse intervenire ad una distanza di tempo dal completamento dell'iter previsto dall'art. 223 C.d.S., commi 1 e 2, tale da non essere giustificata dalla esigenza di valutazione degli elementi raccolti.
A tal fine va anche considerato che se lo scopo della sospensione della patente è quello di impedire provvisoriamente di guidare ad un soggetto la cui condotta di guida risulti pericolosa per la pubblica incolumità, come desumibile da un grave incidente in cui lo stesso sia rimasto coinvolto, sarebbe illogico adottare tale sospensione a distanza di molti mesi dall'incidente, quando il pericolo per la pubblica incolumità che si vorrebbe evitare si è comunque verificato.
A conclusioni sostanzialmente identiche è pervenuta questa S.C. in tema di interpretazione della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 14, avendo affermato che l'attività di accertamento dell'illecito (ai fini della contestazione dello stesso) deve essere intesa come comprensiva del tempo necessario alla valutazione dei dati acquisiti ed afferenti agli elementi (oggettivi e soggettivi) dell'infrazione, e quindi della fase finale di delibazione correlata alla complessità della indagine; compete, poi, al giudice di merito determinare il tempo ragionevole necessario all'amministrazione per compiere tale valutazione, tenendo conto della maggiore o minore difficoltà del caso concreto e della necessità che tali indagini, pur nell'assenza di limiti temporali predeterminati, avvengano entro un termine congruo, essendo il relativo giudizio sindacabile in sede di legittimità solo sotto il profilo del vizio di motivazione.
Alla luce di tali considerazioni appare senz'altro fondato il primo motivo del ricorso, con il quale si censura la motivazione con la quale è stata rigettata l'opposizione.
E' sufficiente, in proposito, osservare che, a prescindere dal fatto che il provvedimento di sospensione della patente è stato emesso a distanza di ben otto mesi dall'incidente, il Giudice di pace non ha chiarito come potesse ritenersi giustificata la trasmissione del parere del competente ufficio della Direzione generale della M.T.C., a distanza di cinque mesi da tale incidente e come per la valutazione dei fatti fosse giustificato il trascorrere di altri due mesi.
L'accoglimento del primo motivo comporta l'assorbimento degli altri motivi.
In relazione al motivo accolto la sentenza impugnata va cassata, con rinvio, per un nuovo esame, ad altro Giudice di pace di Rimini, che provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
la Corte rigetta il secondo motivo del ricorso; accoglie il primo motivo; assorbiti gli altri motivi; in relazione al motivo accolto cassa la sentenza impugnata, con rinvio ad altro Giudice di pace di Rimini, anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, il 3 aprile 2007.
Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2007

 
Di Alessandro Gazzea (del 17/07/2007 @ 22:55:20 in Codice strada, linkato 1598 volte)

Il principio appare chiaro nel nostro ordinamento: la multa per eccesso di velocità senza l'immediato fermo dell'automobilista è sempre annullabile quando il trasgressore non è stato preventivamente informato della possibilità di un controllo.

Eppure il ministro dell'Interno decide di ricorrere in Cassazione, dopo che il Giudice di pace di Lagonegro con decisione depositata a novembre 2004, aveva annullato il verbale di contestazione elevato dalla Poliz. stradale, sulla motivazione che in virtù delle previsioni contenute nel Codice della strada ex art. 201, n. 1-bis, lett. f), c.d.s. e art. 4 l. 168/2002, la prescritta informazione agli automobilisti della presenza dell'autovelox fosse "condizione di legittimità dell'eventuale verbale di contestazione", e non semplice norma di carattere carattere meramente organizzativo interno alla P.A.

 Investita della domanda, la Cassazione (maggio 2007) rigetta la domanda del Ministro affermando che Il ricorso è manifestamente infondato alla stregua dell'inequivoco disposto dell'art. 4 l. 168/2002, secondo cui dell'utilizzazione ed installazione dei dispositivi di rilevamento elettronico della velocità deve esser data informazione agli automobilisti.

 Norma di carattere imperativo, che non consente all'interprete di disapplicarla in ragione di un'asserita, ma inespressa "ratio", che ne limiterebbe l'efficacia nell'ambito dei rapporti organizzativi interni alla P.A.; e la cui riscontrata inosservanza determina, come già rilevato dal Giudice di pace, la nullità dell'opposto verbale, perché emesso in violazione di legge.

 Il ricorso va, pertanto, rigettato.

 Peccato che si sia dovuto scomodare il Giudice di legittimità, per conoscere quello che già sapevamo : - )

 Quindi tutto come prima:

  • gli agenti potrano organizzare ovunque controlli con fermo immediato dei trasgressori senza preavviso.

Ma quando il fermo immediato non c'è, è necessario il preventivo avviso:

  • sulle autostrade, strade extraurbane, extraurbane e urbane di scorrimento (viali a carreggiate separate con limite di 70 o 60) nei tratti individuati dai Prefetti.

Il principio non trova applicazione solo sulle strade urbane ordinarie.

 
Di Alessandro Gazzea (del 22/10/2007 @ 20:59:39 in Codice strada, linkato 5655 volte)

Con sentenza interpretativa di rigetto in riferimento all’art. 213 del Codice della strada, la Corte costituzionale nella decisione n. 345 del 19.10.2007 ribadisce che la confisca del motorino a chi è stato sorpreso a guidare in stato di ebbrezza non è irragionevole (come invece avevano sostenuto i Giudice di pace di Trento, Aosta, Belluno e Padova) e non è una discriminazione rispetto alla sanzione meno affittiva della sospensione della patente per gli automobilisti.

Per i giuridici costituzionali, la non irragionevolezza del provvedimento della confisca, sta nel fatto che tale misura è idonea a scongiurare la reiterata utilizzazione illecita del mezzo, specie quando sussiste un rapporto di necessaria strumentalità tra l’impiego del veicolo e la consumazione del reato.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

- Franco BILE Presidente

- Francesco AMIRANTE Giudice

- Ugo DE SIERVO ”

- Paolo MADDALENA ”

- Alfio FINOCCHIARO ”

- Alfonso QUARANTA ”

- Luigi MAZZELLA ”

- Gaetano SILVESTRI ”

- Maria Rita SAULLE ”

- Giuseppe TESAURO ”

- Paolo Maria NAPOLITANO ”

ha pronunciato la seguente
SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), promossi con ordinanze del 5 gennaio 2006 dal Giudice di pace di Aosta, del 2 maggio 2006 dal Giudice di pace di Urbino, del 6 giugno 2006 dal Giudice di pace di Trento, del 22 maggio 2006 dal Giudice di pace di Padova e del 26 ottobre 2006 dal Giudice di pace di Belluno, rispettivamente iscritte ai nn. 152, 320, 687 e 697 del registro ordinanze 2006 e al n. 270 del registro ordinanze del 2007 e pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 21 e 38, prima serie speciale, dell'anno 2006 e nn. 6 e 7, prima serie speciale, dell'anno 2007.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 26 settembre 2007 il Giudice relatore Alfonso Quaranta.

Ritenuto in fatto

1.¾ I Giudici di pace di Aosta (r.o. n. 152 del 2006), Urbino (r.o. n. 320 del 2006), Trento (r.o. n. 687 del 2006), Padova (r.o. n. 697 del 2006) e Belluno (r.o. n. 270 del 2007) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui dispone la confisca di ciclomotori o di motoveicoli nei casi in cui siano stati adoperati per commettere un reato.

In particolare, il Giudice di pace di Aosta premette di dover giudicare, in sede civile, ai sensi dell'art. 22-¾1.1.bis della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), di un provvedimento di sequestro adottato dall'autorità amministrativa a seguito della contestazione dell'infrazione prevista e punita dall'art. 186, comma 2, del codice della strada.

Evidenzia, pertanto, che in forza di quanto previsto dal citato art. 213, comma 2-sexies, è sempre disposta la confisca in tutti i casi in cui il ciclomotore o il motoveicolo siano stati adoperati per commettere una delle violazioni amministrative di cui agli articoli 169, commi 2 e 7, 170 e 171 o per commettere un reato.

Tale disposizione, tuttavia, darebbe luogo ad una «evidente disparità di trattamento nei confronti dei cittadini che commettono lo stesso reato», e che quindi «si trovano in una situazione identica», atteso che la guida in stato di ebbrezza comporta la sanzione accessoria della confisca del mezzo solo per i motociclisti, mentre per gli automobilisti determina quella, meno afflittiva, della sospensione della patente. Né, d'altra parte, conclude il rimettente, si comprende quali possano essere i «ragionevoli motivi» idonei a giustificare tale trattamento differenziato.

¾1.2. Analogamente, il Giudice di pace di Urbino – investito dell'opposizione proposta avverso il provvedimento con il quale è stato disposto il sequestro di un motociclo, essendo stata contestata la violazione dell'art. 186, comma 2, del codice della strada – reputa il predetto art. 213, comma 2-sexies, in contrasto con l'art. 3 Cost., «per aperta violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità della sanzione», oltre che per la disparità di trattamento tra le violazioni commesse dai conducenti di ciclomotori o motocicli e dai conducenti di autoveicoli.

Difatti il rimettente, consapevole che lo scrutinio di costituzionalità sulle scelte sanzionatorie compiute dal legislatore è possibile solo quando l'opzione normativa contrasti in modo manifesto con il canone della ragionevolezza (richiama, sul punto, le pronunce della Corte costituzionale n. 144 del 2001, n. 58 del 1999, n. 297 del 1998, n. 313 del 1995), reputa che tale evenienza ricorra nel caso di specie, giacché la norma in esame costituirebbe espressione di un uso distorto della discrezionalità, non essendosi il legislatore conformato all'auspicio, espresso dalla giurisprudenza costituzionale, circa la necessità di «rimodellare il sistema della confisca stabilendo alcuni canoni essenziali al fine di evitare che l'applicazione giudiziale della sanzione amministrativa accessoria produca disparità di trattamento» (sentenze n. 435 e n. 349 del 1997).

1.3.— Anche il Giudice di pace di Trento ipotizza l'illegittimità costituzionale della norma suddetta, della quale chiede la caducazione «nella parte in cui dispone la confisca del motoveicolo nei casi in cui questo sia stato adoperato per commettere un reato».

Nel premettere di dover giudicare dell'opposizione ex artt. 22 e 23 della legge n. 689 del 1981, proposta avverso un verbale di sequestro di motoveicolo emesso a seguito dell'accertamento dell'infrazione consistente nella guida in stato di ebbrezza, il giudice a quo evidenzia che la norma censurata, nel regolare «in termini radicalmente divergenti la situazione del proprietario del motoveicolo rispetto a quella del proprietario di qualsiasi altro veicolo», realizza una «diversificazione del trattamento sanzionatorio nei confronti di comportamenti antigiuridici esattamente identici», violando in tal modo «il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Pertanto, pur dicendosi «consapevole che la norma censurata trae origine dalla gravità del fenomeno da sanzionare», che esige «un'azione di prevenzione diretta a ridurre sensibilmente il numero dei reati commessi con l'uso di motoveicoli», reputa che la denunciata disparità di trattamento ponga tale disposizione in contrasto con l'art. 3 Cost.

1.4.— Il Giudice di pace di Padova deduce l'incostituzionalità, sempre in riferimento all'art. 3 Cost., del predetto art. 213, comma 2-sexies, «nella parte in cui prevede la sanzione accessoria della confisca obbligatoria del ciclomotore o motoveicolo», nel caso in cui gli stessi siano utilizzati per commettere tanto le infrazioni amministrative previste dagli artt. 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del codice della strada, quanto un reato («nella specie guida in stato di ebbrezza»). Difatti, la norma nel prevedere «la confisca obbligatoria del “mezzo”» solo nel caso di ciclomotori o motocicli, «crea una disparità di trattamento tra cittadini, a fronte di violazioni identiche e condotte analoghe», come, nella specie, la «guida in stato di ebbrezza».

1.5.— Infine, anche il Giudice di pace di Belluno – dopo aver premesso di essere investito di un'«opposizione ad ordinanza ingiunzione» ai sensi della legge n. 689 del 1981 – ha chiesto dichiararsi l'illegittimità costituzionale della norma suddetta, in ragione del fatto che essa dà luogo «ad una disciplina difforme di fronte ad identici comportamenti», a seconda che la violazioni contemplate nel testo del medesimo art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada vengano commesse da chi guidi un ciclomotore, un motociclo o (come nel caso sottoposto al suo esame) un quadriciclo, ovvero da «un'automobile o un mezzo più pesante».

Orbene, osserva il rimettente, individuata la ratio della norma nella necessità di «punire severamente chi utilizza un ciclomotore o un motociclo per commettere un reato, risulta difficilmente comprensibile la ragione per cui il legislatore abbia ritenuto meno grave un comportamento tenuto, invece, da un automobilista o un camionista», anche in considerazione dei «ben maggiori danni che potrebbero causare», donde l'ipotizzato contrasto con l'art. 3 della Carta fondamentale.

2.— È intervenuto in ciascuno dei giudizi – salvo quello originato dall'ordinanza di rimessione del Giudice di pace di Aosta – il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato.

La difesa erariale – sul presupposto che il testo della norma censurata risulta modificato dall'art. 2, comma 169, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), nel testo modificato dalla relativa legge di conversione 24 novembre 2006, n. 286 – ha chiesto, in via preliminare, alla Corte costituzionale di disporre la restituzione degli atti ai giudici rimettenti «onde consentire una nuova valutazione della rilevanza della questione alla luce dei sopravenuti mutamenti del quadro normativo».

In subordine, quanto alla dedotta «manifesta irragionevolezza» della norma censurata, giacché essa realizzerebbe una «ingiustificata disparità di trattamento rispetto a situazioni analoghe più gravi», l'Avvocatura dello Stato rileva che «la scelta di sanzionare in modo diverso una condotta di guida a secondo del tipo di veicolo guidato non è di per sé irragionevole», rispondendo oltretutto, nella specie, all'esigenza di contenere gli infortuni verificabili con l'uso di motocicli o ciclomotori, in quanto veicoli «dotati evidentemente di minore stabilità e con maggiore difficoltà di controllo».

Considerato in diritto

1.— I Giudici di pace di Aosta (r.o. n. 152 del 2006), Urbino (r.o. n. 320 del 2006), Trento (r.o. n. 687 del 2006), Padova (r.o. n. 697 del 2006) e Belluno (r.o. n. 270 del 2007) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui dispone la confisca di ciclomotori e motoveicoli nei casi in cui tali mezzi siano stati adoperati per commettere un reato.

I rimettenti – investiti dell'opposizione proposta avverso provvedimenti di sequestro dei suddetti veicoli, tutti adottati, in vista della successiva confisca, in relazione alla contestata violazione dell'art. 186 del codice della strada – lamentano l'assoggettamento di motoveicoli e ciclomotori, in forza del censurato art. 213, comma 2-sexies, del codice, ad un trattamento irragionevolmente più grave di quello previsto per gli altri veicoli, per i quali la confisca non è invece stabilita.

2.— In via preliminare, deve esser disposta la riunione dei diversi giudizi, ai fini di un'unica pronuncia, in ragione della identità delle questioni rimesse all'esame di questa Corte.

3.— Prima di affrontare il merito, occorre esaminare le modificazioni legislative che, successivamente alla pronuncia delle ordinanze di rimessione, hanno interessato sia la disposizione censurata che il contesto normativo in cui essa risulta inserita, e ciò al fine di verificarne l'eventuale incidenza sul presente giudizio.

Difatti, dopo che i giudici a quibus hanno sollevato l'indicata questione di costituzionalità, il testo dell'art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada è stato modificato dall'art. 2, comma 169, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286. Tuttavia, anche nella sua attuale formulazione, la norma suddetta continua a prevedere l'applicazione della sanzione accessoria della confisca dei (soli) ciclomotori e motoveicoli nel caso in cui gli stessi siano adoperati per commettere un reato, giacché il citato ius superveniens ha unicamente eliminato la previsione dell'applicazione della sanzione nelle ipotesi di violazioni amministrative di cui agli articoli 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del codice della strada (si tratta delle norme che disciplinano il trasporto, rispettivamente, «di persone, animali e oggetti sui veicoli a motore», quello «di persone e di oggetti sui veicoli a motore a due ruote», nonché l'uso «del casco protettivo per gli utenti di veicoli a due ruote»).

Orbene, le fattispecie oggetto dei giudizi principali concernono, invece, proprio la commissione di un reato (segnatamente quello di guida in stato di ebbrezza di cui all'art. 186 del codice della strada), sicché risulta evidente come il citato ius superveniens non possa avere alcuna influenza sull'esito di detti giudizi.

Analogamente, priva di effetti rispetto ad essi si presenta la successiva modifica apportata, al testo dell'art. 186 del codice dalla strada, dall'art. 5 del decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117 (Disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione), convertito con modificazioni dalla legge 2 ottobre 2007, n. 160. Ed invero, sebbene esso abbia introdotto nel citato art. 186 il comma 2-bis, che ha previsto l'applicazione del «fermo amministrativo del veicolo per novanta giorni» nel solo caso in cui «il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale», la circostanza che in nessuna delle fattispecie oggetto dei giudizi a quibus venga in rilievo l'ipotesi contemplata dalla nuova disposizione – quella, cioè, di un sinistro stradale quale conseguenza della violazione dell'art. 186 del codice della strada – esclude, per definizione, la rilevanza anche di detto ius superveniens nei giudizi principali, con ciò rendendo superfluo stabilire, nel caso di specie, quali siano i rapporti intercorrenti tra la nuova norma ed il censurato art. 213, comma 2-sexies.

4.— Esclusa, dunque, la necessità di restituire gli atti ai giudici rimettenti, la questione di costituzionalità dagli stessi sollevata deve ritenersi non fondata.

5.— Premessa, invero, l'ampia discrezionalità nella individuazione delle sanzioni, atteso che «la valutazione della congruità della sanzione appartiene alla discrezionalità del legislatore, con il solo limite della manifesta irragionevolezza» (così, da ultimo, con riferimento proprio alla disciplina della circolazione stradale, l'ordinanza n. 246 del 2007), il solo scrutinio che, anche nella presente ipotesi, questa Corte è legittimata a svolgere consiste nel verificare se la scelta legislativa, in sé considerata, presenti quel palese difetto di ragionevolezza che giustifichi la declaratoria di illegittimità costituzionale.

Orbene, proprio alla stregua di una valutazione che investa, innanzitutto, la sua ragionevolezza intrinseca (e dunque la coerenza tra il contenuto della norma e la finalità perseguita attraverso la sua previsione), la disposizione in esame si presenta immune dal denunciato vizio di costituzionalità.

Deve ritenersi, infatti, non irragionevole la scelta del legislatore di prevedere una più intensa risposta punitiva, allorché un reato sia commesso mediante l'uso di ciclomotori o motoveicoli, con riferimento all'adozione di una sanzione accessoria, qual è la confisca, idonea a scongiurare la reiterata utilizzazione illecita del mezzo, specie quando (come avviene proprio nel caso contemplato dall'art. 186 del codice della strada, cui si riferiscono le fattispecie oggetto dei giudizi a quibus) sussiste un rapporto di necessaria strumentalità tra l'impiego del veicolo e la consumazione del reato.

Né, d'altro canto, la profilata disparità di trattamento tra utenti della strada (atteso che l'operatività della confisca è stata limitata ad una sola categoria di veicoli e non è stata invece prevista a carico dei conducenti degli altri mezzi) potrebbe comunque comportare l'adozione della richiesta pronuncia caducatoria.

A parte, infatti, il rilievo che tale disparità non è neppure assoluta, come paiono invece ritenere i rimettenti (i quali mostrano di ignorare che per tutte le tipologie di veicoli, sempre adoperati per commettere un reato, l'applicazione della confisca – sebbene essa, in tal caso, operi solo facoltativamente ed alla stregua non di una sanzione accessoria, bensì di una misura di sicurezza reale – potrebbe comunque avvenire ai sensi dell'art. 240 del codice penale), dirimente è la constatazione che ogni iniziativa volta a superare questo trattamento differenziato non potrebbe che spettare al legislatore.

È principio ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui «rimodellare il sistema della confisca, stabilendo alcuni canoni essenziali al fine di evitare che l'applicazione giudiziale della sanzione amministrativa produca disparità di trattamento» costituisce un intervento «riservato alla discrezionalità legislativa» (sentenza n. 435 del 1997).

LA CORTE COSTITUZIONALE
riuniti i giudizi,

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dai Giudici di pace di Aosta, Urbino, Trento, Padova e Belluno con le ordinanze in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 ottobre 2007.

F.to:
Franco BILE, Presidente
Alfonso QUARANTA, Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 19 ottobre 2007.
Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

 
Di Alessandro Gazzea (del 03/03/2008 @ 20:57:30 in Storie vere, linkato 531 volte)

 

Era tanto tempo che non vedevo i miei cari amici ed ex compagni di scuola dell’amato Visconti: il tempo addolcisce i ricordi, ma all’epoca non era dal sottoscritto così tanto amato.

 
 

Bella sorpresa.

 
 

Dopo una ventina di anni - così tanti ? - li ho rivisti.

 
 

Ma dov’è Gazzea ? Dove è finito ?

 

Cerca su google …….

 

Trovato, si è trasferito con moglie e figli sulla costa romagnola.

 
 

Affittato un furgone e meno male che era finestrato eh eh, passaggio al monte Fumaiolo obbligato per dei romani che si rispettino ad ammirare la sorgente del “biondo” Tevere, giù in discesa verso Rimini.

 

Quale strada fare ?

 

Qualsiasi in direzione Rimini.

 
 
Eccoli !
 
 

Improvvisamente compare qualche capello bianco e non per tutti, ma unico è rimasto il bel sorriso e la gioventù in erba che ancora incredibilmente li caratterizza.

 
 

Tante cose da dirsi, da ricordare e da fare ancora.

 

Chissà quante altre.

 
 

Immancabile vigile riminese: multa alla vettura dei forestieri pur regolarmente parcheggiata e con cotanto biglietto di pagamento esibito.

 
 

Mah, domani sarà ricorso.

 
 

Per oggi mi godo ancora la visita inattesa e la gioia di averli rivisti

 
 

Arrivederci a presto.

 

Arrivederci a Roma.

 

 
Di Alessandro Gazzea (del 07/10/2007 @ 20:52:58 in Codice strada, linkato 2823 volte)

All'ultimo giorno utile (due ottobre) il Senato ha approvato con alcune modifiche il Decreto Legge sul nuovo Codice della strada deciso dal Governo (Ministro Bianchi) ad inizio agosto.
Legge di conversione 2 agosto 2007 n. 160

In tema di guida in stato di ebbrezza, la legge di conversione ha inserito un'importante modifica rispetto al testo previgente. Inizialmente, i tre scaglioni determinati dalla diversa percentuale di alcool nel sangue, superiore a 0,5 - superiore a 0,8 - oltre 1,5 erano tutti puniti con la sanzione dell'ammenda e dell'arresto, oltre alla pena accessoria della sospensione della patente di guida.

Oggi, per quanto riguarda il primo scaglione ossia quello tra 05, e 0,8 scompare la sanzione dell'arresto, lasciando in vigore soltanto l'applicazione dell'ammenda e della sospensione della patente.

La differenza è particolarmente rilevante.

Da ora in poi, tutte le contravvenzioni di guida in stato di ebberezza che dovessero rientrare nel primo scaglione, sono tutte oblabili senza che il giudice possa negare la scelta di rito dell'imputato.
Pagando entro l'apertura del dibattimento la somma pecuniaria, il reato si estingue immediatamente.

E dire, che alcuni anni fa, quando ancora la guida in stato di ebbrezza era di competenza del giudice di pace, fu grande la polemica, con ampie discussioni sui giornali, che l'oblazione della contravvenzione per guida in stato di ebbrezza, sviliva o addirittura annullava la "forza" intimidatrice della norma, lasciando a tutti la possibilità di oblare ed estinguere immediatamente il reato, anziché patire per alcuni anni le conseguenze della pena dell'arresto.

Quello che era uscito dalla porta è oggi rientrato dalla finestra

 
Di Alessandro Gazzea (del 24/10/2007 @ 20:39:31 in Storie vere, linkato 497 volte)

24 ottobre 1917
Rotta dell'esercito italiano contro quello austro-ungarico e tedesco.

Caporetto: il mio bisnonno era lì.

Sono passati 90 anni.

Fucile in mano, vita da trincea e tanto….tanto freddo.

Mi ricordo ancora di quando mi parlava della disfatta di Caporetto.

La cosa più impressionante è stata la fuga, la fuga da quelle “maledette” trincee per salvarsi la vita.

Caporale di truppa, improvvisamente non ci sono più ordini, non c’è più organizzazione (quella poca che c’era, s’intende) non c’è più il sergente, il tenente, il tenentecolonnello…e la gente continua a morire intorno a lui.

Granate assordanti,pallottole che viaggiano da tutte le parti, come in un film di Spielberg.

Ma quel giorno la linea italiana non aveva retto.

Gli italiani si ritirano in ordine sparso. La confusione è massima.

Gli Austro-Ungarici, baionetta in canna, sono lì a pochi metri.

Il mio bisnonno ricorda quella “….. discesa, quella strada in discesa piena di elmetti, fucili, corpi di uomini ammazzati… e noi correvamo, correvamo il più forte possibile per distanziare gli austriaci, ma le pallottole ti fischiavano addosso…

Ecco cosa è stato Caporetto.

Non una gloriosa epopea del sommo sacrificio del soldato italiano.

Una carneficina: ecco cosa è stato.

In quella fuga, sono arrivati in fondo alla strada soltanto in due: il mio bisnonno e il suo amico.

Tutti gli altri sono ancora lì, il loro corpo, e oggi, le loro anime.

 
Di Alessandro Gazzea (del 28/11/2007 @ 20:39:18 in Codice strada, linkato 2693 volte)

La differenza che corre tra essere titolare di un diritto e poterlo effettivamente esercitare è tutta qua.

I Vigili urbani del Comune di Avellino (potremmo parlare anche di tanti altri Comuni italiani) redigono i verbali di contestazione, riconoscendo il diritto al trasgressore di pagare in misura ridotta la sanzione pecuniaria entro il termine previsto, ma allo stesso tempo, omettono di indicare nel medesimo verbale tutti gli elementi necessari per esercitare il diritto di oblazione: in particolare “ … gli elementi che consentono di pervenire all'entità della sanzione, non essendo sufficiente, come nel caso, del verbale impugnato, l'indicazione della sanzione edittale.” (Cass. civ. Sez. II, 12-11-2007, n. 23506)

La s.r.l MI.BA proponeva al Giudice di Pace di Avellino opposizione avverso il verbale con cui in data 2-12-2002 le era stata contestata la violazione dell'art. 23 C.d.S., commi 4 e 11, denunciando la nullità del verbale di accertamento fra l'altro per carenza degli elementi di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 16.

Con sentenza dep. il 17 luglio 2003 il Giudice di Pace accoglieva il ricorso.

Secondo il primo giudice la contestazione dell'infrazione, determinando la decorrenza del termine per il pagamento in misura ridotta della sanzione pecuniaria, deve consentire l'esercizio del diritto di oblazione, sicchè il verbale deve contenere tutti gli elementi che consentono di pervenire all'entità della sanzione, non essendo sufficiente, come nel caso, del verbale impugnato, l'indicazione della sanzione edittale.

Avverso tale decisione propone ricorso per Cassazione il Comune di Avellino sulla base di un unico motivo illustrato da memoria.

Non ha svolto attività difensiva l'intimato.


Motivi della decisione

Con l'unico articolato motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione dell'art. 202 C.d.S. e L. n. 689 del 1981, art. 16, nonchè omessa insufficiente e contraddittoria motivazione, deduce che erroneamente era stato annullato il verbale che conteneva l'indicazione del minimo edittale della sanzione pecuniaria, atteso che, ai sensi dell'art. 202 C.d.S., comma 1, il trasgressore è ammesso a pagare, entro sessanta giorni dalla contestazione o dalla notificazione, una somma pari al minimo fissato dalle singole norme.

Il motivo è infondato.

L'art. 200 C.d.S., nel disciplinare le prescrizioni che il verbale di accertamento dell'infrazione deve contenere, rinvia al contenuto del modello descritto dall'art. 383 reg. esec. C.d.S..

Il D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 383, comma 2 (regolamento di esecuzione e di attuazione del codice della strada) stabilisce che, nell'ipotesi in cui è ammesso il pagamento della sanzione pecuniaria in misura ridotta, l'accertatore deve fornire al trasgressore ragguagli circa le modalità di pagamento, precisando l'ammontare della somma da pagare, i termini del pagamento, l'ufficio o comando presso il quale questo può essere effettuato ecc...

Il verbale deve quindi contenere una serie di indicazioni necessarie per consentire al trasgressore il pagamento in misura ridotta della sanzione, non essendo evidentemente al riguardo sufficiente, come correttamente ritenuto dal giudice di pace, l'indicazione del minimo della sanzione edittale.

Il ricorrente, che si è limitato a dedurre la legittimità del verbale in cui era stata indicata il minimo della sanzione pecuniaria, avrebbe dovuto non soltanto allegare che il verbale conteneva le indicazioni prescritte di cui si è detto ma anche, in ottemperanza al principio di autosufficienza del ricorso, trascrivere il verbale elevato all'opponente, in modo da consentire al giudice di legittimità, che non può esaminare gli atti del processo, la verifica della presenza dei requisiti di legge.

Il ricorso va, pertanto, rigettato.

Non va adottata alcuna statuizione in ordine al regolamento delle spese processuali, non avendo l'intimato svolto attività difensiva

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 maggio 2007.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2007

 
Di Teresa Lagreca (del 20/10/2007 @ 20:09:03 in Codice strada, linkato 1928 volte)

Le funzioni degli ausiliari del traffico, di prevenzione e accertamento delle violazioni in materia di sosta (conferite a norma dell'art. 17, comma 132 della l. 15 maggio 1997, n. 127, e dell'art. 68 della l. 23 dicembre 1999 n. 488), sono limitate alle aree oggetto di concessione e agli spazi necessari alle manovre dei veicoli ivi parcheggiati

Cass. civ. Sez. I, 18-08-2006, n. 18186 (rv. 592041)

Gli ausiliari del traffico, in tanto sono legittimati ad accertare e contestare violazioni a norme del codice della strada, in quanto dette violazioni concernono le disposizioni in materia di sosta limitatamente alle aree oggetto di concessione..
Laddove, invece, le violazioni consistano in condotte diverse, quale, nella specie, la circolazione in corsie riservate ai mezzi pubblici, l’accertamento può essere compiuto dal personale ispettivo delle aziende di trasporto pubblico di persone, ma non anche dagli ausiliari del traffico, di cui all’art. 17, co. 132, della cit. legge n. 127 del 1997.
Corte di Cassazione Sentenza 18 agosto 2006, n. 18186

L’antefatto.

Pace Roma, 27 Dicembre 2001

l Giudice di pace di Roma rigettava l'opposizione proposta da Tizio avverso il verbale di accertamento, con il quale gli veniva contestata la violazione dell'art. 7, comma 1, del cod. strada e gli veniva comminata la sanzione di lire 77.110.

Il giudice riteneva che l'opposizione, fondata sul rilievo che la violazione era stata accertata da un ausiliario del traffico, e cioè da soggetto non legittimato né competente e sprovvisto di delega, non fosse meritevole di accoglimento in quanto costituisce insegnamento della giurisprudenza di legittimità quello secondo cui la collaborazione prestata dai c.d. ausiliari del traffico in sede di rilevazione e segnalazione delle violazioni del codice della strada non inficia la legittimità dell'accertamento.

Il Giudice di pace di Roma cambia giurisprudenza e sostiene la tesi opposta

Giudice di Pace Roma, sez. III, sentenza 15.01.2004 n° 3046

Caio riceve un verbale di accertamento di violazione per presunta circolazione in corsia riservata ai mezzi pubblici, notificato a mezzo del servizio postale, poiché per prassi ormai nota, l’ausiliario del traffico annota gli estremi della targa del veicolo “trasgressore”, senza in alcun modo procedere a “tentare” una immediata contestazione, per legge, invece, obbligatoria. Tale circostanza sarebbe già di per sé idonea a rendere nullo, per carenza di motivazione, il vav. Tanto più considerato che la motivazione, comune a quasi tutti i verbali, la violazione non è stata contestata per non intralciare il servizio pubblico di trasporto non rende in alcun modo giustizia alla lingua italiana. L’art. 201 c.d.s., infatti, esige una motivazione sulla impossibilità – proposizione causale -; il verbalizzante motiva con un giudizio di opportunità – proposizione finale -.

Una volta impugnato il verbale, il legale, in sede di discussione, ha argomentato, in particolare, il fatto che il verbale impugnato, come del resto la totalità degli accertamenti di questo genere, in intestazione rechi la dicitura io sottoscritto……..ausiliario del traffico…..nominato con ordinanza sindacale ai sensi della Legge 127 del 15 maggio 1997, locuzione che non dà certezza alcuna in merito alla effettiva esistenza di una ordinanza, e, comunque, di quali siano effettivamente i poteri conferiti a tale soggetto.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL GIUDICE DI PACE DI ROMA
SEZIONE TERZA

Il Giudice di Pace di Roma Dott.ssa Cecilia Bonacci

ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al N.° 37656/03 R.G.

TRA

Opponente : Simone Pacifici, domiciliato in Roma, Viale degli Ammiragli n. 46

CONTRO

Opposto contumace: Comune di Roma

OGGETTO

Ricorso ex art. 23 L. 689/1981 avverso il provvedimento amministrativo irrogativo di sanzione (allegato alla presente sentenza in copia conforme e della quale ne fa parte integrante)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 24-04-2003 l’opponente proponeva opposizione avverso la sanzione amministrativa N. 20021235123, come meglio identificato nel ricorso introduttivo deducendo a sostegno i motivi indicati nel ricorso stesso.

L’amministrazione opposta, ritualmente evocata, non si costituiva né depositava la prescritta documentazione.

All’udienza del 15-01-2004 compariva il ricorrente.

Questo giudice decideva la causa dando lettura della sentenza in udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’opposizione è fondata e conseguentemente va accolta ed annullato il provvedimento impugnato atteso che vanno condivise e fatte proprie da questo giudicante le argomentazioni di cui al ricorso documentalmente provate.

Non vi è potere da parte dell’ausiliario del traffico di elevare la contravvenzione in oggetto, in quanto il riferimento alla ordinanza sindacale è un riferimento generale alla nomina e non ai poteri che “l’ausiliario” ha.

Inoltre la strada oggetto di accertamento non è delimitata da striscia gialla che indichi corsia riservata, in ottemperanza all’art. 140, co. 6 D.P.R. 495792 unitamente all’art. 40 del Dlvo 285/92. Pertanto i cittadini possono essere tratti in inganno.

Le spese di causa come da dispositivo.

P. Q. M.

Il giudice di pace di Roma, definitivamente pronunciando, accoglie l’opposizione e annulla il provvedimento opposto.

Condanna la parte resistente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in euro 150,00.

Roma 15.01.2004

Il Giudice di Pace

Dott.ssa Cecilia Bonacci

La corte suprema

Cass. civ. Sez. I, 18-08-2006, n. 18186 (rv. 592041)

Per la Cassazione il ricorso è fondato.

L'art. 17, comma 132, della legge 15 maggio 1997, n. 127, ha stabilito che «i comuni possono, con provvedimento del sindaco, conferire funzioni di prevenzione e accertamento delle violazioni in materia di sosta a dipendenti comunali o delle società di gestione dei parcheggi, limitatamente alle aree oggetto di concessione».

Al comma 133, poi, il medesimo art. 17 dispone che «le funzioni di cui al comma 132 sono conferite anche al personale ispettivo delle aziende esercenti il trasporto pubblico di persone nelle forme previste dagli artt. 22 e 25 della legge 8 giugno 1990, n. 142, e successive modificazioni. A tale personale sono inoltre conferite, con le stesse modalità di cui al primo periodo del comma 132, le funzioni di prevenzione e accertamento in materia di circolazione e sosta sulle corsie riservate al trasporto pubblico, ai sensi dell'art. 6, comma 4, lettera c), del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285».

L'art. 68, comma 1, legge 23 dicembre 1999, n. 488, ha successivamente chiarito che «i commi 132 e 133 dell'articolo 17 della legge 15 maggio 1997, n. 127, si interpretano nel senso che il conferimento delle funzioni di prevenzione e accertamento delle violazioni, ivi previste, comprende, ai sensi del comma 1, lettera e), dell'articolo 12 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, i poteri di contestazione immediata nonché di redazione e sottoscrizione del verbale di accertamento con l'efficacia di cui agli articoli 2699 e 2700 del codice civile» (comma 1). La norma ha, inoltre, stabilito che queste funzioni, «con gli effetti di cui all'articolo 2700 del codice civile, sono svolte solo da personale nominativamente designato dal sindaco previo accertamento dell'assenza di precedenti o pendenze penali, nell'ambito delle categorie indicate dai medesimi commi 132 e 133 dell'articolo 17 della citata legge n. 127 del 1997» (comma 2), disponendo, altresì, che a detto personale «può essere conferita anche la competenza a disporre la rimozione dei veicoli, nei casi previsti, rispettivamente, dalle lettere b) e c) e dalla lettera d) del comma 2 dell'articolo 158 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285» (comma 3).

Il legislatore, con le norme sopra richiamate, ha stabilito che determinate funzioni, obiettivamente pubbliche, possano essere svolte anche da soggetti privati i quali abbiano una particolare investitura da parte della pubblica amministrazione, in relazione al servizio svolto, in considerazione "della progressiva rilevanza dei problemi delle soste e parcheggi", specie nei centri urbani. Inoltre, con la norma interpretativa sopra richiamata (art. 68, cit.) ha impresso ai verbali redatti dal succitato personale l'efficacia probatoria di cui agli artt. 2699 e 2700, c.c.

L'art. 17, comma 132, cit., tenuto conto della rilevanza delle funzioni conferite a soggetti che, sebbene siano estranei all'apparato della pubblica amministrazione e non compresi nel novero di quelli ai quali esse sono ordinariamente attribuite (art. 12, cod. strada ), sono legittimati all'esercizio di compiti di prevenzione ed accertamento di violazioni del codice della strada sanzionate in via amministrativa, deve ritenersi norma di stretta interpretazione (in tal senso, v. Cass. 7 aprile 2005 n. 7336). Il legislatore, evidentemente proprio per queste ragioni, ha quindi avuto cura di puntualizzare che le funzioni riguardano soltanto le "violazioni in materia di sosta" e "limitatamente alle aree oggetto di concessione", poiché la loro attribuzione è apparsa strumentale rispetto allo scopo di garantire la funzionalità dei parcheggi, che concorre a ridurre, se non ad evitare, il grave problema del congestionamento della circolazione nei centri abitati. In tal senso, è significativo che al personale in esame "può essere conferita anche la competenza a disporre la rimozione dei veicoli", ma esclusivamente nei casi previsti dall'art. 158, comma 2, lett. b), e), e d) (art. 68, comma 3, cit.), ovvero "dovunque venga impedito di accedere ad un altro veicolo regolarmente in sosta, oppure lo spostamento dei veicoli in sosta", "in seconda fila", "negli spazi riservati allo stazionamento e alla fermata" dei veicoli puntualmente indicati.

Analogamente, l'art. 17, comma 133, della legge n. 127 del 1997, come interpretato dal citato art. 68 della legge n. 488 del 1999, costituisce norma di stretta interpretazione per quanto riguarda le funzioni attribuite al personale ispettivo delle aziende esercenti il trasporto pubblico di persone.

Ne consegue che gli ausiliari del traffico, in tanto sono legittimati ad accertare e contestare violazioni a norme del codice della strada, in quanto dette violazioni concernano le disposizioni materia di sosta. Laddove, invece, le violazioni consistano in condotte diverse, quale, nella specie, la circolazione in corsie riservate ai mezzi pubblici, l'accertamento può essere compiuto dal personale ispettivo delle aziende di trasporto pubblico di persone, ma non anche dagli ausiliari del traffico, di cui all'art. 17, comma 132, della citata legge n. 127 del 1997.

 
Di Alessandro Gazzea (del 05/02/2008 @ 20:02:42 in Codice strada, linkato 1796 volte)

La patente di guida estera può ricevere giuridico riconoscimento esclusivamente attraverso la sua conversione, fatta salva l'eccezione rappresentata dalla norma di cui all'art. 135 cod. strad. la quale consente ai conducenti, in possesso di patente di guida o di permesso internazionale esteri, la guida sul territorio italiano degli autoveicoli e dei motoveicoli appartenenti alle stesse categorie per le quali è valida la loro patente o il loro permesso entro un anno dall'acquisto della residenza in Italia. Decorso inutilmente tale periodo senza che la conversione sia avvenuta o possibile trovano applicazione le disposizioni di cui all'art. 136, commi 6 e 7 seconda parte, cod. strad. e, nell'ipotesi in cui il conducente sia in possesso di autorizzazione per esercitarsi alla guida, l'art. 122, commi 2 e 8, cod. strad. che impone l'obbligo della presenza di una persona in funzione di istruttore al fianco del conducente sanzionandone l'eventuale violazione.

E' sufficiente la semplice colpa ad integrare l'elemento soggettivo dell'illecito amministrativo. L'eventuale buona fede in merito alla liceità della condotta può rilevare, ai fini dell'esclusione della responsabilità, esclusivamente in caso d'inevitabililtà dell'errore – al pari di quanto avviene in materia penale per le contravvenzioni – occorrendo, a tal fine, la presenza di un elemento positivo, estraneo all'autore dell’infrazione, il quale risulti idoneo a generare la convinzione della liceità della condotta senza che egli sia stato negligente o imprudente ovvero qualora abbia fatto tutto quanto in suo potere per osservare la legge.

Cass. civ. Sez. II, Ord., 09-01-2008, n. 228

 

Svolgimento del processo

Con sentenza del 23 maggio 2002, il Giudice di Pace di Rovigo, in accoglimento dell'opposizione proposta da V.M., legale rappresentante della VKF S.r.l., ed H.X. avverso il verbale n. (OMISSIS), con il quale la Polstrada di Rovigo aveva accertato la violazione dell'art. 122 C.d.S., commi 2 e 8, per avere lo X. circolato alla guida dell'autocarro tg.

(OMISSIS) di proprietà della società in possesso di un'autorizzazione per esercitarsi ad essa, ma senza la presenza a suo fianco di un istruttore, annullò la sanzione stabilita in Euro 327,00 ed il fermo amministrativo del veicolo, sull'assunto che, nel caso di specie, il possesso da parte dello X., residente in Italia da oltre un anno, di una patente a lui rilasciata in Albania escludeva la necessità che nella guida egli dovesse essere accompagnato da un istruttore, e che trovavano applicazione il motivo di esclusione da responsabilità di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 4, ed il principio di buona fede. L'Ufficio Territoriale del Governo di Rovigo è ricorso con un motivo per la cassazione della sentenza e gli intimati non hanno resistito La trattazione della causa, rinviata nell'udienza del 17 maggio 2006 per documentare l'avvenuta notifica del ricorso al V., è stata rimessa alla camera di consiglio.

Motivi della decisione

Preliminarmente va dichiarata l'inammissibilità del ricorso proposto nei confronti del V., non avendo il ricorrente documentato nel termine all'uopo fissato l'avvenuta notifica dell'atto all'intimato.

Con l'unico motivo il ricorrente, denunciando la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 30 aprile 1982, n. 285, art. 122, commi 7 ed 8, e dell'art. 12 preleggi deduce che anche la titolarità di una patente rilasciata da uno stato estero non escluderebbe l'obbligo del cittadino extracomunitario in possesso di autorizzazione per esercitarsi alla guida in Italia di essere accompagnato da un istruttore, salvo diversa convenzione internazionale, e che non era configurabile alcuno dei motivi previsti per l'esclusione della responsabilità o per l'applicabilità del principio della buona fede.

Il motivo è manifestamente fondato.

Come ripetutamente affermato dalla Corte Costituzionale, nel nostro ordinamento, ai fini della sicurezza della circolazione, la patente estera può avere giuridico riconoscimento solo attraverso la sua conversione (cfr.: ord. n. 260/2001; ord. n. 76/2000), salva l'eccezione prevista dall'art. 135 C.d.S., che consente ai conducenti muniti di patente di guida o di permesso internazionale, rilasciati da uno Stato estero, la guida nel territorio del nostro Paese di autoveicoli e motoveicoli delle stesse categorie per le quali è valida la loro patente o il loro permesso nel Paese di rilascio, fino ad un anno successivo all'acquisto della residenza in Italia per dare tempo alle pratiche di conversione o al conseguimento di patente italiana. Decorso tale anno, ove la conversione non sia avvenuta o possibile, trovano applicazione, dunque, le disposizioni contenute nell'art. 136 C.d.S., commi 6 e 7, seconda parte, e, ove il conducente sia in possesso di autorizzazione per esercitarsi alla guida, le disposizioni contenute nell'art. 122 C.d.S., commi 2 ed 8, che impongono l'obbligo della presenza al suo fianco di una persona in funzione di istruttore e ne sanzionano la violazione.

Non poteva, dunque, essere esclusa dalla sentenza la sussistenza dell'illecito contestato per essere consentito al X. dopo un anno dalla sua residenza in Italia la guida di un veicolo con foglio rosa, senza essere accompagnato da un istruttore, perchè munito di patente di guida conseguita in Albania.

Nè la punibilità del conducente poteva essere esclusa, ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 3, giacchè per integrare l'elemento soggettivo dell'illecito amministrativo è sufficiente la semplice colpa, l'errore sulla liceità della relativa condotta, correntemente indicato come "buona fede", può rilevare in termini di esclusione della responsabilità, al pari di quanto avviene per la responsabilità penale in materia di contravvenzioni, solo quando esso risulti inevitabile, occorrendo a tal fine un elemento positivo, estraneo all'autore dell'infrazione, idoneo ad ingenerare in lui la convinzione della sopra riferita liceità, senza che il medesimo autore sia stato negligente o imprudente, ovvero alla condizione che quest'ultimo abbia fatto tutto quanto possibile per osservare la legge e che nessun rimprovero possa essergli mosso, così che l'errore sia stato incolpevole, non suscettibile cioè di essere impedito dall'interessato con l'ordinaria diligenza (cfr.: Cass. civ., sez. 1, sent. 15 giugno 2004, n. 11253; cass. civ., sez. 1, sent. 5 giugno 2001, n. 7603).

Egualmente la sua responsabilità non poteva essere negata in ragione dell'esimente dello stato di necessità secondo la previsione della L. n. 689 del 1981, art. 4 giacchè questa postula, in applicazione degli artt. 54 e 59, c.p., che fissano i principi generali della materia, una effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile, che non poteva essere ravvisata nell'esigenza di evitare un danno meramente economico, (cfr.: Cass. civ., sez. 1, sent. 10 gennaio 2005, n. 287; cass. civ., sez. 1, sent. 12 maggio 1999, n. 4710).

Alla manifesta fondatezza del motivo segue la cassazione della sentenza impugnata e, non risultando formulati motivi di illegittimità del verbale opposto diversi da quelli esaminati, va emessa, a norma dell'art. 384 c.p.c., comma 2, pronuncia nel merito di rigetto dell'opposizione proposta avverso il verbale della polstrada. Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese dell'intero giudizio.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso nei confronti di V.M..

Accoglie per manifesta fondatezza il ricorso nei confronti di X.H.; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l'opposizione proposta dallo X. avverso il verbale della Polstrada di Rovigo. Compensa tra le parti le spese dell'intero giudizio.

Così deciso in Roma, il 10 ottobre 2007.

Depositato in Cancelleria il 9 gennaio 2008

 

 
E luce fu.

Il buon senso alcune volte primeggia sull’arido terreno delle formalità

I supremi giudici del “Palazzaccio”, con la sentenza n. 15746/2007 (Cass. civ. Sez. II, 13-07-2007, n. 15746), hanno deciso che il soggetto al quale deve essere imputata la responsabilità, ex art. 74, commi 1 e 6, D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, della manomissione della targhetta o del numero di identificazione del telaio dei ciclomotori (medesimo discorso anche per le vetture o altri mezzi di locomozione), non è colui che circola con dati di identificazione del telaio contraffatti ma colui che materialmente li contraffa, asporta, sostituisce, altera, cancella o rende illeggibili.

L’ignaro automobilista, era alla guida della sua Fiat quando fermato per un controllo dai vigili urbani di San Sepolcro, gli veniva contestato l’art. 74 del nuovo Codice della strada (dati identificativi ciclomotori, i motoveicoli, gli autoveicoli, i filoveicoli e i rimorchi devono avere per costruzione) perchè circolava alla guida del suddetto veicolo con la targhetta del costruttore portante un numero diverso da quello di identificazione del telaio.

Il malcapitato aveva sostenuto di non sapere nulla del fatto, spiegando di avere portato,circa un'anno prima (dell'accertamento), la propria autovettura dal carrozziere per eseguire delle riparazioni e dove furono montati pezzi di ricambio recuperati da altra auto poi rottamata.

In effetti l’avvenimento del carrozziere era stato documentato e soprattutto non sussistevano denuncie di furto della vettura.

Il G.d.P. di san Sepolcro con la decisione del 2003, aveva comunque condannato l’automobilista affermando che la contravvenzione era stata elevata legittimamente e che per l'attribuibilità della stessa è sufficiente la colpa; che per la corte di legittimità è sufficiente la coscienza volontà dell'azione e cioè la condotta volontaria e cosciente da parte dell'autore del fatto, e che, pur accertato che il veicolo de quo non era stato oggetto di furto, tuttavia con riferimento alla buona fede, nessuno può invocare la propria ignoranza della legge e dunque respingeva il ricorso dell’automobilista applicando la sanzione nel minimo edittale.

E’ storia recente che la Corte suprema ha ribaltato la decisione del G.d.P. toscano, affermando che

l G.d.P. infatti , nel ritenere legittimamente elevata al G. la contravvenzione per la violazione dell'art. 74 C.d.S., ha errato applicando la norma ad un soggetto diverso da quello cui essa attribuisce il comportamento sanzionato. Ai sensi dell'art. 74 C.d.S., il saetto al quale viene imputata la manomissione della targhetta o del numero di identificazione del telaio dei ciclomotori, non è chi circola con dati di identificazione del telaio alterati; ma chi materialmente li contraffa, asporta , sostituisce, altera, cancella o rende illeggibile.

Nella specie, poichè il G. è stato contravvenzionato per il solo fatto della circolazione:nè in alcun modo è stato contestato o messo in dubbio quanto dallo stesso dichiarato circa l'essergli stato il veicolo restituito con quella targhetta (il cui numero non corrispondeva a quello del telaio) dalla carrozzeria (specificatamente da lui indicata), cui lo aveva consegnato per le riparazione (tanfè che dopo gli accertamenti il veicolo, prima sequestratogli, gli è stato restituito non risultando denunciato per furto il veicolo cui rispondevano i dati della targhetta applicata sul ciclomotore del G.); il ricorso va accolto per essere stata la norma erroneamente applicata.

La sentenza impugnata va, pertanto, cassata senza rinvio e stante la soccombenza l'intimata Prefettura di Arezzo va condannata al pagamento, in favore del G., delle spese del presente giudizio nella misura che si liquida in dispositivo."

 
Prima parte

In tema di contestazione al regolare funzionamento dell’apparecchio rilevatore della velocità, la circostanza che Polizia stradale riporti nel verbale la generica affermazione di regolare funzionamento dell’apparecchio medesimo, è da ritenersi del tutto generica e priva di valenza probatoria: in tal senso recente giurisprudenza ha sostenuto che tale affermazione è assolutamente non idonea a fornire la piena prova del perfetto funzionamento dell’apparecchiatura autovelox 104/C-2.

La Cassazione (Cass. n. 8515/2001) ha precisato che la p.a. deve fornire idonea prova e precisa documentazione integrativa se il ricorrente contesta proprio la correttezza dello strumento utilizzato per la rilevazione dell’infrazione

Nel caso affrontato dal Giudice di pace di Messina, 24.11.2005, n. 1345, la Polizia stradale non depositò né il certificato di omologazione (che poteva riguardare un prototipo della macchina) né alcuna certificazione relativa all’apparecchio misuratore utilizzato nel caso concreto (del quale risultava solo la funzionalità preventiva al momento in cui è stata rilevata l’infrazione).

Non venne esibito nemmeno alcun certificato di taratura riferito alla matricola del predetto apparecchio autovelox 104/C-2, il cui prototipo, a suo tempo, poteva anche essere stato omologato, ma di tale omologazione non vi era né cenno né prova in atti (non venne nemmeno prodotta l’attestazione di conformità al prototipo prevista dall’art. 192 reg. att. C. str.).

La documentazione fornita dalla Polizia stradale al Prefetto e depositata in atti, risultò così del tutto carente: sostanzialmente non venne fornita né la taratura iniziale, né quella periodica, né il certificato di verifica periodica sia pure effettuato presso il costruttore dell’apparecchio.
Non si raggiunse così la prova della fondatezza dell’accertamento della contestata violazione.
La certificazione degli agenti era limitata alla locuzione “a mezzo dell’apparecchiatura autovelox 104/2 – 5/874 di cui gli operatori avevano preventivamente verificato la perfetta funzionalità ed al successivo sviluppo della pellicola fotografica” (ma nemmeno questa era allegata).

Nello stesso senso anche Cass. n. 8515/2001. La Cassazione accoglie il ricorso di un soggetto che superava di 58 km il limite massimo consentito, per gli stessi motivi. Gli agenti verbalizzanti si erano limitati ad attestarne, nel verbale d’accertamento, la regolare funzionalità dell’apparecchiatura utilizzata. Solo con tale generica espressione l’apparecchio non risultava in concreto identificato.

Fine prima parte


 
Di Alessandro Gazzea (del 18/09/2007 @ 19:26:12 in Codice strada, linkato 1836 volte)

Guida in stato di ebbrezza di una bicicletta ?

Accade anche questo : - )

Il nostro codice della strada trova applicazione anche nei confronti dei velocipedi, pur non avendo quest'ultimi, a differenza di quanto accade in alcuni paesei comunitari, come ad esempio l'Austria, la targa come quella montati sui motorini.

La vicenda riguarda un signore di Bologna, il quale conducendo la sua bicicletta in stato di palese alterazione psicofisica, determinata dall'assunzione di sostanze alcoliche, rimaneva coinvolto, o meglio, provocava un incidente stradale. Veniva accertato un tasso alcolemico al di sopra di quello consentito dal codice della strada.

Rinviato a giudizio per il reato previsto dall'art. 186, commi 1, 2 e 4 bis, veniva condannato dal giudice del Tribunale di Bologna alla pena di venti giorni di arresto ed euro 600 di multa, oltre al pagamento dele spese processuali (pena sospesa).

 

Tribunale di Bologna

Sentenza 21 giugno 2007, n. 1752

Sentenza n. 1752/07
Pronunziata il 13.06.2007
Motivazione depositata il 21.06.2007

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE DI BOLOGNA

IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice Dott. MAURIZIO PASSARINI

all’udienza dibattimentale del 13 GIU 2007 ha pronunciato

e pubblicato mediante lettura del dispositivo

la seguente

SENTENZA

SENTENZA DIBATTIMENTALE

nei confronti di:

XX nato il (omissis)/1963 in Algeria

- contumace -

IMPUTATO

del reato p. e. p. dall'art. 186, 1° comma, 2° comma e 4° comma bis D.Lvo nr. 285/92 COME MODIFICATO DALLA L. 284/03, conduceva il velocipede marca Concordia, in condizione di alterazione psicoficica determinata dall'assunzione di bevande alcooliche, rimanendo coinvolto in sinistro stradale. Tasso alcoolemico accertato mediante prelievo ematico pari a 282 mg./100ml.

In Bologna il 4 settembre 2004.

In esito all'odierna udienza, sentiti:

il P.M. che ha concluso:

come da verbale

Il difensore dell'imputato che ha concluso:

come da verbale

MOTIVI DELLA DECISIONE

L'imputato è stato tratto a giudizio, per rispondere del reato di cui in epigrafe, con decreto di citazione diretta emesso dal Pubblico Ministero ai sensi dell' art. 550 c.p.p.

Nel corso del giudizio, svoltosi in contumacia dell' imputato, sono stati sentiti i testi Nanetti e Tartari (rispettivamente, assistente ed ispettore della Polizia Municipale di Bologna) e Giuseppina M.

All'esito dell' istruttoria dibattimentale, ai sensi dell' art. 511 c.p.p., sono stati dati per letti gli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento e se ne è dichiarata la loro utilizzabilità ai fini della. decisione.

Le parti hanno successivamente concluso come da verbale di udienza

* * *

Dalle dichiarazioni dei testi N. e T. emerge che l'imputato, conducendo la propria bicicletta, fu coinvolto in un incidente stradale con un autobus. Allorquando i testi intervennero, il XX era già stato condotto all'ospedale.

Dall' esame alcoolimetrico cui l'imputato, lo stesso giorno dell'incidente, fu sottoposto in ospedale, emerge che lo stesso presentava un altissimo tasso alcolico (282 mg/100 ml: v. referto acquisito agli atti del giudizio), ben superiore a quello massimo consentito dalla normativa in materia di circolazione stradale.

Il teste G. M. - indicato dalla difesa - ha riferito che poco prima dell'incidente aveva notato l'imputato armeggiare intorno al manubrio della propria bicicletta, manubrio che appariva storto. La teste non ha peraltro poi assistito all'incidente.

In forza della testimonianza G. M., assume la difesa dell'imputato che costui non viaggiava sulla sua bicicletta. L'assunto appare privo di ogni pregio, in quanto:

il fatto che, poco prima dell'incidente, l'imputato stesse armeggiando intorno al manubrio del suo velocipede non è in alcun modo incompatibile con il fatto che, di lì a poco, lo stesso sia rimasto coinvolto in un incidente;

i testi N. e T. descrivono un sinistro in cui pacificamente è rimasta coinvolta la bicicletta del ciclista XX, tra l'altro trasportato all'ospedale subito dopo il sinistro.

Del tutto priva di pregio è poi l'ulteriore tesi, sostenuta dalla difesa dell'imputato, secondo la quale la norma incriminatrice relativa alla guida in stato di ebbrezza non trova applicazione per i ciclisti. È vero soltanto - ma è cosa all'evidenza ben diversa - che in caso di guida in stato di ebbrezza di una bicicletta (veicolo per la cui guida non è prevista patente alcuna) non può essere applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.

Deriva da quanto precede che è dimostrato che:

l'imputato, conducendo la propria bicicletta, fu coinvolto in un sinistro;

l'imputato presentava un tasso alcolico nettamente superiore a quello consentito.

Il XX va pertanto dichiarato colpevole del reato ascrittogli.

La sua incensuratezza consente la concessione delle attenuanti generiche.

Valutati tutti i criteri di cui all'art. 133 c.p., si reputa equa la sua condanna alla pena di giorni venti di arresto e 600 euro di ammenda (pena base: mesi uno ed euro 900; ridotta per effetto delle attenuanti generiche).

Consegue per legge la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali.

Sulla base di un favorevole giudizio prognostico, può concedersi all'imputato il beneficio della sospensione condizionale della pena.

P.Q.M.

Visti ed applicati gli artt. 533 e 535 c.p.p.

dichiara

XX colpevole del reato ascrittogli e, concessegli le attenuanti generiche, lo condanna alla pena di giorni venti di arresto ed euro 600 di ammenda, oltre al pagamento delle spese processuali.

Pena sospesa.

Bologna, 13.6.2007

Il Giudice
(Dr. Maurizio Passarini)

La presente sentenza è stata redatta senza l'ausilio delle trascrizioni delle dichiarazioni rese in sede di istruttoria dibattimentale, in quanto la A. L. non ha provveduto a fornire dette trascrizioni nei termini previsti dal contratto nazionale per il servizio di documentazione degli atti dibattimentali stipulato in data 5.5.2006 e, in ogni caso, in tempo utile per il rispetto, da parte di questo giudice, del termine per il deposito della sentenza.

Motivazione depositata in Cancelleria il 21 GIU 2007.

 
Di Alessandro Gazzea (del 02/06/2008 @ 19:12:05 in Codice strada, linkato 473 volte)

A Cirò Marina (Crotone) quell’autovelox proprio non poteva essere posizionato in quel punto e tutte le multe elevate in virtù di quella apparecchiatura, sono da considerarsi nulle.

 

Il Comune aveva deciso di installare una postazione fissa di rilevamento automatico della velocità tramite autovelox, sulla statale jonica n. 106 al chilometro 296, senza seguire,tuttavia, i precetti della legge 168/02 nonché il recente Dl 117/07.

 

Martedì 13 maggio, la Polstrada eseguiva il decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso dalla Procura della Repubblica di Crotone, riguardante proprio il dispositivo elettronico per il rilevamento della velocità collocato a pochi metri dall’ingresso sud per Cirò Marina.

L’apparecchiatura è stata installata illegittimamente.
In particolare il sito sul quale era collocato il totem dell’autovelox non risultava essere contemplato nell’apposito decreto del Prefetto di Crotone che consente l’uso di tali dispositivi con la possibilità di esperire la contestazione differita delle violazioni.
La Polizia stradale ha anche accertato che per l’installazione non era stata effettuata alcuna richiesta di autorizzazione all’Ente proprietario della strada: l’Anas Spa.

Ma l’aspetto maggiormente saliente della vicenda, è sicuramente quello cheil prefetto aveva stabilito che l’autovelox poteva essere collocato al chilometro Km 279 + 900 della statale 106, ma dai verbali di contestazione era invece emerso la difformità circa la reale allocazione dell’apparecchiatura elettronica: nelle multe veniva indicato il tratto di strada rientrante nel decreto prefettizio (Km 279 + 900), mentre in realtà l’autovelox era in un altro posto (Km 279 + 916).

Infine, dall’indagine svolta, è ulteriormente emerso che l’autovelox era piazzato subito dopo un guard-rail, nascondendolo di fatto alla vista degli automobilisti e ciò contrastando con la previsione normativa del Dl 117/07 che impone che gli apparecchi siano ben visibili.

 

La preclusione alla proposizione dell'opposizione avverso le violazioni del codice della strada riguarda solo il coobbligato in solido (ad es. il proprietario del veicolo) che abbia proceduto nei sessanta giorni dalla contestazione o dalla notifica della violazione al pagamento di una sanzione in misura ridotta e non anche l'effettivo autore della violazione che non abbia effettuato tale pagamento e abbia autonomamente proposto opposizione a tale contestazione.

L'ing. F.A. proponeva avanti al giudice di pace di Ripatransone, opposizione al verbale di contestazione n. 02124/2003 della polizia municipale del comune di Grottammare del 31 luglio 2003, con il quale gli veniva contestata la violazione dell'articolo 149/9 codice della strada ed applicata la sospensione della patente con decurtazione di dieci punti, deducendone l'inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto.

In corso di causa risultava che il 28 agosto 2003, precedentemente alla presentazione del ricorso, era stato effettuato il pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria applicata per la violazione in questione.

Il giudice di pace con sentenza numero 4/2004 dichiarava inammissibile il ricorso.

Ricorreva per Cassazione F.A.

Cass. civ. Sez. II, 18-02-2008, n. 3948

La Corte Costituzionale, richiesta di intervenire in ordine alle questioni di costituzionalità sollevate in relazione alla norma di cui all'articolo 204 bis del codice della strada nel caso in cui, pagata la sanzione nella misura ridotta da parte di uno dei coobbligati in solido indicati dall'articolo 196 del predetto codice della strada, sia proposta opposizione dal conducente del veicolo (anche al fine di far venire meno le eventuali sanzioni personali accessorie) ha chiarito, con sentenza 471 del 2005, che "nessuna norma prelude al conducente del veicolo, autore materiale dell'infrazione stradale, di adire le vie giudiziali per escludere l'applicazione a suo carico della sanzioni personali suddette". Ha, altresì, chiarito la corte che tale sanzione "non riveste più carattere accessorio, ma assume un valore di sanzione principale per il contravventore, per tale motivo presentandosi come l'unica suscettibile di sanzione in sede giudiziaria; contestazione invece preclusa per la sanzione pecuniaria ...". La corte ha altresì chiarito che l'iniziativa intrapresa dal contravventore non può essere considerata "propriamente diretta all'annullamento del verbale di contestazione dell'infrazione stradale ex art. 204 bis C.d.S., bensì al mero accertamento della sua illegittimità, al solo e specifico scopo di escludere che lo stesso possa fungere da titolo per irrogare a tale soggetto la sanzione della decurtazione del punteggio della patente di guida ... ".

Conseguentemente, una volta dedotto dal Comune l'avvenuto pagamento della sanzione nella misura ridotta, avrebbe dovuto il giudice di pace accogliere l'istanza di riammissione in termini avanzata dall'opponente, che ha chiesto di provare che tale pagamento era stato effettuato dal coobbligato in solido e senza che egli (opponente) ne fosse a conoscenza. E ciò al fine (una volta fornita tale prova) di poter precisare la propria domanda con riferimento al suo specifico interesse (far venir meno - accertata l'illegittimità della contestazione - le sanzioni accessorie).

Il giudice di pace ha, quindi, errato ne ritenere che la preclusione alla proposizione dell'opposizione avverso le contestate violazioni al codice della strada riguardi non solo il coobbligato in solido che abbia proceduto nei 60 giorni dalla contestazione o dalla notifica della stessa al pagamento di una sanzione in misura ridotta, ma anche l'effettivo autore della violazione che non abbia effettuato tale pagamento e abbia autonomamente proposto opposizione a tale contestazione.

 
Di Alessandro Gazzea (del 05/01/2008 @ 18:57:44 in Storie vere, linkato 508 volte)

Iniziamo l’anno con una buona notizia.

Good news sarebbe meglio dire

PRO PUBLICA: Organizzazione indipendente non profit, che produrrà giornalismo investigativo nel pubblico interesse.

Ricordate il film del 1981 “Chiamami Aquila” interpretato da John Belushi ?

John Belushi caratterizza Ernie Souchak, giornalista del Chicago Sun Times, traendo ispirazione dal giornalista di Chicago realmente esistente Mike Royko.

È un tipo semplice, amato nel quartiere in cui vive, conosciuto dal giornalaio e dalle prostitute che vivono là. Apprezzato per il suo lavoro e per la sua ultima inchiesta giornalistica contro l'assessore affarista e corrotto Yablonowiz: "Yablonowiz non mi piace".

Il film, appunto, almeno nella sua prima parte, tipizza proprio il classico esempio di giornalismo di inchiesta.

Pro Publica denuncia che il giornalismo investigativo è a rischio.

I quotidiani commentano con parole diverse (quando va bene) le stesse notizie.

Notizie spesso prive di un reale interesse e approfondimento.

E’ necessario riprendere la strada maestra del giornalismo di pubblico interesse, indagare e ricercare la verità nella vita politica e sociale senza dover rendere conto a nessuno.

Raccontare la verità. Semplice ?

ProPublica saranno guidati da Paul Steiger, l'ex direttore di The Wall Street Journal.

I finanziamenti per questo sforzo sono stati forniti dalla Fondazione Sandler, con Herbert Sandler quale presidente della ProPublica

 
ProPublica avrà sede a Manhattan.
 
Bene.
 
Aspettiamo che aprano una sede in Italia.
 

La polizia municipale di Palermo accertava la guida senza patente categoria A del motoveicolo.

Il Prefetto notificava l’ordinanza-ingiunzione al trasgressore con la quale gli veniva intimato il pagamento di euro 2.176,61; la notificava, tuttavia, avveniva oltre il novantesimo giorno.

Alla luce dell'indirizzo di questa Corte - cui il Collegio ritiene di dare continuità - secondo il quale, nell'ipotesi di violazione del codice della strada per la quale non sia consentito il pagamento della sanzione pecuniaria in misura ridotta (ciò che avviene, appunto, per la violazione dell'art. 116 C.d.S. che ci occupa), il verbale di accertamento non costituisce in nessun caso titolo esecutivo e il prefetto è tenuto ad emettere l'ordinanza ingiunzione nel termine, applicato analogicamente, previsto dall'art. 204 C.d.S., decorrente dalla scadenza del termine per proporre il ricorso amministrativo ai sensi dell'art. 203 C.d.S. (Cass. 3715/2003, 21361/2005, 22120/2006).

Cass. civ. Sez. II, 07-04-2008, n. 9006

Svolgimento del processo

Con ricorso del 19 febbraio 2002 la sig.ra M.S. proponeva opposizione avverso l'ordinanza ingiunzione in data 18 dicembre 2001 del Prefetto di Palermo, notificatale il 29 gennaio 2002, con la quale, su rapporto della Polizia municipale di quella città in data 10 luglio 2001, le veniva intimato il pagamento di euro 2.176,61 a titolo di sanzione amministrativa per guida senza patente di categoria "A" (violazione dell'art. 116 C.d.S.). Deduceva di versare in stato di necessità, essendo diretta all'ospedale per prestare soccorso al cognato ivi ricoverato. Con successiva memoria del suo difensore deduceva, altresì, l'illegittimità dell'ordinanza per difetto di motivazione e violazione dei termini di cui all'art. 204 C.d.S..

Insaturato il contraddittorio con il Prefetto, che non si costituiva, l'adito Giudice di pace di Palermo, con sentenza del 29 ottobre 2002, rigettava l'opposizione osservando:

che non era stato provato il dedotto stato di necessità;

che non sussisteva difetto di motivazione dell'ordinanza, considerato l'esauriente riferimento all'accertata violazione dell'art. 116 C.d.S., non contestata dall'opponente, la quale aveva dichiarato alla Polizia municipale di non aver potuto conseguire la patente di guida per difficoltà economiche;

che il termine di cui all'art. 204 C.d.S. riguarda la sola ordinanza ingiunzione emessa su ricorso del trasgressore al prefetto, sicchè trovava nella specie applicazione il solo termine di prescrizione quinquennale.

Avverso tale sentenza la sig.ra M. ricorre per due motivi.

L'intimato Prefetto di Palermo non svolge difese.


Motivi della decisione
 

1. - Con il primo motivo viene riproposta l'eccezione di violazione del termine di 90 giorni di cui all'art. 204 C.d.S., come modificato dalla L. 24 novembre 2000, n. 340, art. 18, comma 3. 1.1. - Il motivo è fondato, alla luce dell'indirizzo di questa Corte - cui il Collegio ritiene di dare continuità - secondo il quale, nell'ipotesi di violazione del codice della strada per la quale non sia consentito il pagamento della sanzione pecuniaria in misura ridotta (ciò che avviene, appunto, per la violazione dell'art. 116 C.d.S. che ci occupa), il verbale di accertamento non costituisce in nessun caso titolo esecutivo e il prefetto è tenuto ad emettere l'ordinanza ingiunzione nel termine, applicato analogicamente, previsto dall'art. 204 C.d.S., decorrente dalla scadenza del termine per proporre il ricorso amministrativo ai sensi dell'art. 203 C.d.S. (Cass. 3715/2003, 21361/2005, 22120/2006).

Nella specie, la contestazione della violazione avvenne il 10 luglio 2001, mentre l'ordinanza ingiunzione fu emessa il successivo 18 dicembre, dunque oltre il termine di novanta giorni di cui all'art. 204 C.d.S., comma 1 cumulato con quello di sessanta giorni di cui all'art. 203 C.d.S., comma 1. 2. - L'accoglimento del primo motivo determina l'assorbimento del secondo, con cui si denuncia la violazione del dovere di motivazione del giudice con riguardo alla censura di difetto di motivazione dell'ordinanza ingiunzione.

3. - La sentenza impugnata va pertanto cassata, in accoglimento del primo motivo di ricorso, e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, con l'accoglimento dell'opposizione e il conseguente annullamento dell'ordinanza ingiunzione.

4. - E' giusto dichiarare irripetibili le spese dell'intero giudizio, di merito e di legittimità, considerato che l'orientamento di questa Corte di cui si è fatta applicazione si è consolidato in epoca successiva all'emissione dell'ordinanza ingiunzione.

P.Q.M.
 

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l'opposizione ed annulla l'ordinanza ingiunzione, dichiarando irripetibili le spese dell'intero giudizio.

Così deciso in Roma, il 9 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 7 aprile 2008

 

Veicolo sottoposto a sequestro: chi si pone alla guida non commette reato

Il veicolo era stato sottoposto a sequestro amministrativo a sensi dell'art. 213 C.d.S.

Il custode, tuttavia, utilizzava ugualmente la vettura per la viabilità.

Il Tribunale di Napoli assolveva l’imputato (il custode del veicolo) dal reato ex art. 334 c.p. in tema di “sottrazione o danneggiamento di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall'autorità amministrativa”, in quanto la sanzione amministrativa di cui all'art. 213 C.d.S., spiega il giudice partenopeo, racchiude tutta la disciplina del sequestro in materia di violazione della circolazione stradale.

Ricorre per Cassazione il Procuratore della Repubblica di Napoli

Gli ermellini di Piazza Cavour, rigettano il ricorso: chiunque è sorpreso a circolare con un mezzo sottoposto a sequestro a sensi dell'art. 213 C.d.S. risponde solo dell'illecito amministrativo.

Cass. pen. Sez. III, (ud. 20-03-2008) 19-06-2008, n. 25116

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

 

Con sentenza 6 aprile 2007, il Tribunale di Napoli ha assolto, con la formula "perchè il fatto non sussiste", P.A. dal reato previsto art. 334 c.p., comma 2 (contestatogli per aver, nella sua qualità di custode di un autocarro sottoposto a sequestro amministrativo a sensi dell'art. 213 C.d.S., utilizzato il mezzo per la viabilità).

Per giungere a tale conclusione, il Giudice ha rilevato come la fattispecie in esame sia punita con sanzione amministrativa dall'art. 213 C.d.S. che racchiude tutta la disciplina del sequestro in materia di violazione della circolazione stradale; il reato di cui all'art. 334 c.p. non è configurabile perchè l'utilizzo del veicolo non determina il suo deterioramento.

Queste conclusioni sono censurate dal Procuratore della Repubblica di Napoli che, nei motivi di ricorso in Cassazione, deduce violazione di legge. Rileva che una coordinazione sistematica delle norme, porta a concludere che l'art. 213 C.d.S. sia applicabile solo ai soggetti che non sono custodi del bene e si siano limitati a farlo circolare abusivamente; le persone qualificate che utilizzano il veicolo rispondono del reato previsto dall'art. 334 c.p. che prescinde dal deterioramento del bene.

Il Collegio ritiene che la sentenza debba essere confermata sia pure per motivi parzialmente diversi da quelli enucleati nel testo del provvedimento impugnato.

La questione di diritto sottoposta alla Corte consiste nello stabilire se esista, o no, un concorso apparente di norme tra l'art. 334 c.p. e l'art. 213 C.d.S. nel caso in cui la sottrazione della res al vincolo del sequestro (che è una delle condotte alternative previste dalla prima norma) si concretizzi nella circolazione di un veicolo.

La problematica è stata risolta da una recente sentenza di questa Sezione (n 174/2008) facendo leva sul principio di specialità enucleato dall'art. 15 c.p.; la decisione, in esito ad un esame della astratta struttura delle due norme, ha rilevato che la fattispecie depenalizzata presenta, in relazione alla codicistica, maggiori elementi specializzanti che ne circoscrivono l'ambito di applicazione.

La previsione amministrativa è più specifica rispetto all'art. 334 c.p. per quanto concerne: il bene sottoposto vincolo (non un qualsiasi oggetto, ma una res determinata,cioè, un veicolo); la condotta elusiva del sequestro (circoscritta ad una peculiare forma di sottrazione tipica della natura mobile della cosa); la ragione del sequestro (prodromico alla confisca); l'autorità che lo ha disposto (un organo di Polizia).

La fattispecie dell'art. 334 c.p. presenta un elemento individualizzante rispetto a quella del codice della strada rappresentato dai soggetti attivi (che identifica con le persone qualificare del custode o del proprietario).

Tra le due norme intercorre, pertanto, un rapporto di specialità bilaterale che è stato superato nella ricordata sentenza sostanzialmente avendo come guida il criterio della maggiore specialità in base ad una valutazione quantitativa degli elementi peculiari; questo criterio è stato utilizzato in alcune decisioni di questa Corte (Sezioni Unite sentenza 10/1976; Sezione 6^ sentenza n. 10800/2000).

Le argomentazioni svolte nella decisione n. 174/2008 (dianzi citata) appaiono condivisibili a questo Collegio: la tematica, però, può trovare ulteriori approfondimenti, allorchè venga riguardata sotto il profilo dei rapporti intercorrenti tra l'art. 15 c.p. e la L. n. 689 del 1981, art. 9.

L'esegesi di tale ultimo articolo è stata ricondotta da parte della dottrina e della giurisprudenza ai medesimi cannoni interpretativi della norma posta dall'art. 15 c.p., sicchè nessuna influenza andrebbe a prodursi sulle argomentazioni già svolte.

Qualora, però, non si aderisse a siffatta equiparazione dovrebbe riconoscersi efficacia differenziatrice alla circostanza che la previsione della L. n. 689 del 1981, art. 9 (che ha superato la tradizionale opinione che reputava appartenenti a distinti rami dello ordinamento le norme penali e quelle amministrative) non ricalca la dizione del testo dell'art. 15 c.p.; l'art. 9 si riferisce allo "stesso fatto" (non alla "medesima materia").

Tale rilievo consentirebbe di inserire nell'ambito del principio di specialità dell'art. 9 anche il caso di un medesimo fatto riconducibile a più fattispecie pur se tra le stesse non sia configurabile l'interferenza richiesta dall'art. 15 c.p.; di conseguenza, per l'applicazione dell'art. 9, il fulcro del problema consisterebbe nello individuare, tra più norme che disciplinano uno stesso accadimento storico, la previsione che meglio si presta a regolare il caso.

A tale fine, è utile non mettere a confronto le singole disposizioni, quella penale e quella amministrativa,ma i due corpi normativi; da tale paragone si rileva come la disciplina introdotta con il D.Lgs. n. 285 del 1992, e successive modifiche, sia speciale rispetto a quella codicistica in quanto intende governare un particolare settore della vita sociale.

Nell'alveo della lex specialis, l'intero regime del sequestro amministrativo presenta, nella sua globalità, requisiti peculiari che lo rendono differente dal vincolo sottostante all'art. 334 c.p. in quanto prevede la sottrazione di un mezzo all'avente diritto con il fine specifico di inibirne la circolazione.

Tale condotta antidoverosa, che costituiva illecito penale, è stata trasformata in illecito amministrativo con il D.Lgs. n. 507 del 1999, art. 19.

Di conseguenza, il ritenere la fattispecie ancora di rilevanza penale si pone in contrasto con la volontà del Legislatore di riservare una disciplina particolare - e di maggior favore rispetto alla previsione dell'art. 334 c.p. - alla sottrazione al vincolo, e connessa indefettibile circolazione, di veicoli sequestrati per ragioni di viabilità.

La tesi che si contrasta collide, pure, con lo spirito della depenalizzazione secondo il quale quando un identico fatto è sanzionato da una norma penale e da una amministrativa deve prevalere (salva espressa deroga) questa ultima perchè è caratterizzata dalla settorialità della previsione e dalla specificità delle sue disposizioni.

Nè è sostenibile che le due norme in esame possano concorrere in quanto è chiaro, dal tenore dell'art. 9, come non sia possibile una duplicità di sanzioni; tra fattispecie eterogenee, penali ed amministrative, che regolano uno stesso fatto concreto, una sola è applicabile e, precisamente, quella amministrativa perchè, disciplinando una materia particolare, deve considerarsi speciale.

Per quanto esposto, il Collegio (pur consapevole della non univoca giurisprudenza in materia), reputa che la sanzione penale sia inoperante perchè la regolamentazione amministrativa della materia presenta estremi specializzanti; di conseguenza, chiunque è sorpreso a circolare con un mezzo sottoposto a sequestro a sensi dell'art. 213 C.d.S. risponde solo dell'illecito amministrativo.

 
P.Q.M.
 
La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 20 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 04/02/2008 @ 18:22:26 in Codice strada, linkato 2308 volte)

Importanti principi di diritto sono stati affermati nella recente decisione del Giudice di pace di Martina Franca del 21.09.2007

  • La postazione del rilevamento deve essere segnalata sia per evitare l'effetto " sorpresa" sia per una funzione educativa.

Non è sufficiente che il cartello elettronico riporti soltanto " Attenzione, velocità controllata con dispositivo elettronico", poiché questo tipo di cartello può essere sufficiente nell'ipotesi di contestazione "immediata", ma nell'ipotesi di contestazione differita, sullo stesso segnale deve essere inserita quantomeno la specificazione aggiuntiva " e con esonero della contestazione immediata, come da decreto Pref. di Taranto n. 1371 del 04.11.2002." Condizione, questa, contestata dal ricorrente e della quale in merito il resistente Ufficio accertatore non ha fornito alcuna prova.

  • Taratura

Relativamente alla taratura, si richiama preliminarmente il fondamentale principio di diritto, secondo il quale, quando si contesta una contravvenzione, sostenendo che l'apparecchiatura utilizzata può non essere perfettamente funzionante, è il resistente (e quindi la Pubblica Amministrazione) che deve portare la prova del corretto funzionamento, mediante il deposito di tutta la documentazione relativa al mezzo utilizzato (Cassazione civile, sez. I, 22 giugno 2001, n. 8515 (Accornero c. Pref. Genova) in Giust. civ. 2001, I, 2350) La circolare ministeriale del 30.06.2005 prot. n. 300/1/43252/144/5/20/03 afferma che la legge 273/1991 non ha alcuna attinenza con gli apparecchi di misura della velocità.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI MARTINA FRANCA

nella persona del dott. Martino Giacovelli, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta in prima istanza al R.G. n. 550/07 avente per oggetto:
Opposizione a sanzione amministrativa a seguito di violazione al CDS, promossa da:
S. A., elettivamente domiciliato a Martina Franca, presso e nello studio dell'avv. C. L., che lo rappresenta e difende, in forza di mandato a margine dell'atto introduttivo

OPPONENTE-RICORRENTE
CONTRO

MINISTERO DELL'INTERNO, domiciliato presso la Polizia stradale di T.,

OPPOSTO- RESISTENTE

Conclusioni per l'opponente: "1) Preliminarmente sospendere l'esecutività del provvedimento impugnato sussistendo sia il fumus boni iuris, sia il periculum in mora attesi la fondatezza dei motivi addotti ed il grave pregiudizio che deriverebbe al ricorrente dall'esecuzione del provvedimento stesso; 2) Accogliere l'opposizione e dichiarare nullo ed illegittimo l'impugnato verbale di contestazione, compresa la sanzione accessoria della decurtazione di due punti e l'annotazione nell'anagrafe nazionali degli abilitati alla guida, ex arto 126 bis del C.d.S.; 3) Disporre, comunque, l'annullamento della sanzione accessoria della decurtazione dei punti sulla patente; 4) Ordinare, ove del caso, la cancellazione dei dati immessi nel CED-SDI; 5) Visto il grave illegittimo comportamento dei militi e le reiterate irregolarità dagli stessi commesse, nonostante le previsioni normative e le precedenti e numerose pronunzie giurisprudenziali fossero contrarie all' emissione di simili contravvenzioni, condannare l'amministrazione convenuta al pagamento delle spese e competenze di causa, oltre s.g.+ I.v.a. e c.a.p come per legge; 6) in estremo subordine, nella denegata ipotesi di non accoglimento.conferma al minimo senza la segnalazione dei punti della patente
Dette conclusioni all'udienza del 21.09.07 erano integrate dalla richiesta della derubricazione senza la decurtazione di n.2 punti.".

Conclusioni per l'opposto, come da nota depositata in udienza: "..rigetto dell'opposizione e del ricorso ..."

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto depositato il 09.05.2007 il sig. S.A. impugnava il verbale n. …./07 redatto in data 09.03.07 dal Comando Polizia stradale di T., per la presunta violazione dell'art. 142 comma 8° del Codice della strada, commessa dal conducente del veicolo targato AB..... di proprietà dell'opponente, avvenuta in data 13.01.2007, alle ore 15,17 sulla SS n. 172 "dei Trulli" al Km 58,300 nel Comune di Martina Franca, località San Paolo, essendo stata rilevata una velocità di 80 Km/h, ridotta a 75 Km/h ( - 5 % di tolleranza) con un eccesso di 15 Km/h, rispetto al limite di 60 Km/h.
L'opponente chiedeva l'annullamento del ricorso, eccependo la nullità del verbale per: - violazione degli artt. 1 e 3, nonché dell'art. 4 della legge 168/2003 e dell'art. 41 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea; - mancata dimostrazione circa la corretta funzionalità del dispositivo elettronico; - mancanza di prova in ordine alla corretta taratura della strumentazione utilizzata della sua corretta omologazione; - violazione dell'art. 345 comma 4 del Reg. al CDS; - violazione dell'art. 77 comma 7 del DPR n. 495/1992; - illegittimità della decurtazione dei punti sulla patente di guida; - nullità ed illegittimità sotto altro profilo.
Fissata l'udienza di comparizione con decreto in data 18.05.2007 per il giorno 21.09.2007, il Ministero opposto delegava il Comando della Polizia stradale di T., che si costituiva in udienza, rinunciando al termine ex art. 163 bis c.p.c. e depositando la documentazione ex art. 23 della legge n. 689/81, nonché la nota in data 11.09.2007 prot. n. 14619.221.2 ID/200738 con richiami a disposizioni normative e circolari ministeriali.
Il difensore dell'opponente, comparso alla suddetta udienza, si riportava al ricorso, chiedendone l'accoglimento, e contestando anche la tardiva costituzione dell'opposto.
Dopo le p. c. e la discussione, vista la documentazione acquisita, l'opposizione era decisa ai sensi dell'art. 23 della legge n. 689/81, con lettura dell'allegato dispositivo della sentenza a fine udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso va parzialmente accolto per quanto di ragione.
Preliminarmente, si rileva l'ammissibilità del presente ricorso, pur in assenza del versamento della cauzione, attesa l'intervenuta pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato in data 05-08.04.2004 con sentenza n. 114 1'incostituzionalità dell'art. 204 bis del vigente CDS nella parte in cui imponeva il deposito di una cauzione.
Il Comando di Polizia stradale di Taranto non ha controdedotto tutto quanto eccepito dall'opponente nel proprio ricorso.
La violazione degli artt. 1 e 3, nonché dell'art. 4 della legge 168/2003 e dell'art. 41 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea, eccepiti dal ricorrente sono in parte condivisibili, poiché in realtà la segnaletica esistente nel tratto di strada di che trattasi é generica e non specifica, non svolgendo alcuna funzione educativa, né preventiva per la sicurezza stradale.
In proposito occorre rilevare che l'art. 4/1 comma L. 168/2002 dispone testualmente: "Sulle autostrade e sulle strade extraurbane principali di cui all'art. 2/2 comma lett. A e B del decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, gli organi di polizia stradale di cui all'art. 12/ comma del medesimo decreto legislativo, secondo le direttive fornite dal Ministero dell'Interno, sentito il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, possono utilizzare o installare dispositivi o mezzi tecnici di controllo del traffico, di cui viene data informazione agli automobilisti, finalizzati al rilevamento a distanza delle violazioni alle norme di comportamento di cui agli artt. 142 e 148 dello stesso decreto legislativo, e successive modificazioni.
I predetti dispositivi o mezzi tecnici di controllo possono essere altresì utilizzati o installati sulle strade di cui all'art.2/2 comma lett. C e D, ovvero sui singoli tratti di strada di esse, individuati con apposito decreto del Prefetto ai sensi del 2° comma".
Correlativamente la circolare n.300/A/1/54585/101/3/3/9 del 03-10-2002 del Ministero dell'Interno - Dipartimento di P.S. - relativa " all'installazione ed utilizzazione dei dispositivi di controllo per il rilevamento a distanza delle violazioni al CdS" al punto 4 dispone testualmente: "I decreti con i quali vengono individuati i tratti di strada in cui è possibile l'installazione o l'utilizzazione dei dispositivi o dei mezzi di controllo devono essere portati a conoscenza degli utenti della strada con tutti gli strumenti di comunicazione possibili".
L'apposizione delle apparecchiature finalizzate al rilevamento a distanza delle violazioni alle norme di comportamento di cui all'art. 142 CdS è soggetta, in virtù della citata legge e della detta circolare ministeriale, all'onere di darne "informazione all'automobilista".
La Pubblica Amministrazione è tenuta ad apporre idonea segnaletica che riporti le seguenti indicazioni: il tratto di strada su cui l'accertamento viene effettuato; il tipo di accertamento, cioè che esso avviene con meccanismi automatici e senza l'obbligo di contestazione immediata (in virtù del disposto di cui all'art.4/4 comma L.168/2002); la legge che consente tale tipo di accertamento; i tipi di infrazione per i quali vengono utilizzati i dispositivi ed i mezzi tecnici di controllo del traffico. Nel verbale impugnato sul punto non vi è alcuna indicazione di aver adempiuto all'obbligo di completa informazione di cui all'art. 4/1 comma L. 168/2002.
In altre parole, non è sufficiente che il cartello elettronico riporti soltanto " Attenzione, velocità controllata con dispositivo elettronico", poiché questo tipo di cartello può essere sufficiente nell'ipotesi di contestazione "immediata", ma nell'ipotesi di contestazione differita, sullo stesso segnale deve essere inserita quantomeno la specificazione aggiuntiva " e con esonero della contestazione immediata, come da decreto Pref. di Taranto n. 1371 del 04.11.2002." Condizione, questa, contestata dal ricorrente e della quale in merito il resistente Ufficio accertatore non ha fornito alcuna prova.
Lo stesso Ministero dei Trasporti con D.M. in data 15.08.2007, in riferimento all'attuazione dell'articolo 3, comma 1, lettera b) del decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117, recante disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione, ha precisato, tra l'altro che "... per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all'impiego di cartelli che... devono essere realizzati con un pannello rettangolare, di dimensioni e colore di fondo propri del tipo di strada sul quale saranno installati.
Sul pannello deve essere riportata l'iscrizione "controllo elettronico della velocità" ovvero "rilevamento elettronico della velocità", eventualmente integrata con il simbolo o la denominazione dell'organo di polizia stradale che attua il controllo.
La distanza tra i segnali o i dispositivi e la postazione di rilevamento della velocità deve essere valutata in relazione allo stato dei luoghi; in particolare e' necessario che non vi siano tra il segnale e il luogo di effettivo rilevamento intersezioni stradali che comporterebbero la ripetizione del messaggio dopo le stesse, e comunque non superiore a quattro km.".
Da quanto sopra precisato dal Ministero é evidente che la postazione del rilevamento deve essere preceduto da tutta una segnalazione necessaria sia per evitare l'effetto " sorpresa" con il rischio di frenature improvvise che possono mettere in pericolo la sicurezza della circolazione, sia per una funzione educativa, come avviene per. esempio in Spagna con l'installazione di una segnaletica evidenziata con grandi cartelli luminosi, che indicano all'istante la velocità rilevata al passaggio del veicolo.
Relativamente alla taratura, si richiama preliminarmente il fondamentale principio di diritto, secondo il quale, quando si contesta una contravvenzione, sostenendo che l'apparecchiatura utilizzata può non essere perfettamente funzionante, è il resistente (e quindi la Pubblica Amministrazione) che deve portare la prova del corretto funzionamento, mediante il deposito di tutta la documentazione relativa al mezzo utilizzato (Cassazione civile, sez. I, 22 giugno 2001, n. 8515 (Accornero c. Pref. Genova) in Giust. civ. 2001, I, 2350) La circolare ministeriale del 30.06.2005 prot. n. 300/1/43252/144/5/20/03 afferma che la legge 273/1991 non ha alcuna attinenza con gli apparecchi di misura della velocità.
Si osserva a tal riguardo che la legge 273/91, all'art. 3- par. 1 Campioni Nazionali cita: " I campioni nazionali delle unità di misura SI di base, supplementari e derivate, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 12 agosto 1982, n. 802, e successive modificazioni e integrazioni...), quindi parla di unità di misure di base e di quelle " supplementari e derivate."
Tecnicamente si precisa che la grandezza "velocità" non è una unità di misura di base del SI (Sistema Internazionale), bensì è una grandezza derivata in quanto risulta calcolata dal rapporto Spazio / Tempo.
Nell'elenco delle grandezze accreditabili o accreditate disponibile presso il SIT, oltre alle grandezze di base del SI, risultano presenti diverse grandezze, come per esempio quelle della " Pressione, dell'Energia, della Tensione Elettrica, della Frequenza, e tante altre" nonché di grandezze non espressamente indicate come grandezze derivate dal D.M. 30 Novembre 1993 n. 591 (ad esempio. Radianza Spettrale, Impulso Atmosferico, Accelerazione, Potenza Ottica, ed altre).
In Italia risulta possibile, a norma di legge (273/91), l'accreditamento di Centri SIT per la taratura di misuratori di velocità, essendo ciò confermato da recenti lettere della Segreteria del SIT dove é precisato."si dichiara altresì che il SIT ha la disponibilità e la capacità di accreditare tali laboratori" Orbene, se lo stesso Ministero delle Infrastrutture e T. in sede di emissione del decreto di omologazione dell'autovelox 104/C2 in data 16.05.2005 n. 1123, ha imposto all'art. 4 l'obbligo di taratura almeno annuale, seppure limitato alle apparecchiature utilizzate in modalità " fissa", non é opportuno che proprio lo Stato imponga ai propri accertatori di non eseguire la taratura con la scusa che i rilevamenti eseguiti dalla Polizia stradale sono assistiti dai controlli diretti del personale.
Ciò non é condivisibile, poiché le escursioni termiche e tutti gli altri effetti potenzialmente distorsivi possono compromettere l'attendibilità anche degli strumenti utilizzati dalla Polizia stradale.
Per quanto sopra, e con riferimento al complesso delle norme tecniche e giuridiche schematicamente sopra richiamate, in tema di determinazione dell'osservanza dei limiti di velocità, non possono essere considerate fonti di prova inoppugnabili le risultanze dell'apparecchiatura utilizzata da parte della Sezione Polizia stradale nel caso di specie, poiché di detto strumento ne é stato omologato solo il prototipo, ma è necessario che tali risultanze siano riferibili ad uno strumento, che oltre ad essere "omologato", sia specificatamente tarato, al fine di eliminare qualsiasi dubbio sulla certezza e sull'attendibilità scientifica della misurazione effettuata.
Ciò in quanto, all'attualità é di fondamentale rilevanza che l'apparecchiatura utilizzata sia rigorosamente di una piena e completa attendibilità, onde evitarne l'applicazione errata o il suo discostamento dalla tolleranza ufficialmente imposta con l'omologazione, considerate le gravi conseguenze negative a carico del presunto trasgressore, come quella della decurtazione dei punti dalla patente di guida.
In mancanza di tale certificazione di taratura, permane la situazione di incertezza sulla attendibilità delle risultanze del misuratore " Autovelox 104/C-2", matricola n. 49409, utilizzato nel caso di specie.
Alla stregua di tali considerazioni, che si ritengono assorbenti degli altri motivi dedotti nel ricorso introduttivo, il ricorso così come proposto va accolto e conseguentemente va annullato l'impugnato verbale di contestazione.
Sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese di processo, atteso che l'annullamento é disposto ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 23 della legge nr. 689/81, che prevede: " Il giudice accoglie l'opposizione quando non vi sono prove sufficienti della responsabilità dell'opponente."

P.Q.M.

il giudice di Pace regg. di Martina Franca, dr. Martino Giacovelli, definitivamente pronunciando sul ricorso proposto dal sig. S. A. e depositato il 09.05.2007, avverso il verbale di contestazione n. ATX …., di registro generale nr. 142/8 del CDS, così decide:
1) Accoglie l'opposizione e dichiara nullo ed illegittimo l'impugnato verbale di contestazione, compresa la sanzione accessoria della decurtazione di due punti e l'annotazione nell'anagrafe nazionali degli abilitati alla guida, ex arto 126 bis del C.d.S.;
2) Dispone, comunque, l'annullamento della sanzione accessoria della decurtazione dei punti sulla patente;
3) Ordina, ove del caso, la cancellazione dei dati immessi nel CED-SDI;
4) compensa tra le parti le spese processuali.
Così deciso a Martina Franca il 21.09.2007
Il Giudice di Pace R. ( dott. Martino Giacovelli)

 

 
Di Teresa Lagreca (del 17/02/2008 @ 17:52:57 in Cultura, linkato 439 volte)

Ebbene si,

la Polaroid ha annunciato la chiusura, non verranno più prodotti gli apparecchi così come li conoscevamo tutti: fotografie istantanee (qualche minuto), la stampa della foto senza dover andare in un negozio che, se eri fortunato, te la stampava in un'ora.

Oramai Polaroid non serve più.

La fotografia digitale ha preso il sopravvento: ovvia conclusione

Da Polaroid a Polanoid.

Se la Polaroid si adegua ai tempi e intraprende l’unica strada possibile del digitale, nasce il portale POLANOID, creato da un ragazzo viennese e si propone di catalogare qualunque istantanea proposta dai navigatori della rete, creando così un archivio planetario.

Al momento ne sono arrivate oltre 120mila, più di 5mila dall’Italia, grazie a circa 10mila iscritti.

E allora addio vecchia amica...addio strisce nere sugli occhi

 

E’ ormai nota la recente decisione della Suprema Corte - Cass. civ. Sez. II, 29 agosto 2008, n. 21816 – con la quale è stato accolto il ricorso di una automobilista romana che era stata multata per essere passata con il semaforo rosso (dal verbale di contravvenzione dei vigili urbani) la quale aveva chiesto, nel procedimento avanti al Giudice di Pace di Roma al fine di confutare quanto riportato nel verbale di contravvenzione, la prova testimoniale di alcune persone presenti sul posto e che potevano riferire sulla reale dinamica dei fatti, prova non ammessa dal Giudice romano sulla convinzione (errata) che il verbale di accertamento di una violazione al Codice della strada stilato dai vigili urbani, fa sempre e comunque piena prova fino a querela di falso.

Invero, è bene ricordare, che la decisione della Cassazione è in linea con l’orientamento della medesima Corte risalente addirittura al 1992, quando le Sezioni Unite - Cass. civ. Sez. Unite, 25 novembre 1992, n. 12545 – ribadivano che “Nel giudizio di opposizione avverso l'ordinanza-ingiunzione irrogativa della sanzione amministrativa il verbale di accertamento dell'infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale rogante come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonché alla provenienza del documento dello stesso pubblico ufficiale ed alle dichiarazioni delle parti, mentre non è necessario, in applicazione della disciplina di cui agli art. 2699 e 2700 c. c., l'esperimento del detto rimedio della querela qualora la parte intenda limitarsi a contestare la verità sostanziale di tali dichiarazioni ovvero la fondatezza di apprezzamenti o valutazioni del verbalizzante, cui non si estende la fede privilegiata del documento.”

 

In seguito ci sono state altre decisioni nello stesso senso: Cass. 457/2006;

1408/2005, 3522/1999, tutte sentenze che riprendono il percorso logico-giuridico delle sezioni Unite del 1992

 

Ciò che stupisce, dunque, non è tanto il ricorso dell’automobilista accolto dai giudici di Piazza Cavour, ma la necessità e l’onere per il cittadino di dover andare fino in Cassazione per una questione giuridica che il Giudice di pace avrebbe potuto con maggiore attenzione critica, risolvere immediatamente.

 
 

Il verbale di accertamento di infrazione al Codice della strada non possiede efficacia di prova munita di fede privilegiata per quanto attiene ai giudizi valutativi ivi contenuti e alle indicazioni di fatti che, per le modalità del loro svolgimento, non sono stati oggetto di operazioni di verifica e controllo mediante metodi obiettivi e ciò a causa, in tali ipotesi, dei margini di apprezzamento che caratterizzano la percezione sensoriale dell'agente accertatore.

 

Cass. civ. Sez. II, 29 agosto 2008, n. 21816
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
 

V.I. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Giudice di Pace di Roma dep. il 24 gennaio 2005 che aveva rigettato l'opposizione dalla medesima proposta avverso il verbale di contravvenzione elevato per violazione dell'art. dell'art. 146 C.d.S..

Il Giudice di Pace riteneva provato in base al verbale di contravvenzione, che l'opponente aveva proseguito la marcia nonostante che la lanterna semaforica proiettasse al momento del suo passaggio luce rossa.

Non ha svolto attività difensiva l'intimato.

Attivatasi procedura ex art. 375 cod. proc. civ., il Procuratore Generale ha inviato richiesta scritta di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.

Deve, infatti, accogliersi l'unico motivo con cui la ricorrente ha denunciato violazione e falsa applicazione di legge (art. 360 cod. proc. civ., n. 3) nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 cod. proc. civ., n. 5),avendo la sentenza basato il proprio convincimento sull'efficacia fino querela di falso del verbale di contravvenzione, la cui veridicità poteva essere inficiata da un eventuale errore nella percezione della realtà.

Occorre considerare che con riferimento al verbale di accertamento di una violazione del codice della strada, l'efficacia di piena prova fino a querela di falso, che ad esso deve riconoscersi - ex art. 2700 cod. civ., in dipendenza della sua natura di atto pubblico - oltre che quanto alla provenienza dell'atto ed alle dichiarazioni rese dalle parti, anche relativamente "agli altri fatti che il pubblico ufficiale che lo redige attesta essere avvenuti in sua presenza o da lui compiuti", non sussiste nè con riguardo ai giudizi valutativi che esprima il pubblico ufficiale, nè con riguardo alla menzione di quelle circostanze relative a fatti i quali, in ragione delle loro modalità di accadimento repentino, non si siano potuti verificare e controllare secondo un metro sufficientemente obbiettivo, ed abbiano pertanto potuto dare luogo ad una percezione sensoriale implicante margini di apprezzamento, come nell'ipotesi in cui quanto attestato dal pubblico ufficiale concerna non la percezione di una realtà statica (come la descrizione dello stato dei luoghi, senza oggetti in movimento), bensì - come appunto nella specie - l'indicazione di un corpo o di un oggetto in movimento, con riguardo allo spazio che cade sotto la percezione visiva del verbalizzante (Cass. 457/2006; 1408/2005, 3522/1999).

Il giudicante,erroneamente attribuendo efficacia di prova munita di fede privilegiata al verbale di contravvenzione ex art. 2700 cod. civ., ha ritenuto provati i fatti senza compiere i necessari accertamenti, non ammettendo la prova testimoniale articolata dall'opponente.

Il ricorso va accolto;

La sentenza va cassata,con rinvio,anche per le spese della presente fase, al Giudice di Pace di Roma in persona di altro magistrato.


P.Q.M.
 

Accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese della presente fase, al Giudice di Pace di Roma in persona di altro magistrato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 29 agosto 2008

 

Giudice di Pace Recco, sentenza 07.06.2006

...non vi è certezza, in mancanza della taratura dell’apparecchio che ha rilevato la velocità, che la velocità impiegata dal veicolo del ricorrente potesse corrispondere a quella indicata nel verbale. Infatti è da ritenersi che la taratura è l’unico modo per correggere eventuali errori e per verificare che l’incertezza della misurazione della velocità sia contenuta entro i limiti previsti”.

Nella sostanza, il principio qui ribadito è che una rilevazione che sia stata eseguita con apparecchio non debitamente tarato, non può essere considerata attendibile con riguardo alla effettiva velocità misurata e, pertanto, non può offrire certezza né della avvenuta violazione del limite imposto, né, tantomeno, della gravità della eventuale violazione – in base alla quale, come è noto, si determinerà l’entità della sanzione.

GIUDICE DI PACE

RECCO

Sentenza 7 giugno 2006.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL GIUDICE DI PACE DI RECCO

Nella persona dell’Avv. Rodolfo Longo Alaimo ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Sul ricorso ex art. 22 L. 689/81 di XXXXXXX, residente in Xxxxxxx, domiciliato nella cancelleria, rappresentato dall’Avv. Francesca Mazzoni per delega posta in calce all’atto. RICORRENTE

Contro

MININTERNO – Polizia stradale di Genova, rappresentata dal Prefetto di Genova, con delega contenuta nella comparsa di costituzione e risposta. RESISTENTE

Conclusioni. Le parti concludevano come nei rispettivi atti, rispettivamente per l’accoglimento ed il rigetto del ricorso, entrambe con vittoria delle spese di giudizio.

Fatto e svolgimento del processo

Con ricorso regolarmente depositato nella cancelleria, il XXXXXXX, attraverso il proprio procuratore chiedeva al giudice di annullare, previa la sospensione della esecutorietà, il verbale di Polizia stradale di Genova che gli aveva contestato la violazione dell’art. 142/9 del C.d.s. commessa in data 14.10.2005 sull’autostrada A/12 in località Recco e rilevata con l’apparecchio autovelox 104/C2 1552, applicando la sanzione pecuniaria prevista e quella accessoria della detrazione di punti dalla patente di guida. Sosteneva il ricorrente la nullità del verbale per inefficacia ed inidoneità della strumentazione tecnica dell’accertamento, per mancanza della omologazione e della taratura dell’apparecchiatura. Richiamava ai fini dell’accoglimento del ricorso diverse sentenze di altri uffici del giudice di pace e quella del Tribunale di Lodi n. 363/2000. questo Giudice, previa la concessione della richiesta di sospensione della esecutorietà del verbale, fissava l’udienza del 7.6.2006 ordinando alla resistente il deposito della documentazione riguardante il fatto. Si costituiva per la Polizia stradale la Prefettura di Genova, depositando la comparsa di risposta con i vari allegati e contestando il ricorso perché infondato, spiegando che gli apparecchia autovelox adoperati dagli agenti, alla loro presenza, erano regolarmente omologati e che non era prevista la necessità della taratura, non richiesta per la misurazione della velocità, non essendo questa prevista fra le grandezze metrologiche riportate nel D.M. n. 591 del 30.11.1993 e succ. D.l. e non essendo stato ancora identificato in Istituto Metrologico cui conferire la competenza. All’udienza di discussione non compariva il delegato del Prefetto che giustificava l’impedimento con necessità di ufficio, chiedendo tuttavia al giudice di pace di decidere qualora avesse ritenuto la causa matura per la decisione a tal fine ed insistendo nella richiesta di rigetto della domanda. Il giudice invitava il procuratore del ricorrente a discutere la causa. Quest’ultimo vi provvedeva riportando a verbale i motivi del ricorso e la richiesta di annullamento del verbale. Sulle conclusioni risultanti dagli atti ed a verbale, il giudice decideva come da dispositivo che leggeva in aula.

Motivi del decidere

Il ricorso del Sig. XXXXXXX è fondato e sarà accolto dal Giudice. La prefettura di Genova, attraverso la copiosa documentazione depositata con la comparsa di risposta, ha chiesto al giudice di respingere la domanda in quanto essa, nell’applicazione delle norme contenute nei decreti ministeriali e degli uffici addetti alla materia, sostiene che gli apparecchi rilevatori della velocità, omologati e revisionati ed adoperati in presenza degli agenti accertatori, non hanno bisogno di taratura; non essendo tale misura prevista tra le grandezze metrologiche riportate in alcuni decreti legislativi, citati nella comparsa di risposta. Il giudicante, che in passato ha accolto tali motivi di difesa, recentemente non è più convinto della loro fondatezza giuridica; e confortato da altre sentenze di accoglimento di analoghe domande da parte di altri uffici, con le sue decisioni n. 115/2006 e 120/2006, si è recentemente uniformato alle dette sentenze; motivandole nel senso che la rilevazione della velocità a mezzo apparecchiature elettroniche deve essere condotta secondo rigorose procedure “accertabili” e non lasciare al libero arbitrio e totale discrezionalità degli agenti accertatori. Lo stesso C.d.s. all’art. 345 del reg. prevede che le apparecchiature in questione devono essere costruite in modo da raggiungere lo scopo di verificare la velocità dei veicoli in modo chiaro ed accertabile. Ciò viene confermato da quanto disposto dal decreto Dir. Gen. Della motorizzazione n. 1123 che all’art. 4 prevede specificatamente che “ gli organi di P.S. che utilizzano il dispositivo autovelox 104/C2 sono tenuti a verifiche periodiche di taratura secondo quanto previsto dal manuale di istruzioni depositato presso il Ministero e comunque, con un intervallo non superiore ad un anno”. Aggiunge il giudicante che tale verifica deve essere necessariamente riportata anche nel verbale di contestazione insieme a quella, come avviene, della perfetta funzionalità dell’apparecchio. Quanto detto ai fini della indispensabile trasparenza nei riguardi del cittadino, anche per la tutela del suo diritto di difesa. È stato dimostrato, nel corso di istruttorie riguardanti casi similari a quello che stiamo esaminando, che sopralluoghi disposti dal giudice ed effettuati da CTU hanno accertato che gli apparecchi non sottoposti alla taratura, hanno rilevato degli scostamenti tra la velocità del veicolo e quella accertata nella misura del 15-20%, ben lontana dalla tolleranza che viene applicata nella misura del 5% nei verbali che contestano l’eccesso di velocità. Questa considerazione di per se stessa giustifica la preoccupazione che, in caso di errata misurazione della velocità, potrebbe trovare applicazione la più severa sanzione prevista dall’art. 142/9 con l’automatica aggiunta di quelle accessorie anziché quella più mite di cui all’art. 142/8. inoltre, mentre negli altri paesi della Comunità Europea la taratura è eseguita presso istituti metrologici accreditati, nel nostro paese, come notorio e riferito dagli organi di stampa, ciò ancora ed inspiegabilmente non avviene; nonostante l’esistenza del SIT, Servizio di Taratura, al quale non è stato ancora dato incarico di precedere all’incombenza. Le numerose recenti circolari ministeriali e le copiose sentenze e meno recenti, in particolare quella richiamata da ricorrente, del Tribunale di Lodi n. 363/2000 hanno convinto il giudicante della fondatezza del ricorso; in quanto non vi è certezza, in mancanza della taratura dell’apparecchio che ha rilevato la velocità, che la velocità impiegata dal veicolo del ricorrente potesse corrispondere a quella indicata nel verbale. Infatti è da ritenersi che la taratura è l’unico modo per correggere eventuali errori e per verificare che l’incertezza della misurazione della velocità sia contenuta entro i limiti previsti. L’accoglimento della domanda non comporterà per la resistente il pagamento delle spese di giudizio che il giudice, per giusti motivi di convenienza ed opportunità, compenserà integralmente.

PER QUESTI MOTIVI

IL GIUDICE DI PACE DI RECCO

ACCOGLIE la domanda di XXXXXXX ed ANNULLA il Verbale della Polizia stradale di Genova opposto. Compensa tra le parti le spese del giudizio.

Così deciso in Recco 7.6.2006.

 
Di Teresa Lagreca (del 08/10/2007 @ 16:01:58 in Codice strada, linkato 4169 volte)

Diciamolo chiaro e tondo: questi photored sono apparecchiature che non ci piacciono proprio.

Sono lì fermi, immutabili nella loro ottusità, scattando foto su foto senza essere capaci di distinguere tra chi commette una reale infrazione al codice della strada e chi, invece, è ossequioso delle norme

Eh si, perché in caso di coda di autoveicoli, che non consenta al mezzo che abbia legittimamente impegnato l’incrocio, di attraversarlo tempestivamente, loro la fotografia te la fanno lo stesso.

Certamente, tanto il traffico e la fila di macchine in città è un evento così raro e saltuario, che questa ipotesi è così cavillosa, che solo il pregiudizio di un avvocato poteva idearla.

Le multe elevate tramite photored, sono nulle (quasi) sempre.

La Corte di cassazione civile , sezione II, sentenze n. 23301/2005 e n. 8465/2006, è tornata a ribadire un concetto per noi già conosciuto (evidentemente non per gli Enti comunali ovvero per i Comandi dei vigili urbani) che l’assenza degli agenti nella prossimità dell’apparecchiatura photored, rende del tutto insussistente la rilevazione operata dalla predetta apparecchiatura, poiché la fotografia scattata del presunto passaggio con il semaforo rosso dell’incrocio, non attesta l’effettivo passaggio e violazione delle norme sulla circolazione.

Dice bene la suprema corte, quando ricorda che nel Codice della strada vige la regola generale della contestazione immediata della violazione stradale, ad eccezione dei casi espressamente previsti nello stesso Codice dagli articoli 200 e 201 nonché dall’articolo 384 del Regolamento di esecuzione.

In caso di rilevazione dell’attraversamento dell’incrocio con semaforo rosso determinata da apparecchi photored, l’assenza sul posto degli agenti, determina l’impossibilità della contestazione immediata con ciò violando le norme di legge.

L’art. 384, lettera d, del Regolamento di esecuzione, che prevede il caso di impossibilità della contestazione immediata proprio nel caso di attraversamento dell’incrocio con il semaforo rosso, ha natura regolamentare e pertanto e subordinata alla previsione legislativa della contestazione immediata, ma, soprattutto, è la stessa norma regolamentare a non prevedere la possibilità dell’assenza degli agenti sul posto!

Secondo la Cassazione, quindi, non soltanto quelle multe sono nulle in caso di assenza sul posto degli agenti per contrasto con disposizioni di legge, ma anche per la ragione – non secondaria – che solo loro possono essere in grado di verificare le concrete situazioni in cui opera l’apparecchiatura di rilevamento photored, andando a distinguere, quelle reali situazioni di violazione al Codice della strada, da quelle solo apparenti, dovute, appunto, da situazioni contingenti, come l’eccessivo traffico di transito nell’incrocio interessato.

Infine è da ricordare che per rilevare il transito con semaforo rosso mediante l'apparecchiatura photored, è necessario che siano scattati, per ogni infrazione, almeno due fotogrammi, di cui uno all'atto del superamento della linea d'arresto e l'altro, quando il veicolo trasgressore si trova circa al centro dell'intersezione controllata.

In tal senso, spiega bene il giudice di pace di Taranto.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il giudice di Pace di Taranto, dr. Martino Giacovelli, ha emesso la seguente

SENTENZA

nel ricorso, iscritto al n° R. G. 6534/2003, avente ad oggetto: Opposizione a verbale di contestazione per infrazioni alle norme del C.d.S. per l’importo complessivo di € 147,28, promossa da:

XXXXXX XXXXXX nata a xxxxx (Taranto) il xxxxxxx ed ivi residente alla Via xxxxxx n. 4 elettivamente domiciliato in Massafra, Piazza xxxxx presso lo studio dell'Avv. xxxxxxxx, dal quale è rappresentata e difesa in virtù di mandato a margine dell’atto di opposizione opponente

contro

COMUNE DI XXXXXXX, in persona del sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’avv. xxxxxx xxxxxxx, giusta procura ad lites in calce alla copia del ricorso notificato, conferita in esecuzione della delibera della Giunta Municipale n. 78 dell’11.03.2004, esibita in atti Opposto

Conclusioni per l’opponente:

“ il Giudice di Pace adito, contrariis reiectis, Voglia :a) dichiarare illegittimo l'accertamento effettuato e conseguentemente annullare il verbale di violazione n. PH 3040/2003 redatto dalla Polizia Municipale di xxxxxx in data 22.10.2003, relativo alla violazione al C.d.S. in data 27.07.2003, rendendolo inesigibile e privo di effetti giuridici conseguenti; b) ordinare la cancellazione dei dati immessi nel CED-SDI; c) condannare il Comune di Massafra al pagamento delle spese e competenze di lite all'avv.xxxxxx xxxx anticipatario; d) in subordine confermare la sanzione pecuniaria in misura ridotta senza la segnalazione della patente di guida e la decurtazione dei sei punti sulla patente di guida.”

Conclusioni per il Comune opposto:

“...“...rigetto dell’opposizione proposta perché infondata in fatto e diritto, con ogni conseguenza in ordine alle spese di lite. ”

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto depositato in data 22.12.2003 la sig.ra Xxxxx Xxxxx impugnava il verbale di contestazione di violazione n. PH 3040/2003 redatto dalla Polizia Municipale di Xxxx in data 22.10.2003, relativo alla violazione al C.d.S. in data 27.07.2003, con il quale gli era stata contestata la violazione dell'art. 41 in relazione all'art. 146, comma 3, c.d.s. “ perché il giorno 27.07.2003 alle ore 18,02 con l'auto “ Mitsub. “ targata XXXXXX superava la linea di arresto e proseguiva la marcia nonostanteil semaforo proiettasse luce rossa nella sua direzione .... in seguito alle risultanze fornite dalla doppia documentazione fotografica prodotta dall'apparecchiatura a postazione fissa per il rilevamento automatico delle infrazioni a semaforo rosso Photored F17A, omologata dal Ministero dei Lavori Pubblici con Decreto n. 3653 del 18.11.1996, esteso con decreto n. 430 del 27.10.2000, verificata per quanto attiene il corretto funzionamento e installata presso l'impianto semaforico sito in Xxxxx, intersezione “ Via Taranto -Viale Magna Grecia.”

Detta violazione veniva rilevata a seguito delle fotografie effettuate a mezzo apparecchiatura elettronica “PHOTORED F 17A.”

Eccepiva l’opponente a sostegno della nullità del verbale impugnato diversi motivi: la mancanza della contestazione immediata, la mancata presenza dell'agente accertatore sul luogo della contestazione, l'inefficacia e inidoneità della strumentazione tecnica dì accertamento dellapresunta violazione, la mancata segnalazione all'utente sulla presenza dello strumento di controllo in violazione all’art.77 Reg. cds, l'inattendibilità del rilevamento elettronico, attesa la mancanza di certezza del passaggio dell'autovettura con il segnale rosso, la mancanza degli elementi indispensabili per la validità del verbale, l’inadeguatezza dell’omologazione precedente e la necessità che la Pubblica Amministrazione provvedesse ad effettuare un’omologazione consona alla utilizzata strumentazione tecnica di accertamento remoto; lesione del diritto di difesa, la mancanza degli elementi indispensabili per la validità del verbale, la omessa stesura della relazione di notificazione del verbale.

Disposta la comparizione delle parti, il Comune di Xxxxx si costituiva in giudizio per mezzo dell’Avv. XXX, il quale provvedeva al deposito della documentazione prescritta dall'art. 23 della legge n. 689/81 e ritualmente richiesta con il decreto che fissava la data dell'udienza per la comparizione delle parti e depositava all’udienza del 18.03.2004 una memoria difensiva nella quale contestava tutto quanto dedotto dall'opponente, facendo peraltro particolarmente rilevare: - la legittimità dell'accertamento fatto dal Photored F17A; la mancanza di prova dei fatti dedotti dall'opponente; la non necessaria presenza dell'agente in occasione dell'accertamento dell'infrazione effettuata con lo strumento di controllo de quo, rientrante quest'ultimo nella disponibilità dell'Ente; l'efficace prova dei rilievi fotografici si fini dell'accertamento, giusta sentenza della Corte di Cassazione del 20.3.98, n. 2952 e, quindi il regolare funzionamento dell'apparecchiatura; la presenza nel verbale degli estremi precisi e dettagliati della violazione; l'ininfluenza della mancata contestazione immediata, dato che la contestazione era stata commessa dopo l'emanazione delle nuove disposizioni del decreto-legge n. 151/2003, convertito in legge.

L’opponente ne prendeva atto e insisteva nella sua richiesta di annullamento del verbale impugnato con vittoria di spese

La causa era regolarmente istruita con produzione di documentazione da parte dell’opponente (verbale di infrazione) e da parte della p. a. interessata ( n. due fotogrammi del luogo considerato).

Dopo la discussione, la causa era immediatamente decisa all’udienza del 15 luglio 2004, sulla scorta della documentazione acquisita agli atti, come da separato dispositivo che veniva letto in udienza, riservando la motivazione della sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Si rileva preliminarmente l'ammissibilità del presente ricorso, pur in assenza del versamento della cauzione, attesa l'intervenuta pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato in data 05.04.2004 con sentenza n. 114 1'incostituzionalità dell'art. 204 bis del vigente codice della strada nella parte in cui imponeva il deposito di una cauzione, nel merito l'opposizione è fondata e va, pertanto, accolta.

Il verbale oggetto del presente ricorso e l'accertamento che esso presuppone si fondano esclusivamente sulle risultanze dell'apparecchiatura PHOTORED F 17 A dalle quali non si evince con chiarezza il momento in cui il veicolo del ricorrente abbia superato la linea di arresto con il semaforo che proiettante la luce rossa.

In particolare, non vi è prova certa sulla responsabilità dell’opponente nel caso di specie, atteso che, al momento della contestazione dell’infrazione, il Photored F17 era ancora omologato ai sensi del precedente decreto del 27 gennaio 2000- Prot. 430 del Ministero dei Lavori Pubblici, per il quale era richiesto necessariamente la presenza dell'operatore di Polizia Municipale per la lettura e trascrizione manuale delle targhe .Tra l’altro, con la nuova omologazione del citato strumento ( avvenuta con D.M. 18 marzo 2004 -prot. 1130- Ministero Lavori Pubblici) è necessario che " siano scattati, per ogni infrazione, almeno due fotogrammi, di cui uno all'atto del superamento della linea d'arresto e l'altro, quando il veicolo trasgressore si trova circa al centro dell'intersezione controllata". Ebbene, dalla copia dei fotogrammi prodotti non si evincono tali rilievi: risulta, in particolare, che la presenza dell’autovettura dell’opponente é rilevata nell’area di intersezione con il semaforo proiettante la luce rossa, ma non è certo il momento in cui abbia superato la linea di arresto, non essendo questa riportata nei due rilievi fotografici.

E' evidente, di conseguenza, l’insufficienza della sola documentazione fotografica a costituire piena prova dell'avvenuta violazione dell'art. 146 comma 3° del codice della strada.

Per le suesposte ragioni, ritenuti assorbiti tutti gli altri motivi di nullità eccepiti dall’opponente, il ricorso merita accoglimento con il conseguente annullamento del verbale impugnato e di tutti gli atti dipendenti dal verbale medesimo.

Relativamente alla richiesta di spese avanzate dall’opponente, le stesse per giusti motivi di ordine sostanziale vanno compensate.

La Suprema Corte ha statuito che: “In tema di regolamento delle spese processuali, i giusti motivi per la compensazione delle stesse (art. 92, comma 2 c.p.c.) non solo possono sussistere anche nei confronti della parte totalmente vittoriosa, atteso che essi non presuppongono necessariamente la reciproca soccombenza, ma, corrispondendo ad una valutazione discrezionale del giudice della massima ampiezza, non necessitano di specifiche enunciazioni, con la conseguenza dell'incensurabilità in Cassazione del relativo potere, salvo che, qualora i motivi stessi siano esplicitati, la loro indicazione risulti illogica od erronea. (Cassazione civile sez. lav., 4 .01 1995, n. 79)

Sussistono, quindi, motivi di giustizia sostanziale per la compensazione delle spese in presenza di giusti motivi,

 
P.Q.M.

il Giudice di Pace di Taranto, definitivamente pronunciando sull’atto di opposizione, depositato dalla sig.ra Xxxxx Xxxxx, così decide:

“ 1) accoglie il ricorso proposto dalla sig.ra Xxxxx Xxxxx, depositato il 22.12.2003 avverso il verbale di contestazione di violazione n. PH 3040/2003 redatto dalla Polizia Municipale di Xxxxxx (TA) in data 22.10.2003, relativo alla violazione al C.d.S. in data 27.07.2003;

2) di conseguenza annulla il verbale impugnato;

3) compensa le spese di giudizio integralmente per giusti motivi.

Così deciso a Taranto il giorno 15 luglio 2004 Il Giudice di Pace

 

Una Sig.ra di Reggio Emilia, mentre sostava lungo una via con divieto di fermata e di sosta dei veicoli, veniva multata per divieto di sosta, appunto, da un vigile urbano che al momento della contestazione si trovava a bordo della propria autovettura, non in divisa né impegnato nella regolamentazione del traffico.

Nonostante l’agente fosse lì davanti a lei e la vettura della signora ferma, l’infrazione non veniva contestata immediatamente.

Con sentenza 29/10/2003 il giudice di pace di Reggio Emilia accoglieva l'opposizione della Signora ed annullava il verbale impugnato osservando che a norma dell'art. 183 reg. C.d.S., gli agenti preposti alla regolazione del traffico e gli organi di polizia stradale di cui all'art. 12 del codice citato, quando operano sulla strada devono essere visibili a distanza mediante l'uso di appositi capi di vestiario o dell'uniforme.

Il Comune di Reggio Emilia ricorreva per Cassazione, ma il giudice di legittimità rigettava il ricorso.

Ciòposto va osservato che, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, gli appartenenti alla Polizia Municipale, ai sensi dell'art. 57 cod. proc. civ., hanno la qualifica di agenti di polizia giudiziaria soltanto nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza e limitatamente al tempo in cui sono in servizio e ciò a differenza di altri corpi (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc.) i cui appartenenti operano su tutto il territorio nazionale e sono sempre in servizio. Il riconoscimento di tale qualifica è quindi subordinata alla limitazione spaziale che i detti agenti si trovino nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza ed alla condizione che siano effettivamente in servizio (sentenza 13/4/2001 n. 5538).

Nella specie, come risulta in fatto da quanto riportato nella sentenza impugnata e da quanto ammesso dallo stesso Comune ricorrente, il verbale di contestazione in questione è stato redatto da un agente della polizia municipale di Reggio Emilia "in abiti civili e fuori dal servizio di vigilanza che si trovava a bordo della propria autovettura nel flusso del traffico". Quindi l'agente di polizia municipale nel momento dell'accertamento dell'infrazione contestata alla S. non rivestiva la qualifica di agente della P.G. come invece sostenuto dal Comune nella tesi posta a base del motivo di ricorso in esame che deve di conseguenza essere disatteso.

 

Cass. civ. Sez. II, 03-03-2008, n. 5771

Svolgimento del processo
 

S.S. proponeva opposizione avverso il verbale di contestazione, redatto dalla Polizia Municipale di Reggio Emilia e notificato ad essa opponente quale proprietaria del veicolo, per violazione dell'art. 158 C.d.S.. La S. eccepiva tra l'altro che l'infrazione non era stata immediatamente contestata e che l'agente accertatore si trovava a bordo della propria autovettura in abiti borghesi.

La Polizia Municipale di Reggio Emilia, costituitasi, chiedeva il rigetto dell'opposizione sostenendone l'infondatezza.

Con sentenza 29/10/2003 il giudice di pace di Reggio Emilia accoglieva l'opposizione ed annullava il verbale impugnato osservando: che, a norma dell'art. 183 reg. C.d.S., gli agenti preposti alla regolazione del traffico e gli organi di polizia stradale di cui all'art. 12 del codice citato, quando operano sulla strada devono essere visibili a distanza mediante l'uso di appositi capi di vestiario o dell'uniforme; che, ai sensi della L. n. 65 del 1986, art. 1, Comuni sono obbligati ad adottare un regolamento comunale del servizio di polizia municipale che deve contenere disposizioni intese a stabilire che le attività vengano svolte in uniforme o in abito civile solo se necessario per l'espletamento del servizio e previa autorizzazione; che nella specie la contravvenzione era stata accertata da un agente in abiti civili, fuori dal servizio di vigilanza e che si trovava a bordo della propria autovettura; che pertanto la contravvenzione era stata elevata in violazione delle citate norme per cui doveva ritenersi illegittima.

La cassazione della sentenza del giudice di pace è stata chiesta dal Comune di Reggio Emilia con ricorso affidato a due motivi. L'intimata S.S. non ha svolto attività difensiva in sede di legittimità.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso il Comune di Reggio Emilia denuncia violazione dell'art. 183 reg. esec. C.d.S. e della L. n. 65 del 1986, art. 4, nonchè vizi di motivazione, deducendo che l'utilizzo dell'uniforme da parte degli agenti e degli organi di polizia stradale di cui all'art. 12 C.d.S. è richiesto solo durante lo svolgimento delle operazioni e dei servizi previsti dall'art. 11 C.d.S.. Nella specie al momento della contestazione in questione l'agente accertatore e verbalizzante si trovava a bordo della propria autovettura e non era impegnato nella regolamentazione del traffico per cui è del tutto insussistente l'asserita violazione del citato art. 183 reg. esec. C.d.S.. Infatti occorre distinguere le differenti funzioni che gli appartenenti alla polizia municipale rivestono in quanto differente è la relativa disciplina normativa. In particolare la disciplina per l'espletamento della funzione di polizia locale è dettata dalla citata L. n. 65 del 1965, art. 4, che prescrive determinati limiti (tra i quali l'obbligo dell'uniforme nello svolgimento della funzione di polizia locale). Il detto articolo nulla dispone in merito alle differenti funzioni di polizia giudiziaria, di polizia stradale e di pubblica sicurezza svolte dagli appartenenti alla polizia municipale previste dalla L. n. 65 del 1986, art. 5. Gli agenti di polizia municipale sono quindi sempre in servizio senza limiti di tempo quando svolgono le indicate altre funzioni indipendentemente dal fatto che indossino o meno l'uniforme.

Di conseguenza al momento dell'accertamento dell'infrazione in questione l'agente era legittimato alla redazione del verbale opposto in quanto rivestiva la qualifica di agente di polizia stradale e non aveva l'obbligo di indossare la divisa.

Le dette censure sono infondate.

Occorre premettere che effettivamente, in virtù del combinato disposto della L. n. 689 del 1981, art. 13 e L. n. 65 del 1986, art. 1, i vigili della polizia municipale sono competenti all'accertamento di tutte le violazioni punite con sanzioni amministrative: alla polizia municipale sono altresì attribuite, in virtù della L. n. 65 del 1986, art. 5, funzioni di polizia giudiziaria.

Gli agenti ed ufficiali di polizia municipale, pertanto, in conformità della regola generale stabilita dalla L. n. 689 del 1981, art. 13, in tema di accertamento delle sanzioni amministrative pecuniarie, in quanto organi di polizia giudiziaria con competenza estesa all'intero territorio comunale, hanno il potere di accertare le violazioni in materia di circolazione stradale punite con sanzioni amministrative pecuniarie in tutto tale territorio.

Va aggiunto che l'art. 57 c.p.p., indica fra gli agenti e ufficiali di polizia giudiziaria "le guardie dei comuni", con competenza "nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza".

Quanto alle specifiche disposizioni del codice della strada, l'art. 11, al comma 1, elenca così i servizi di polizia stradale: a) prevenzione e accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale; b) rilevazione degli incidenti stradali; c) predisposizione ed esecuzione dei servizi diretti a regolare il traffico; d) scorta per la sicurezza della circolazione; e) tutela e controllo dell'uso della strada.

Lo stesso art. 11, al comma 3, dispone che "ai servizi di polizia stradale provvede il Ministero dell'interno, salve le attribuzioni dei Comuni per quanto concerne i centri abitati. Al Ministero dell'interno compete, altresì, il coordinamento dei servizi di polizia stradale da chiunque espletati".

Il successivo art. 12, al comma 1, demanda l'espletamento dei servizi di polizia stradale, fra gli altri, "ai corpi ed ai servizi di polizia municipale, nell'ambito del territorio di competenza" il quale, come si è detto, ai sensi della L. n. 65 del 1986, art. 4, è costituito dall'intero territorio comunale.

Ciò posto va osservato che, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, gli appartenenti alla Polizia Municipale, ai sensi dell'art. 57 cod. proc. civ., hanno la qualifica di agenti di polizia giudiziaria soltanto nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza e limitatamente al tempo in cui sono in servizio e ciò a differenza di altri corpi (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc.) i cui appartenenti operano su tutto il territorio nazionale e sono sempre in servizio. Il riconoscimento di tale qualifica è quindi subordinata alla limitazione spaziale che i detti agenti si trovino nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza ed alla condizione che siano effettivamente in servizio (sentenza 13/4/2001 n. 5538).

Nella specie, come risulta in fatto da quanto riportato nella sentenza impugnata e da quanto ammesso dallo stesso Comune ricorrente, il verbale di contestazione in questione è stato redatto da un agente della polizia municipale di Reggio Emilia "in abiti civili e fuori dal servizio di vigilanza che si trovava a bordo della propria autovettura nel flusso del traffico". Quindi l'agente di polizia municipale nel momento dell'accertamento dell'infrazione contestata alla S. non rivestiva la qualifica di agente della P.G. come invece sostenuto dal Comune nella tesi posta a base del motivo di ricorso in esame che deve di conseguenza essere disatteso.

Con il secondo motivo il Comune ricorrente denuncia vizi di motivazione deducendo che il giudice di pace non ha esaminato nel merito la fondatezza della contestazione e la sussistenza dei fatti posti a base di tale contestazione.

Dal rigetto del primo motivo deriva logicamente l'infondatezza del secondo posto che correttamente il giudice di pace - annullato il verbale di contestazione impugnato per le ragioni sopra esposte - non ha esaminato nel merito i motivi di opposizione relativi alla sussistenza o meno dei fatti contestati nel verbale in questione.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato. Non si deve provvedere sulle spese perchè l'intimata S.S. non ha svolto attività difensiva in questa sede di legittimità.

P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 5 luglio 2007.

Depositato in Cancelleria il 3 marzo 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 19/06/2008 @ 13:40:57 in Codice strada, linkato 529 volte)

E’ possibile pretendere dal conducente di un ciclomotore alla guida senza casco, che il vigile urbano a piedi, dunque senza vettura di servizio a disposizione o altro mezzo equivalente, debba inseguirlo – evidentemente di corsa – per procedere alla contestazione immediata dell’art. 171 C.d.S. ossia guida senza l’uso del casco protettivo ?

 

Direi proprio di no !

 

Il Prefetto di Caserta sostiene che le ipotesi previste dal Codice della strada di impossibilità alla contestazione immediata, non sono casi da intendersi in forma tassativa e che pertanto, nel caso di specie, era impensabile l'inseguimento di un conducente di ciclomotore - circolante senza l'uso del casco - da parte dell'agente accertatore operante a piedi; che era pertanto infondata la tesi dell'opponente secondo il quale il verbale impugnato era illegittimo per la mancata contestazione immediata.  

Eppure il caso arriva fino agli ermellini di Piazza Cavour a Roma.

Cass. civ. Sez. II, 21-05-2008, n. 12865
Svolgimento del processo

C.D. ha impugnato per cassazione la sentenza 25/10/2002 con la quale il Giudice di pace di Caserta rigettava l'opposizione proposta da esso ricorrente avverso l'ordinanza ingiunzione emessa dal Prefetto di Caserta contenente l'irrogazione di sanzione amministrativa pecuniaria per violazione dell'art. 171 C.d.S., accertata dalla Polizia Municipale di Caserta. Con la detta sentenza il Giudice di pace osservava: che la fattispecie in esame rientrava tra i casi di materiale impossibilità di contestazione immediata dell'infrazione elencati dall'art. 384 reg. C.d.S., a norma dell'art. 201 C.d.S.; che, infatti, era impensabile l'inseguimento di un conducente di ciclomotore - circolante senza l'uso del casco - da parte dell'agente accertatore operante a piedi; che era pertanto infondata la tesi dell'opponente secondo il quale il verbale impugnato era illegittimo per la mancata contestazione immediata.

L'intimato Prefetto di Caserta non ha svolto attività difensiva in sede di legittimità.


Motivi della decisione
 

Con i due motivi di ricorso C.D. denuncia:

a) violazione dell'art. 132 c.p.c., n. 4, e dell'art. 118 disp. att. c.p.c., deducendo che la motivazione della sentenza impugnata è inesistente, insufficiente e contraddittoria con riferimento al punto decisivo della controversia relativo alla possibilità della contestazione immediata dell'infrazione. Ad avviso del ricorrente l'agente accertatore, al contrario di quanto ritenuto dal Giudice di pace, ben avrebbe potuto fermare il trasgressore intimando l'alt con il fischietto in dotazione. Nella specie, peraltro, si trattava di fermare un ciclomotore - che non può superare 45 km. orari - per cui non era impossibile fermare il veicolo tenuto anche conto delle caratteristiche di tempo e di luogo della asserita infrazione;

b) violazione dell'art. 200 C.d.S., e art. 384 reg. C.d.S., sostenendo che le notifica del verbale di contestazione di infrazioni al C.d.S., è legittima solo quando la contestazione immediata è impedita da particolari circostanze indicate nello stesso verbale e del tutto imprevedibili al momento dell'organizzazione del servizio di vigilanza. Irrilevante è quindi che l'agente accertatele si trovi a piedi non rientrando tale circostanza tra quelle indicate nell'art. 384 reg. C.d.S.. Il verbale deve comunque contenere l'indicazione delle circostanze del caso concreto impeditive della contestazione immediata. Nella specie tali circostanze non sono state indicate nel verbale nel quale si fa solo riferimento alla necessità di garantire la sicurezza della circolazione stradale. L'agente accertatore ben avrebbe potuto fermare il ciclomotore in questione senza il sorgere di alcun pericolo. Il Giudice di pace si è inoltre posto contro una precedente sentenza di altro Giudice di pace di Caserta il quale in una fattispecie simile ha annullato il verbale per non essere stata immediatamente contestata l'infrazione. Si è così creata una disparità di trattamento in violazione dell'art. 3 Cost..

La Corte rileva l'infondatezza delle dette censure che possono essere esaminate congiuntamente per la loro stretta connessione ed interdipendenza riguardando tutte, quale più quale meno e con riferimento anche al profilo motivazionale, la stessa questione della sussistenza o meno nel caso di specie delle ipotesi di esenzione dell'obbligo della contestazione immediata.

Occorre premettere che, in tema di violazioni del C.d.S., la contestazione immediata imposta dall'art. 201 C.d.S., ha un rilievo essenziale per la correttezza del procedimento sanzionatorio e svolge funzione strumentale alla esplicazione del diritto di difesa del trasgressore; la limitazione del diritto di conoscere subito l'entità dell'addebito può trovare giustificazione solo in presenza di motivi che la rendano impossibile: pertanto tali motivi devono essere espressamente indicati nel verbale.

Infatti, a norma dell'articolo 201 C.d.S., "qualora la violazione non possa essere immediatamente contestata, il verbale, con gli estremi precisi e dettagliati della violazione e con la indicazione dei motivi che hanno reso impossibile la contestazione immediata, deve, entro centocinquanta giorni dall'accertamento, essere notificato all'effettivo trasgressore o.........".

Peraltro l'art. 385 reg. C.d.S., dispone testualmente: "Modalità della contestazione non immediata (art. 201 C.d.S.). 1 Qualora la contestazione, nelle ipotesi di cui all'art. 384, non abbia potuto aver luogo all'atto dell'accertamento della violazione, l'organo accertatele compila il verbale con gli elementi di tempo, di luogo e di fatto che ha potuto acquisire specificando i motivi per i quali non è stato possibile procedere alla contestazione immediata......".

Va aggiunto che l'individuazione, contenuta nell'art. 384 reg. esec. C.d.S., delle ipotesi in cui è consentita la mancata contestazione immediata della infrazione - che costituisce requisito di legittimità dei successivi atti del procedimento sanzionatorio - non ha carattere tassativo ma esemplificativo, sicchè ben possono ricorrere casi ulteriori in cui una tale impossibilità sia ugualmente ravvisabile purchè la circostanza impeditiva addotta risulti dal verbale di accertamento ed abbia una sua intrinseca logica. Dunque nessun vizio di legittimità è riscontrabile nel caso di sussistenza di un'impossibilità di contestazione immediata dell'infrazione non rientrante in una delle ipotesi espressamente indicate nel citato art. 384.

Nella specie, come riportato in fatto nello stesso ricorso, nel verbale di contestazione notificato al C. venne espressamente precisato che la contestazione immediata dell'accertata infrazione non era stata possibile in quanto "il veicolo non poteva essere fermato in tempo utile e nei modi regolamentari, al fine di garantire la sicurezza della circolazione stradale".

Si tratta - come ineccepibilmente e ragionevolmente ritenuto dal giudice di pace con argomenti coerenti e logici, sia pur sintetici, collegati alle concrete modalità del fatto come riportate nel verbale impugnato - di una motivazione valida e logicamente plausibile e non meramente apparente oltre che basata sulla valutazione di una situazione in fatto ( agente accertatore non motorizzato) e su un giudizio sulla possibilità di fermare o di inseguire il veicolo in questione (in considerazione della detta situazione ) rimessi al Giudice del merito e che non è possibile formulare in sede di legittimità.

Va poi osservato - con riferimento a quanto sostenuto dal C. nel secondo motivo di ricorso in relazione all'obbligo di organizzare il servizio di vigilanza in modo tale da rendere possibile in ogni momento, in tempo utile e in modo regolamentare la contestazione immediata della violazione accertata - che, come questa Corte ha avuto modo di affermare in tema di violazioni del C.d.S., e di mancata contestazione immediata della violazione, non è consentito al giudice un apprezzamento al riguardo dell'organizzazione del servizio come predisposta in concreto dagli agenti accertatori, risolvendosi una tale valutazione in una inammissibile ingerenza nel "modus operandi" della p.a., in linea di principio non sindacabile dal Giudice ordinario (sentenze 1/2/2007 n. 2206; 7/11/2003 n. 16713).

E' appena il caso di evidenziare infine l'assoluta irrilevanza del richiamo operato dal ricorrente ad altra pronuncia di segno contrario - emessa da diverso magistrato dell'ufficio del Giudice di pace di Caserta - che nessuna influenza o incidenza neanche indiretta può avere nella controversia in esame.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato. Non si deve provvedere sulla spese perchè l'intimata Prefettura di Caserta non ha svolto attività difensiva in questa sede di legittimità.


P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 11 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 12/06/2008 @ 13:25:22 in Codice strada, linkato 431 volte)

Un veicolo tampona lievemente il paraurti posteriore della vettura che precede.

Il tamponamento non è grave, né particolarmente violento: entrambi i veicoli, difatti, non riportano alcuna deformazione del paraurti e della carrozzeria.

La vettura che aveva incidentalmente innescato il tamponamento, prosegue la propria marcia. Identificato in un secondo momento colui che ne era alla guida, quest’ultimo viene rinviato a giudizio per il reato previsto dall’art. 189 commi 6 e 7 del Codice della strada perché aveva omesso “l'obbligo di fermarsi e di prestare l'assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona.

Alla conclusione del processo, l’imputato verrà assolto.

La decisione del Tribunale di Bari, sezione II sentenza n. 170/2008 Giudice Monocratrico Dott. De Felice, è molto interessante in quanto apre ad una interpretazione dell’art. 189 del C.d.S., meno rigida ed eccessivamente estensiva, di quella fatta propria dalla Corte di  Cassazione, la quale spesso commenta l’art. 189 C.d.S. nel senso che sempre e comunque è obbligatorio fermarsi.

 
Accade.
 

Certamente il dolo deve investire non solo l'evento dell'incidente, ma anche il danno alle persone.

La sussistenza del dolo, ossia la consapevolezza per l’imputato di aver determinato con la propria condotta quel fatto penalmente rilevante, ben può essere desunta dalle modalità allorché esse siano tali da far ragionevolmente supporre una probabilità di danno alle persone, di talché può ravvisarsi il necessario elemento psicologico sia quando l’agente si sia reso conto della presenza di persone ferite, sia quando il ferimento delle stesse debba essere ragionevolmente ritenuto a seguito della particolare violenza e gravità dell’incidente stradale.

 

Ne consegue che l’imputato, in assenza della prova certa dell’elemento psicologico, anche a titolo di mero dolo eventuale, deve essere assolto dalle ipotesi delittuose contestate.

Nella specie un sinistro stradale le cui modalità non sono state tali da indurre l’imputato a ritenere come ragionevole, la probabilità della presenza di feriti a bordo dell’autovettuta tamponata.

 
Di Teresa Lagreca (del 09/03/2008 @ 12:51:12 in Codice strada, linkato 1783 volte)

Ho letto finalmente una sentenza intelligente.

Una sentenza coraggiosa.

Disapplicazione da parte del giudice ordinario, dell'atto amministrativo vigente al momento dell'accertamento dell'infrazione, in quanto viziato da eccesso di potere e, perciò, illegittimo in virtù del famoso All. E) artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248

Saranno anni che parlo dell’Allegato E) nelle aule di giustizia e della possibilità di disapplicazione dell’atto amministrativo, ma …. niente … come se parlassi al vento.

E allora veniamo al fatto.

Il Giudice di Pace di Tortona Marco Tiby, accogliendo le ragioni della ricorrente, decide di annullare la sanzione irrogata dalla Polizia stradale Provinciale di eccesso di velocità rilevata tramite Traffiphot III Sr-Phoptor & Project Automation.

La questione, invero, non attiene tanto al rilevatore autovelox ovvero alla sua taratura, quanto alla Ordinanza del Sindaco del Comune con la quale si era stabilito che il limite di velocità per quella strada provinciale, percorsa, appunto, dalla ricorrente, fosse stabilito in Km/h 50 ritenendo sussistenti "gravi rischi per l'incolumità degli utenti stradali in conseguenza della purtroppo frequente rilevata indisciplina nella condotta di guida pur in presenza di esplicita segnaletica stradale";

Di lì a poco, venivano installati due apparecchi fissi per il rilevamento della velocità denominati Traffiphot con lo scopo di accertare le violazioni in entrambi i sensi di marcia (direzione Alessandria e direzione Tortona).

Gli abitanti della zona, tuttavia, davano vita ad un comitato attraverso il quale svolgere un’opera di sensibilizzazione delle istituzioni e delle forze politiche affinché il limite di velocità venisse rivisto, sia perché ritenuto alquanto difficile da rispettare in relazione alle condizioni della strada e delle stesa segnaletica, sia per la sua complessiva irragionevolezza.

In virtù di queste rimostranze, la Provincia di Alessandria, a seguito di un sopralluogo svoltosi nel mese di giugno 2007 alla presenza dei responsabili di tutti i corpi di polizia (Polizia Provinciale, Polizia stradale, Polizia Municipale, Carabinieri) e dei tecnici e funzionari dell'ente, a partire dal 5.11.2007, avrebbe elevato il limite di velocità a 70 Km/h, cosa in effetti avvenuta con Ordinanza n. 772 del 31.08.2007 i cui effetti sarebbero iniziati a decorrere dal 5.11.2007.

Nella domanda proposta al Giudice di Pace, la ricorrente osserva che in merito a detto provvedimento lo stesso dispone l'innalzamento del limite senza particolari motivazioni che non siano quelle di una semplice e asettica verifica dei limiti di velocità esistenti; non vi è dubbio quindi che la stessa risulti adottata per mere ragioni di opportunità proprio perché sfugge ad una pur minima possibilità di essere riconducibile ad elementi obiettivi di fatto (es. si pensi, ad esempio, ad un intervenuto mutamento dello stato dei luoghi, ad eventuali modifiche della strada o dell'ambiente circostante, come la costruzione di un sottopasso od un cavalcavia che elimini l'incrocio regolato da semaforo, ad un allargamento della carreggiata, etc.). Pertanto, chi legga l'ordinanza e la raffronti con quella precedente (che, tra l'altro, non risulta sia stata preceduta da un concertato sopralluogo con i massimi esponenti delle forze dell'ordine e della polizia), non può non domandarsi del perché di questo innalzamento e concludere che, fermo e immutato lo stato dei luoghi, il superamento del limite in allora in vigore, ancorché abbia comportato una violazione della segnaletica stradale, non possa essere più ritenuto un comportamento sostanzialmente riprovevole in quanto non aveva le potenzialità di mettere in pericolo i beni tutelati dal codice della strada.

In altre parole, se percorrere quel tratto di strada ad una velocità non superiore a 70 Km/h non comporta, attualmente, alcun pericolo per la circolazione stradale, allo stesso modo, rimasta invariata la situazione di fatto, non lo comportava neppure in epoca anteriore.

Viceversa, se l'innalzamento del limite di velocità fosse stato motivato con riferimento a dati di fatto obiettivi, come il mutamento della situazione concreta in relazione allo stato dei luoghi (si pensi, tanto per fare un altro esempio, alla chiusura di un edificio scolastico e al conseguente venir meno della presenza di bambini lungo l'asse viaria), nessuno sarebbe potuto giungere alla predetta conclusione.

Se quindi la revoca della precedente Ordinanza (atto che ben esprimerebbe, secondo alcuni, il c.d. ius poenitendi della P.A.) non è stata la conseguenza di circostanze nuove e sopravvenute che abbiano modificato lo stato dei luoghi, ma frutto di una valutazione che può dirsi "nuova" soltanto perché intervenuta in un momento successivo a quella che aveva condotto all' adozione della prima ordinanza, non c’è ragione di “punire” soltanto i cittadini nella vigenza della prima ordinanza e mandare esenti tutti gli altri per il medesimo fatto proprio per l' assenza - allora come adesso - di sufficienti ragioni di pubblico interesse che spingessero, attraverso questa via, alla tutela della sicurezza della circolazione stradale.

Detta ordinanza deve considerarsi tamquam non esset con la conseguenza che, tra i 50 e i 70 Km/h non risulta integrata alcuna violazione al C.d.s. poiché il venire meno degli effetti del provvedimento rende la condotta pienamente lecita, e fa degradare l'eventuale illiceità della stessa nell'ambito della meno grave sanzione di cui al c. 7 dell'art. 142 C.d.s. qualora l'attuale limite sia stato superato per non più di dieci Km/h;

Sotto il profilo più strettamente procedurale va infine osservato come il potere di disapplicazione dell'atto viziato ben può essere esercitato d'ufficio dal giudice (cfr. artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248 All. E), prescindendo dalle deduzioni formulate dal ricorrente, né può ritenersi precluso dalla mancata allegazione di specifico motivo di ricorso tendente, ad esempio, alla dimostrazione della irragionevolezza del limite, tanto più se si considera che il giudizio di opposizione alle sanzioni amministrative non configura un" impugnazione dell'atto amministrativo con limitata cognizione del giudice di pace alle dedotte ragioni della illegittimità dell'accertamento, ma introduce un giudizio sui fondamenti stessi della pretesa sanzionatorio.


Giudice di pace Tortona, 08-11-2007

Svolgimento del processo
 

- Con il verbale meglio descritto in oggetto della Polizia stradale Provinciale, l'odierna ricorrente, in qualità di proprietaria, veniva sanzionata ai sensi dell'art. 142 comma 8 Cds poiché il giorno 18.12.2006 alle ore 22,50 l'autoveicolo targato DC276BR circolava sulla Ex SS 10 Padana Inferiore, all'altezza del Km 110+339 in direzione Alessandria, in cui vige il limite di velocità di Km/h 50, alla velocità legale (tenuto conto della tolleranza di legge) di Km/h 68, superando così il limite imposto di Km/h 18;

- l'eccesso di velocità veniva rilevato tramite Traffiphot III Sr-Phoptor & Project Automation omologato con decreto ministeriale n. 4130 del 24.12.2004;

- a sostegno della nullità del verbale la ricorrente ha dedotto: a) mancata contestazione immediata e difetto di motivazione in ordine alla mancata contestazione; b) difetto di taratura dello strumento rilevatore;

- l'autorità opposta si è costituita in cancelleria mediante deposito di comparsa di costituzione e risposta chiedendo il rigetto del ricorso e la conferma del verbale;

- all'udienza del 08.11.2007 l'opposizione, previa acquisizione delle ordinanze relative alla fissazione dei limiti di velocità, senza alcuna necessità di istruttoria e sullo stato degli atti, veniva decisa mediante lettura del dispositivo;

 
Motivi della decisione
 

- Il principio informatore della circolazione stradale, sancito dal Codice della strada all'art. 140 in apertura del Titolo quinto, "Norme di Comportamento" è il seguente: "Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale";

- le norme che seguono fissano i singoli comportamenti, a cominciare dalla regolazione della velocità (art. 141) e imponendo i c.d. limiti minimi e massimi (art. 142);

- entrambe le disposizioni mettono in evidenza la finalità del Legislatore che, quanto all'obbligo di regolare la velocità, tenuto conto delle caratteristiche sia del veicolo che della strada e del traffico, è quella di evitare "ogni pericolo per la sicurezza delle persone ed ogni altra causa di disordine per la circolazione" e, per quanto riguarda l'imposizione dei limiti, la "sicurezza della circolazione e della tutela della vita umana";

- l'art. 142 Cds, che ricollega alla mancata osservanza dei limiti di velocità una serie di conseguenze sanzionatorie diverse (e gradualmente più gravi) a seconda dell'entità del superamento, consente agli enti proprietari della strada (cfr. comma 2) di fissare limiti minimi anche diversi da quelli stabiliti in generale, per meglio adeguare le generali prescrizioni alla varietà dei casi particolari;

- proprio in applicazione del secondo comma dell'art. 142 Cds, la Provincia di Alessandria, quale ente proprietario della ex S.S. 10 "Padana Inferiore", con ordinanza 25.01.2006 del dirigente settore LL.PP. e Viabilità, fissava tra la Progr. Km. 110+130 e la Progr. Km. 110+520 il limite di 50 Km/h, ritenendo sussistenti "gravi rischi per l'incolumità degli utenti stradali in conseguenza della purtroppo frequente rilevata indisciplina nella condotta di guida pur in presenza di esplicita segnaletica stradale";

- di lì a poco, venivano installati due apparecchi fissi per il rilevamento della velocità denominati Traffiphot con lo scopo di accertare le violazioni in entrambi i sensi di marcia (direzione Alessandria e direzione Tortona);

- a partire dal momento della loro installazione ad oggi, stando alle notizie di cronaca e dall'elevatissimo numero di ricorsi fino ad oggi pervenuti a questo ufficio (più di trecento), i Traffiphot hanno rilevato moltissime violazioni provocando accese proteste da parte dell'utenza che ben presto, per meglio far sentire la propria voce, ha dato vita ad un comitato attraverso il quale è iniziata un'intensa opera di sensibilizzazione delle istituzioni e delle forze politiche affinché il limite di velocità venisse rivisto, sia perché ritenuto alquanto difficile da rispettare in relazione alle condizioni della strada e delle stesa segnaletica, sia per la sua complessiva irragionevolezza;

- a distanza di poco tempo, si sono così registrate informali promesse di rivisitazione da parte dell'ente proprietario della strada (cfr. La Provincia: l'autovelox di Torre? Limite rivedibile, lettera al direttore degli assessori Prete e Demicheli pubblicata su Sette Giorni del 16.6.2007) che si sono poi concretizzate nella definitiva abrogazione del limite di velocità dei 50 Km/h (Autovelox: limite dei 70 orari all'incrocio di Torre Garofoli - Dopo centinai di multe, accolte le richieste degli automobilisti, articolo pubblicato su La Stampa, 9.9.2007; "Finalmente i 70 Km/h a Torre Garofoli", pubblicato su Sette Giorni del 8.9.2007; "Autovelox, il limite da 50 a 70 Km orari", pubblicato su La Stampa del 5.11.2007 quando l'ordinanza è divenuta operativa a tutti gli effetti);

- le cronache avevano reso noto, in particolare, che la Provincia di Alessandria, a seguito di un sopralluogo svoltosi nel mese di giugno 2007 alla presenza dei responsabili di tutti i corpi di polizia (Polizia Provinciale, Polizia stradale, Polizia Municipale, Carabinieri) e dei tecnici e funzionari dell'ente, a partire dal 5.11.2007, avrebbe elevato il limite di velocità a 70 Km/h;

- ed infatti con ordinanza n. 772 del 31.08.2007, "preso atto della verifica dei limiti di velocità lungo la ex S.S. n° 10 "Padana Inferire" effettuata in data 04.06.2007" veniva istituito, a far data dal 5.11.2007, l' elevazione del limite massimo di velocità a 70 Km/h;

- in merito a detto provvedimento si osserva che lo stesso dispone l'innalzamento del limite senza particolari motivazioni che non siano quelle di una semplice e asettica verifica dei limiti di velocità esistenti; non vi è dubbio quindi che la stessa risulti adottata per mere ragioni di opportunità proprio perché sfugge ad una pur minima possibilità di essere riconducibile ad elementi obiettivi di fatto (es. si pensi, ad esempio, ad un intervenuto mutamento dello stato dei luoghi, ad eventuali modifiche della strada o dell'ambiente circostante, come la costruzione di un sottopasso od un cavalcavia che elimini l'incrocio regolato da semaforo, ad un allargamento della carreggiata, etc.);

- pertanto, chi legga l'ordinanza e la raffronti con quella precedente (che, tra l'altro, non risulta sia stata preceduta da un concertato sopralluogo con i massimi esponenti delle forze dell'ordine e della polizia), non può non domandarsi del perché di questo innalzamento e concludere che, fermo e immutato lo stato dei luoghi, il superamento del limite in allora in vigore, ancorché abbia comportato una violazione della segnaletica stradale, non possa essere più ritenuto un comportamento sostanzialmente riprovevole in quanto non aveva le potenzialità di mettere in pericolo i beni tutelati dal codice della strada;

- in altre parole, se percorrere quel tratto di strada ad una velocità non superiore a 70 Km/h non comporta, attualmente, alcun pericolo per la circolazione stradale, allo stesso modo, rimasta invariata la situazione di fatto, non lo comportava neppure in epoca anteriore;

- viceversa, se l'innalzamento del limite di velocità fosse stato motivato con riferimento a dati di fatto obiettivi, come il mutamento della situazione concreta in relazione allo stato dei luoghi (si pensi, tanto per fare un altro esempio, alla chiusura di un edificio scolastico e al conseguente venir meno della presenza di bambini lungo l'asse viaria), nessuno sarebbe potuto giungere alla predetta conclusione;

- va a questo punto osservato che, come giustamente rilevato dalla difesa della Provincia, il principio del favor rei, stante il disposto legislativo di cui all'art. 1 L. 689/81 siccome interpretato dalla giurisprudenza di legittimità, non trova cittadinanza nel campo delle sanzioni amministrative;

- questo però non impedisce di considerare la questione sotto un diverso punto di vista che concentra l'attenzione sui rapporti tra i due atti amministrativi e sulla legittimità del primo in rapporto al secondo;

- nessuno vuol mettere in discussione la discrezionalità dell'ente proprietario nella determinazione dei limiti di velocità, ma è chiaro che se l'esercizio di tale potere rimane del tutto svincolato da parametri controllabili e, per di più, si pone in contraddizione con quello esercitato a distanza di poco tempo, possono sorgere dei seri dubbi sulla legittimità dell'ordinanza in forza della quale sono in discussione i numerosi accertamenti;

- intanto, la Provincia, elevando il limite senza nessun motivo apparente, ha di fatto riconosciuto che la prima ordinanza (la n. 555 del 25.01.2006) era da considerarsi inopportuna (perché questo è l'unico senso, come si è detto, che può attribuirsi ad un provvedimento del tutto svincolato da parametri oggettivi), finendo per disporne il suo ritiro mediante sostituzione con un'altra;

- certamente questo atto implicito di ritiro non viene e non può essere considerato un annullamento, ma bensì una semplice revoca di quella che ha fissato il limite dei 50 Km/h;

- le conseguenze, come noto, sono rilevanti, dal momento che l'annullamento fa venir meno l'atto annullato a partire dalla sua emanazione; per contro, la revoca produce effetti solo ex nunc e ciò in considerazione del fatto che l'atto che sopravviene è compiuto in base ad una "nuova" valutazione, non potendosi escludere che quella precedente, sottesa all'atto revocato, non fosse adeguata alla situazione da regolare;

- e qui si impone una prima considerazione: la Provincia, limitandosi ad elevare il limite di velocità nell'ambito di una semplice rilettura e rifissazione dei limiti di velocità lungo quel tratto di strada, non ha certo ritenuto affetta da un vizio di legittimità l'ordinanza 25.1.2006, ma l'ha semplicemente revocata;

- ma la revoca (atto che ben esprimerebbe, secondo alcuni, il c.d. ius poenitendi della P.A.) non è stata, come si è già detto, la conseguenza di circostanze nuove e sopravvenute che abbiano modificato lo stato dei luoghi, ma frutto di una valutazione che può dirsi "nuova" soltanto perché intervenuta in un momento successivo a quella che aveva condotto all' adozione della prima ordinanza;

- tanto è che, con riferimento a fattispecie analoghe, una parte minoritaria della dottrina amministrativa aveva ritenuto che alla revoca "per inopportunità originaria" dovessero ricollegarsi effetti ex tunc (e non semplicemente ex nunc);

- si tratta di un" opinione che, per quanto suggestiva, è rimasta isolata ma che, pur non potendo essere seguita in tutte le sue conseguenze, induce ad approfondire la questione, ai fini della presente decisione, sotto un ulteriore angolo di visuale che risulta invece, a parere di questo giudice, determinante ai fini della decisione: quello, cioè, della disapplicazione, da parte del giudice ordinario, dell'atto amministrativo vigente al momento dell'accertamento dell'infrazione in quanto viziato da eccesso di potere e, perciò, illegittimo (cfr. artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248 All. E);

- in particolare, con riferimento al caso di cui si tratta, si possono individuare almeno quattro figure sintomatiche di questo tipico vizio di legittimità: a) la contraddittorietà tra più atti; b) l'erronea e/o superficiale valutazione dei fatti; c) l'ingiustizia grave e manifesta; d) la violazione del procedimento sanzionatorio nel suo complesso;

- a) con riferimento al primo aspetto, non occorre insistere più di tanto sulla più volte rilevata contraddittorietà tra la prima ordinanza e quella adottata in un secondo momento: oltre al fatto che la situazione dei luoghi è rimasta del tutto immutata, i due provvedimenti sono stati adottati a breve distanza l'uno dall'altro;

- b) ciò induce a pensare che la valutazione sottesa alla prima ordinanza circa la pericolosità del tratto di strada interessato (non preceduta dal concertato sopralluogo di cui si è detto) debba considerarsi erronea e superficiale se poi, a distanza di poco tempo, il limite viene alzato di ben 20 Km/h senza che nulla sia cambiato;

- vi è dunque la dimostrazione che quel limite innanzi fissato non aveva proprio ragione d'essere (era, cioè, del tutto irragionevole e anacronistico), come indirettamente comprovato dal fatto che, pur avendo avuto l'ente proprietario tutte le possibilità di lasciare inalterato il limite dei 50 Km/h, il problema della pioggia delle multe poteva essere risolto collocando il rilevatore in altro tratto stradale (ad esempio poco più indietro, dove il limite è di 70 Km/h);

- così facendo invece (o meglio, non facendo), la Provincia stessa ha finito per svuotare di contenuto antigiuridico la condotta dei moltissimi utenti della strada che hanno violato il limite successivamente modificato;

- c) va poi sottolineato che, da una rapida osservazione della casistica pervenuta all'ufficio, a parte episodi rarissimi, la stragrande maggioranza riguarda eccessi di velocità contenuti nell'arco che va dai 65 ai 75 Km/h orari, violazioni che, stante il ribassato limite, comportano tuttavia la sanzione prevista dal comma 8 dell'art. 142 Cds (Euro 143,00 e due punti di penalità sulla patente di guida, ora aumentati a cinque a seguito della Legge 2.10.2007 n. 60);

- non solo: considerato l'elevato numero di soggetti che hanno proposto ricorso (come si è detto, più di trecento) per i più svariati motivi, ci si sarebbe dovuti attendere (stante la prova provata delle ripetute e innumerevoli violazioni) un corrispondente e proporzionale innalzamento dei dati riguardanti l'infortunistica stradale lungo il tratto di strada interessato;

- si hanno invece buone ragioni di ritenere che così non è assolutamente avvenuto (altrimenti la Provincia non avrebbe elevato il limite) con la conseguenza che il limite di velocità imposto dalla prima ordinanza sia stato uno strumento ultroneo e del tutto sproporzionato in rapporto allo scopo di rendere più sicura la circolazione stradale in previsione della tutela della incolumità pubblica;

- con queste premesse, stante l'evidente scompenso tra fini e mezzi, era quindi evidente che l'interesse dei singoli utenti venisse compresso in modo ingiustificato per l' assenza (allora come adesso) di sufficienti ragioni di pubblico interesse che spingessero, attraverso questa via, alla tutela della sicurezza della circolazione stradale;

- d) a ben vedere, è quindi tutto il procedimento sanzionatorio, fondato sull'ordinanza che fissa il limite dei 50 Km/h e completato dalla decisione di installare proprio in quel tratto il rilevatore fisso, ad apparire viziato;

- esso, tra l'altro, non risulta essere stato preceduto e accompagnato da una concertata, obiettiva e ponderata valutazione dello stato dei luoghi in rapporto a tutti gli elementi tipici della sede stradale, tanto più che, proprio per le particolari conseguenze sanzionatorie che sarebbero derivate dagli accertamenti elettronici della velocità, il tutto avrebbe meritato certamente più attenzione che non la successiva elevazione a 70 Km/h;

- alla luce di quanto sopra, pertanto, l'ordinanza n. 555 del 25.01.2006 dev" essere disapplicata in quanto illegittima, unitamente al procedimento sanzionatorio che dalla stessa ha tratto origine;

- detta ordinanza deve considerarsi tamquam non esset con la conseguenza che, tra i 50 e i 70 Km/h non risulta integrata alcuna violazione al C.d.s. poiché il venire meno degli effetti del provvedimento rende la condotta pienamente lecita, e fa degradare l'eventuale illiceità della stessa nell'ambito della meno grave sanzione di cui al c. 7 dell'art. 142 C.d.s. qualora l'attuale limite sia stato superato per non più di dieci Km/h;

- sotto il profilo più strettamente procedurale va infine osservato come il potere di disapplicazione dell'atto viziato ben può essere esercitato d'ufficio dal giudice, prescindendo dalle deduzioni formulate dal ricorrente, né può ritenersi precluso dalla mancata allegazione di specifico motivo di ricorso tendente, ad esempio, alla dimostrazione della irragionevolezza del limite, tanto più se si considera che il giudizio di opposizione alle sanzioni amministrative non configura un" impugnazione dell'atto amministrativo con limitata cognizione del giudice di pace alle dedotte ragioni della illegittimità dell'accertamento, ma introduce un giudizio sui fondamenti stessi della pretesa sanzionatoria;

- venendo al caso di specie, tenuto conto che il limite da prendere in considerazione è quello fissato dalla seconda ordinanza e che la velocità c.d. legale rilevata dal Traffiphot (dedotta cioè la tolleranza di legge) era inferiore al limite attuale di 70 Km/h, la sanzione va dunque annullata;

- assorbiti i motivi dedotti, nulla si deve disporre in punto spese atteso che il ricorrente si è difeso in giudizio senza ministero di difensore.

 
Visto l'art. 23 l. 689/81

- accoglie il ricorso e annulla la sanzione opposta;

- nulla per le spese.
Tortona, 08.11.2007
Il Giudice di Pace
Marco Tiby

 
Di Teresa Lagreca (del 01/11/2007 @ 12:23:40 in Codice strada, linkato 514 volte)

L’accertamento di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti, deve avvenire soltanto attraverso l’esame tecnico su campioni biologici del contravventore e non può in alcun modo essere verificato (indirettamente) dall’agente di polizia stradale.

La decisione Macchiarelli pronunciata dalla Cassazione sezione IV penale, sentenza 17 aprile 2007 n. 15209, è degna di nota, in quanto afferma che ai fini della configurabilità della contravvenzione di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti (art. 187 Codice della strada) è necessario che lo stato di alterazione del conducente dell’auto, venga accertato attraverso un esame tecnico su campioni di liquidi biologici, trattandosi di un accertamento che richiede conoscenze tecniche specialistiche in relazione alla individuazione e quantificazione delle sostanze.

In assenza di tale accertamento tecnico, non potrà costituire prova sufficiente dello stato di alterazione la descrizione del comportamento dell’imputato da parte  dell’agente di polizia intervenuto e l’accertamento solo sintomatico operato dal sanitario del pronto soccorso.

In virtù di tale decisione, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna che aveva basato la prova della contestata alterazione solo sulla deposizione degli operanti della polizia giudiziaria.

 
Di Alessandro Gazzea (del 05/06/2008 @ 11:59:27 in Computer crime, linkato 756 volte)

Corte di Appello di Bologna

sentenza del 28 marzo 2008

La Corte non ritiene che la norma incriminatrice, posta come premesso a tutela del domicilio informatico, possa essere interpretata con tale effetto riduttivo di tutela; la lettera dell’art. 615-ter c.p. infatti richiede unicamente l’abusività dell’accesso al sistema, ovvero la permanenza contro lo ius prohibendi del titolare, ma non pretende l’effettiva conoscenza, da parte dell’agente, dei dati protetti.

Avuto riguardo alle specificità dei sistemi informatici e delle trasmissioni telematiche, […] introdurre in via interpretativa l’ulteriore requisito della conoscenza effettiva dei dati manipolati, a corredo esplicativo della nozione di <>, equivarrebbe a una sostanziale vanificazione della ratio incriminante


Questa decisione è molto importante.


Cambia un orientamento della giurisprudenza il quale, ancorché non consolidato, riteneva alcune volte non penalmente rilevante l’accesso abusivo, ossia l’accesso senza autorizzazione all’interno di un sistema informatico terzo (ad esempio il proprio pc), qualora l’agente non avesse dovuto “superare”, perché assenti, barriere di sicurezza a protezione del medesimo sistema informatico e non avesse, altresì, preso conoscenza dei dati personali altrui.


Sono due, quindi, i principi affermati dalla recente sentenza di appello, per sostenere la penale responsabilità ex art. 615-ter C.P. a carico di colui che abusivamente penetra in un sistema informatico di terze persone:


  1. le misure di sicurezza informatiche, devono essere intese in senso ampio, tanto da ricomprendervi anche le ordinarie impostazioni di difesa di un programma standard come quelle presenti nel browser Internet Explorer;


  1. non è necessaria l’effettiva conoscenza dei dati personali di terzi al momento in cui l’agente ne entra in possesso.


Facciamo un brevissimo passo indietro e ricordiamo che nel 1993, anno in cui è stato introdotto l’art. 615 ter del Codice penale e negli anni immediatamente seguenti, questo stesso fatto avrebbe avuto, molto probabilmente, un esito completamente diverso, di assoluzione dall’addebito penale.


Cosa è cambiato, allora, da ieri ad oggi ?


La mentalità.

Un uso della tecnologia maggiormente consapevole da parte nostra.


Un giovane veicola attraverso l’invio di una e-mail, un programma “infetto”, il così detto virus informatico.

Attacca il server di Tiscali e attraverso questo, raggiunge circa un migliaio di frequentatori del noto provider, riuscendo ad entrare nei rispettivi sistemi informatici. Come spesso accade in questi casi, il virus è autoreplicante: attacca il gestore della posta elettronica del malcapitato, si appropria di tutti gli indirizzi e-mail salvati nel computer, ed invia automaticamente a tutti i destinatari presenti nella lista, all’insaputa dello stesso titolare, una nuova e-mail “infetta” come allegato.

Aperto l’allegato dal destinatario dell’e-mail, il quale non è più di tanto preoccupato visto che la stessa e-mail gli giunge da un nominativo a lui conosciuto, il gioco è fatto ovvero il danno è fatto: il proprio computer sarà “infettato” con perdita o danneggiamento dei propri dati.


Il virus in questione, attaccava soltanto due programmi, peraltro di ampia diffusione: il browser Internet Explorer e il gestore di posta Outlook.


Non può certamente sottacersi, che le opzioni internet che questi programmi offrono all’utente e che lo stesso può, pur marginalmente, settare in base alle proprie esigenze,

sono misure di sicurezza assai elementari e facilmente aggirabili, ciò nonostante esse manifestano ineludibilmente l’intenzione dello stesso titolare del sistema informatico, che non desidera affatto alcun accesso senza la propria autorizzazione all’interno del proprio computer da parte di terzi sconosciuti.


In poche parole, questi settaggi, che spesso l’utente della rete lascia inalterati, dai giudici bolognesi non sono stati più considerati come delle normali impostazioni del software che ognuno può personalizzare, ma delle vere e proprie misure di sicurezza ancorché storicamente rudimentali.


Probabilmente è questa la principale considerazione che dobbiamo trarre dal ragionamento seguito dalla Corte bolognese.

Non importa, dunque, che le misure di sicurezza siano di particolare efficienza o complessità, è sufficiente che esse siano comunque presenti, pur semplici e modeste come quelle, appunto, gratuite offerte dalla Microsoft con i propri programmi.

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte d'Appello di Bologna
SECONDA Sezione Penale


1 - Dr. Guarino Salvatore PRESIDENTE
2 - Dr. Ricchi Jolanda CONSIGLIERE
3 - Dr.Pasquariello Domenico CONSIGLIERE
Udita la relazione della causa fatta alla pubblica udienza odierna dal consigliere relatore Dr. Pasquariello Domenico
Inteso l'appellante
Inteso il Procuratore Generale, dr. Posini
ed i difensori, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa penale
CONTRO

XXXX
nato a XXXX

con domicilio dichiarato: XXXXXXXX

agli artt. 110 cp. 615 ter e quinquies ep, 81 cpv, poiché in concorso tra loro, creando un "virus" (programma atto a danneggiare sistemi informatici) denominato "vierika" trasmesso in via informatica al provider "Tiscali" e tramite questo a circa 900 utilizzatori del provider, si introducevano nei sistemi informatici di tali utenti e acquisivano dati anche riservati contenuti nei loro personal computers - tra i quali indirizzari e-mail - a loro insaputa, inoltre per mezzo del virus danneggiavano i programmi contenuti nei personal computers e ne pregiudicavano il corretto funzionamento.


In Bologna l'imputato: XXXX

avverso la sentenza emessa dal TRIBUNALE MONOC. di BOLOGNA in data 21/07/2005 che ha pronunciato il seguente dispositivo:
Visti artt. cpp, dichiara XXXX colpevole del reato continuato ascrittogli e concesse le attenuanti generiche, valutate equivalenti rispetto all'aggravante contestata al più grave reato ex art 615 ter cp in forma aggravata, lo condanna alla pena di mesi sei di reclusione, sostituita ai sensi dell'art. 53 L. 689/81 con la corrispondente pena pecuniaria di euro 6.840,00 di multa. Non menzione ai sensi dell'art. 1 cp.
Visto l'art. 544 terzo comma cpp indica in 90 giorni il termine per il deposito della motivazione.

MOTIVAZIONE

Sentenza impugnata

Con sentenza n. 1823 del 21.7.0S il Tribunale di Bologna, in composizione monocratica, ha giudicato XXXXX e YYYYY per i delitti p. e p. dagli artt 615 ter e 61S quinquies CP.
Secondo l'imputazione essi avevano creato un cosiddetto "virus", cioè un programma dall'unica funzione di introdursi e danneggiare sistemi informatici, da loro chiamato "Vierika", e l'avevano trasmesso in via informatica al provider "Tiscali"; attraverso questo il virus si era introdotto nei sistemi di circa 900 utenti, acquisendo dati riservati nei relativi personal computers, danneggiandone i programmi e pregiudicandone il corretto funzionamento; in Bologna "nel corso del 2001".
Nell'accertamento compiuto in sentenza "Vierika" è un "internet worm" programmato in Visual Basic Script, i cui effetti derivano dalla integrazione di due script differenti (gli script sono stringhe di comandi, ed il visual basic è un linguaggio di programmazione).
Il primo script (la prima parte del virus) era inviato come attachment ad una email, dall'oggetto "Vierika is here", cui era appunto allegato il file "infettante" Vierika.jpg.vbs; nella mail ricevuta dal destinatario appariva però solo il nome Vierika.jpg, dall'estensione (".jpg") ingannevole in quanto caratterizzante files di immagini.
Il destinatario della mail, accettando l'allegato, mascherato con il nome che suggeriva l'immagine di Vierika, installava invece a sua insaputa nel proprio computer il file Vierika.jpg.vbs.
Questo era in realtà un file di programma, che agiva sul registro di configurazione del sistema Windows (di massiccia diffusione, come è noto), riconfigurando al livello minimo di protezione il browser Internet Explorer ed inserendo come home page predefinita la pagina web con indirizzo

http://vveb.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.httlll.
Il secondo script in Visual basic (la seconda parte del virus) era costituito dal suddetto documento Vindex.html; l'utente, avviando la navigazione in Internet, veniva inviato al suddetto indirizzo, automaticamente apriva il documento e "scaricava" quella che era invece una stringa di comandi.

Per effetto di questo secondo script nel disco rigido dell'utente veniva creata una specifica partizione, in cui veniva annidata la prima parte del codice virale; successivamente, sempre in maniera occulta, il programma installato produceva un comando di mass-mailing, inviando a tutti gli indirizzi del sistema di posta elettronica Outlook una e-mail contenente l'allegato virale Vierika.jpg.vbs, con diffusione esponenziale del virus ed effetto autoreplicante.

A questo accertamento si era arrivati in quanto l'email virale "Vierika is here", contenente l'allegato suddescritto Vierika.jpg.vbs, era arrivata anche ad un indirizzo in uso alla Guardia di Finanza di Milano.

Le indagini erano proseguite attraverso l'acquisizione di documenti riepilogativi di tracce informatiche conservate nel server del gestore Tiscali, che dimostravano che XXXX, di professione consulente informatico, con il nick name "Krivoj" con il quale egli si era registrato presso detto provider, era l'amministratore (cioè colui che aveva creato e gestito) del sito con indirizzo http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html contenente la seconda scritta del programma virale.
Nel corso di perquisizione e sequestro presso l'abitazione dei fratelli XXXX e YYYYY (il secondo era risultato essere l'intestatario dell'utenza telefonica usata per i collegamenti al web) il primo riconobbe di essere il creatore di "Vierika" (come del resto fece in seguito in sede di esame) e collaborò con la polizia giudiziaria, indicando egli stesso i files di programmazione di Vierika contenuti nel disco rigido del proprio personal computer, e masterizzandone copie, che erano sottoposte a sequestro.
Il suddetto meccanismo di funzionamento del virus Vierika, i cui files di programmazione sono stati così acquisiti agli atti, è stato riportato in sede dibattimentale dal M.llo Forte, all'epoca dei fatti in servizio presso il Nucleo Crimini Informatici della GdF Milano.

Il giudice ha ritenuto esaustive le risultanze probatorie così sommariamente ora riassunte, senza ravvisare la necessità di accertamenti peritali, richiesti dalla difesa sin dalla fase predibattimentale, ed esplicati con memoria tecnica prodotta all'udienza del 23.6.04, giacché sostanzialmente la stessa difesa non aveva messo in discussione il funzionamento del programma come sopra descritto, ma ne aveva offerto in definitiva una lettura non penalmente rilevante.

Per altro profilo la sentenza di primo grado motivatamente si discostava da certo orientamento di legittimità che proprio in materia pare indicare necessaria la perizia, in ragione dell'accertamento di natura tecnica imprescindibile per la ricognizione delle fattispecie dei "computer's crimes".

Pertanto il Tribunale di Bologna, accertata la materiale estraneità ai fatti di YYYYY, riteneva il coimputato XXXXX responsabile di entrambi i reati a lui ascritti, con l'aggravante - ritenuta di fatto esplicitata nell'imputazione - di cui all'art. 615 ter, c.2 nn. 2 e 3) (violenza sulle cose e danneggiamento del sistema o dei suoi dati, od alterazione parziale di funzionamento), che comporta la procedibilità d'ufficio.
Quanto al reato p. e p. dall'art. 615 ter CP, il counter del sito http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html aveva registrato 829 visite, che corrispondevano ad altrettante pregresse installazioni della prima stringa di Vierika, altrettante abusive introduzioni in sistemi informativi dei personal computers di utenti, altrettante elusioni di sistemi di protezione ed altrettante "infezioni", con correlativa integrazione della fattispecie in contestazione.

Le aggravanti erano ravvisate integrate dalla alterazione dell'ordinario funzionamento del browser Explorer, integrante violenza sulle cose, e dagli effetti di allungamento dei tempi di connessione, con aggravio di spese telefoniche, per effetto dell'occulto mass mailing, nonché dal danno non patrimoniale della veicolazione di informazioni private (invio agli utenti in rubrica) e dell'apparire mittente di mail con allegati virali, integranti danneggiamento di sistema e di dati.

Quanto al reato p. e p. dall'art. 615 quinquies Cp Vierika, inizialmente inviato dall'imputato - per sua espressa ammissione - ad alcuni indirizzi di posta elettronica reperiti sulla bacheca virtuale del sito www.sexualcyber.com alterava la funzionalità telematica del sistema infettato, per effetto della alterazione dei parametri di protezione del browser, all'oscuro dell'utente, e dell'invio automatico e massiccio di email, con ciò integrandosi anche detta fattispecie.

Per tali motivi il giudice irrogava la pena di mesi sei di reclusione, previa:
- concessione di attuanti generiche in valutazione di equivalenza con le aggravanti ad effetto speciale;
- pena base di mesi tre di reclusione per il reato art. 615 ter;
- aumento di pena ex art. 81 cpv CP di mesi uno per la continuazione interna e di mesi due per la plurima commissione del reato concorrente.
La pena veniva sostituita con la sanzione pecuniaria nella misura corrispondente ex art. 53 L. 689\81, con il beneficio della non menzione.

Motivi d'appello

Il difensore di XXXXX ha proposto appello, eccependo, con il primo motivo, la nullità del decreto di citazione a giudizio per indeterminatezza della imputazione, in ragione della omessa indicazione delle identità delle 900 presunte parti offese, nonché della descrizione "cumulativa" della condotta, effettuata con riferimento a due diverse norme incriminatici, e con la conseguente incertezza circa la riferibilità del fatto ad una specifica norma di legge asserita violata.

Con secondo motivo è stata impugnata 1'ordinanza, resa all'udienza 27.11.03, di diniego di pronuncia ex art. 129 CPP sulla richiesta di declaratoria di improcedibilità per difetto di querela in relazione al reato di cui all'art. 615 ter CP, contestato espressamente non aggravato.

Con il terzo motivo è stata dedotta l'inutilizzabilità di annotazioni di servizio della GdF, costituenti nella sostanza accertamenti tecnici ripetibili.
Con il quarto motivo sono stati denunciati il percorso motivazionale della sentenza impugnata, viziato da ricostruzione tecnico informatica priva di fondamento peritale, ed il correlativo ingiustificato diniego dell'espletamento di perizie, chieste dalla difesa, sulle modalità di generazione e conservazione dei log (registri di collegamento), acquisiti presso il gestore Tiscali ed Infostrada, nonché sull'originale del codice sorgente del software per cui è causa.
Con il quinto motivo, connesso ed in parte reiterativo del precedente, si è protestata la imprescindibilità per l'accertamento dei fatti e per la decisione dell'espletamento delle perizie suddette, che avrebbero permesso altresì di verificare le tesi difensive sull'effettivo funzionamento del software, e su quali fossero gli applicativi (ad esempio Outlook, e non il più diffuso Outlook Express) con i quali Vierika era in grado di interagire, nonché sulla integrità dei dati telematici raccolti nel corso delle indagini.
Con il sesto motivo si è argomentato che la condotta, pur nella denegata ricostruzione dei fatti operata in sentenza, non integra il reato di cui all'art. 615 ter CP.
Secondo la prospettazione difensiva infatti non è ravvisabile il requisito essenziale del reato 615 ter, costituito dall'accesso al sistema dell'utenza, giacché realizzato dal programma, ma non da XXXXX, nel senso che questi rimaneva all'oscuro degli utenti, dei computers che scaricavano il programma e dei dati in essi contenuti.
Altro elemento caratterizzante la fattispecie incriminatrice, e non integrato, è costituito dall'assenza di elusione di misure di sicurezza informatiche, tali non potendo definirsi semplici opzioni di configurazione di un applicativo.
Con il settimo motivo si è dedotta l'assenza di prova circa la effettiva introduzione nei sistemi delle pretese 900 parti offese, nessuno dei quali era stato individuato ed esaminato.
Con l'ottavo motivo è stata dedotta l'insussistenza delle aggravanti; il programma Vierika, che è semplicemente autoreplicante, non provoca alcuno degli eventi richiesti per la sussistenza delle aggravanti, quali alterazioni, danneggiamenti o distruzioni di programmi informatici.
Esso si installa e si diffonde, senz'altro risultato che questo, ricercato per motivi di studio dall'appellante, programmatore di professione; la corretta terminologia informatica intende per modificazione (posto che la distruzione non è in questione) di un programma l'accesso ai codici sorgente del programma per l'alterazione del funzionamento.
Nessun pregiudizio, o variazione, di funzionamento era inoltre percepibile dall'utente.
Con il nono motivo, attinente la fattispecie di cui all'art. 615 quinquies CP, sono state richiamate le precedenti argomentazioni, rilevanti anche per escludere la sussistenza del danneggiamento, o dell'alterazione di funzionamento, dei sistemi, dati o programmi, richiesti dalla norma incriminatrice.
Vierika insomma non era stato progettato per danneggiare, ed era stato scritto proprio nella consapevolezza della innocuità, il che anche si rifletteva sull'elemento soggettivo del reato.
Con il decimo motivo è stata dedotta la non correlazione tra fatto contestato e fatto ritenuto in sentenza, in violazione del disposto dell'art. 521 CPP, in quanto la prima condotta di ritenuta diffusione del preteso virus, attraverso la posta elettronica, era del tutto assente nella contestazione.
Per tali motivi l'appellante ha chiesto:

in via principale l'assoluzione con la miglior formula;

in gradato subordine:

declaratoria di nullità del decreto di citazione a giudizio;

nullità della sentenza impugnata per violazione dell'art. 521 CPP;

rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, con espletamento di perizie;
- declaratoria di improcedibilità per il reato di cui all'art. 615 ter cpp per difetto di querela, e rideterminazione della pena, ferme la sua conversione e la non menzione.

Decisione della Corte

All'esito dell'odierna udienza, svoltasi in contumacia dell'imputato XXXXX, pronunciando sulle conclusioni delle parti che sono trascritte in epigrafe la Corte ha deliberato la presente sentenza di parziale riforma della sentenza impugnata.
Nullità del decreto di citazione a giudizio, dedotta violazione dell'art. 521 cpp
L'eccezione di nullità del decreto di citazione a giudizio è fondata sui rilievi della mancata indicazione dell'identità delle parti offese e della descrizione "cumulativa" della condotta incriminata.
In proposito si deve ritenere che nella descrizione della condotta incriminata, come esplicitata nella imputazione, nessun equivoco sul fatto storico contestato o sulle norme di legge violate, né alcuna indeterminatezza nella imputazione, né alcuna vulnerazione della possibilità di comprendere l'accusa e di adeguatamente potersi difendere, è dato rinvenire.

Avuto riguardo alla specificità del reato in esame, in danno di un numero indiscriminato e potenzialmente esponenziale di soggetti (suscettibile di cosiddetto danno diffuso), l'indicazione delle generalità, anziché del solo numero complessivo delle parti lese, è del tutto irrilevante ai fini defensionali e di comprensione dell'oggetto del giudizio penale circoscritto dalla contestazione, elementi questi di esauriente rilievo per valutare la nullità dell'atto, secondo quanto disposto dall'art. 429, c.1 lett. c), e c.3, CPP.
Identiche considerazioni si impongono in relazione alla censura della descrizione cumulativa, e riferita a due norme incriminatici, della condotta, stante il parziale concorso formale (ovvero coincidenza in fatto degli elementi costitutivi essenziali previsti dalle fattispecie astratte). L'eccezione di nullità del decreto di citazione in giudizio va pertanto disattesa.

Parimenti non è ravvisabile alcuna violazione della necessaria correlazione tra fatto contestato e fatto ritenuto in sentenza; nella prospettazione dell'appellante ciò sarebbe dovuto alla mancata esplicitazione, nella imputazione, dell'invio in rete della e-mail con l'allegato contenente la prima parte di Vierika.

Si ritiene di osservare, in proposito, che ciò invero attiene ad elementi di dettaglio della condotta non riferibili ad elementi costitutivi essenziali delle fattispecie incriminatici (condotta di abusivo accesso a sistema informatico, elusione di misure di protezione, diffusione di programma avente determinati scopi od effetti vietati), in ordine ai quali debba esser condotto il giudizio di corrispondenza imposto dall'art. 512 CPP.
Sull'accertamento istruttorio
Nel corso del dibattimento di primo grado (udienza 23.9.04) con l'accordo delle parti, sono state acquisite ex art. 493, c.3, CPP, e dichiarate utilizzabili per la decisione le annotazioni di polizia giudiziaria (Guardia di Finanza) del 13.3.01, 19.3.01, 28.3.01, 15.5.01.
Già il rilievo dell'acquisizione con dichiarazione di utilizzabilità, avvenuta con l'espresso consenso della difesa, è esaustivo della infondatezza dei motivi di impugnazione in proposito, relativi alla natura di accertamento tecnico non ripetibile delle annotazioni.
Va aggiunto che, comunque, l'attività di accertamento compiuta è stata ripercorsa, con analogo risultato di acquisizione di fonti di conoscenza del fatto, nel corso delle deposizioni testimoniali degli ufficiali di polizia giudiziaria D. Rasetti, G. De Filippo, G. Mazzaraco (udienza 27.11.03), D. Forte e di C. Broi, responsabile di Tiscali SpA per i rapporti con l'autorità giudiziaria (udienza 27.5.04).
Anche dalle suddette deposizioni risulta univocamente ricostruibile, nel termini descritti nella sentenza impugnata e sopra riportati, il funzionamento del programma informatico "Vierika"; è d'obbligo rilevare che si è trattato di testimoni (ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti al Nucleo Crimini Informatici, forniti di specifica preparazione e formazione in materia informatica) che, in forza della ricordata particolare preparazione tecnica, hanno risposto su fatti e circostanze concernenti la loro attività professionale d'indagine.
In tema di prova testimoniale, va aggiunto, il divieto di esprimere apprezzamenti personali non vlge qualora il testimone sia persona particolarmente qualificata, in conseguenza della preparazione professionale, quando i fatti in ordine ai quali viene esaminato siano inerenti alla sua attività, in quanto, in tal caso, l'apprezzamento diventa inscindibile dal fatto, dal momento che quest'ultimo è stato necessariamente percepito attraverso il "filtro" delle conoscenze tecniche e professionali del teste (vedi Casso n. 12942 de116/01/2007).

Pertanto sia le annotazioni di polizia giudiziaria, anche nelle parti relative ad accertamenti ripetibili, per effetto del ricordato consenso dibattimentale, e sia le deposizioni sono pienamente utilizzabili quali fonti di conoscenza per la decisione.
Altra questione è, all'evidenza, costituita dalla esaustività ed attendibilità di dette fonti di conoscenza, questione connessa alla dedotta necessità di accertamento peritale, negato dal giudice di prime cure.

Anche in proposito i motivi d'appello non paiono fondati.
La prima questione è relativa alla "correttezza" della acquisizione delle cosiddette "tracce informatiche" o delle prove documentali di natura informatica.
In proposito è necessario previamente precisare, richiamando espressamente quanto esattamente osservato nella sentenza impugnata, che non è compito del giudicante determinare una sorta di protocollo delle procedure informatiche forensi, ma solo verificare se nella fattispecie l'acquisizione probatoria sia fidefaciente, o se abbia subito alterazioni.
E nella specie, quanto alla tracce informatiche, i dati consegnati alla polizia giudiziaria dal provider Tiscali, relativi agli interventi di manutenzione ed amministrazione del sito con indirizzo http://web.tiscalinetit/krivojrog/vierika/Vindex.html ed alla individuazione dell'utente con username "Krivoj" sono stati confermati dalle dichiarazioni dello stesso XXXXX.

Questi ha espressamente e correttamente riconosciuto (vedi verbale esame delegato del 7.9.01) di aver realizzato "Vierika", di averlo diffuso, di aver creato il sito web con il nome "Krivoj".

Non si vede come possa esser messa in dubbio la fidefacienza di una risultanza documentale (tale è la traccia telematica, seppur necessitante di appositi strumenti per la fruibilità), coincidente con le ammissioni dello stesso imputato.
Identica considerazione va svolta in relazione alla prova costituita dal sequestro informatico eseguito presso l'abitazione di XXXXX; come ricordato nella circostanza fu questi stesso - così evitando il sequestro dell'hardware - ad indicare alla polizia giudiziaria i files dì programma rilevanti per l'accertamento, masterizzandone la copia ora in atti.
I rilievi mossi alla metodologia del sequestro informatico peraltro mai sono stati attinenti all'effettivo funzionamento e scopo del programma "Vierika", come accertato nella sentenza impugnata e sopra ripercorso, in realtà mai messi in discussione, neppure nelle memorie "tecniche" depositate dalla difesa; in esse, e del pari nei motivi di appello, mai è allegato o prospettato un funzionamento del programma diverso da quello sopra descritto. Le stesse richieste di perizia attengono ad aspetti non rilevanti per l'accertamento del funzionamento di Vierika, quali le modalità di generazione e conservazione dei log (registri di collegamento), acquisiti presso il gestore Tiscali ed Infostrada (rilevanti per individuare le generalità di "Krivoj", fatto non in discussione, od il numero di accessi al sito infettante), ovvero concernono l'originale del codice sorgente del programma e pertanto (atteso che esso era nel 2001 nella memoria del computer dell'imputato) non più espletabili, oltre che non necessarie.
Nel difetto di effettive necessità istruttorie - secondo il parametro dell'assoluta necessità richiesto dall' art. 507 CPP - volte a colmare lacune o contraddizioni nell'accertamento dei fatti, va confermata l'ordinanza del Tribunale di rigetto della richiesta di integrazione probatoria; per i medesimi motivi, riportati anche al disposto dell'art. 603 CPP, va disattesa la richiesta di assunzione della prova nel giudizio di appello.
Reato di cui all'art. 615 ter CP

La norma, come è noto, è posta a tutela del cosiddetto "domicilio informatico", inteso sia come spazio fisico in cui sono contenuti dati informatici personali, sia quale spazio ideale di pertinenza della sfera individuale e privata.

L'accertamento istruttorio condotto nel giudizio di primo grado offre piena contezza di come XXXXX, creando il programma "Vierika" e poi diffondendolo occultamente per mezzo di mass mailing e del sito web …Vindex.html, secondo il meccanismo sopra descritto, abbia integrato il reato in contestazione.

In proposito vanno richiamate le puntuali osservazioni svolte nella sentenza impugnata, relative alla sussistenza degli elementi costitutivi e tipizzanti del delitto di accesso abusivo a sistema infonnatico.

In primo luogo si pongono indubbie la materialità dell'accesso attraverso il worm "Vierika" e la diffusione indiscriminata del medesimo.

Esse sono state provate dalle deposizioni citate Broi, Rasetti e Forte, in merito alle segnalazioni sulla diffusione del virus effettuate da alcune società di informatica (F-Secure Corporation, Symbolic SpA), alle lamentele pervenute al provider Tiscali poiché il programma era annidato sugli spazi web da esso gestiti, nonché dal counter del sito http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html dal quale risultavano
829 accessi (vedi annotazione GdF 13.3.01); agli accessi corrispondono necessariamente altrettante ricezioni della mnail "Vierika is here", altrettante installazioni automatiche, immediate ed occulte degli script contenuti nell'attachment alla mail, altrettante occulte riconfigurazioni di registro di Windows, altrettante involontarie ed indesiderate "navigazioni" al sito suddetto, scaricando il secondo script di programma.
Tale meccanismo ha indubbiamente il carattere dell'abusività richiesto dalla norma incriminatrice, ravvisabile prima nella fraudolenta induzione in errore dell'utente che riceveva la mail "Vierika is here", ingannato dall'estensione ".jpg" dell'attachment, che indicava un file immagine, il quale conteneva invece la prima stringa di comandi, e poi nel sistema occulto di scarico del secondo script, realizzato attraverso la riconfigurazione occulta della protezione, e la reimpostazione della home page del browser, il tutto sempre all' insaputa dell'utente.

Sempre all'insaputa dell'utente, e contro la sua volontà, il programma "clandestino" insediato nel sistema informatico provvedeva ad inviare a tutti gli indirizzi della rubrica della posta elettronica (se gestita con l'applicativo "Outlook", peraltro di larga diffusione) l'email con l'allegato vitale Vierika.jps.vbs, con il cosiddetto effetto autoreplicante.
Prova ne sia che, in brevissimo tempo, dall'invio da parte di XXXXX della mail virale a pochi indirizzi trovati sulla bacheca virtuale del sito sexualcyber.com (come da quegli riconosciuto), il sito "trappola" ….Vindex.html era stato involontariamente aperto da oltre 800 utenti "infettati" del provider Tiscal (si aggiunga che la mail virale, presumibilmente, era stata ricevuta da un numero molto maggiore di indirizzi e sistemi informatici).

L'appellante deduce che, anche nella denegata ipotesi d'accusa, nel descritto funzionamento, autoreplicante ma non "virale", non sarebbe ravvisabile requisito essenziale del reato 615 ter, costituito dall'accesso al sistema dell'utenza, giacché comunque XXXXX, stante l'effetto autoreplicante automatico, rimaneva ignaro degli indizi informatici raggiunti e dei dati contenuti nelle memorie dei computers che scaricavano il programma.

L'argomento è di particolare rilievo.

La Corte non ritiene che la norma incriminatrice, posta come premesso a tutela del domicilio informatico, possa essere interpretata con tale effetto riduttivo di tutela; la lettera dell'art. 615 ter infatti richiede unicamente l'abusività dell'accesso al sistema, ovvero la permanenza contro lo jus prohibendi del titolare, ma non pretende l'effettiva conoscenza, da parte dell'agente, dei dati protetti.
Avuto riguardo alle specificità dei sistemi informatici e delle trasmissioni telematiche, che consentono la manipolazione e l'uso di un enorme numero di dati senza la diretta interlocuzione con ognuno di essi da parte dell'agente, introdurre in via interpretativa l'ulteriore requisito della conoscenza effettiva dei dati manipolati, a corredo esplicativo della nozione di "accesso abusivo", equivarrebbe ad una sostanziale vanificazione della ratio incriminante.

Nella fattispecie le modalità dell'azione (ovvero la creazione del programma autoreplicante ed il suo "lancio" nel web) erano univocamente dirette ad inviare ed installare occultamente e fraudolentemente il programma, di cui XXXXX ha ammesso la paternità, ad una comunità indiscriminata ed inconsapevole di utenti, usandone i dati personali della rubrica di posta.

Ciò appare sufficiente per integrare la nozione di "accesso abusivo" penalmente rilevante, giacché è nel prelievo indesiderato dei dati personali dal domicilio informatico che va individuato il vero bene personalissimo protetto dalla norma, e non tanto nella conoscenza o conoscibilità di quelli da parte del soggetto agente.
In altri termini alla specificità dei sistemi informatici, che consentono l'uso di dati senza la "conoscenza" di essi, come tradizionalmente intesa, da parte dell'operatore, va correlata l'interpretazione della nozione di accesso posta dalla norma incriminante.
Nella prospettazione difensiva dell'appellante altro elemento caratterizzante la fattispecie incriminatrice, e non integrato, è costituito dall'assenza di elusione di misure di sicurezza informatiche, tali non potendo definirsi semplici opzioni di configurazione di un applicativo. In proposito si presentano totalmente condivisibili, ad avviso della Corte, le valutazioni svolte dal giudice di prime cure (pag. 18 della sentenza impugnata), da richiamarsi integralmente.

Come detto il programma Vierika, per potersi installare, modificava occultamente (con il primo script di comandi) le impostazioni di protezione di Internet Explorer; ciò non è posto in discussione dalla difesa, che le qualifica piuttosto come opzioni di configurazione del sistema.

Nella sostanza le "impostazioni di protezione" regolano l'esecuzione automatica di download e contenuti attivi durante la navigazione Internet, permettendo di configurare diversi livelli di protezione, con richiesta o meno di conferma da parte dell'utente e con eventuali barriere automatiche per determinati programmi o contenuti attivi.
Esse quindi non possono che rientrare nella nozione di "misure di sicurezza" a protezione del sistema; misure elementari, facilmente aggirabili, già predisposte nell'applicativo, ma comunque qualificabili misure di protezione, giacché esse attinenti esclusivamente non alla configurazione di Explorer (modalità di fruizione) ma alla maggiore o minore interazione passiva del sistema informatico, connesso al web, dall'esterno verso il suo interno.

Va pertanto confermato il giudizio di sussistenza del reato in esame, condotto nella sentenza impugnata.

La Corte ritiene peraltro fondati i motivi gradati di appello, relativi alla insussistenza delle aggravanti ritenute - in motivazione, giacché l'imputazione è priva di espressa contestazione ed il dispositivo fa riferimento ad una sola aggravante - dal giudice monocratico del Tribunale. Queste, pur non richiamate attraverso specifica indicazione delle norme di legge violate, sono state valutate contestate in fatto nel riferimento espresso, contenuto nella descrizione della condotta incriminata, "danneggiamento di programmi" ed al "pregiudizio per il corretto funzionamento" degli stessi (integranti le previsioni poste ai nn. 2 e 3 del comma 2 dell'art. 615 ter CP).
Invero non è ravvisabile, nelle modalità di installazione e di funzionamento del worm Vierika, in primo luogo alcun "danneggiamento" dei programmi del sistema dell'utente, né alcuna "modificazione" in senso informatico.

Quelli, infatti, anche dopo l'installazione occulta di Vierika, rimanevano perfettamente operativi, come in precedenza, con le stesse caratteristiche di fruizione e di scopi, senza alcuna modificazione di dati, ambiente, interazione, programma; in effetti Vierika si limitava ad usare occultamente i suddetti programmi (in particolare gli applicativi di navigazione web Explorer e di posta elettronica Outlook) ed i dati della rubrica di posta elettronica, senza alcuna modificazione (ovvero diversa quali non era stato progettato; data la duttilità e versatilità funzionale dei programmi applicativi più diffusi, deve invece ritenersi che "alterare" un programma significhi anche manipolarlo in modo che compia azioni non volute dall'utente, ovvero modificarne i parametri di funzionamento, anche secondo opzioni e possibilità previste nel programma stesso, contro la volontà dell'utilizzatore.

Ciò è quanto ha realizzato, diffusamente, il programma Vierika.
Non altrimenti che alterazione è definibile l'azione occulta ed indesiderata di modificazione del registro di di Windows, attraverso i comandi di programma Vierika "HKEY_CURRENT_USER" etc, che modificavano l'home page predefinita del browser, ed abbassando al livello minimo le protezioni; non altrimenti che alterazione di funzionamento sono definibili il comando e l'azione occulte di mass mailing.
Per conseguenza ne deriva compiutamente integrata la fattispecie delineata e punita dall'art. 615 quinquies CP, e per tale parte va confermata la sentenza di condanna di primo grado.
Per effetto della parziale riforma del giudizio di condanna va rideterminata la pena da infliggersi all'appellante.

Tenuti fermi il riconoscimento delle attenuanti generiche, la sostituzione della pena detentiva ex art. 53 L. 689\81 e la concessione del beneficio della non menzione della condanna, si reputa equo ed adeguato determinare la pena in mesi due di reclusione ed euro 2000 di multa (pena base di mesi tre ed euro 3.000), con pena detentiva sostituita con la pena pecuniaria corrispondente di Euro 2.280 di multa.
Titolo di reato e data di commissione consentono di condonare la pena ex L. 241\06.
Nel resto va confermata la sentenza appellata.

PQM

Visto l'art. 605 CPP, in parziale riforma della sentenza del Tribunale Monocratico di Bologna in data 21.7.05, dichiara l'appellante XXXXX responsabile del reato di cui all'art. 615 quinquies CP e con le già concesse attenuanti generiche determina la pena in mesi due di reclusione ed euro 2.000 di multa, sostituendo la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria di euro 2.280 di multa, e così complessivamente euro 4.280 di multa, che dichiara interamente condonata ex L. 241\06.
Dichiara non doversi procedere nei confronti dell' appellante XXXXX in ordine al reato di cui all' art. 615 ter CP, perché, esclusa l'aggravante, lo stesso è improcedibile per difetto di querela.

Conferma nel resto.

Indica in giorni 60 il termine per il deposito della sentenza.
Bologna, 30.1.08

Il Consigliere est.
Dott. Domenico Pasquariello
Il Presidente
Dott. Salvatore Guarino
Depositata in cancelleria il 27.03.2008

 
Di Teresa Lagreca (del 17/06/2008 @ 11:57:09 in Codice strada, linkato 430 volte)

"Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo od intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale".

E' censurabile, in relazione alla finalità perseguita dall'art. 140 D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Codice della strada), l'uso del cellulare per la ricerca di un numero telefonico nella relativa rubrica o per qualsiasi altra operazione dall'apparecchio stesso consentita, in quanto determina non solo una distrazione in genere (implicando lo spostamento dell'attenzione dalla guida all'utilizzazione dell'apparecchio stesso), ma anche l'impegno di una delle mani sull'apparecchio, con temporanea indisponibilità e, comunque, consequenziale ritardo nell'azionamento, ove necessario, dei sistemi di guida, ritardo non concepibile ove si consideri che le esigenze della conduzione del veicolo possono richiedere tempi psicotecnici di reazione immediati.

Questa la recente decisione della Cass. civ. Sez. II, 27-05-2008, n. 13766.

 

M.V.E. impugna per cassazione la sentenza 24.10.05 con la quale il G.d.P. di Alessandria ne ha respinto l'opposizione proposta avverso il verbale di contestazione n. 351821219 redatto nei suoi confronti dai Carabinieri di Spinetta Marengo per violazione dell'art. 173 C.d.S., comma 2, accertata il 14.4.05.

Parte intimata non svolge attività difensiva.

Attivatasi procedura ex art. 375 c.p.c., il Procuratore Generale invia requisitoria scritta nella quale, concordando con il parere espresso nella nota di trasmissione, conclude con richiesta di rigetto del ricorso.

Al riguardo le considerazioni svolte dal Procuratore Generale e la conclusione cui è pervenuto sono senza dubbio da condividere.

Si duole il ricorrente - denunziando violazione dell'art. 173 C.d.S., comma 2, - che il giudice a quo non abbia ritenuto valide le difese svolte, con le quali aveva evidenziato che non stava usando il telefono cellulare per conversare ma per prelevarne dati dalla rubrica, ed operato un'indebita interpretazione estensiva della norma, diretta, invece, a sanzionare il solo uso del telefono cellulare a fini di conversazione.

Il motivo è manifestamente infondato.

La ratio della norma - che costituisce una delle specificazioni alle quali rinvia dell'art. 140 C.d.S., comma 2, dopo aver posto, al comma 1, il principio generale per cui "Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo od intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale" così stabilendo a priori l'illegittimità d'una condotta di guida genericamente pericolosa riconducibile a ciascuna delle prescrizioni di seguito singolarmente dettate - è, infatti, intesa, come dimostra una coordinata lettura del suo testo integrale per cui "è consentito l'uso di apparecchi viva voce o dotati di auricolare ... che non richiedono per il loro funzionamento l'uso delle mani", a prevenire comportamenti tali da determinare, in generale, la distrazione dalla guida ed, in particolare, l'impegno delle mani del guidatore in operazioni diverse da quelle strettamente inerenti alla guida stessa.

Pertanto, l'uso del cellulare per la ricerca d'un numero telefonico nella relativa rubrica o per qualsiasi altra operazione dall'apparecchio stesso consentita, risulta, in relazione alla finalità perseguita dalla norma, censurabile sotto entrambi gli evidenziati profili, in quanto determina non solo una distrazione in genere, implicando lo spostamento dell'attenzione dalla guida all'utilizzazione dell'apparecchio e lo sviamemento della vista dalla strada all'apparecchio stesso, ma anche l'impegno d'una delle mani sull'apparecchio con temporanea indisponibilità e, comunque, consequenziale ritardo nell' azionamento, ove necessario, dei sistemi di guida, ritardo non concepibile ove si consideri che le esigenze della conduzione del veicolo possono richiedere tempi psicotecnici di reazione immediati.

Il giudice a quo non ha dunque, operato un'indebita interpretazione estensiva, bensì si è attenuto ad una lettura non solo logica ma anche letterale della norma.

L'esaminato motivo non meritando accoglimento, il ricorso va, dunque, respinto.

Parte intimata non avendo svolto attività difensiva, il ricorrente evita le conseguenze della soccombenza.

La Corte:
Respinge il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 febbraio 2008.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2008

 

 
Seconda ed ultima parte parte

Altri giudici di pace hanno sostenuto la necessità della taratura dell’apparecchio autovelox: G.d.P. Teano, 18.12.2000; G.d.P. Rovigo, 23.9.2004; G.d.P. Gonzaga, 9.12.2003; G.d.P. Porretta Terme, 6.12.2004; G.d.P. Taranto, 27.10.2004; Trib. Lodi, 22.5.2000. Tali pronunce hanno sancito l’applicazione della l. n. 273/1991 agli autovelox ed il conseguente obbligo della loro taratura.

E ancora: G.d.P. Ovada, 3.3.2006, Il quale dichiarò nulla la sanzione inflitta per eccesso di velocità rilevato mediante autovelox (nella specie modello 104/C-2) non sottoposto a taratura: non sussistevano sufficienti elementi di prova circa la correttezza e l’attendibilità della misurazione.

Nello stesso senso G.d.P. Lendinara, 22.4.2005, n. 96, e G.d.P. Genova, sez. II, 22.9.2006, anche se in quest’ultimo caso il giudice respinge il ricorso, ma per diversi motivi.

La taratura è quindi necessaria, in quanto è l’unico metodo con cui si può assicurare la riferibilità a campioni nazionali riconosciuti per legge: è l’unico sistema per verificare la presenza di errori sistematici rispetto a tali campioni, sia al momento della consegna dello strumento da parte del fabbricante sia durante l’uso.Qualsiasi strumento di misura, soprattutto di tipo elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovuti ad invecchiamento dei componenti, urti, vibrazioni, shock meccanici, shock termici, variazioni della tensione di alimentazione, etc.

Lo stesso manuale d’uso dell’autovelox modello 104/C-2, prescrive e raccomanda che debbano essere evitati urti, vibrazioni eccessive, cadute, l’esposizione a temperature superiori a 40°C ed inferiori a -10°C o a campi magnetici o elettrici, situazioni, queste, che possono alterarne il corretto funzionamento

Il giudice di pace di Lendinara, 22.4.2005, n. 96, ricorda, inoltre, che in virtù della legge n. 273/1991 la “taratura” degli autovelox può essere eseguita soltanto dai centri accreditati denominati “Sit”, ma a tutt’oggi nel nostro paese non esistono laboratori accreditati dal Sit per la taratura di strumenti misuratori della velocità di autoveicoli denominati autovelox

Ne consegue, che allo stato, in violazione di quanto stabilito dalla legge italiana (l. n. 273/1991) ed internazionale (UNI 30012), nessun autovelox viene assoggettato a tarature periodiche cosicché in Italia tutte le apparecchiature di rilevazione della velocità, sia quelle gestite direttamente dagli agenti di polizia, sia quelle a postazione fissa funzionanti in automatico cioè senza la presenza di personale, sono illegittimamente utilizzate.

Il Giudice di Pace di Lendinara, nella sua sentenza, per la normativa internazionale e italiana, annulla la multa di euro 148,85 dovuta a eccesso di velocità inflitta ad un avvocato di Rovigo che viaggiava ad una velocità di km/h 92, eccedendo di km/h 17 il limite massimo stabilito dall’ente proprietario della strada in km/h 70 (considerando la tolleranza prevista dal codice della strada, ovvero la riduzione della velocità del 5% con un minimo di 5 km/h. L’avvocato chiese al giudice di dichiarare la «nullità del verbale di contestazione per omessa taratura dell’apparecchiatura autovelox 104/C-2 prima dell’uso» e la «nullità del verbale per mancanza di prova della omologazione dell’apparecchio rilevatore per l’utilizzo senza operatore».

I motivi vennero ampiamente accolti dal magistrato onorario che, con un’articolata motivazione, spiegò come nel caso di specie «le risultanze dell’autovelox, sprovvisto di regolare certificato di taratura Sit, sono completamente inattendibili». In altre parole, l’autovelox in questione «non solo non era dotato di specifica omologazione per essere utilizzato senza operatore, ma non risultava essere mai stato tarato o sottoposto a revisione o manutenzione». Quindi, non c’era nessuna garanzia che la «velocità segnalata di 92 km/h corrispondesse a quella effettivamente tenuta dal ricorrente».

Tra l’altro, non va neppure trascurato che la presunta infrazione è stata rilevata alle ore 16.13 del 1.7.2004 dopo che l’apparecchio, rinchiuso in un contenitore di metallo, era da molte ore sottoposto ad irraggiamento solare raggiungendo molto probabilmente una temperatura superiore ai 40°C. La circostanza inficia ancor più l’attendibilità della rilevazione posto che il manuale d’uso sconsiglia proprio l’uso prolungato di autovelox in presenza di temperatura superiore ai 40°C.

 

Interessante dal punto del diritto la recente decisione della Suprema Corte di Cassazione (Cass. pen. Sez. IV Sent., 7 febbraio 2008, n. 12361), la quale ritenendo fondate le doglianze del ricorrente, ha in parte ribaltato la sentenza emessa dal giudice di Bologna nonché la successiva emessa dalla Corte di Appello bolognese.

Il processo riguardava un incidente stradale causato dalla guida in stato di ebbrezza di uno dei due veicoli coinvolti.

Secondo l'ipotesi accusatoria fatta propria dai giudici di merito, il B. guidatore del veicolo si poneva alla guida di un'auto in stato di ebbrezza alcolica, procedeva in ora notturna, in un incrocio urbano, alla velocità di circa 90 km. orari, ed entrava in collisione con un ciclomotore condotto dal minore A.M. sul quale trovava posto anche il giovane F.L.. Nell'urto il F. riportava lesioni letali, mentre A.M. subiva lesioni personali gravi.

Ricorreva per Cassazione il B. il quale deduceva che il primo Giudice, aveva attribuito tutta la responsabilità del tragico episodio all'imputato.

Tuttavia, dal materiale probatorio acquisito al, processo, ed in particolare dalla consulenza tecnica disposta dal Procuratore della Repubblica, emergeva in modo incontrovertibile che la responsabilità del sinistro mortale andava ascritta ad ambedue i conducenti dei veicoli coinvolti.

In particolare, il conducente del ciclomotore impegnò l'incrocio omettendo di dare la precedenza all'auto, tanto che al momento dell'urto si trovava oltre la linea di mezzeria. Lo stesso ciclomotorista, inoltre, dopo, aver iniziato la manovra di immissione nell'incrocio, non prestò attenzione sufficiente agli accadimenti. Se lo avesse fatto, ben avrebbe potuto arrestarsi in un breve spazio con una pronta frenata. In tale eventualità non avrebbe raggiunto il punto d'urto e non avrebbe interferito con la traiettoria seguita dall'auto investitrice.

Oltre al generale obbligo di stretta osservanza delle regole che direttamente riguardano il movimento del mezzo condotto, il conducente di autoveicolo deve, altresì, prefigurarsi, nell'ambito della normale prevedibilità, l'altrui condotta imprudente o negligente e persino imperita onde mettersi in grado di porvi riparo evitando danni a se stesso e agli altri e ciò soprattutto nell' attraversamento di aree di intersezione tra strade essendo essi i punti dove maggiormente si presentano le occasioni di conflitto tra gli utenti della strada.

In tema di circolazione stradale, la cd. precedenza cronologica o “di fatto” è idonea ad escludere quella di diritto (appartenente al veicolo proveniente da destra) esclusivamente nell'ipotesi in cui chi proviene da sinistra giunga all'incrocio con un così ampio anticipo da poter effettuare l'attraversamento con assoluta sicurezza e senza compromettere la sicurezza della circolazione; pertanto, la precedenza “di fatto” è esercitata ad esclusivo rischio e pericolo di chi intende avvalersene e l'eventuale verificarsi di un incidente comporta la colpa dell'agente senza che a ciò rilevi l'eventuale irregolare condotta dell'altro guidatore ovvero l'eccessiva andatura con la quale questo attraversi l'incrocio.

Cass. pen. Sez. IV Sent., 7 febbraio 2008, n. 12361
 

Il Tribunale di Bologna, a seguito di giudizio abbreviato, ha affermato la responsabilità di B.D. in ordine al reato di cui. all'art. 589 cod. pen., commi 1, 2 e 3; ed a quello di cui all'art. 186 C.d.S.. Lo ha inoltre condannato al risarcimento del danno nei confronti delle costituite parti civili.

La pronunzia è stata confermata dalla Corte d'appello di Bologna.

Il processo riguarda un incidente stradale. Secondo l'ipotesi accusatoria fatta propria dai giudici di merito, il B. si poneva alla guida di un'auto in stato di ebbrezza alcolica, procedeva in ora notturna, in un incrocio urbano, alla velocità di circa 90 km. orari, ed entrava in collisione con un ciclomotore condotto dal minore A.M. sul quale trovava posto anche il giovane F.L.. Nell'urto il F. riportava lesioni letali, mentre A.M. subiva lesioni personali gravi.

2. Ricorre per cassazione l'imputato tramite il proprio difensore, deducendo vizio della motivazione. Il primo Giudice, si afferma, ha attribuito tutta la responsabilità del tragico episodio all'imputato. Tuttavia, dal materiale probatorio acquisito al, processo, ed in particolare dalla consulenza tecnica disposta dal Procuratore della n Repubblica, emerge in modo incontrovertibile che la responsabilità del sinistro mortale va ascritta ad ambedue i conducenti dei veicoli coinvolti. In particolare, il conducente del ciclomotore impegnò l'incrocio omettendo di dare la precedenza all'auto, tanto che al momento dell'urto si trovava oltre la linea di mezzeria. Lo stesso ciclomotorista, inoltre, dopo, aver iniziato la manovra di immissione nell'incrocio, non prestò attenzione sufficiente agli accadimenti. Se lo avesse fatto, ben avrebbe potuto arrestarsi in un breve spazio con una pronta frenata. In tale eventualità non avrebbe raggiunto il punto d'urto e non avrebbe interferito con la traiettoria seguita dall'auto investitrice.

Tali risultanze, si espone ancora, non sono state smentite dal Giudice d'appello. Si afferma, infatti, che la violazione dell'obbligo di dare precedenza è oggettivamente configurabile; e che inoltre il conducente del ciclomotore ben avrebbe potuto, con una pronta manovra d'arresto, evitare di giungere ad interferire con la traiettoria dell'auto condotta dal B.. Ciò nonostante, la Corte, territoriale ritiene che non sia provato che alla verificazione del sinistro abbia dato un contributo causale anche un colposo comportamento del giovane ciclomotorista. In tale valutazione dei fatti il ricorrente scorge una macroscopica contraddittorietà ed illogicità. Anzi, sul punto, la motivazione, anche se formalmente esistente, è avulsa e dissociata dalle risultanze processuali e si avvale di argomentazioni apodittiche e prive di efficacia dimostrativa.

3. Il ricorso è fondato.

Esso è tutto incentrato sulla configurabilità del concorso di colpa del conducente del ciclomotore. A tale riguardo la pronunzia evidenzia che la collisione tra l'auto ed il ciclomotore si è verificata al centro dell'area di intersezione tra due strade, regolata da semaforo lampeggiante. La via percorsa dal B. presentava carreggiata più ampia e diritto di precedenza nell'incrocio. La condotta di guida dell'imputato si connota negativamente per un particolarmente elevato grado di probabilità di cagionare sinistri stradali. L'imputato, infatti, impegnava l'incrocio urbano ad una velocità assai elevata, non inferiore a 90 km orari; e si trovava, inoltre, in stato di ubriachezza. Quanto alla condotta di guida del conducente del ciclomotore, la Corte, condividendo le valutazioni del primo giudice, afferma che la violazione della disposizione di legge che vieta al minorenne di trasportare seco altre persone non. ha avuto incidenza causale nella verificazione dell'evento. Il giudice ritiene altresì che la violazione dell'obbligo di dare precedenza all'incrocio è oggettivamente configurabile in virtù della segnaletica vigente. Si configura altresì l'addebito colposo costituito dal difetto di attenzione in quanto, alla luce delle indagini tecniche esperite, il giovane ciclomotorista ben avrebbe potuto compiere una pronta manovra di attesto evitando la collisione con l'auto condotta dal B..

A fronte di tali, conclusioni la pronunzia si chiede se l' A. fu effettivamente trascurato nella drammatica contingenza in esame o se, invece, non potè valutare la reale velocità dell'auto in arrivo, poichè non è seriamente ipotizzabile, nelle circostanze di luogo date, che l'autovettura potesse sopravvenire a velocità tanto sconsideratamente elevata.

Si propende per tale seconda ipotesi e si ritiene, pertanto, non provato che alla causazione del sinistro abbia dato un contributo causale anche un colposo comportamento del conducente del ciclomotore.

In breve, dunque, la Corte individua i tratti obiettivi di ambedue i "pirofili di colpa contestati; e tuttavia avanza il dubbio che il sopravvenire dell'auto investitrice ad alta velocità non fosse prevedibile. In conseguenza, sembra d'intendere, la condotta del ciclomotorista non è soggettivamente rimproverabile.

L'approccio metodologico è teoricamente corretto, tuttavia esso conduce ad un apprezzamento erroneo quanto al giudizio di imprevedibilità nella concreta situazione data. La questione, per la sua delicatezza, richiede di essere inquadrata nella sua cornice teorica.

La formula legale della colpa espressa dall'art. 43 c.p., col richiamo alla negligenza, imprudenza ed imperizia ed alla violazione di leggi, regolamenti, ordini e discipline, delinea un primo e non controverso tratto distintivo di tale forma di imputazione soggettiva, di carattere oggettivo e normativo. Tale primo obiettivo profilo della colpa, incentrato sulla condotta posta in essere in violazione di una norma cautelare, ha la funzione di orientare il comportamento dei consociati ed esprime l'esigenza di un livello minimo ed irrinunciabile di cautele nella vita sociale. La dottrina che sul piano sistematico prospetta la doppia collocazione della colpa sia nel fatto che nella colpevolezza, colloca significativamente tale primo profilo dell'imputazione sul piano della tipicità, svolgendo esso un ruolo insostituibile nella configurazione delle singole fattispecie colpose.

Accanto al profilo obiettivo ed impersonale ve ne è un altro di natura soggettiva, indirettamente adombrato dalla definizione legislativa, che sottolinea nella colpa solo la mancanza di volontà dell'evento. Tale connotato negativo ha un significato inevitabilmente ristretto che si risolve essenzialmente sul piano definitorio, classificatorio: serve infatti a segnare la traccia per il confine con l'imputazione dolosa. In positivo, il profilo più squisitamente soggettivo e personale della colpa viene generalmente individuato nella capacità soggettiva dell'agente di osservare la regola cautelare, nella concreta possibilità di pretendere l'osservanza della regola stessa, in una parola nella esigibilità del comportamento dovuto. Si tratta di un aspetto che la richiamata dottrina, che attribuisce una doppia posizione al dolo ed alla colpa, colloca nell'ambito della colpevolezza, in quanto esprime il rimprovero personale rivolto all'agente. Si tratta di un aspetto della colpevolezza colposa cui la riflessione giuridica più recente ha dedicato molta attenzione, nel tentativo di rendere personalizzato il rimprovero individuale attraverso l'introduzione di una doppia misura del dovere di diligenza, che tenga in conto non solo l'oggettiva violazione di norme cautelari, ma anche la concreta capacità dell'agente di uniformarsi alla regola, valutando le sue specifiche qualità personali. Dunque, in breve il rimprovero colposo riguarda la realizzazione di un fatto di reato che poteva essere evitato mediante l'esigibile osservanza delle norme cautelari violate.

Tali accenni mostrano che, da qualunque punto di vista si guardi alla colpa, la prevedibilità ed evitabilità del fatto svolgono un articolato ruolo fondante: sono all'origine delle norme cautelari e sono inoltre alla base del giudizio di rimprovero personale.

Il pensiero giuridico italiano ha da sempre sottolineato che la responsabilità colposa non si estende a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione della norma, ma è limitata ai risultati che la norma stessa mira a prevenire. Tale esigenza conferma l'importante ruolo della prevedibilità e prevenibilità nell'individuazione delle norme cautelari alla cui stregua va compiuto il giudizio ai fini della configurazione del profilo oggettivo della colpa. Si tratta di identificare una norma specifica, avente natura cautelare, posta a presidio della verificazione di un altrettanto specifico evento, sulla base delle conoscenze che all'epoca della creazione della regola consentivano di porre la relazione causale tra condotte e risultati temuti; e di identificare misure atte a scongiurare o attenuare il rischio.

L'accadimento verificatosi deve cioè essere proprio tra quelli che la norma di condotta tendeva ad evitare, deve costituire la concretizzazione del rischio. L'individuazione di tale nesso consente di sfuggire al pericolo di una connessione meramente oggettiva tra regola violata ed evento.

Ma prevedibilità ed evitabilità rilevano anche in relazione al profilo più squisitamente Soggettivo della colpa, quello cioè più strettamente inerente al rimprovero personale.

La giurisprudenza di questa Corte ha in numerose occasioni sottolineato il ruolo fondante della prevedibilità ed evitabilità dell'evento. A tale riguardo va richiamata in primo luogo la fondamentale pronunzia (Cass. 4^, 6 dicembre 1990, Bonetti, Rv.

191798) che, nel contesto di un complesso e delicato caso giudiziario, ha posto in luce che la prevedibilità altro non è che la possibilità dell'uomo coscienzioso ed avveduto di cogliere che un certo evento è legato alla violazione di un determinato dovere oggettivo di diligenza che un certo evento è evitabile adottando determinate regole di diligenza.

Ma anche nell'ambito della circolazione stradale che qui interessa, è stata ripetutamente affermata la necessità di tener conto degli elementi di spazio e di tempo, e di valutare se l'agente abbia avuto qualche possibilità di evitare il sinistro: la prevedibilità ed evitabilità vanno cioè valutate in concreto (Cass. 4^, 25 ottobre 1990, Rv. 185559; Cass. 4^, 9 maggio 1983, Rv. 159688; Cass. 5^, 2 febbraio 1978, Rv. 139204). Il fattore velocità, si è affermato, corrisponde ad un concetto relativo alle situazioni contingenti, quando si tratta di valutare il comportamento dell'imputato in chiave causale e non già di accertare la violazione di una norma contravvenzionale che prescrive limiti di velocità.

E' ben vero che parte della giurisprudenza di legittimità, ispirandosi alla criticata concezione oggettivante della colpa, tende a ritenere che la prevedibilità e prevenibilità dell'evento sono elementi, estranei all'imputazione soggettiva di cui si parla.

Tuttavia si è per lo più in presenza di pronunzie risalenti nel tempo, ispirate a concezioni della colpa che non trovano più credito nel presente della riflessione giuridica.

Tali enunciazioni generali abbisognano di un ulteriore chiarimento, già del resto recentemente proposto da questa Corte (Cass. 4^, 06/07/2007, Rv. 237050): nell'ambito del profilo subiettivo della colpa di cui si parla, l'esigenza della prevedibilità ed evitabilità in concreto dell'evento si pone in primo luogo e senza incertezze nella colpa generica, poichè in tale ambito la prevedibilità dell'evento ha un rilievo decisivo nella stessa individuazione della norma cautelare violata; ma anche nell'ambito della colpa specifica la prevedibilità vale non solo a definire in astratto la conformazione del rischio cautelato dalla norma, ma anche va rapportata entro le diverse classi di agenti modello ed a tutte le specifiche contingenze del caso concreto. Certamente tale spazio valutativo è pressochè nullo nell'ambito delle norme rigide, la cui inosservanza da luogo quasi automaticamente alla colpa; ma nell'ambito di norme elastiche che indicano un comportamento determinabile in base a circostanze contingenti, vi è spazio per il cauto apprezzamento in ordine alla concreta prevedibilità ed evitabilità dell'esito antigiuridico da parte dell'agente modello.

Nel caso di specie si è in presenza di norme cautelari codificate che lasciano un ristretto margine valutativo. In particolare, l'art. 145 C.d.S. che impone, nelle intersezioni, di dare precedenza ai veicoli che provengono da destra o per adeguarsi alle prescrizioni segnaletiche, richiede che il sopravvenire dell'altro utente possa essere osservato o previsto. La disposizione, sebbene rigorosa per ovvie esigenze di sicurezza, non esclude del tutto che contingenze particolari possano rendere la condotta inosservante non soggettivamente rimproverabile a causa, ad esempio, dell'assoluta imprevedibilità della condotta di guida dell'altro soggetto coinvolto nel sinistro. Tuttavia, tale ponderazione non può essere meramente ipotetica, congetturale, ma, deve, di necessità fondarsi su emergenze concrete e risolutive, onde evitare che l'apprezzamento in ordine alla colpa sia tutto affidato all'imponderabile soggettivismo del giudice. Le contingenze che possono venire in questione sono le più diverse. Basti pensare ad un veicolo che viaggi di notte, al buio, a luci spente; oppure ad una situazione della strada che, per qualche ragione, precluda la corretta osservazione della zona dell'intersezione.

La Corte d'appello, pur correttamente prospettando, per implicito, l'esigenza di pervenire ad un rimprovero colposo personalizzato, manca di compiere un'indagine conformata sulle contingenze del caso concreto. Infatti, si afferma che con ogni probabilità il sopraggiungere dell'auto ad elevata velocità non era prevedibile.

Tale enunciazione non è però corroborata da alcuna acquisizione concreta; ed anzi si colloca in modo enunciativo in un quadra fattuale per nulla analizzato.

L'esigenza di una motivazione puntuale s'impone maggiormente se si considera che la condotta di guida inosservante di altri utenti della strada non costituisce in sè una contingenza imprevedibile. Al contrario, la normale prudenza nella circolazione stradale richiededi mettere in conto, in qualche guisa, anche tale possibilità. Tale principio è stato affermato con particolare forza, condivisibilmente, proprio nel contesto delle intersezioni stradali.

Si è infatti enunciato che, l'intersezione delle traiettorie dei veicoli procedenti sulle strade confluenti in crocevia e, conseguentemente, la probabilità di urto tra i medesimi, è assunta dal legislatore quale dato di fatto, presupposto (juris et de jure presunto) di una situazione di pericolosità (id est: probabilità del verificarsi di un evento temuto) e costituisce la ratio della rigorosa normativa dettata in materia dal D.P.R. 15 giugno 1959, n. 393, art. 105, (C.d.S.). Tale disposizione, peraltro, non esaurisce il complesso di obblighi gravanti sui conducenti di autoveicoli e, quindi, la materia della colpa nella responsabilità derivante, a carico degli stessi, nel caso di infortunio, dato che la norma di cui all'art. 43 cod. pen. affianca l'inosservanza di specifiche prescrizioni dettate da leggi, regolamenti, ordini o discipline, alla violazione del dovere di prudenza e di diligenza, secondo la regola, di generale portata, che deve governare l'attività umana ogni qual volta sussista la probabilità di conflitto con diritti altrui, materializzata nel dettato dell'art. 2043 c.c.. Ne consegue che, nell'adempimento di tale dovere, il conducente di autoveicolo ha l'obbligo, non solo di attenersi strettamente alle regale che riguardano più direttamente il movimento del mezzo da lui condotto, ma deve altresì, e senza che ciò possa essere considerato un di più, prefigurarsi, nell'ambito della normale prevedibilità, l'altrui condotta imprudente o negligente e, persino, imperita, onde mettersi in grado di porvi riparo evitando danni a se stesso e agli altri, tra i quali ultimi non vi è motivo alcuno di non ricomprendere anche il soggetto cui sia riferibile la condotta imprudente, negligente, imperita, etc.. L'area di intersezione tra confluenti strade si presta, più d'ogni altro, alla verifica di tali principi, essendo il punto ove più si addensano le occasioni di conflitto tra utenti della strada (Cass. 4^, 15/0,3/1989, Rv.181132).

La stessa questione è stata pure affrontata con riferimento al principio, di affidamento. Si è affermato che la precedenza cronologica o cosiddetta "di fatto" può ritenersi legittima ed idonea ad escludere la precedenza di diritto del veicolo proveniente da destra solo a condizione che il conducente di sinistra si presenti all'incrocio con tanto anticipo da consentirgli di effettuare l'attraversamento con assoluta sicurezza e senza porre in essere alcun rischio per la circolazione. Ciò comporta che la precedenza di fatto viene esercitata a rischio e pericolo di chi se ne avvale, con la conseguenza che lo stesso verificarsi dell'incidente lo costituisce in colpa. Nè tale regola può mutare in considerazione della irregolarità della condotta di guida del veicolo favorito ovvero della eccessiva andatura con la quale questo ingaggi il crocevia. In proposito la pronunzia ha precisato che il conducente, gravato dall'obbligo di dare la precedenza può legittimamente fare affidamento solo sul fatto che l'andatura del veicolo antagonista non venga inopinatamente ed imprevedibilmente mutata dopo il reciproco avvistamento (Cass. 4^, 16/10/1990, Rv. 186000).

Alla luce di tale insegnamento è ancora più chiaro che lo spazio per l'apprezzamento che giunga a ritenere imprevedibile la condotta di guida inosservante dell'altro conducente è assai ristretto e va percorso con particolare cautela. Ciò nonostante, l'esigenza di preservare la già evocata dimensione soggettiva della colpa (id est la concreta rimproverabilità della condotta) conduce questa Corte ad enunciare che, come si è prima esposto, le particolarità del caso concreto possono dar corpo ad una condotta veramente imprevedibile, come nei casi che si sono sopra esemplificati.

Sul punto cruciale, come si è accennato, la pronunzia è carente di motivazione. Infatti, si afferma che il sopravvenire dell'auto fu notato dal ciclomotorista, che tuttavia non potè valutarne la velocità. Dunque l'imprevedibilità non riguarda la presenza dell'auto in prossimità dell'incrocio ma solo la sua elevata velocità. Orbene, tale enunciazione è priva di dimostrazione rigorosa fondata su emergenze specifiche del caso concreto. La Corte territoriale, infatti, descrive assai sommariamente il quadro fattuale e manca di mostrare alcuna, risolutiva acquisizione probatoria che, in relazione allo stato dei luoghi o ad altre contingenze concrete, rendesse veramente imprevedibile che un'auto potesse impegnare l'incrocio alla velocità che si è detta. Tale carenza è particolarmente vistosa in rapporto al già evidenziato obbligo, gravante sul ciclomotorista, di mettere in conto, nei limiti della normale prevedibilità, l'altrui condotta imprudente o negligente e, persino, imperita.

La sentenza deve essere conseguentemente annullata con rinvio per nuovo, esame sul punto.

La liquidazione delle spese delle parti per questo grado di giudizio viene,riservata al definitivo di merito.

P.Q.M.
 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Bologna.

Riserva al definitivo di merito la liquidazione delle spese.

Così deciso in Roma, il 7 febbraio 2008.

Depositato in Cancelleria il 20 marzo 2008

 

 

Passo con la mia vettura e .. zac.. una bella foto a colori by autovelox

Il ricorrente proponeva opposizione avverso l'ordinanza-ingiunzione emessa dalla Prefettura (oggi si direbbe Ufficio Territoriale del Governo) di Foggia per eccesso di velocità verificata tramite apparecchiatura autovelox.

La vicenda si è trascinata per più di dieci anni, visto che il fatto risale addirittura al 1994 ma alla fine il Giudice di legittimità con la decisione Cass. civ. Sez. II, 30-01-2008, n. 2202 ha definitivamente chiuso la pratica con vittoria delle ragioni dell’automobilista.

Va premesso che in tema di violazioni di norme sui limiti di velocità accertate a mezzo di strumento elettronico omologato (cosiddetto "autovelox") , il momento decisivo dell'accertamento è costituito dal rilievo fotografico, cui deve, necessariamente, presenziare uno dei soggetti ai quali l'art. 12 C.d.S., demanda l'espletamento dei servizi di polizia stradale, e che non può essere effettuato, in via esclusiva, da soggetti privati. La fonte principale di prova delle risultanze dello strumento elettronico è, pertanto, costituita dal negativo della fotografia, documento che individua con certezza il veicolo e ne consente il riferimento alle circostanze di fatto, di tempo e di luogo indicate, con la conseguenza che la successiva fase di sviluppo e stampa del negativo stesso rappresenta un'attività meramente materiale e strumentale, cui non deve necessariamente attendere nè presenziare il pubblico ufficiale rilevatore dell'infrazione, ovvero uno degli altri soggetti indicati nel citato art. 12 (Cfr. anche Cass. Sentenza n. 2952 del 20/03/1998, Sezioni Unite: n. 2952 del 1998, n. 7306 del 1996).

Ciò posto, tuttavia va osservato che il tribunale ha messo in rilievo che nel caso in esame non risultava che i due vigili urbani avessero compiuto alcuna operazione nel rilevamento della infrazione poi contestata a L., essendosi trovati in un ruolo puramente passivo, dal momento che la taratura era stata compiuta da terzi, come pure non era certo che il rullino fotografico fosse stato sviluppato correttamente, non avendo l'amministrazione fornito prova in tal senso, come invece era suo preciso onere.

 

La Suprema Corte con la decisione 30-01-2008, n. 4730, ha confermato la sentenza di condanna per violenza sessuale, pronunciata dalla Corte di Appello di Bologna, nei confronti di una madre che non aveva impedito al proprio coniuge di perpetrare degli abusi sessuali nei confronti delle figlie minori.

Nel caso in cui un genitore non impedisce all'altro genitore di abusare sessualmente delle figlie è penalmente responsabile del reato di violenza sessuale aggravata e continuata in quanto la funzione di "garanzia" verso i figli attribuita ai genitori dall'art. 147 c.c. comporta l'obbligo di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari ponendo in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa.

Il genitore esercente la potestà sui figli minori, come tale investito, a norma dell'art. 147 cod. civ., di una posizione di garanzia in ordine alla tutela dell'integrità psico - fisica dei medesimi, risponde, a titolo di causalità omissiva di cui all'art. 40 cpv. cod. pen., degli atti di violenza sessuale compiuti dal coniuge sui figli allorquando sussistano le condizioni rappresentate: a) dalla conoscenza o conoscibilità dell'evento; b) dalla conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul "garante"; c) dalla possibilità oggettiva di impedire l'evento.

 

Cass. pen. Sez. III, (ud. 14-12-2007) 30-01-2008, n. 4730

Svolgimento del processo

 

1 - La Corte di Appello di Bologna, con sentenza in data 2/3/2007, confermava la pronuncia del Tribunale di quella città in data 11/11/2004 con la quale B.V. era stata condannata, in concorso di attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, alla pena di anni sei di reclusione, siccome ritenuta responsabile del reato ascrittole, qualificato ai sensi dell'art. 40 c.p., comma 2, art. 609 bis c.p., comma 1 e art. 609 ter c.p., comma 1, nn. 1 e 5, e art. 81 cpv. c.p., per non aver impedito la commissione, da parte del marito Z.A., di abusi sessuali perpetrati sulle figlie minori V. e M. - abusi commessi, quanto a V., in (OMISSIS) dal (OMISSIS); quanto a M., dal (OMISSIS) fino al (OMISSIS).

Abusi per i quali il coniuge Z.A. era stato condannato, con sentenza irrevocabile, alla pena di anni dieci di reclusione.

1.2 - La Corte territoriale, nella sentenza impugnata, rispondendo a precisa censura sollevata dalla difesa, osservava:

1) che certamente l'imputata era venuta a conoscenza dei fatti oggetto del procedimento il 5/9/2000, a seguito delle rivelazioni fattele dalle figlie;

2) che le "cautele" adottate dalla B. successivamente a tale data, per evitare il ripetersi dei turpi comportamenti del coniuge, erano consistiti nell'espellere il marito dalla camera da letto, nel ridurre al minimo la propria permanenza fuori casa, nel rientrare a "sorpresa" nell'abitazione, nel non eseguire turni in ospedale durante le ore notturne, esercitando la prevenuta l'attività di medico chirurgo, geriatra. Comportamenti - questi - ritenuti dalla Corte di merito non solo del tutto inutili, ma, soprattutto, altamente frustranti per le figlie, tanto da indurre le stesse ragazze, dopo circa una settimana dalle rivelazioni fatte alla madre, "visto che non cambiava niente", a "ritrattare", a fare come se nulla fosse accaduto, confidando nella promessa del padre di recedere da simili atteggiamenti, promessa peraltro mantenuta solo per un mese.

Per contro - osservava la Corte di Appello - dalle dichiarazioni delle vittime era risultato che "intorno al 2000", ai rapporti completi, che non avvenivano alla presenza della prevenuta, si erano anche aggiunte "convocazioni" domenicali nel letto matrimoniale, durante le quali, lo Z., mentre consumava un rapporto con la moglie, "toccava" anche le figlie, fatte posizionare ai lati.

Era, pertanto, evidente la consapevolezza della donna, anche in epoca antecedente al 5/9/2000, circa i comportamenti del marito in danno delle minori, comportamenti che mai ella aveva contrastato in modo serio e risolutivo in difesa delle stesse. In sostanza, ad avviso dei Giudici del merito, la dottoressa B. aveva consapevolmente creato, con la reiterata omissione di contegni doverosi, lasciando che il marito continuasse a vivere nella stessa casa e per molte ore da solo con V. e M., le condizioni affinchè l'uomo continuasse indisturbato ad abusare delle minori, quotidianamente, con le raccapriccianti modalità disvelate dalle ragazze e confermate dalle intercettazioni.

2 - Avverso la sentenza della Corte di Appello ha proposto ricorso per Cassazione la B. a mezzo dei propri difensori, articolando a sostegno tre motivi.

2.1 - Con il primo, si deduce l'erronea applicazione dell'art. 40 c.p., comma 2.

I Giudici del merito avevano attribuito alla ricorrente una condotta omissiva "dolosa": per contro, l'atteggiamento omissivo della prevenuta era stato causato dall'erronea (e, quindi, "colposa") valutazione circa l'idoneità delle cautele da lei poste in essere al fine di evitare il protrarsi della condotta criminosa del marito.

Ella aveva, in buona sostanza, ritenuto di poter risolvere la situazione a livello endofamiliare, "facendo tutto da sola". A tale riguardo era mancata - da parte della Corte di merito - un'indagine approfondita sulle "cautele" adottate dalla ricorrente e sul perchè del loro fallimento, al fine di verificare se questo fosse dovuto alla dolosa volontà della B. di assecondare i crimini del marito o se, invece, si fosse trattato di tentativi - poi rivelatisi colposamente inidonei - volti ad evitare i delittuosi comportamenti.

2.2 - Con il secondo motivo di ricorso si deduceva difetto ed illogicità della motivazione laddove la Corte di merito nulla aveva motivato in ordine alla affermata sussistenza, in capo alla prevenuta, dell'elemento psicologico del dolo. A tale riguardo, la difesa, in ossequio all'art. art. 606 c.p.p., lett. e), come novellato dalla L. n. 46 del 2006, indicava i punti essenziali della decisione vulnerati da tali vizi, anche in considerazione del fatto che la Corte bolognese non aveva in alcun modo spiegato quali ulteriori cautele la donna avrebbe dovuto attuare dopo la "ritrattazione" delle figlie che, alle continue interrogazioni della madre, rispondevano in modo tranquillizzante, sia in relazione al periodo in cui il padre aveva interrotto la sua turpe condotta, sia avuto riguardo al periodo in cui l'aveva ripresa.

2.3 - Con il terzo motivo di ricorso si censurava il difetto di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche in forma prevalente sull'aggravante nonchè in punto di mancato riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 114 c.p..

3 - In data 27/11/2007 venivano depositati dall'Avv. Coppi motivi "nuovi", con i quali si ribadiva quanto precedentemente esposto nel ricorso e si sottolineava come la Corte di Appello non avesse colto alcune discrasie nel racconto delle ragazze. Ad esempio, appariva assolutamente inverosimile che, se effettivamente la donna fosse stata a conoscenza delle turpi abitudini del marito per le più volte ricordate "pratiche domenicali", risalenti - secondo M. e V. - ad epoca pregressa rispetto al 5/9/2000, la stessa avesse poi manifestato dolore e disperazione allorchè le figlie le avevano raccontato di essere state oggetto di violenza da parte del padre.

Per contro, la sentenza impugnata aveva fatto ricorso ai luoghi comuni, del tipo "non poteva non sapere", senza nulla motivare nè in ordine alla consapevolezza, in capo alla donna, dell'esistenza di un obbligo giuridico di impedire l'evento, nè in punto di chiara rappresentazione della possibilità del verificarsi dell'evento quale conseguenza della propria omissione.

Si insisteva nella richiesta di annullamento della sentenza.


Motivi della decisione

 

4 - Il gravame va rigettato, essendo infondate le censure che lo sorreggono.

Di assoluta centralità, nell'economia della presente vicenda processuale, è la questione della sussistenza dei requisiti richiesti dalla giurisprudenza per l'applicabilità del principio della causalità cd. omissiva di cui all'art. 40 cpv. c.p., in relazione alle plurime condotte di violenza sessuale in danno delle figlie minori, contestate al marito della ricorrente, Z. A., separatamente giudicato.

Va premesso che il genitore esercente la potestà sui figli minori, in quanto investito di una posizione di "garanzia" in ordine alla tutela della integrità psico-fisica degli stessi, risponde penalmente degli atti di violenza sessuale compiuti dal coniuge sui figli, quando sussistano le condizioni costituite:

a) dalla conoscenza o conoscibilità dell'evento;

b) dalla conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul "garante";

c) dalla possibilità oggettiva di impedire l'evento.

Ai sensi del citato art. 40 c.p., l'equiparazione tra il non impedire un evento, che si abbia l'obbligo giuridico di impedire, ed il cagionarlo, consente di configurare la stessa equiparazione tra fattispecie commissive ed omissive improprie, tutte le volte che l'ordinamento giuridico ponga in capo al soggetto attivo dell'illecito il dovere di assicurare il rispetto del bene penalmente protetto.

In tal caso, infatti, l'inosservanza dell'obbligo di garantire la protezione del bene determina una situazione giuridica di parificazione al comportamento di colui che lo distrugge o lo danneggia (cfr. Cass. Sez. 3^, 19/1/2006 n. 4331, P.G. in proc. Biondillo ed altri).

La giurisprudenza di questa Corte, in ordine alla portata della previsione dell'art. 40 c.p., comma 2, ha ormai accolto, in modo pressochè univoco, quella formalistica, in contrapposizione a quella sostanzialistica, individuando l'origine dell'obbligo in oggetto in fonti formali, quali la legge, sia essa penale o extrapenale. La fonte dell'obbligo giuridico incombente sulla ricorrente va ravvisato nell'art. 147 c.c., che, nell'ambito dei doveri che gravano sui genitori, prevede, in particolare, l'obbligo di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei figli minori contro eventi naturali o altrui aggressioni ed - al successivo art. 330 - stabilisce che "il Giudice può pronunziare la decadenza dalla potestà quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri, con grave pregiudizio del figlio". 4.1 - In tal modo delineata, sotto un profilo giuridico, la responsabilità della ricorrente, occorre verificare se - nel caso nel caso sottoposto al vaglio della Corte - sussistano le tre condizioni poc'anzi richiamate per ritenere la colpevolezza dell'imputata, ai sensi del capoverso dell'art. 40 c.p..

4.2 - a) conoscenza o conoscibilità dell'evento.

A tale riguardo, i Giudici del merito, con motivazione congrua e giuridicamente corretta, hanno in primo luogo ritenuto che la attendibilità delle giovanissime vittime, già rigorosamente vagliata e posta a fondamento della sentenza irrevocabile di condanna nei confronti del padre, non potesse più essere messa in discussione.

Tanto premesso, la Corte territoriale ha esattamente ritenuto cha la data del disvelamento alla madre, da parte di V. e M., degli abusi subiti, dovesse essere fissata al 5 settembre 2000, data a partire dalla quale nessun dubbio, sull'accadimento dei fatti, poteva più essere nutrito dalla dottoressa B., ma che comunque, proprio sulla base di quanto narrato dalle due ragazze, la sua diretta partecipazione a significativi agiti sessuali in danno delle figlie durante lo squallido "rituale" domenicale, non poteva lasciarle margini di dubbio sui rapporti, completi o non che fossero, tra lo Z. e le minori.

D'altronde, la stessa linea difensiva della ricorrente, che non ha negato di sapere, ma ha soltanto affermato di aver creduto "di riuscire a fare tutto da sola", è stata, giustamente, ritenuta la migliore riprova della attendibilità delle figlie. Obietta la difesa che la circostanza che, dopo il 5/9/2000, sia V. che M. avessero rassicurato la madre, affermando che nulla, dopo quel giorno, era più accaduto, aveva sicuramente contribuito a rafforzare nella B. il convincimento di aver adottato tutte le precauzioni necessarie e sufficienti per evitare la reiterazione degli abusi. Al contrario, la Corte di merito, con motivazione esaustiva ed immune da discrasie logiche, ha bene evidenziato non solo come la donna avesse intuito che la "ritrattazione" delle figlie era avvenuta solo per porre fine ai litigi in famiglia e che, in realtà, il turpe copione posto in essere dallo Z. aveva ripreso vigore, dopo una brevissima interruzione (basti ricordare che la prevenuta, rientrando in casa, aveva più volte avuto modo di notare il letto disfatto, sporco di sangue e di sperma), ma ha anche evidenziato l'assoluta modestia, per non dire inconsistenza, delle cautele adottate, in quanto, in realtà, anche i rientri "a sorpresa" posti in essere, non erano poi tali ed, anzi, furono avvertiti dalle ragazze come un'ulteriore "presa in giro" (cfr. pag. 10 sent. impugnata), dal momento che il coniuge lasciava la chiave nella serratura e la B., per entrare in casa, era costretta a bussare alla porta.

L'atteggiamento ambiguo della donna e la sua volontà di proteggere comunque l'aguzzino delle sue figlie, stante l'intenso legame che la legava allo Z., sono stati desunti dalla Corte di Appello, con argomentazioni logiche e coerenti e, dunque, sottratte allo scrutinio di legittimità, dai colloqui telefonici - oggetto di captazione - tra la B. ed il Legale Avv. Lenzi (nel corso dei quali la prevenuta al di là delle più scontate emergenze processuali, si professava all'oscuro, di ogni accadimento) e dagli stessi sentimenti di pietà che la ricorrente, parlando del marito, cercava di suscitare nelle figlie per indurle ad accontentare il padre: "poverino, come fa?.., non può tornare in carcere (facendo riferimento ad una precedente condanna per parricidio riportata dallo Z. (n.d.r.)... si impicca (con ciò riferendosi ad un gesto di autolesionismo che l'uomo, in precedenza, aveva posto in essere).

4.3 - b) conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul "garante".

Sul punto, la Corte territoriale ha condivisibilmente affermato che la donna, medico ospedaliere, persona colta ed agiata, oltre che dotata di significativi mezzi economici, non avrebbe incontrato difficoltà - se solo lo avesse voluto - a rivolgersi a colleghi ed psicologici per farsi consigliare, dare supporto alle figlie e, nel contempo, trovare la strada migliore per agire, oltre che a tutela della sua onorabilità, soprattutto, nel rispetto della integrità psico-fisica delle minori.

Tanto premesso, i Giudici del merito hanno ineccepibilmente affermato che una donna di tale autonomia intellettiva, sociale ed economica non potesse essere una "vittima" sprovveduta ed indifesa nella manidi un uomo - qual'era lo Z. - non solo già condannato per un reato gravissimo, ma anche nullafacente e "mantenuto" dalla moglie. Tale "sudditanza" della B. nei confronti del coniuge era, dunque, frutto di una scelta di vita, di una precisa volontà di comunione, di uno scellerato legame che univa i due in modo indissolubile, anche a scapito delle primarie esigenze di salvaguardia della integrità fisica e morale delle figlie.

4.4 - c) possibilità oggettiva di impedire l'evento.

L'imputata, proprio in ragione di una situazione professionale ed economica sicuramente privilegiata, avrebbe avuto ogni possibilità - quanto meno una volta venuta "ufficialmente" a conoscenza degli abusi - di evitare il ripetersi di tali gravissimi fatti.

La prevenuta, compreso, per quanto sopra affermato, che la "ritrattazione" delle figlie non era affatto veritiera, ma dettata soltanto da ragioni di opportunità (la stessa sentenza di primo grado riferisce, a pag. 23, un passo della deposizione di V., secondo cui la madre non aveva affatto creduto alla ritrattazione delle ragazze, ma l'aveva quasi assecondata in modo liberatorio "Va bene, non è successo e basta"), constatate de visu, ripetutamente, le tracce evidenti di quei turpi rituali (sangue e liquido seminale rinvenuti nel letto matrimoniale), non si sarebbe dovuta accontentare - come esattamente rilevato dai Giudici del merito, con motivazione non censurabile in quanto del tutto logica e coerente - dei banali "accorgimenti domestici" posti in essere, non solo sperimentatisi del tutto inutili ed insufficienti, ma ancor più percepiti dalle figlie come frustranti, proprio in ragione della loro acclarata inutilità.

Per contro, la posizione di garanzia verso i propri figli, costituita dall'art. 147 c.c., in capo al genitore, comporta l'obbligo per costui di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari, adottando anche le misure più drastiche in vista del raggiungimento di tale scopo.

Tra i suddetti "doverosi" interventi rientrano anche i rimedi estremi, quali la denuncia dell'autore del reato ed il suo allontanamento dall'abitazione coniugale. La posizione di "garanzia" del genitore impone, infatti, a questi di porre in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa, posto che quell'obbligo di tutela del minore, che la legge affida al genitore, ha natura assolutamente prioritaria rispetto a qualsivoglia altra esigenza. Del resto, una corretta interpretazione esegetica del secondo comma dell'art. 40 c.p., laddove recita che "non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo", non indulge a considerazioni meno rigorose, posto che il principio della causalità equivalente - che grava sul soggetto "garante" - fa discendere la sua responsabilità penale non da qualsiasi omissione, ma solo dalla mancata adozione di comportamenti in grado di assicurare (in modo efficace) il rispetto del bene giuridicamente protetto.

5 - Le brevi considerazioni sopra esposte comportano la infondatezza dei primi due motivi di ricorso nonchè dei motivi "nuovi", essenzialmente fondati sulla tematica dell'erronea - e, dunque, colposa - valutazione, da parte della ricorrente, sia della propria capacità ad evitare il protrarsi degli atti di abuso, sia della ritenuta idoneità dei "rimedi" apprestati.

6 - Destituito di fondamento è anche il terzo motivo, relativo al difetto di motivazione in ordine al diniego dell'attenuante di cui all'art. 114 c.p., nonchè delle attenuanti generiche in forma prevalente rispetto alle contestate aggravanti.

La Corte territoriale, con motivazione esaustiva e giuridicamente corretta, ha sottolineato (cfr. pag. 12 sent. impugnata) che l'alta significatività delle aggravanti non consentiva di modificare, nel senso più favorevole richiesto dalla difesa, il giudizio di comparazione effettuato con le riconosciute attenuanti generiche e "generosamente attestato in termini di equivalenza". Il trattamento sanzionatorio) appariva, pertanto, insuscettibile di riduzione, anche perchè determinato in misura di poco superiore al minimo edittale.

7 - Circa l'invocata attenuante di cui all'art. 114 c.p., peraltro richiesta in modo assolutamente generico, va rammentato che la stessa costituisce un'eccezione alla regola di equiparazione delle varie forme di concorso di persona nel reato, fondata sul principio monistico del reato concorsuale.

Ne consegue che essa è configurabile soltanto quando l'opera prestata da taluno dei concorrenti sia stata non solo minore rispetto a quella dei correi, ma addirittura minima, sì da aver esplicato un'efficacia eziologia del tutto marginale e pressochè irrilevante nella produzione dell'evento.

La suddetta attenuante presuppone, dunque, un apporto differenziato nella preparazione o nell'esecuzione materiale del reato stesso:

essa, pertanto, non può ritenersi applicabile ai reati omissivi, in quanto il "non facere" è concetto ontologicamente antitetico alla sussistenza dei requisiti richiesti per il suo riconoscimento.

8 - Il proposto ricorso va, conclusivamente, rigettato.

Segue, a norma dell'art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, mentre, in ragione del contenuto dell'impugnazione, non si ritiene di applicare anche la sanzione amministrativa in favore della Cassa delle Ammende.


P.Q.M.

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2007.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 02/02/2008 @ 10:23:12 in Codice strada, linkato 1549 volte)

Il caso è quello di un cittadino del Comune di Botticino (BS) il quale, dopo aver parcheggiato la propria vettura nell’area di un parcheggio condominiale, aveva ricevuto una multa di euro 665,00 e il sequestro amministrativo del proprio veicolo e affidato in custodia a depositeria convenzionata, per non aver esibito il tagliando di assicurazione.

Il giudice di pace di Botticino, aveva dato ragione alla polizia municipale confermando la multa e la correttezza del verbale.

La Suprema Corte di Cassazione con la decisione del 18 gennaio 2008 n. 994, ha ribaltato la decisione del giudice di pace, accogliendo le ragioni del ricorrente che sosteneva l’inesistenza dell’infrazione avendo parcheggiato non in un’area pubblica o di uso pubblico, ma in un’area privata non soggetta al pubblico traffico.

Erroneamente il Giudice di pace ha ritenuto che il veicolo del ricorrente sostasse su "area equiparata a quella di uso pubblico", - richiamata dalla L. n. 990 del 1969, art. 1, - alla quale hanno libero accesso un numero indeterminato di persone, sulle quali non è possibile esercitare un qualsiasi controllo o limitazione, ovvero qualora sussista la possibilità, giuridicamente lecita, di accesso da parte di soggetti diversi dai titolari di diritti sulla stessa area e sui quali non è possibile esercitare un qualsiasi controllo o limitazione (cfr., in senso conforme, Cass. civ., Sez. 3^, n 9496/2000, n 4603/2000, n 11.276/2005, n 20911/2005, n 28.303/2005).

Dalla documentazione acquisita presso l'Ufficio Tecnico Comunale del Comune di Botticino e dalla deposizione dei testi Za.Ge. e G.E.L. è emerso che l'area, ove sostava il veicolo del ricorrente, era privata e destinata al parcheggio dei condomini del fabbricato di Via (OMISSIS). Pertanto doveva essere la Prefettura di Brescia a provare il contrario delle prove acquisite agli atti, cioè aveva l'onere probatorio (cui non ha adempiuto) di dimostrare eventualmente che l'area in questione era attraversata da un numero incontrollato di veicoli senza alcuna limitazione nè numerica nè soggettiva. La sentenza impugnata ha omesso, invece, ogni motivazione ed ha parlato di luogo aperto al pubblico in assenza di elementi che comportassero tale giudizio ed addirittura in contrasto con le prove documentali e testimoniali acquisite in giudizio.

Accolto il ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata; e questa Corte, decidendo nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c., non essendovi da compiere ulteriori accertamenti in fatto accoglie l'opposizione, annullando l'ordinanza del Prefetto di Brescia prot. 1031/02/SEQ del 3.7.2002, compensando le spese dell'intero giudizio.

 
Di Teresa Lagreca (del 09/01/2008 @ 09:58:22 in Codice strada, linkato 1560 volte)

Dopo l’autorevole intervento delle Sezioni Unite della Cassazione di giugno 2007, sulla necessità che il provvedimento di sospensione della patente di guida da parte del Prefetto fosse tempestivo rispetto al fatto della violazione alle norme del Codice della strada, argomento già segnalato su queste pagine, anche le sezioni semplici dei giudici di piazza Cavour, si conformano all’indirizzo dettato dalle SU.

Cassazione civile , sez. I, sentenza 12.12.2007 n° 26018

Questa Corte ha da tempo affermato il principio secondo il quale il provvedimento del prefetto di sospensione della patente di guida previsto dall'art. 223 del codice della strada, avendo natura cautelare e trovando giustificazione nella necessità di impedire nell'immediatezza del fatto che il conducente del veicolo, nei cui confronti esistano fondati elementi di responsabilità in ordine a un comportamento lesivo della incolumità altrui, possa reiterare una condotta in grado di arrecare ulteriore pericolo, trova il suo limite di legittimità nella rispondenza alla funzione cautelare che gli è propria. Ne deriva che, pur non prevedendo la norma espressamente un termine di decadenza dal potere di disporre la sospensione cautelare della patente, il provvedimento à illegittimo ove non sia adottato entro un tempo che ne giustifichi la funzione cautelare, alla quale la legittimità della sua emanazione è ontologicamente collegata (cfr. Cass. nn. 17205/2005, 21048/2004, 15906/2003, 11967/2003, 14866/2001, 6108/2001, 3454/2001, 5689/2000, 11959/1999).

Per le Sezioni unite, il provvedimento del prefetto di sospensione della patente di guida a norma dell'art. 223 c.d.s. ha indubbia natura cautelare e trova giustificazione nella necessità di impedire nell'immediato, prima ancora che sia accertata la responsabilità penale, che il conducente del veicolo, nei confronti del quale sussistono fondati elementi di un'evidente responsabilità in ordine ad eventi lesivi dell'incolumità altrui, continui una condotta atta ad arrecare pericolo ad altri. Pertanto, se è da escludere che il provvedimento in parola non possa più essere adottato per il solo mancato rispetto dei termini (non previsti a pena di decadenza) di cui all'art. 223, comma primo (dieci giorni per la trasmissione del rapporto al prefetto e alla direzione generale della M.T.C.) e secondo (quindici giorni per la trasmissione del parere del competente ufficio della direzione generale della M.T.C.), o perché il prefetto ometta di richiedere il parere del competente ufficio della direzione generale della M.T.C, lo stesso giorno in cui gli è pervenuto il rapporto ("appena ricevuti gli atti"), o non provveda appena ricevuto detto parere (anche in considerazione del fatto che la sospensione presuppone un adeguato spatium deliberandi), tuttavia, è certo che sia gli adempimenti propedeutici di cui si è detto, sia l'emissione dell'ordinanza di sospensione devono intervenire entro un tempo ragionevole - la cui valutazione in concreto è rimessa al giudice di merito - in considerazione delle finalità cautelari del provvedimento.

Non è quindi ammissibile una sospensione della patente che dovesse intervenire a una distanza di tempo dal completamento dell'iter previsto dall'art. 223 c.d.s., commi 1 e 2, tale da non essere giustificata dalla esigenza di valutazione degli elementi raccolti.

 
Di Teresa Lagreca (del 28/05/2008 @ 09:51:40 in Codice strada, linkato 587 volte)

Proprio ieri ne stavamo parlando.

Confermato l’orientamento secondo cui, in caso di rifiuto di sottoporsi al test dell’etilometro, troverà applicazione soltanto la pena meno grave ex art. 186 comma 2 lett. a) C.d.S.

Non solo.

Per verificare le ipotesi più gravi previste dall'art. 186 C.d.S. è necessario l' accertamento tecnico del livello effettivo di alcol nel sangue.

Cass. pen. Sez. IV, 11-04-2008, n. 19486

Relativamente alla fattispecie di reato di guida in stato di ebbrezza, il giudice ben può formare il suo libero convincimento in base ad elementi probatori acquisiti, a prescindere dall'accertamento tecnico del livello effettivo di alcol contenuto nel sangue, in forza dei principi generali in materia di prova e ciò in particolare, allorché il guidatore si rifiuti di sottoporsi a detti esami. In tal caso gli agenti verbalizzanti devono indicare nella notizia di reato, ai sensi dell'art. 347 cod. proc. pen., le circostanze sintomatiche (alito vinoso, alterazione della deambulazione, eloquio sconnesso ed altro) dell'esistenza dello stato di ebbrezza desumibili dallo stato del soggetto e dalla condotta di guida. La possibilità per il Giudice di avvalersi, ai fini dell'affermazione della sussistenza dello stato di ebbrezza, delle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatori va circoscritta alla fattispecie meno grave, quella di cui all'art. 186, comma 2, lett. a), D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Cod. Strad.), imponendosi per le ipotesi più gravi l'accertamento tecnico del livello effettivo di alcol nel sangue.

 

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

 

1. Il P.M. presso la Procura della Repubblica di Bergamo chiedeva l'emissione di decreto penale di condanna nei confronti di S. R., per il reato di guida in stato di ebbrezza alcolica e per rifiuto di sottoporsi al test con l'etilometro (fatto avvenuto il 18.4.2007).

Il GIP non accoglieva la richiesta, ma pronunciava sentenza, in data 31.8.2007, ai sensi dell'art. 129 c.p.p. di proscioglimento con la formula "il fatto non sussiste" per il reato ex art. 186 C.d.S., commi 2 e 6, e con la formula "il fatto non è previsto dalla legge come reato" per la fattispecie di rifiuto all'esecuzione degli accertamenti. Rilevava il Giudice che il D.L. 3 agosto 2007, n. 117 aveva depenalizzato il fatto di rifiuto; altresì, il nuovo testo dell'art. 186 C.d.S., richiedeva uno specifico accertamento tecnico del valore del tasso alcolemico, con pene progressivamente in aumento in relazione al maggiore valore riscontrato; per cui, doveva ritenersi esclusa la configurabilità del reato nel caso di mancanza di detto accertamento, come avvenuto nella fattispecie.

2. Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Brescia proponeva ricorso per Cassazione contestando l'interpretazione adottata dal GIP, intesa ad escludere l'accertamento dello stato di ebbrezza del guidatore in base ad elementi sintomatici esterni, essendo la sanzione penale, ora stabilita dal legislatore, collegata a precisi livelli alcolemici.

3. Il Procuratore presso la Corte di Cassazione chiedeva l'accoglimento del ricorso, con l'annullamento con rinvio della sentenza.

L'imputato presentava memoria instando per il rigetto del ricorso.

4. Il ricorso va accolto perchè fondato.

Si osserva che il precetto penale cui fa riferimento l'art. 186 C.d.S., è riportato al primo comma di detto articolo nel senso che "è vietato guidare in stato di ebbrezza in conseguenza dell'uso di bevande alcoliche". Al riguardo, la giurisprudenza formatasi sotto la formulazione dell'articolo precedente alle modifiche apportate dal D.L. n. 117 del 2007 (poi, convertito in L. 2 ottobre 2007, n. 160) riteneva che il dato sintomatico esterno (alito vinoso, alterazione della deambulazione, eloquio sconnesso ed altro) era, comunque, idoneo a comprovare lo stato di ebbrezza. D'altro canto, il nuovo testo legislativo non esclude di per sè che il Giudice formi il suo libero convincimento in base ad elementi probatori acquisiti, a prescindere dall'accertamento tecnico del livello effettivo di alcol contenuto nel sangue, ai sensi dei principi generali in materia di prova (v. art. 187 c.p.p. e segg.; in specie l'art. 192 c.p.p.).

Ciò appare possibile, in particolare, allorchè il guidatore si rifiuta di sottoporsi a detti esami, nel qual caso la norma regolamentare tuttora in vigore (art. 379 c.p.p.) impone agli agenti verbalizzanti di indicare nella notizia di reato, ai sensi dell'art. 347 c.p.p., le circostanze sintomatiche dell'esistenza dello stato di ebbrezza desumibili dallo stato del soggetto e dalla condotta di guida.

Del resto, una diversa interpretazione determinerebbe un "vulnus" essenziale al sistema di repressione e controllo disposto da legislatore a fronte del grave fenomeno della guida in stato di alterazione per l'uso di alcol, comportante sempre maggiori situazioni di pericolo per gli utenti della circolazione stradale;

difatti, nel caso di rifiuto del soggetto di sottoporsi al test, la sua condotta non sarebbe in alcun modo penalmente sanzionabile.

Deve solo aggiungersi che la possibilità per il Giudice di avvalersi, ai fini dell'affermazione della sussistenza dello stato di ebbrezza, delle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatoli va circoscritta alla fattispecie meno grave, quella di cui all'art. 186 C.d.S., comma 2, lett. a), imponendosi per le ipotesi più gravi l'accertamento tecnico del livello effettivo di alcol nel sangue.

5. Pertanto, la sentenza impugnata va annullata con rinvio al Tribunale di Bergamo, che si uniformerà al principio di diritto enunciato.

 
P.Q.M.
 

La Corte di Cassazione Sezione Quarta Penale annulla il provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale di Bergamo.

Così deciso in Roma, il 11 aprile 2008 Depositato in Cancelleria il 15 maggio 2008

 

Nota a sentenza, Cass. civ. Sez. III, 07-10-2008, n. 24752.

A seguito di un grave sinistro stradale, con decesso di una delle vittime, l’assicurazione del veicolo autore del sinistro, era stata condannata dal Tribunale di Roma, in solido con gli autori del fatto materiale, a risarcire i danni da sinistro stradale.

Invero, il Tribunale adito, aveva statuito un provvedimento di condanna in solido della Nuova Tirrena, ma tale risarcimento era stato limitato al massimale di legge, pari all’epoca dei fatti anno 1999 a lire 1.500.000.000, in quanto aveva ritenuto natura indennitaria e non risarcitoria la prestazione dovuta dall’assicurazione.

 La Corte di Appello confermava la decisione.

Gli eredi dell’assicurato ricorrevano per Cassazione.

La recente decisione della Suprema Corte, confermando la decisione della Corte di Appello, ha espresso il seguente principio di diritto, secondo cui

Per i danni conseguenti alla circolazione stradale, l'obbligazione dell'assicuratore è contenuta nei limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione in quanto la solidarietà fra assicurato ed assicuratore ha natura atipica (cosidette obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo, volte a rafforzare un debito principale), e perciò l'unicità della prestazione, non mutando nei confronti dell'assicurazione la natura indennitaria, trova un limite nel titolo che la costituisce a carico dell'assicuratore e cioè la L. n. 990 del 1969, art. 18, secondo cui il danneggiato può agire direttamente nei confronti dell'assicurazione del responsabile del danno entro i limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione avendo la sua iniziativa l'unico effetto di mutare coattivamente il beneficiario della prestazione che anzichè l'assicurato diviene il danneggiato, ma non muta l'oggetto del contratto di assicurazione della responsabilità civile da circolazione dei veicoli che è l'indennizzo, mentre il debito del danneggiante, essendo risarcitorio, è illimitato.

Cass. civ. Sez. III, 07-10-2008, n. 24752

 

Svolgimento del processo

La s.p.a. Nuova Tirrena con atto del 4 marzo 1999, si opponeva al precetto per il pagamento di L. 2.388.822.304 intimatole da T. V. e S.Q., D., M., C., A. e Vi.. deducendo che il dispositivo del titolo esecutivo, costituito dalla sentenza del Tribunale di Roma del 13 gennaio 1999 che l'aveva condannata, in solido agli eredi del suo assicurato N.A., a risarcire i danni da sinistro stradale, era stato corretto, a norma dell'art. 287 c.p.c., con ordinanza dell'11 marzo 1999, e con questo provvedimento la condanna in solido della Nuova Tirrena era stata limitata al massimale di legge, pari a L. 1.500.000.000.

Successivamente detta assicurazione si opponeva ai pignoramenti del 9 e del 21 aprile 1999.

Il Tribunale di Roma, riunite le opposizioni, dichiarava cessata la materia del contendere per l'opposizione a precetto e all'esecuzione al primo pignoramento ed accoglieva l'opposizione al secondo pignoramento dichiarando che il credito azionato era pari a L. 1.515.000.000, e che l'azione esecutiva non poteva eccedere il massimale di legge.

Interponevano appello i creditori opposti deducendo che il Tribunale, senza alcuna motivazione, aveva escluso il loro diritto a procedere esecutivamente per il pagamento dell'intero debito indennitario quale risultante dal titolo esecutivo. In particolare infatti il Tribunale, basandosi sulla correzione del dispositivo, non aveva considerato la differenza tra vincolo di responsabilità e vincolo di solidarietà, così violando l'art. 1292 c.c., secondo cui soltanto nei rapporti interni tra assicuratore e assicurato vi è il vincolo di responsabilità e rileva il massimale di polizza, mentre nei confronti del danneggiato il debito del danneggiante e dell'assicuratore sono legati da vincolo di solidarietà per l'intero ammontare.

 

Con sentenza del 25 settembre 2003 la Corte di appello di Roma respingeva il gravame perchè l'interpretazione del titolo esecutivo effettuata dal Giudice di primo grado, integrato dall' ordinanza di correzione del dispositivo con cui espressamente era stata limitata la responsabilità solidale dell'assicurazione nei confronti dei danneggiati entro il massimale di legge, era giuridicamente corretta in quanto conforme non solo alla loro domanda introduttiva del giudizio sostanziale, ma anche alla L. n. 990 del 1969, art. 18, che costituisce un'obbligazione solidale atipica. Ricorrono per cassazione Q., V., V., T., M., C., A., S.D. e T.V. cui resiste la Nuova Tirrena Assicurazioni s.p.a. Quest' ultima ha depositato memoria.

 

Motivi della decisione

Con il primo motivo deducono: "Violazione e falsa applicazione dell'art. 1292 c.c., e dell'art. 2055 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3".

 

La Corte di appello, nell'interpretazione del titolo esecutivo, ha disatteso il principio secondo cui il vincolo di responsabilità tra assicuratore e assicurato danneggiante è atipico (c.d. obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo): infatti quella dell'assicurazione è contrattuale e quella del danneggiante è aquiliana e quindi sono entrambi responsabili per l'intero ammontare verso il danneggiato, che può agire in executivis per l'intero anche nei confronti soltanto dell'assicurazione (artt. 1292 e 2055 c.c.) che avrà poi il regresso nei confronti dell'effettivo responsabile per la quota eccedente. L'azione diretta risarcitoria nei confronti dell'assicurazione conferita dalla L. n. 990 del 1969, art. 18, è autonoma dal rapporto interno di assicurazione e quindi le eccezioni ai sensi della cit. L. art. 18,comma 2, dell'assicuratore sono inopponibili al terzo.

 

E se l'assicuratore, ai sensi della cit. L. art. 18, risponde nei limiti del massimale, quale responsabile civile ai sensi dell'art. 1292 c.c., risponde per l'intero e quindi non opera il principio della parziarietà e divisibilità dell'unica prestazione (art. 1314 c.c.), nè la diversità della fonte della responsabilità incide sulla solidarietà, ovvero rileva L. n. 990 del 1969, art. 23, ed infatti l'art. 2055 c.c., tutela pienamente il danneggiato, tanto più se da sinistro stradale, la cui normativa è di ordine pubblico per la Corte Costituzionale e attua le esigenze di solidarietà sociale.

 

Il motivo, ammissibile perchè volto a censurare i criteri logico - giuridici mediante i quali il Giudice dell'opposizione all'esecuzione ha interpretato il titolo esecutivo e la correzione del medesimo, è infondato.

 

Ed infatti, in tale operazione ermeneutica, resasi necessaria perchè la controversia di opposizione all'esecuzione è incentrata sul significato da attribuire alla correzione del titolo, posto in esecuzione come se non fosse stata apportata, non è ravvisabile nessun errore logico o giuridico perchè le espressioni letterali usate, diversamente dalla tesi dei creditori opposti, sono state interpretate alla luce delle regole sostanziali che disciplinano la responsabilità civile obbligatoria dell' assicurazione, secondo le quali, per i danni conseguenti alla circolazione stradale, l'obbligazione dell'assicuratore è contenuta nei limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione in quanto la solidarietà fra assicurato ed assicuratore ha natura atipica (cosidette obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo, volte a rafforzare un debito principale), e perciò l'unicità della prestazione, non mutando nei confronti dell'assicurazione la natura indennitaria, trova un limite nel titolo che la costituisce a carico dell'assicuratore e cioè la L. n. 990 del 1969, art. 18, secondo cui il danneggiato può agire direttamente nei confronti dell'assicurazione del responsabile del danno entro i limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione avendo la sua iniziativa l'unico effetto di mutare coattivamente il beneficiario della prestazione che anzichè l'assicurato diviene il danneggiato, ma non muta l'oggetto del contratto di assicurazione della responsabilità civile da circolazione dei veicoli che è l'indennizzo, mentre il debito del danneggiante, essendo risarcitorio, è illimitato.

 

Pertanto i Giudici di appello hanno ritenuto corretta l'interpretazione del titolo effettuata dai Giudici del Tribunale, e poichè i vizi di interpretazione denunciati sono infondati, il motivo va respinto.

 

Con il secondo motivo deducono: In ogni caso la violazione degli artt. 1292 e 2055 c.c., di cui al presente motivo, può essere qualificata come omessa o insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, prospettato dalla parte ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.

 

I Giudici di merito non avevano compreso che l'azione esecutiva era stata avviata nei confronti della Nuova Tirrena, per la parte eccedente il massimale, quale anticipataria del danneggiante - assicurato, impregiudicata la rivalsa nei confronti di quest'ultimo, ed in tali limiti era legittima la procedura esecutiva.

 

Questa censura è inammissibile.

 

Ed infatti, posto che il potere di cognizione del Giudice dell'opposizione all'esecuzione è limitato all'accertamento della portata esecutiva del titolo posto a fondamento dell'esecuzione, le ragioni di merito incidenti sulla formazione di esso - quali il prospettato obbligo dell'assicurazione di pagare, indipendentemente dalla sua mala gestio, il danno da sinistro stradale per l'intero, senza il limite del massimale, quale anticipataria, per la parte eccedente, dell'obbligo risarcitorio del danneggiante - devono esser fatte valer unicamente impugnando la sentenza costituente titolo esecutivo, unitamente alla parte corretta, a norma dell'art. 288 c.p.c., u.c..

 

Concludendo il ricorso va respinto.

 

I ricorrenti vanno condannati al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti a pagare le spese del giudizio di cassazione pari ad Euro 7.100,00, di cui Euro 100,00, per spese, oltre spese generali e accessori di legge.

 

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 7 ottobre 2008
 

Con la novella del D.L. 27 giugno 2003 n. 151 art. 6, conv. nella L. 1° agosto 2003, n. 214, la quale ha attribuito al tribunale la competenza per materia in ordine alla contravvenzione di guida sotto l'influenza dell'alcool di cui all’art. 186 del Codice della strada, la Suprema Corte, con la recente sentenza Cass. pen. Sez. IV, (ud. 15-01-2008) 23-09-2008, n. 36476, ha ulteriormente chiarito che deve ritenersi sussistente la competenza del tribunale anche per la contravvenzione di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, di cui all’art. 187 del Codice della strada e non quella del Giudice di Pace.

La Corte ha dunque annullato la sentenza del giudice di pace di Anagni, il quale aveva ritenuto erroneamente di essere competente sul reato di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, rinviando alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

Cass. pen. Sez. IV, (ud. 15-01-2008) 23-09-2008, n. 36476

Il Giudice di pace di Anagni, con sentenza resa il 17/4/2007, ritenuta la propria competenza a decidere per il reato di cui all'art. 187 C.d.S. (D.Lgs. 9 ottobre 1992, n. 285) e ritenuta la responsabilità dell'imputato, applicava la pena ritenuta di giustizia.

Contro così fatto provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione S.G. per ottenere per l'annullamento del provvedimento impugnato.

All'udienza pubblica del 15/1/2008, la Corte, compiuti gli adempimenti prescritti dal codice di rito, ha deciso il ricorso proposto.

 
Motivi della decisione
 
Il ricorso denunzia:

erronea applicazione e interpretazione della legge penale in relazione all'art. 187 C.d.S. e art. 21 c.p.p. e ss.

Incompetenza del giudice di pace. Conclude per l'annullamento della sentenza impugnata.

Questa Corte rileva che Cassazione Penale Sent. n. 17003 del 18.05.2006, ha affermato che non può negarsi che tutto il trend legislativo di una precedente fine di legislatura (L. 24 dicembre 2003, n. 350, L. 5 dicembre 2005, n. 251, D.L. 30 dicembre 2005, n. 272, convertito in legge con modificazioni dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49) è caratterizzato da un maggior rigore in genere sull'uso di sostanze stupefacenti, sicchè sembrerebbe eccentrica ed ingiustificata la previsione di un regime sanzionatorio e di una disciplina differenziata per la guida in stato di ebbrezza e di alterazione da sostanze psicotrope e stupefacenti.

Non sembra neppure richiamabile una nota ordinanza della Corte Costituzionale (n. 277 del 2004), con la quale si sono giustificate le differenti modalità tecniche di accertamento dei due reati suddetti sulla base del necessario riscontro con analisi di laboratorio alla luce delle attuali conoscenze tecnico-scientifiche, introducendo una prova legale" per la contravvenzione ex art. 187 C.d.S., giacchè nella medesima ordinanza non solo si assume la concretizzazione di una condotta di pericolo per la circolazione nella guida di un veicolo sotto l'effetto di sostanze stupefacenti, ma anche si esclude ogni valore al dato quantitativo, rilevante invece per la guida in stato di ebbrezza, anche se ora sfumato ad appena 0,5 gr., sicchè, sotto questo aspetto, la prima contravvenzione appare, addirittura, nella considerazione del legislatore, più grave dell'altra. Inoltre proprio l'innovativa normativa su indicata ha richiesto l'obbligatorio accertamento anche per la guida di un veicolo sotto l'effetto dell'ingestione di sostanze alcoliche, sicchè sembrano ulteriormente ridursi le caratteristiche differenziali dei due reati (non è fonte di diritto la circolare 29 dicembre 2005 n. 300/A1/42175/109/42 del Ministero dell'interno, che evidenziando le comuni caratteristiche dei due reati afferma, però, la competenza del giudice di pace), mentre proprio il pericolo per la circolazione e la possibilità di incidenti derivanti da dette situazioni ha indotto il legislatore a prevedere in entrambi i reati il traino del veicolo nel luogo indicato dall'interessato o fino alla più vicina autorimessa, sicchè l'equiparazione tra le due situazioni appare sempre più pregnante con un'eguale, se non maggiore, rilevanza dell'alterazione psicofisica, dovuta all'ingestione di droghe o di sostanze psicotrope.

Pertanto, ad avviso del collegio, una differente competenza a giudicare detti due reati, comportando una diversità del regime sanzionatorio e della disciplina processuale molto marcati farebbe sorgere non infondati dubbi di costituzionalità in relazione al principio di ragionevolezza e di eguaglianza, sicchè deve prediligersi un'esegesi ampia del richiamo all'art. 186 C.d.S., comma 2, contenuta nell'art. 187 C.d.S., comma 7, includendo non solo il riferimento al regime sanzionatorio in senso stretto, ma anche all'organo competente all'"irrogazione della pena".

La sentenza impugnata deve essere per le ragioni fin qui richiamate, annullata senza rinvio e gli atti devono essere trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

 
P.Q.M.
 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

Così deciso in Roma, il 15 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2008

 

In caso di furto di autovettura, e ritrovata dai Carabinieri nello stesso giorno ma in condizioni disastrose in conseguenza di incidente stradale occorso al ladro e rivenduta ad un prezzo "poco più che simbolico", la compagnia assicuratrice è tenuta ad indennizzare l'assicurato di tutti i danni conseguenti al furto, compresi quelli subiti dall'autoveicolo nel periodo di spossessamento, corrispondendo il valore che il veicolo aveva prima del furto, al netto del valore residuo del rottame.

Cassazione civile Sentenza, Sez. III, 23/04/2008, n. 10596

Svolgimento del processo
 

La Intercontinentale Ass.ni indennizzò un proprio assicurato per il furto della sua autovettura, avvenuto nell'autorimessa del D. B..

La Winterthur Ass.ni (incorporante dell'Intercontinentale) chiese in rivalsa al D.B. la somma pagata a titolo d'indennizzo al proprio assicurato. Il D.B. versò la somma alla compagnia ma poi agì contro di questa per la ripetizione, sostenendo di aver pagato l'indebito, in quanto la vettura in questione era stata rinvenuta dai Carabinieri poche ore dopo il furto ed immediatamente restituita al proprietario, benchè danneggiata a seguito di un incidente stradale.

Il Tribunale di Milano respinse la domanda, con sentenza poi confermata dalla Corte della stessa città.

Il D.B. propone ricorso per la Cassazione della sentenza della Corte d'appello di Milano a mezzo di tre motivi.

Si difende con controricorso la Aurora Ass.ni, già Winterthur Ass.ni. Ambedue le parti hanno depositato memorie per l'udienza.

Motivi della decisione
 

Con il primo motivo il ricorrente - nel censurare la violazione dell'art. 210 c.p.c. ed i vizi della motivazione - sostiene: che il giudice avrebbe errato nel ritenere che la mancata esibizione dei documenti richiesti alla Winterthur (in particolare, la polizza assicurativa) fosse giustificato, dal lungo tempo trascorso e dall'incorporazione della soc. Intercontinentale nella Winterthur;

che, invece, la compagnia avrebbe potuto comunque produrre quei documenti e che "dalla mancata esibizione ne è derivato che oneri e doveri delle parti sono caduti nel nulla".

Il motivo è inammissibile per difetto di specifica censura. La doglianza, così come formulata, sembra piuttosto diretta a rimproverare la controparte per non aver ottemperato all'ordine d'esibizione. Se, invece, vuoi ritenersi che il ricorrente si dolga del fatto che il giudice non abbia desunto argomenti di prova dal comportamento della compagnia, basta dire che la valutazione della mancata esibizione rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, che in questo caso è stato esercitato con motivazione congrua e logica.

Con il secondo motivo - violazione art. 1884 c.c. e ss., art. 1916 c.c. e ss., art. 2033 c.c., e segg., vizi della motivazione - il ricorrente sostiene che la compagnia non avrebbe dovuto risarcire il danno in quanto l'assicurato aveva riottenuto la vettura lo stesso giorno nel quale era stata rubata.

La questione attiene a circostanze di fatto in relazione alle quali il giudice ha fornito una logica e congrua motivazione, spiegando, in particolare, che è pur vero che il veicolo fu presto ritrovato, ma in condizioni disastrose a seguito di un incidente stradale nel quale era incorso mentre si trovava in possesso del ladro e che, comunque, fu rivenduto ad un prezzo "poco più che simbolico". Sicchè, la compagnia aveva il dovere di indennizzare tutti i danni conseguenti al furto, compresi quelli subiti dall'autoveicolo nel periodo di spossessamento, corrispondendo il valore che il veicolo aveva prima del furto, al netto del valore residuo del rottame.

Alle stesse considerazioni deve pervenirsi con riguardo al terzo motivo, in quanto nessuna contraddizione può essere rilevata nel ragionamento svolto in sentenza.

In conclusione, il ricorso deve essere respinto, con condanna del ricorrente a rivalere la controparte delle spese sopportate nel giudizio di Cassazione.

P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro 2600,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 1 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 23 aprile 2008

 

La salvaguardia delle formalità prima di tutto, ci mancherebbe altro !

Un veterinaio livornese corre con la propria vettura verso l'ambulatorio per eseguire una operazione urgente su di un cane in fin di vita che era stato poco prima portato nel medesimo ambulatorio.

Contravvenzionato per eccesso di velocità ai sensi dell'art. 142 comma 9 C.d.S., il medico impugna il verbale di accertamento elevato dalla Polizia stradale di Livorno e il G.d.P. di cecina (LI) accoglie le doglianze del ricorrente “sul rilievo della convinzione della guidatrice di dover arrivare in ambulatorio il prima possibile per salvare un essere vivente da un pericolo grave non altrimenti evitabile"

Il Ministero dell'Interno e la Prefettura ricorrono ai supremi giudici.

Con la decisione Cass. civ. Sez. II, 05-09-2008, n. 22365, la Corte accoglie il ricorso, condannando il medico anche al pagamento delle spese di giudizio.

 

il secondo motivo, con cui si denuncia violazione dell'art. 54 c.p. , è manifestamente fondato, atteso che lo stato di necessità definito dalla norma invocata (la quale integra la previsione dell'esimente contenuta nella L. n. 689 del 1981, art. 4, comma 1) è riferito esclusivamente al danno grave "alla persona", e dunque agli esseri umani, non a qualunque "essere vivente", compresi gli animali, come erroneamente ritenuto dal Giudice di pace

 

Cass. civ. Sez. II, 05-09-2008, n. 22365

Svolgimento del processo

che il Sig. B.V. propose opposizione, ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 22, avverso verbale di accertamento elevato nei suoi confronti dalla Polizia stradale di Livorno per violazione dell'art. 142 C.d.S., comma 9 (eccesso di velocità), invocando l'esimente dello stato di necessità in quanto alla guida del veicolo di sua proprietà si trovava la figlia, di professione veterinaria, diretta al proprio ambulatorio per eseguire un' operazione urgente;

che l'adito Giudice di pace di Cecina, instaurato il contraddittorio con il Ministero dell'Interno, ha accolto l'opposizione sul rilievo della convinzione della guidatrice di dover arrivare in ambulatorio il prima possibile "per salvare un essere vivente da un pericolo grave non altrimenti evitabile";

che il Ministero e la Prefettura indicati in epigrafe hanno proposto ricorso per due motivi, cui non ha resistito l'intimato.

Motivi della decisione

che il primo motivo di ricorso, con cui si deduce l'omesso rilievo dell'inammissibilità dell'opposizione per mancanza dei motivi, è manifestamente infondato, avendo l'opponente chiaramente invocato l'esimente dello stato di necessità;

che il secondo motivo, con cui si denuncia violazione dell'art. 54 c.p., è manifestamente fondato, atteso che lo stato di necessità definito dalla norma invocata (la quale integra la previsione dell'esimente contenuta nella L. n. 689 del 1981, art. 4, comma 1) è riferito esclusivamente al danno grave "alla persona", e dunque agli esseri umani, non a qualunque "essere vivente", compresi gli animali, come erroneamente ritenuto dal Giudice di pace;

che la sentenza impugnata va dunque cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., con il rigetto dell'opposizione;

che le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza dell'intimato, mentre non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di merito, non essendosi l'amministrazione avvalsa di patrocinio professionale.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l'opposizione; condanna l'intimato alle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 400,00 oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2008

 

 

 

 
Di Teresa Lagreca (del 26/09/2008 @ 07:24:07 in Codice strada, linkato 725 volte)

 

Particolare clamore ha suscitato la recente decisione della Suprema Corte - Cass. pen. Sez. II, (ud. 22-05-2008) 08-09-2008, n. 34836 - la quale ha confermato la sentenza di condanna per il reato di “truffa continuata” emessa dalla Corte di Appello di Milano nei confronti di un automobilista il quale, in numerose occasioni, riusciva ad evitare di pagare il pedaggio autostradale, accodandosi a vettura munita di "telepass" nell'apposita corsia riservata, riuscendo a passare anch'egli prima che la sbarra si richiudesse.

In questo caso, quindi, è stato ravvisato il delitto di “truffa aggravata”, condannato l’imputato a sette mesi di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore della Società Autostrade e negando, addirittura, di riconoscere sussistente l’attenuante della modesta entità del danno economico patito dalla vittima.

 
Eppure.
 

In altre occasione, per i medesimi fatti, la Corte Suprema aveva deciso in modo diverso, affermando la sussistenza del reato meno grave di “insolvenza fraudolenta” (ipotesi maggioritaria) o addirittura riconoscendo l’irrilevanza penale della vicenda (ipotesi minoritaria).

Con sentenza del 26 settembre 2007, la Corte di appello di Bologna confermava la sentenza pronunciata dal Tribunale di Rimini il 6 maggio 2004, con la quale l’imputato era stato dichiarato responsabile di numerosi fatti di insolvenza fraudolenta nei confronti della società Autostrade s.p.a., per aver omesso di effettuare il pagamento dei pedaggi autostradali utilizzando i varchi Viacard-Telepass, senza essere in possesso dei relativi titoli abilitativi.

(Cass. pen. Sez. II, (ud. 11-07-2008) 17-07-2008, n. 29884)

 

Nel medesimo senso anche il Tribunale di Genova in data 29 marzo 2007: integra gli estremi del reato di “insolvenza fraudolenta” la condotta di colui che dissimulando il proprio stato di insolvenza effettui numerosi percorsi sulla rete autostradale omettendo di corrispondere il dovuto pagamento dei pedaggi transitando fraudolentemente nelle corsie riservate a telepass.

 

Addirittura esente da pena la condotta dell’imputato nel processo avanti al Tribunale di Nola.

Con decreto in data 16.10.2006, il G.I.P. del Tribunale di Nola sull'opposizione della parte offesa, la s.p.a. Autostrade Concessioni e Costruzioni Autostrade, accoglieva la richiesta di archiviazione degli atti del procedimento contro persona da identificare nel conducente dell'autoveicolo. Questi era stato indicato dalla querelante come transitante frequentemente in autostrada sulla pista riservata al TELEPASS senza essere fornito di tale mezzo di pagamento e senza provvedere successivamente ad adempiere l'obbligo di pagamento del pedaggio.

Il G.I.P. osservava che la richiesta doveva essere accolta sia pure per ragioni diverse da quelle indicate dal P.M. (che aveva rilevato profili di invalidità della querela), risultando superflui gli ulteriori temi di indagine indicati dalla persona offesa: ciò in quanto il fatto descritto integrava un mero inadempimento contrattuale, mentre non risultava che detto inadempimento fosse dovuto a un vero e proprio stato di insolvenza (mancanza della possibilità di pagare) del soggetto agente, per cui non era configurabile l'ipotesi di reato di cui all'art. 641 c.p., contestata.( Cass. pen. Sez. II, (ud. 04-05-2007) 13-06-2007, n. 23053)

 

L’ultimo intervento dei Giudici di Piazza Cavour è stato nel senso sopra narrato.

Cass. pen. Sez. II, (ud. 22-05-2008) 08-09-2008, n. 34836

 

Svolgimento del processo
 

B.P., con ricorso del 12-19 marzo 2007, chiede l'annullamento della sentenza della Corte d'Appello di Milano, che ha confermato la condanna inflittagli dal Tribunale di Monza alla pena di 7 mesi di reclusione e 400,00 Euro di multa, nonchè al risarcimento del danno nei confronti della parte civile, per il reato di truffa continuata nei confronti della società "Autostrade".

Il reato di truffa continuata consiste nel fatto che l'imputato, in numerose occasioni, sino al febbraio 2001, riusciva ad evitare di pagare il pedaggio autostradale, accodandosi a vettura munita di "telepass" nell'apposita corsia riservata, riuscendo a passare anch'egli prima che la sbarra si richiudesse.

Il ricorso si articola in tre motivi. Nullità assoluta per mancata corretta verifica della persona che ha commesso le violazioni.

Incompetenza territoriale. Erronea definizione della fattispecie di reato e quantificazione della pena.

Il difensore dell'imputato ha depositato una memoria, che si sofferma sul primo motivo di ricorso, assumendo che gli indizi a carico del B. non sono idonei a fondare la condanna e che la motivazione della sentenza sul punto è viziata da illogicità.


Motivi della decisione
 

Il ricorso è manifestamente infondato.

Sul primo e più rilevante motivo, ripreso nella memoria difensiva, deve osservarsi che il ragionamento della Corte non presenta contraddizioni, nè illogicità. Al di là di questo limite, in sede di giudizio di cassazione, non si può andare e quindi non si può entrare nel merito delle valutazioni del giudice in ordine alla identificazione del B..

Quanto all'eccezione di incompetenza territoriale, la sentenza ha spiegato con precisione perchè la stessa è stata formulata tardivamente (svolta solo in sede di appello, quindi oltre i termini previsti dall'art. 21 c.p.p., comma 2).

Anche con riferimento alla mancata applicazione dell'attenuante della particolare tenuità del danno il ragionamento del giudice di merito non presenta incoerenze, fondandosi su di una corretta applicazione del criterio dettato dal codice della strada, posto che risultavano provate le uscite dall'autostrada, ma non erano individuabili le relative entrate.

La manifesta infondatezza comporta l'inammissibilità del ricorso.

All'inammissibilità consegue la condanna della parte privata ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè al pagamento della somma indicata in dispositivo alla Cassa delle ammende.

Quest'ultima condanna si impone in quanto, nel caso in esame, non vi sono ragioni idonee ad escludere la colpa del ricorrente nella proposizione di un ricorso inammissibile.

Segue inoltre, per legge, la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese della parte civile, liquidate come in dispositivo.


P.Q.M.
 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di 1.000,00 Euro alla Cassa delle ammende. Condanna altresì il ricorrente alla rifusione delle spese in favore della parte civile "Autostrade per l'Italia spa", liquidate in 1.050,00 Euro, di cui 1.000,00 Euro per onorari Oltre IVA e Cpa.

Così deciso in Roma, il 22 maggio 2008.

Depositato in Cancelleria il 8 settembre 2008

 

 

 

 
Di Alessandro Gazzea (del 03/12/2008 @ 07:13:03 in Codice strada, linkato 510 volte)

Continua il contrasto tra la giurisprudenza di merito, che vuole la prova dello stato di ebbrezza, a seguito delle modifiche apportate dal D.L. 3-8-2007 n. 117, soltanto con il test alcolimetrico e quella di legittimità, che continua a cassare le decisioni dei giudici di prime cure affermando che ancora oggi, in tema di accertamento dello stato di ebbrezza, è sufficiente anche la sola base dei c.d. elementi sintomatici rilevati dagli agenti in sede di accertamento della violazione.

La recente decisione degli ermellini, Cass. pen. Sez. IV, (ud. 28-10-2008) 19-11-2008 n. 43313, è in ogni caso interessante per la chiarezza sulla nuova struttura del reato di guida in stato di ebbrezza.

Vedi anche:

Cass. pen. Sez. IV, (ud. 28-10-2008) 19-11-2008 n. 43313

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo, sulla richiesta del pubblico ministero di emettere decreto di condanna, proscioglieva, a norma dell'art. 129 c.p.p., G.M. dalle contravvenzioni, commesse in (OMISSIS):

- di guida sotto l'influenza dell'alcool (D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2) perchè il fatto non sussiste (capo 1);

- di rifiuto di sottoporsi al test alcolimetrico (D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 7), perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato (capo 2).

Con riguardo alla contravvenzione di cui al capo 1), il giudice giustificava la propria decisione affermando che le modifiche apportate alla citata disposizione dal D.L. 3 agosto 2007, n. 117 non consentivano più di provare lo stato di ebbrezza sulla sola base dei c.d. elementi sintomatici rilevati dagli agenti in sede di accertamento della violazione.

 

2. Avverso l'anzidetta sentenza, ha proposto ricorso per Cassazione il Procuratore generale presso la Corte di appello di Brescia, chiedendone l'annullamento e rilevando l'erronea interpretazione delle nuove disposizioni.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è fondato.

3.1. Prima delle disposizioni modificative introdotte dal D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 5, il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, la cui ultima versione era dovuta alla L. 1 agosto 2003, n. 214, di conversione del D.L. 27 giugno 2003, n. 151, era strutturato, per quanto qui interessa, nei termini seguenti.

Il comma 1 sanciva il divieto di "guidare in stato di ebbrezza in conseguenza dell'uso di bevande alcoliche".

La prima parte del comma 2 delineava la fattispecie incriminatrice di guida in stato di ebbrezza alcolica: chiunque violava il divieto (guidava, cioè, in stato di ebbrezza) era punito con le pene congiunte dell'arresto fino ad un mese e dell'ammenda da Euro 258,00 a Euro 1.032,00.

Il comma 6 stabiliva che, qualora dall'accertamento fosse risultato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), l'interessato era da considerarsi in stato di ebbrezza ai fini dell'applicazione delle sanzioni, penali ed amministrative, di cui al sopra citato comma 2.

La determinazione della soglia anzidetta va fatta risalire al D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 3, convertito in L. 1 agosto 2002, n. 168;

in precedenza (v. nel testo introdotto dal D.Lgs. 15 gennaio 2002, n. 9, art. 186, comma 5), il più elevato limite di 0,8 grammi per litro (g/l) era stabilito (e lo è tuttora per un difetto di coordinamento legislativo) dal regolamento di esecuzione e di attuazione del codice della strada (D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 379).

Questa Corte aveva, comunque, più volte avuto modo di affermare (cfr. Cass. S.U. 27 settembre 1995, Cirigliano, RV 203634; Cass. 4, 4 maggio 2004, Ciacci, RV 229966; Cass. 4, 9 giugno 2004, p.m. in proc. Massacesi, RV 229087) che lo stato di ebbrezza del conducente del veicolo poteva essere, ai fini della configurabilità della contravvenzione in esame, accertato e provato con qualsiasi mezzo, e non necessariamente, nè unicamente, mediante la strumentazione (il c.d. etilometro) e le procedure indicate nel menzionato D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 379.

In particolare, per il principio del libero convincimento, per l'assenza di prove legali e per la necessità che la prova non dipenda dalla discrezionale volontà della parte interessata, il giudice poteva dimostrare l'esistenza dello stato di ebbrezza sulla base delle circostanze sintomatiche, desumibili in particolare dallo stato del soggetto (alterazione della deambulazione, difficoltà di movimento, eloquio sconnesso, alito vinoso, ecc.) e dalla condotta di guida (che i verbalizzanti hanno il compito di indicare nella notizia di reato, ai sensi dell'art. 347 c.p.p.: v. citato art. 379, comma 3).

 

3.2. Il D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 5 ha - come si è detto - riscritto il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, trasformando in illecito amministrativo il rifiuto di sottoporsi all'accertamento, ma non abolendo, neppur in parte, la fattispecie di guida in stato di ebbrezza ed inasprendone anzi l'apparato sanzionatorio.

In particolare, le pene principali sono state differenziate in base alla gravità della violazione:

prima fascia: ammenda da Euro 500,00 a Euro 2000,00 e arresto fino ad un mese se il tasso alcolemico accertato è superiore a 0,5 grammi per litro e non superiore a 0,8 (la previsione dell'arresto è stata, poi, soppressa dalla Legge Conversione 2 ottobre 2007, n. 160 e la contravvenzione è, dunque, tornata ad essere oblabile, questa volta ai sensi dell'art. 162 c.p.);

seconda fascia: ammenda da Euro 800,00 a Euro 3.200,00 ed arresto fino a tre mesi (elevato a sei mesi dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, art. 4, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, convertito dalla L. 24 luglio 2008, n. 125) se il tasso alcolemico accertato è superiore a 0,8 grammi per litro e non superiore a 1,5 terza fascia: ammenda da Euro 1.500,00 a Euro 6.000,00 ed arresto fino a sei mesi (ora da tre mesi ad un anno per effetto dell'intervento dei provvedimenti legislativi da ultimo citati) se il tasso alcolemico accertato è superiore a 1,5 grammi per litro.

 

3.3. Le modificazioni anzidette hanno costretto dottrina e giurisprudenza a cimentarsi con alcune questioni interpretative, in particolare con la questione della natura giuridica delle tre ipotesi di nuovo conio e con il problema, strettamente collegato, sollevato dal ricorrente con l'impugnazione in esame.

Come questa Corte ha già, seppur incidentalmente, avuto modo di affermare (cfr. ad esempio Cass. 4, 16 settembre 2008, Vergori; Cass. 4, 11 aprile 2008, P.G. in proc. Scanziani, non massimate), le tre "fasce" contravvenzionali sopra indicate integrano fattispecie autonome di reato. Non si è in presenza, in altre parole, di una fattispecie "base", quella di cui al D.Lgs. 15 gennaio 2002, n. 9, art. 186, comma 2, lett. a), e di circostanze aggravanti per il caso in cui il tasso alcolemico sia superiore ai limiti fissati alle lettere b) e c) del comma medesimo.

E' sufficiente in proposito osservare, pur dovendosi ammettere che i criteri di identificazione delle circostanze rispetto alle fattispecie autonome di reato pongono di solito problemi interpretativi di complessa soluzione (si veda in proposito il rilevante sforzo di sistemazione della materia compiuto da Cass. S.U. 10 luglio 2002, p.m. in proc. Fedi), che può darsi per acquisito che, ai fini dell'individuazione di una circostanza, condizione necessaria, seppur non sufficiente, è che la stessa si caratterizzi per la presenza di elementi "specializzanti" rispetto alla fattispecie "base".

Nel caso in esame, invece, è di tutta evidenza come non ricorra un rapporto di specialità tra le tre disposizioni.

Esse, disposte - come si è visto - in ordine crescente di gravità, modellata sul tasso alcolemico accertato, sono, invero, caratterizzate da reciproca alternatività, quindi da un rapporto di incompatibilità.

Si tratta, dunque, di fattispecie autonome di reato, destinate a non subire, come tali, il "gioco" del giudizio di bilanciamento tra opposte circostanze che potrebbe vanificare l'applicazione del più rigoroso trattamento sanzionatorio introdotto per le violazioni di maggiore entità.

La conclusione sembra trovare conferma letterale anche nel riferimento, in relazione ad ognuna delle tre ipotesi, all'accertamento del "reato" quale presupposto perchè operi la conseguenza automatica della sospensione della patente di guida.

 

3.4. Ciò detto, non vi è ragione, tuttavia, di ritenere che il nuovo sistema sanzionatorio precluda oggi al giudice di poter dimostrare l'esistenza dello stato di ebbrezza sulla base delle circostanze sintomatiche sopra ricordate (v. 3.1).

Le ragioni che legittimavano quell'orientamento interpretativo (principio del libero convincimento, assenza di prove legali e necessità che la prova non dipendesse dalla discrezionale volontà della parte interessata) non sono, invero, venute meno.

Il tasso alcolemico è elemento costitutivo di ognuna delle tre fattispecie e, come tale, è suscettibile di accertamento secondo le regole che governano il sistema delle prove.

Una volta ammesso che, in linea di principio, lo stato di ebbrezza può desumersi da elementi sintomatici, è agevolmente intuibile che, sul piano probatorio, la possibilità per il giudice di avvalersi, ai fini dell'affermazione della sussistenza dello stato di ebbrezza, delle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatori sarà il più delle volte logicamente da circoscriversi alla sola fattispecie meno grave, imponendosi per le ipotesi più gravi l'accertamento tecnico del livello di alcool nel sangue.

Del tutto ingiustificata è, pertanto, la conclusione cui è pervenuto il Giudice per le indagini preliminari nella sentenza impugnata.

 

4. La decisione impugnata va, in conclusione, annullata senza rinvio, limitatamente al reato anzidetto, con trasmissione degli atti al Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al capo 1) e dispone trasmettersi gli atti al Gip del Tribunale di Bergamo.

Così deciso in Roma, il 28 ottobre 2008.

Depositato in Cancelleria il 19 novembre 2008

 

 

 
Di Teresa Lagreca (del 13/10/2008 @ 07:06:34 in Diritto di famiglia, linkato 459 volte)

Ancora more uxorio.

Dopo l’intervento della Corte di Cassazione penale del 22.05.2008, n. 20647 che ci ha ricordato comeLe coppie di fatto hanno la medesima tutela di quelle sposate”, del commento a sentenza in tema di “Assegno di divorzio e convivenza ex coniuge”, della spinosa questione se Mantiene il diritto al mantenimento il divorziato convivente more uxorio” ed infine la decisione del Tribunale di Bologna del 14.05.2008 in tema di “Convivenza more uxorio stabile e duratura. Diritto di abitazione , la Corte di Cassazione torna sull’argomento dei diritti more uxorio con la recente decisione Cass. civ. Sez. III, 16-09-2008, n. 23725 in tema di diritto al risarcimento da fatto illecito concretatosi in un evento mortale va riconosciuto anche al convivente more uxorio del defunto stesso, quando risulti concretamente dimostrata siffatta relazione caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale. A tal scopo non sono sufficienti ne' le dichiarazioni rese dagli interessati a fine di formazione di un atto di notorietà ne' le indicazioni fornite dalla coppia alla pubblica amministrazione per fini anagrafici.

Cass. civ. Sez. III, 16-09-2008, n. 23725

Svolgimento del processo
 

Il Tribunale di Udine respinse la domanda proposta dalla D.S. e dal T., contro il C. e la Winterthur Ass.ni s.p.a., per il risarcimento dei danni patiti a seguito della morte di T.C., vittima di un incidente stradale mentre era trasportato a bordo del veicolo condotto dal C..

La Corte d'appello di Trieste, parzialmente riformando la prima sentenza, ha condannato i convenuti a risarcire il danno morale in favore di T.M., escludendo il diritto di questo al danno biologico ed al danno patrimoniale, nonchè ogni diritto della D.S., non essendo ella nè coniuge, nè convivente more uxorio della vittima.

La D.S. ed il T. propongono ricorso per la cassazione della Corte di Trieste, svolgendo cinque motivi. Si difende con controricorso la sola compagnia assicuratrice.

Motivi della decisione

 

Il primo motivo (violazione L. n. 121 del 1985, art. 8, artt. 2043, 2059, 2056, 1223 c.c., art. 2 Cost.) censura la sentenza per avere negato alla D.S. il diritto al risarcimento del danno nella considerazione che ella aveva contratto con la vittima un matrimonio canonico privo di effetti civili e che non era provata la loro convivenza more uxorio. In particolare, la ricorrente non pone in discussione che un soggetto, a fronte di un matrimonio contratto solo con il rito canonico e trascritto, non possa vantare diritti patrimoniali nei confronti del coniuge defunto; tuttavia - aggiunge - non è giusto che la mancata trascrizione debba privare di rilevanza la affectio maritalis, la comunanza di spirito e di ideali che sicuramente possono avvincere anche due persone che si siano sposate solo religiosamente e che costituiscono il presupposto fondante del riconoscimento del danno morale ove intervenga la morte del congiunto.

Il motivo è infondato.

Da tempo questa Corte ha ammesso che il diritto al risarcimento da fatto illecito concretatosi in un evento mortale va riconosciuto (con riguardo sia al danno morale, sia a quello patrimoniale, che presuppone, peraltro, la prova di uno stabile contributo economico apportato, in vita, dal defunto al danneggiato) anche al convivente more uxorio del defunto stesso, quando risulti concretamente dimostrata siffatta relazione caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale; al guai fine non sono sufficienti nè le dichiarazioni rese dagli interessati a fine di formazione di un atto di notorietà, nè le indicazioni dai medesimi fornite alla pubblica amministrazione per fini anagrafici (cfr. soprattutto Cass. 28 marzo 1994, n. 2988).

Nella specie, è mancata la prova dell'esistenza di una relazione tendenzialmente stabile e di una mutua assistenza morale e materiale tra la D.S. e la vittima. Sicchè, il giudice, facendo applicazione del principio sopra enunciato, ha escluso che la donna potesse vantare diritti risarcitori a cagione della morte dell'uomo.

Il motivo di ricorso in esame - che, pure, tende ad affermare che la comunanza spirituale e materiale tra due persone è presupposto per il riconoscimento del risarcimento del danno - si limita a censurare il fatto che il giudice abbia tratto dal certificato anagrafico la prova dell'inesistenza di una vita familiare tra i due; nulla dice, invece, in ordine alle prove ed alle situazioni di fatto in ragione delle quali, invece, si sarebbe dovuto dedurre siffatto genere di convivenza e, dunque, il diritto al risarcimento del danno.

Infondato è anche il secondo motivo (violazione artt. 2043, 2059, 2056, 1223, 1226 c.c. art. 2 Cost.), laddove ci si duole che l'importo risarcitorio liquidato a titolo di danno morale in favore del T. sia "assolutamente incongruo e scandalosamente inadeguato rispetto all'intero quadro delle circostanze venuto al vaglio dei giudici".

Basti dire in proposito che, è censurabile in sede di legittimità l'esercizio del potere equitativo del giudice di merito in ordine alla determinazione del danno morale solo quando la liquidazione del danno stesso appaia manifestamente simbolica o per nulla correlata con le premesse in fatto in ordine alla natura ed all'entità del danno dal medesimo giudice accertate (Cass. 2 marzo 2004, n. 4186).

Nella specie, la liquidazione è stata nient'affatto simbolica (Euro 60.000) e, per di più, è stata concretamente riferita alla vicenda in esame.

Il terzo motivo lamenta che, benchè sin dall'origine il T. avesse promosso una richiesta risarcitoria onnicomprensiva, il giudice abbia motivato in ordine all'esclusione del danno biologico jure proprio e del danno patrimoniale, ma nulla abbia affermato quanto al danno da rottura del vincolo parentale.

Il motivo è fondato.

E' ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l'incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela "ex" art. 32 Cost., ove risulti intaccata l'integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall'interesse all'integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all'art. 2 Cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l'interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost.. Si tratta di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad una riparazione ai sensi dell'art. 2059 cod. civ. - senza il limite ivi previsto in correlazione all'art. 185 cod. pen. in ragione della natura del valore inciso - vertendosi in materia di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato (cfr. la sentenza pilota, Cass. 31 maggio 2003, n. 8828).

L'onnicomprensiva richiesta risarcitoria del T. includeva anche siffatta voce di danno, sicchè deve essere cassata la sentenza che in ordine ad essa non ha provveduto. Il giudice del rinvio procederà, dunque, alla liquidazione del danno cd. parentale in favore del T., tenendo però presente quanto già liquidato a titolo di danno morale e l'ulteriore principio (pure ricavabile dal già menzionato precedente) secondo cui il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, in quanto ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest'ultimo, senza che ciò implichi, di per se, una duplicazione di risarcimento. Tuttavia, essendo funzione e limite del risarcimento del danno alla persona, unitariamente considerata, la riparazione del pregiudizio effettivamente subito, il giudice di merito, nel caso di attribuzione congiunta del danno morale soggettivo e del danno da perdita del rapporto parentale, deve considerare, nel liquidare il primo, la più limitata funzione di ristoro della sofferenza contingente che gli va riconosciuta, poichè, diversamente, sarebbe concreto il rischio di duplicazioni del risarcimento, e deve assicurare che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo risarcimento.

Altrettanto fondato è il quarto motivo, che censura la sentenza nel punto in cui ha negato al T. il risarcimento del danno patrimoniale nella considerazione che l'unica testimonianza assunta a riguardo non consentiva di ritenere che il figlio potesse fare affidamento sul concreto apporto economico del padre.

L'argomentazione utilizzata dal giudice per negare al T. il diritto al risarcimento del danno patrimoniale per la morte del padre è viziata sia sotto il profilo logico, sia sotto quello giuridico.

Essa contraddice il diritto stesso del figlio a conseguire dal padre le somme necessarie al proprio mantenimento, all'educazione ed all'istruzione ed alle sue aspettative (valutabili anche presuntivamente) di future elargizioni economiche. Sicchè, rimane del tutto ininfluente la circostanza che il superstite conseguisse o meno provviste economiche dal padre (ciò può semmai influire sul quantum risarcitorio), posto che siffatto sostegno il T. aveva il diritto di conseguire anche coattivamente.

Il giudice del rinvio provvederà, dunque, a liquidare in favore del T. il danno patrimoniale subito a causa della morte del padre, pur ricorrendo a presunzioni che tengano conto della concreta fattispecie esaminata.

Inammissibile è il quinto motivo, attraverso il quale i ricorrenti si dolgono del fatto che la sentenza d'appello non abbia riconosciuto il risarcimento jure haereditario del danno biologico sofferto dalla vittima. Si tratta di domanda del tutto autonoma e diversa dalle altre, che non risulta neppure proposta nel giudizio di merito.

In conclusione, respinti i motivi primo, secondo e quinto ed accolti i motivi terzo e quarto, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione a questi ultimi. Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.
 

La Corte rigetta i motivi primo, secondo, e quinto, accoglie i motivi terzo e quarto, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d'appello di Trieste, in diversa composizione, anche perchè provveda sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2008.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2008

 

 

 

Il giudice di pace di Pordenone aveva disatteso le ragioni manifestate dal legale rappresentante della Autoscuola xxxxxx, per non avere ottemperato a norma dell’art. 180 C.d.S., senza giustificazione, all’invito del Prefetto di Pordenone di fornire informazioni sui dati personali e sulla patente di guida della persona che alla guida del suo autoveicolo si era resa responsabile della violazione di cui all'art. 142 C.d.S., comma 9.

Impugnando il provvedimento del giudice onorario, il legale rappresentante della Autoscuola xxxxxx aveva proposto ricorso per Cassazione, sostenendo, tra le altre cose, che la previsione contenuta nell’art. 126 bis C.d.S. non fosse previsione applicabile al caso di specie, essendo l’Autoscuola società priva di personalità giuridica, mentre la fattispecie legale pone l'obbligo di comunicazione delle generalità del conducente dell'autoveicolo al momento della violazione, soltanto a carico del proprietario persona fisica o persona giuridica.

Difesa alquanto fiacca, mi sia lecito affermare e un po’ anacronistica da una autoscuola che per istituzione, ha l’oneroso compito di insegnare ai giovanissimi le regole del rispetto stradale.

Il giudice di Legittimità, rigetterà difatti il ricorso per essere manifestamente infondato.

Tuttavia questa decisione è interessante, per la pur breve, chiara e precisa motivazione.

Cass. civ. Sez. II, 24-04-2008, n. 10786

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con atto notificato il 6. 12. 2005, la Autoscuola Starnoni di Lollo Sara & C. s.n.c., in persona del legale rappresentante S.R., ricorre, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza del giudice di pace di Pordenone del 26.6.2005, che aveva respinto il suo ricorso avverso l'ordinanza ingiunzione con cui il Prefetto di Pordenone le irrogava una sanzione amministrativa pecuniaria per la violazione dell'art. 180 C.d.S., comma 8, per avere, senza giustificato motivo, non ottemperato all'invito di fornire informazioni sui dati personali e sulla patente di guida della persona che alla guida del suo autoveicolo si era resa responsabile della violazione di cui all'art. 142 C.d.S., comma 9.

La Prefettura di Pordenone non si è costituita.

Attivata procedura ex art. 375 c.p.c., gli atti sono stati trasmessi al Procuratore Generale, che ha concluso per la trattazione del ricorso in camera di consiglio e per il suo rigetto per manifesta infondatezza.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Il primo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell'art. 126 bis C.d.S., censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto tale disposizione applicabile alla attuale opponente, società priva di personalità giuridica, nonostante che essa ponga l'obbligo di comunicazione delle generalità del conducente l'autoveicolo al momento della violazione soltanto a carico del proprietario persona fisica o persona giuridica.

La censura, oltre che inammissibile, è palesemente infondata.

Il motivo è inammissibile in quanto proposto per la prima volta in questo grado di giudizio, dal momento che di esso la sentenza non fa alcuna menzione, nè il ricorrente indica, come invece sarebbe suo onere, di averlo sollevato con Fatto di opposizione dinanzi al giudice di pace.

Esso è comunque manifestamente infondato, atteso che la disposizione di cui all'art. 126 C.d.S., comma 2, puntualizza chiaramente l'obbligo di comunicazione, nel caso di mancata individuazione del conducente autore della violazione, in capo al proprietario del veicolo, rimanendo a tal fine indifferenti le sue caratteristiche soggettive di persona fisica ovvero di ente dotato o meno di personalità giuridica, tenuto altresì conto, con riferimento alle società di persone, che ad esse l'ordinamento giuridico riconosce comunque una soggettività giuridica autonoma e distinta dalle persone che vi aderiscono (Cass. n. 6169 del 2003; Cass. n. 5233 del 1999).

Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione del combinato disposto dell'art. 126 bis C.d.S., comma 2, e art. 180 C.d.S., comma 8, censurando la sentenza impugnata per non avere ritenuto insussistente la violazione contestata, nonostante la prova di essa non fosse stata fornita dall'Amministrazione e nonostante la opponente avesse comunque assolto all'obbligo impostole, rispondendo alla richiesta di informazione di non essere in grado di, individuare chi fosse alla guida dell'autoveicolo il giorno e l'ora della presunta violazione.

Il motivo appare manifestamente infondato.

Quanto alla dedotta violazione della regola sull'onere della prova, è sufficiente osservare che - in disparte il rilievo secondo cui, nell'illecito omissivo, la prova di avere posto in essere il comportamento dovuto incombe sull'obbligato - nella specie la prova della violazione risultava in positivo dalla stessa giustificazione fornita dall'opponente, che riconosceva di non avere fornito le generalità ed i dati della patente del presunto trasgressore.

L'argomentazione di avere comunque ottemperato all'obbligo di comunicazione mediante la dichiarazione di non essere in grado di indicare i dati del conducente è parimenti del tutto priva di pregio, basandosi su una lettura della norma incompatibile tanto con il suo tenore letterale, quanto con la sua chiara ratio giustificatrice, rappresentata dall'obiettivo di individuare e quindi sanzionare il trasgressore della violazione, da cui emerge chiaramente che l'obbligo in parola può considerarsi assolto soltanto con la comunicazione completa delle informazioni richieste. Su punto questa Corte ha del resto già avuto modo di precisare che "Il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l'identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell'eventuale incapacità d'identificare detti soggetti necessariamente risponde, nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull'affidamento in guisa da essere in grado d'adempiere ai dovere di comunicare l'identità del conducente" (Cass. n. 13748 del 2007).

Il terzo motivo di opposizione deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione con travisamento dei fatti su un punto decisivo della controversia, censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto inverosimile, data l'attività di autoscuola svolta dalla opponente, la sua giustificazione di non avere potuto fornire le generalità del conducente.

Il motivo è inammissibile, integrando la valutazione censurata un apprezzamento di merito non denunzi abile in sede di legittimità. Il giudizio sulla congruità della giustificazione fornita per l'omessa indicazione delle generalità del trasgressore, che, in quanto ritenuta valida, normativamente esclude la violazione, costituisce infatti un accertamento di mero fatto, demandato al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità, se non per difetto di motivazione, che qui non risulta sollevato in modo specifico. In ogni caso, si osserva che l'obbligo di comunicazione imposto dall'art. 326 bis C.d.S., implica a carico del proprietario che conceda ad altri l'uso del proprio autoveicolo un dovere preliminare di approntare un sistema minimo di organizzazione che lo metta in grado di poterlo assolvere, considerazione che evidentemente rende inadeguate eventuali giustificazioni fondate su non meglio precisate sopravvenute difficoltà o impossibilità di identificazione.

Il ricorso va pertanto respinto. Nulla si dispone sulle spese di giudizio, non avendo l'Amministrazione intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

rigetta il ricorso; nulla sulle spese.

Così deciso in Roma, il 31 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 24 aprile 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 09/10/2007 @ 06:53:24 in Codice strada, linkato 1572 volte)

E’ da segnalare la decisione del giudice di pace di Carinola in quanto, oltre a ribadire principi già espressi dalle recenti decisioni della Corte di cassazione (n. 23301/2005 e n. 8465/2006) in tema di rilevamento delle violazioni al Codice della strada tramite apparecchiature photored in assenza degli agenti sul posto, ricorda il principio sostenuto dalla Cassazione n.21847/2005, secondo il quale è necessaria la prova dell'esistenza di una previa delibera comunale che abbia provveduto all'installazione dell'impianto semaforico.

GIUDICE DI PACE DI CARINOLA
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace, in persona dell’ avv. Pietro Tudino ,all'udienza del 16-12- 05, ha pronunciato la seguente

sentenza

nella causa civile ìscrìtta in epigrafe avente ad oggetto “OPPOSIZIONE ex artt.22, 23 l .689/81”

TRA
OPPONENTE
E

COMUNE DI MONDRAGONE in p. del Sindaco p.t. – el.te dom.ta presso lo studio dell'avv. A Migliore giusta procura generale alle liti allegata alla produizione di parte OPPOSTA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso ritualmente depositato presso questa cancelleria l'opponente ricorreva , ex artt.22., 23 l .689/81 , avverso il verbale di contravvenzione elevato da polizia Municipale di Mondragone e notificato a mezzo del servizio postale, quanto alla violazione dell'art.41 in rel. All'art. 146 comma terzo c.d.s. (transito con semaforo rosso) eccependo violazioni formali e sostanziali delle norme regolatrici della procedura in materia.

All'udienza di discussione questo Giudice, verificata la regolarità dell'instaurazione del presente giudizio, stante la compiuta notificazione dell'avviso alle parti, verificato che dagli atti contenuti nel fascicolo d'ufficio vi fossero sufficienti elementi per giungere ad una decisione di merito, presente il procuratore di parte opposta il quale si riportava alle proprie conclusioni meglio specificate in comparsa di risposta, assegnava la causa a sentenza, pronunciandosi a mezzo di separato dispositivo del quale dava lettura in udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente osservato che non deve procedersi a declaratoria di inammissibilità del ricorso in quanto esso risulta ritualmente depositato, nei termini di legge (60 gg), a firma dell'opponente, presso la cancelleria di questo ufficio, cosi' come la normativa richiede . La mancata cauzione da parte del ricorrente non è piu' condizione di ammissibilità del ricorso ai sensi della recente pronuncia della C cost. n. 114-04, abrogativa dell'art. 204 bis c.d.s.

Cio' detto, è opportuno valutare nel merito l'eventuale fondatezza dell'atto di ricorso proveniente dall'opponente il quale incentra le proprie doglianze sostanzialmente su due profili:

a) la pretesa insufficienza della rilevazione , vista la inidoneità dell'apparecchio tipo “FTR VELOMATIC ” a dimostrare in maniera effettiva la violazione della norma richiamata;

• la mancata omologazione e/o taratura dell'apparecchio circa la possibilità in concreto di accertare gli illeciti contravvenzionali in assenza dei verbalizzanti;

Quanto al punto A , tale rilievo risulta non idoneo a legittimare un effettivo dubbio circa la effettività della rilevazione posto che il macchinario adoperato , del tipo Photored, ha permesso di visualizzare l'effettivo transito del veicolo nelle precisate circostanze di tempo e di luogo, evidenziando, attraverso lo sviluppo di due rilievi fotografici l'oggettiva prosecuzione della marcia da parte dell'autovettura rilevata, dapprima all'atto del passaggio all'intersezione stradale, successivamente al centro della intersezione medesima. Restano cosi' sul punto soddisfatte le condizioni probatorie minime a sostegno della infrazione come rilevata (sul punto cfr. Sent. Giudice di Pace di Taranto del 15.7.04 )

Deve invece esser oggetto di attenta riflessione il motivo subordinato proposto , ancorchè generico, in sede di opposizione laddove si evidenzia la mancata omologazione, in forma aggiornata, dell'apparecchio di rilevazione in concreto utilizzato e la conseguente illegittimità della prassi adoperata in concreto dal Comune in ordine alle regolarità formale delle rilevazione .Tale problematica, di non agevole soluzione interpretativa stante la diffusissima congerie di norme, circolari ministeriali e pronunce giurisprudenziali sia di merito che di legittimità che si sono nel tempo alternate a seguito dell'entrata in vigore delle modifiche al C.d.s. (dapprima attraverso la legge 168-02, successivamente con la novella ex lege 214.03 istitutiva della “patente a punti”) deve , per forza e logica delle cose, passare per una pur breve disamina circa la regolarità del procedimento amministrativo di carattere sanzionatorio adottato nel caso di specie dell'opposto Comune di Mondragone.

Il caso in esame, relativo a c.d. “controllo remoto delle infrazioni” ,resta normativamente disciplinato dall'art. 201 c.d.s. come novellato attraverso decreto legge 151-03, il quale al comma. 1 bis ha consentito la rilevazione elettronica per mezzo di apparecchi di rilevamento direttamente gestiti dall'organo di Polizia e nella loro disponibilità mentre il successivo comma 1 Ter , ha previsto la possibilità che, in deroga al principio della contestazione immediata, alcune infrazioni possano esser accertate anche in assenza dell'organo di Polizia stradale, purchè il rilevamento avvenga mediante l'utilizzo di apparecchiature debitamente omologate.

Tale innovazione normativa, in evidente controtendenza rispetto alla previgente necessità della contestazione immediata degli illeciti stradali accertati con modalità elettroniche (cfr. la nota sent. Cass. N. 4010-00 “pietra miliare” del riconoscimento dell'immediata contestazione del'illecito stradale) è stata peraltro oggetto di un sostanziale riconoscimento in sede di legitimità proprio di recente con pronuncia della Suprema Corte la quale , con sentenza n. 15348-05 (Prima sezione civile) , ha ribadito il principio di cui sopra , sottolineando che è necessario comunque che i dispositivi elettronici utilizzati siano regolarmente omologati in relazione ai mutati presupposti di applicazione delle norme introdotte ex lege 214.03 . E' evidente infatti che , proprio per la peculiarità di tali meccanismi di rilevazione (funzionanti in assenza del controllo di eventuali operatori) occorre che vi sia assoluta certezza circa l'effettività e la correttezza dell'accertamento , di fatto sottratto ad ogni genere di verifica “umana” e cristallizzato soltanto in un documento fotografico . Sul punto , stante l'obiettiva riferibilità dell'odierno verbale di contravvenzione non già ad attività di accertamento personale degli agenti quanto ad una documentazione di carattere fotografico svolta (come si vedrà in seguito) principalmente, se non esclusivamente, da una società privata , il principale problema che deve porsi è quello della legittimità di tale attività di accertamento e della corrispondenza dello stesso alle regole minime previste per la redazione dell'atto pubblico in materia di diritto pubblico attinente alla sicurezza in tema di circolazione stradale. Nulla questio circa il fatto che al cittadino viene notificato non già il verbale in originale quanto una copia meccanizzata (rectius:informatizzata) e non firmata dello stesso posto che la Suprema Corte sul punto ha avuto modo di chiarire che …” in tema di violazioni al C.D.S…L'autografia della sottoscrizione non è configurabile come requisito di esistenza giuridica del verbale di accertamento…se redatto con sistema meccanizzato…in tal caso la sottoscrizione autografa non puo' non puo' configurarsi quale elemento cronologicamente essenziale per l'esistenza giuridica del verbale in quanto i dati estrinsecati nello stesso contesto del documento consentono di accertare aliunde la sicura attribuibilità dell'atto a chi deve esserrne l'autore secondo le norme positive…” (cfr. Cass. 18150-02 Pres. De Musis) .

Cio' che induce serie perplessità in ordine a tutta l'attività di rilevazione , certificazione e successiva documentazione dell'illecito stradale posta in essere dall'opposto Comune risiede invece nell'esame combinato e comparato delle norme in materia di circolazione stradale con quelle amministrative dirette a rinvenire nel documento notificato gli estremi dell'atto pubblico e della compatibiiltà dello stesso con la normativa a tutela della riservatezza dei dati personali del soggetto destinatario. In tale ambito deve rappresentarsi che la stessa normativa richiamata in materia ( cfr.'art. 4 co. III D.L 121.02 ) , prevede che …” la violazione deve essere documentata con sistemi fotografici…di ripresa video o con analoghi dispositivi che, nel rispetto delle esigenze correlate alla tutela della riservatezza personale, consentano di accertare, anche in tempi successivi, le modalità di svolgimento dei fatti costituenti illecito amministrativo… ”. Il legislatore, in altri termini, già con l'entrata in vigore del D.Legge del 2002 si era posto il problema del coordinamento di tale norma con quella a tutela della riservatezza dei dati sensibili (L. 675- 96 a tutela della“privacy”) e la possibile eventuale lesione dei diritti alla riservatezza dei soggetti coinvolti ,a vario titolo, nella attività di accertamento delle violazioni , specie laddove (come risulta essere il caso di specie) l'attività di documentazione dell'illecito stradale non è svolta direttamente dalla Polizia bensi' delegata a soggetto privato.

Sul punto va richiamato l'autorevole parere del Garante per la protezione dei dati personali il quale in data 19-12-98, ebbe ad affermare che …” nel trattamento dei dati connesso allo svolgimento dei propri compiti , ciascun soggetto pubblico puo' avvalersi del contributo di privati , affidando ad essi determinate attività che rientrano nella sfera di titolarità dell'amministrazione stessa…”. Devono comunque essere rispettate quelle condizioni che la stessa normativa pone a tutela della riservatezza…” Devono pertanto essere rispettate alcune condizioni;

• è necessario che i dipendenti della struttura privata operino in qualità di incaricati di pubblico servizio;

• gli stessi devono agire sotto la diretta sorveglianza e secondo le istruzioni del “titolare” (art. 1 co. 2 lettera D l. 675-96) e del responsabile (art. 1 co. 2 lett. E ed art. 8) del trattamento (art. 8 comma 5) ;

• il ruolo di incaricato del trattamento puo' essere svolto soltanto da una persona fisica;

Orbene, muovendo da tali presupposti per la corretta gestione dei dati personali come previsto dalla normativa di riferimento , risulta a questo GdP la sola circostanza che l'intera attività di documentazione delle contravvenzioni elevate per mezzo del “photored” sarebbero state appaltate dal Comune di Mondragone a società privata (s.a.s. meglio identificata agli atti del procedimento) senza pero' provvedersi ad alcuna individuazione , nella società delegata, delle rispettive qualità di titolare , responsabile e di incaricato del trattamento dei dati personali in capo a distinte persone fisiche nell'ambito del procedimento per la gestione degli stessi.

Ma vi è di piu' : dallo stesso esame della documentazione allegata a sostegno versata dalla oppposta amministrazione, emergerebbe che tutta l'attività di apprensione, di sostituzione e di stampa dei rullini fotografici riproducenti le varie contravvenzioni sarebbero di fatto svolte da un non meglio precisato incaricato della società privata, con cio' dimostrandosi in concreto che l'intera attività di documentazione dell'illecito non è svolta, neppure di riflesso, dalla Polizia (la quale dovrebbe quanto meno presenziare a tali attività, essendo titolare della pretesa punitiva ed organo destinato al controllo della legalità dell'operato dei privati ) bensi' dalla stessa società appaltatrice la quale – svincolata dalla presenza di ogni agente ( non vi sono infatti Agenti al momento della rilevazione e neppure, da quanto è dato leggere, nella fase della apprensione e sostituzione delle pellicole fotografiche) - di fatto si limita a relazionare al Comune circa le varie attività di installazione, manutenzione e verifica degli apparecchi svolte con cadenza neppure giornaliera (cfr il riferimento alla apposzione di un cospicuo numero di rullini fotografici da utilizzare in un arco temporale di 4-5 giorni) , con cio' minandosi il diritto alla corretta contestazione dell'illecito, seppure notificato in forma differita .

A ben vedere si dubita perfino dell'esistenza di un effettivo verbale di Polizia ad opera del personale presente sul posto in quanto l'amministrazione convenuta, al di là della copia meccanografica del verbale ,non ha ritenuto di produrre alcun verbale in originale , cosi' di fatto inibendo ogni diversa valutazione sul punto.

Risulta pertanto, alla luce di quanto suesposto, difficile sostenere che l'attività di documentazione dell'illecito sia stata di fatto svolta attraverso apparecchi eletronici gestiti direttamente dalla Polizia municipale e nella loro disponibilità, cosi' come recita testualmente la norma di cui all'art,. 201 comma 1 bis nuovo C.d.s.

Suscita inoltre perplessità il continuo ricorso alla delega da parte del Comune in favore di società private posto che , dallo stesso contenuto degli atti , emerge che, dopo un'inziale documentazione fotografica gestita in concreto da personale privato, lo stesso verbale sarebbe in concreto trasmesso (probabilmente) dal Comune ad altra e diversa società privata , titolare di un potere di redazione meccanografica dell'atto di Polizia e della conseguente notificazione nei confronti del destinatario, tutto cio' in contrasto con la normativa la quale richiede che almeno l'attività amministrativa diretta alla verificazione dell'illecito sia svolta sotto il diretto controllo dell'Autorità di Polizia, titolare della pretesa punitiva per conto dello Stato .

Ad abundantiam, verificato il contenuto del fascicolo della amministrazione opposta, non risulta allegata alcuna autorizzazione comunale che consenta l'effettiva installazione dell'impianto semaforico lungo la via Domitiana all'intersezione con la via Como , cosi' come recentemente ribadito in sede di legittimità (cfr. Cass. N.21847-05 Prs. Cappuccio ), cosi' che - anche sotto tale ultimo angolo visuale – il procedimento amministrativo di installazione, gestione e verifica dell'impianto semaforico in questione si rileva illegittimo.

In altri termini va affermato il principio secondo il quale, sebbene il legislatore consenta la possibilità di procedere a contestazioni successive in assenza di Polizia sul posto al fine di verbalizzare violazioni ad alcune norme del C.D.S., la procedura deve essere in materia quanto mai corretta e trasparente , nel senso di garantire il pieno rispetto dei diritti del cittadino, sia sotto il profilo della effettiva contestazione (in quanto tale suffragata da un verbale redatto da soggetto che abbia accertato, almeno per relationem , l'effettività dell'ilecito attraverso la sua presenza sul posto ) che in ordine al rispetto delle norme a tutela della diffusione e del trattamento dei dati personali, come tali soggetti alla tutela giuridica ex lege 675.96 . Non appare questo il caso alla luce delle argomentazioni innanzi svolte e si deve per l'effetto dichiarare la nullità del P.V. di contravvenzione opposto con conseguente revoca della sanzione imposta, sia principale che accessoria.

L'accoglimento della presente questione rende di fatto superfluo l'esame in ordine alla necessità di un' effettiva taratura dell'apparecchio rilevatore dell'illecito e della conseguente applicabilità della normativa ex lege 273-91 alle contravvenzioni stradali , circostanza questa oggetto di difformi decisioni di merito (a favore di tale tesi cfr. Sent GDP di Lecce del 15-4-05 contra sent. GDP di Gemona del Friuli del 20-10-05 ) motivo per il quale sarebbe quanto mai opportuno un intevento chiarificatore della Suprema Corte in materia.

Per motivi di opportunità si compensano tra le parti le spese di lite.

PQM

Il GDP, visti gli atti, respinta ogni diversa istanza, richiesta o eccezione, ACCOGLIE il ricorso ed ANNULLA l'opposto p.v.. per l'effetto REVOCA la sanzione imposta anche per quanto attiene alla eventuale decurtazione di punti dalla patente di guida.

Carinola 16 dicembre 2005 il GdP

 

La parte offesa sapendo che la propria moglie si trovava in casa dell'amante e sospettando l'esistenza di una relazione tra i due, li attese nella strada pubblica prospiciente l'abitazione e li fotografò all'uscita, mentre ancora si trovavano nel cortile della casa.

Al fine di recuperare il rullino fotografico, l'amante raggiunse la parte offesa, lo ingiuriò, lo percosse, gli strappò la giacca e si appropriò delle chiavi dal quadro di accensione della macchina per allontanarsi in compagnia con la moglie di quest'ultimo.

Condannato in primo e secondo grado, l'amante nel ricorso per Cassazione ripropose alcune doglianze non accolte dai giudici di prime cure, tra le quali quella, secondo cui, l'atto di fotografare una persona all'interno del cortile di casa integra il reato d'interferenze illecite nella vita privata ex art. 615 bis c.p e quindi egli aveva agito in stato di provocazione e della legittima difesa.

La recente decisione della Suprema Corte Cass. pen. Sez. VI, (ud. 01-10-2008) 30-10-2008, n. 40577, è degna di nota in quanto ha ampliato la nozione prevalentemente utilizzata in giurisprudenza di luoghi di privata dimora visibili dall’esterno, laddove, il fotografare e/o riprendere altri soggetti senza ricorrere a particolari accorgimenti, non integra ipotesi di reato ex art. 615-bis c.p.

 

Se l'azione, pur svolgendosi nei luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti ..., il titolare del domicilio non può evidentemente accampare una pretesa alla riservatezza.

In tal caso - come quello in cui la parte offesa fotografò dalla strada pubblica sua moglie e l'amante che uscivano dalla casa di quest'ultimo e si trovavano nel cortile visibile dall'esterno , riprese fotografiche o con videocamera non si differenziano da quelle realizzate in luogo pubblico o aperto al pubblico.

 

Il recente arresto giurisprudenziale, tende ad ampliare il concetto di privata dimora fino a ricomprendervi ambienti nei quali in realtà non si svolge una vera e propria vita domestica, come il cortile di un condominio nel caso di specie, tale interpretazione estensiva trova un limite in quei luoghi nei quali, in quanto aperti al passaggio e all’osservazione indiscriminata di un quivis de populo, di regola il singolo individuo non compie atti destinati ad un contesto riservato, ma in relazione ai quali neppure vanta uno ius excludendi alios, ovvero un rapporto stabile o un’aspettativa di riservatezza che renda il rapporto medesimo privilegiato rispetto a chiunque altro.

 

Basta svolgere una breve ricerca giurisprudenziale, difatti, per accorgersi come fino ad oggi la disposizione dell'articolo 615-bis c.p., che punisce le interferenze illecite nella vita privata, sia stata sempre riferita ai soli luoghi indicati dall'art. 614 c.p., ovvero l'abitazione e la privata dimora.

 

In tal senso la decisione Cass. pen. Sez. V, 30 gennaio 2008, n. 12042 che ha ovviamente escluso la sussistenza della fattispecie penale nel caso di apparecchiature per intercettazioni di comunicazioni tra presenti installate in un'autovettura in sosta lungo la pubblica via, non essendo possibile parificare l'automobile ad un luogo di privata dimora.

 

E ancora

 

Cass. pen. Sez. V Sent., 28 novembre 2007, n. 1766 secondo cui Stante il disposto contenuto nella norma di cui all'art. 615 bis c.p. il quale si prefigge di tutelare la riservatezza della vita individuale contro le interferenze illecite, sempre che tali interferenze provengano da terzi rimasti estranei, deve essere esclusa la possibilità di rilevare interferenza nella propria vita privata, la quale sia penalmente rilevante, da parte della persona ammessa a farvi parte sia pure estemporaneamente in condizione di reciprocità.. Non sussiste il delitto di cui all'art. 615-bis c.p. nel caso in cui la videoregistrazione di rapporti intimi sia stata effettuata quando l'agente e la persona offesa convivevano e le immagini non siano state diffuse a terzi.

 

Anche la giurisprudenza di merito ha percorso il medesimo indirizzo

 

Trib. Reggio Emilia, 25-10-2007 Il "luogo di privata dimora", presupposto della norma penale dell'art. 615-bis c.p. in conseguenza del richiamo all'art. 614 c.p., implica un minimo di stabilità, e deve essere caratterizzato dalla scelta di un soggetto di esplicarvi in modo non marginale la propria vita privata. Non sussiste pertanto il reato di "interferenze illecite nella vita privata" (di cui all'art. 615-bis c.p.) nell'ipotesi in cui taluno abbia effettuato riprese video e scattato fotografie con un telefono cellulare ad una persona distesa su un letto di una stanza di un pubblico esercizio, nella quale la presenza della persona fotografata era non solo del tutto transitoria ed occasionale, ma anche totalmente estranea alla sua volontà (per incoscienza determinata da ubriachezza).

 

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 01-10-2008) 30-10-2008, n. 40577

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

 

1. La Corte d'appello di Bologna, con la decisione impugnata, ha confermato la sentenza con cui il Tribunale di Modena, il 15.3.2005, aveva condannato A.M. alla pena di nove mesi di reclusione per i reati di cui agli artt. 56, 393, 624, 582 e 585 c.p., art. 61 c.p., n. 2, art. 594 c.p., in danno di F. L..

I giudici merito hanno accertato che quest'ultimo, sapendo che la propria moglie M.C. si trovava in casa dell' A. e sospettando l'esistenza di una relazione tra i due, li attese nella strada pubblica prospiciente l'abitazione e li fotografò all'uscita, mentre ancora si trovavano nel cortile della casa.

Mentre si accingeva ad andar via a bordo della sua autovettura, fu raggiunto e fermato dall' A., che lo ingiuriò, gli strappò la giacca, si appropriò delle chiavi dal quadro di accensione della macchina e si allontanò, in compagnia della moglie del F..

Seguirono altre convulse fasi dell'episodio, con reiterazione d'ingiurie, percosse (che procuravano lesioni alla parte offesa) e danneggiamenti da parte dell' A., al fine di recuperare il rullino della macchina fotografica.

 2. Ricorre per Cassazione l'imputato, deducendo: - mancanza di motivazione della sentenza d'appello nella parte in cui "trascura il punto nodale del quesito di diritto sottopostogli: se l'atto di fotografare una persona all'interno del cortile di casa integri (al di là dell'improcedibilità per difetto di querela) il reato d'interferenze illecite nella vita privata ex art. 615 bis c.p.;

 - inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, non avendo la Corte bolognese ravvisato, nell'illecita (ex art. 615 bis c.p.) condotta tenuta dalla parte offesa, gli estremi del fatto ingiusto rilevante ex art. 599 c.p.;

- inosservanza di legge e vizio di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche e dell'esimente della legittima difesa.

3. In accoglimento della richiesta del Procuratore generale, il ricorso va dichiarato inammissibile.

 La tesi che l'imputato reitera sin dal giudizio di primo grado, ossia di avere reagito ad un atto d'interferenza nella sua vita privata (costituente il reato di cui all'art. 615 bis c.p.) commesso dal F., che lo fotografò mentre, assieme alla M., egli ancora si trovava in una pertinenza della sua casa, è destituita di ogni fondamento, anche per ragioni ulteriori e diverse rispetto a quelle già evidenziate dai giudici di merito.

 La ripresa fotografica da parte di terzi - così come quella effettuata con videocamera, su cui si è recentemente pronunziata la Corte costituzionale in fattispecie concernente videoregistrazione a fini investigativi (sent. n. 149/2008)- lede la riservatezza della vita privata che si svolge nell'abitazione altrui o negli altri luoghi indicati dall'art. 614 c.p., e integra il reato d'interferenze illecite nella vita privata, previsto e punito dall'art. 615 bis c.p., semprechè vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dall'esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile a terzi.

"Se l'azione, pur svolgendosi nei luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti ..., il titolare del domicilio non può evidentemente accampare una pretesa alla riservatezza" (sent. cit).

In tal caso - come in quello del F., che fotografò dalla strada pubblica l' A. e la M. che uscivano dalla casa e si trovavano nel cortile visibile dall'esterno - riprese fotografiche o con videocamera non si differenziano da quelle realizzate in luogo pubblico o aperto al pubblico.

A giusta ragione, pertanto, sono state negate le esimenti della provocazione e della legittima difesa, nonchè il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche con connessa diminuzione di pena, indipendentemente dalla corretta qualificazione giuridica data dai giudici d'appello ai fatti commessi che, in mancanza d'impugnazione da parte del pubblico ministero, pur non potendo essere sanzionati più gravemente, ben potevano essere meglio inquadrate in più gravi fattispecie di reato.

4. All'inammissibilità segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria, che si ritiene adeguato determinare nella somma di Euro 1.000,00, in relazione alla natura delle questioni dedotte.

 

P.Q.M.

 

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 1.000,00 (mille) in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 1 ottobre 2008.

Depositato in Cancelleria il 30 ottobre 2008

 

 

In caso di provvedimento di sospensione della patente di guida, poi dichiarato illegittimo, non è ammissibile il risarcimento del danno esistenziale, in quanto si è in presenza di un atto dovuto della pubblica amministrazione, assunto con le garanzie accordate al presunto trasgressore.E', invece, ammissibile il risarcimento del danno patrimoniale, effettivamente riportato dall'utente, ma tale danno non può ritenersi sussistente per presunzioni.

 

Cass. civ. Sez. II, 04-08-2006, n. 17680

 

Svolgimento del processo
 

Con citazione 18.10.02 C.A. conveniva in giudizio la Prefettura di Foggia, in persona del Prefetto pro tempore, davanti al giudice di pace di Foggia, per ivi per sentirla condannare al risarcimento dei danni, da liquidarsi nei limiti fissati per il giudizio di equità necessario, causatigli della sospensione della patente di guida per il periodo di un mese, applicata in base a provvedimento amministrativo annullato perchè illegittimo.

Assumeva l'attore che con verbale n. (OMISSIS) del 23.8.01, notificatogli contestualmente, la Polizia stradale di Foggia gli contestava la violazione dell'art. 142 C.d.S., comma 9, perchè, in abitato di Foggi, alla guida dell'autovettura tg. (OMISSIS),viaggiava alla velocità di km. 97 su strada ove vigeva il limite di km 50, e petratta la tolleranza del 5%, superava di 41 km il detto limite; in seguito a ciò gli veniva irrogata la sanzione pecuniaria, con la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida da parte del Prefetto.

Il giudice di pace di Foggia con sentenza n. 268/02, in accoglimento dell'opposizione da lui proposta, aveva dichiarato la nullità del verbale di contestazione impugnato.

Si costituiva la Prefettura contestando in fatto e in diritto l'avverso dedotto e rilevando l'eccessività della somma richiesta a titolo risarcitorio.

Il giudice adito con sentenza n. 139/2003, depositata il 10.3.03, in accoglimento della domanda, condannava la Prefettura al pagamento in favore dell'attore della somma di Euro 500,00, oltre interessi dalla domanda al soddisfo e spese di lite.

Per la Cassazione della decisione ricorre il Ministero dell'Interno, per mezzo dell'Avvocatura Generale dello Stato, deducendo violazione e falsa applicazione dell'art. 2043 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, per la mancata verifica della sussistenza nella fattispecie sostanziale dei presupposti di fatto e di diritto della fattispecie astratta, quali la sussistenza di un danno effettivo,del nesso eziologico col comportamento della P.A. e dell'elemento soggettivo.

Motivi della decisione

Il ricorso merita accoglimento sotto il profilo dell'insussistenza di un danno risarcibile o della mancanza della prova della sussistenza di un danno patrimoniale eziologicamente connesso all'adozione di un atto dovuto da parte del Prefetto, secondo i principi informatori della materia.

Vale, innanzitutto, considerare che la patente di guida, rientrando nella categoria delle autorizzazioni abilitative, caratterizzate dal fatto di avere, come base necessaria, un giudizio d'idoneità tecnica di chi la richiede ad esercitare l'attività ad essa inerente, non afferisce alla sfera della personalità come un attributo della persona, bensì ha una validità condizionata all'osservanza della disciplina sulla circolazione stradale, al precipuo fine di evitare che il suo esercizio ponga in pericolo la sicurezza della circolazione stradale in generale o arrechi danno ai terzi.

In presenza di fatti perturbatori della circolazione stradale o che pongano in pericolo la sicurezza dei terzina legge prevede che la patente di guida sia sospesa o revocata con atto dovuto dall'organo governativo preposto a tale funzione,qualora non vi siano contestazioni in ordine al fatto accertato come violazione delle singole disposizioni di leggerei senso che è dato al titolare della patente di guida contestare immediatamente con ricorso al Prefetto il contenuto del verbale di accertamento della infrazione al codice della strada ovvero addurre a sua discolpa la sussistenza di una causa di giustificazione, di modo che il Prefetto, espletata la dovuta istruttoria, può soprassedere all'applicazione del provvedimento restrittivo di utilizzazione della patente di guida.

Non può, d'altro canto, omettersi di considerare che la natura del provvedimento restrittivo dell'utilizzazione della patente di guida (atto dovuto) e la garanzia offerta all'utente di evitare l'adozione dello stesso provvedimento, con il ricorso al Prefetto avverso la contestazione dell'infrazione, inducono a ritenere che il provvedimento restrittivo dell'utilizzazione della patente di guida viene adottato, con le garanzie necessarie, a tutela di un interesse superiore a quello proprio dell'utente e cioè quello di preservare i terzi dal pericolo dalla circolazione stradale.

Nel caso in esame, nonostante la contestazione immediata della violazione dell'art. 142 C.d.S., comma 9, il presunto trasgressore non si avvalse della facoltà accordatagli dall'art. 203 C.d.S., al fine di evitare l'applicazione della sanzione accessoria della sospensione della patente di guida, e l'annullamentò del relativo verbale di contestazione fu motivato con la ritenuta inidoneità del Telelaser a misurare la velocità in relazione ai parametri previsti dall'art. 345 Reg. C.d.S., benchè i dati forniti da tale apparecchio avessero registrato che in zona ove vigeva il limite di velocità di 50 km/h, il trasgressore viaggiava a velocità di 97 km/h.

Orbene, esclusa la sussistenza di un danno esistenziale alla persona dipendente da un atto dovuto della P.A., assunto con l'adozione delle garanzie accordate al presunto trasgressore, può affermarsi, senza scomodare i sostenitori della irrisarcibilità del danno dipendente da provvedimenti discrezionali di natura pubblica, che, la risarcibilità del danno dipendente dalla adozione del provvedimento restrittivo dell'utilizzazione della patente di guida, dichiarato illegittimo, si restringe all'ipotesi di un danno patrimoniale effettivamente riportato dall'utente in dipendenza di un tale provvedimento, ma tale danno non può ritenersi sussistente per presunzione, bensì deve essere allegato e provato, il che non è avvenuto nel caso in esame. Ne consegue che, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata va cassata senza rinvio.

L'assenza dell'intimato esime della pronuncia sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.
 

Accoglie il ricorso; cassa senza rinvio; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 17 maggio 2006.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2006

 

 

 

Un ciclomotore viaggia spensierato sulla corsia riservata ai mezzi pubblici.

L’ausiliare del traffico decide di non procedere alla contestazione immediata, sostenendo nel relativo verbale, la primaria esigenza di non arrecare intralcio al servizio pubblico di trasporto.

Diciamolo chiaro: la motivazione è la solita standardizzata, fotocopia di altri verbali, del tutto insufficiente e generica a spiegare le reali ragioni per cui non si è proceduto alla contestazione immediata.

Recentemente la Suprema corte era già intervenuta sul punto con la decisione Cass. civ. Sez. II, 11-04-2006, n. 8457, affermando il principio di diritto che L'esemplificazione dell'art. 384 Reg.to C.d.S., lett. e) non significa che, ogni qualvolta che sia riportato in verbale la dizione di detta disposizione regolamentare, il giudice non possa svolgere l'indagine sulle concrete modalità del fatto; la dizione dell'art. 383 del menzionato regolamento, lett. e) indica un criterio di massima relativo alla possibilità o meno di procedere alla contestazione immediata, ma non impedisce al giudice di accertare se quei presupposti si siano in concreto verificati; non vi è, quindi, una presunzione legale di impossibilità della contestazione immediata ed è quanto la sentenza ha ritenuto, affermando che le circostanze di fatto emergenti, quali le caratteristiche dell'apparecchio utilizzato (autovelox 104/C2), lo stato dei luoghi e la velocità tenuta dal autoveicolo, avrebbero consentito agli agenti di regolarsi diversamente.

Il Giudice di pace di Roma sentenza n. 3259/2008, ha accolto il ricorso del titolare del ciclomotore, richiamando, appunto, la decisione sopra accennata, ritenendo la motivazione dell’ausiliario del traffico del tutto generica.

Trattandosi di un ciclomotore, infatti, era onere dell’agente indicare in maniera precisa per quale motivo il ciclomotore intralciava la circolazione, atteso che è fatto notorio, che non necessita di prova ex art. 115, comma 2 , codice procedura civile, la circostanza che il ciclomotore per la sua esile sagoma, non è normalmente in grado di intralciare il servizio pubblico di trasporto.

 

Con la recente decisione della Suprema Corte, Cass. civ. Sez. II, 03-10-2008, n. 24553, è stato stabilito il principio secondo cui in tema di violazioni al Codice della strada, la sottoscrizione da parte del trasgressore dell’allegato al verbale di contestazione, equivale a notifica dell’atto medesimo.

 

La sottoscrizione dell'atto con il quale gli interessati dichiaravano non solo di aver preso visione del verbale, ma indicavano anche chi fosse alla guida al momento della infrazione, senza alcuna riserva o contestazione relativa alla infrazione contestata, può ritenersi equivalente alla notificazione, sì da non richiedere la necessità di una ulteriore notifica del verbale, che ha appunto lo scopo di consentire pienamente il diritto di difesa, finalità questa in concreto certamente raggiunta

 

Cass. civ. Sez. II, 03-10-2008, n. 24553

 

 

1. Con verbale di contestazione n. (OMISSIS), la polizia stradale di Cesena accertava, il 5 dicembre 2003, la violazione dell'art. 142 C.d.S., comma 9, per superamento dei limiti di velocità. In data 9 febbraio 2004, il proprietario del veicolo si recava unitamente alla odierna intimata presso gli uffici della polizia stradale di Cesena, dove entrambi sottoscrivevano un modello allegato ai verbale di contestazione nel quale dichiaravano che "nelle circostanze di tempo e di luogo riportate nel verbale di contestazione n. (OMISSIS) il veicolo era condotto da F.S.".

Il prefetto della provincia di Forlì - Cesena emetteva ordinanza ingiunzione nei confronti della signora F. con cui disponeva la sospensione della sua patente di guida per la durata di 30 giorni.

Avverso detta ordinanza ingiunzione l'odierna intimata proponeva ricorso in opposizione davanti al giudice di pace di Cesena, eccependo l'illegittimità dell'ordinanza ingiunzione per essere stata emessa senza la previa notifica del verbale di contestazione. L'amministrazione si costituiva e deduceva che tale notifica non era necessaria per essere a conoscenza della violazione in questione l'opponente per avere sottoscritto la dichiarazione di cui sopra.

Il giudice di pace accoglieva il ricorso, rilevando che non vi era la prova dell'avvenuta notifica del verbale di contestazione, considerando che la stessa deve essere eseguita nelle forme previste dal codice, "senza che possano ammettersi equipollenti". 2. La ricorrente articola un unico motivo di ricorso con il quale deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 201 C.d.S., della L. n. 689 del 1981, art. 14, e degli artt. 160 e 156 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3. Deduce l'amministrazione ricorrente che l'odierna intimata aveva dichiarato di aver preso visione del verbale di contestazione e aveva riconosciuto di essere alla guida del veicolo in questione nelle circostanze di tempo e luogo riportate. Il giudice di pace aveva omesso di prendere in considerazione la previsione dell'art. 160 c.p.c., che esclude che possa pronunciarsi la nullità della notifica nelle ipotesi cui all'art. 156 c.p.c.. Nel caso in questione la dichiarazione resa dall'odierna intimata costituisce prova del raggiungimento della scopo della notifica del verbale di contestazione. Il giudice di pace aveva errato nel ritenere che non si potesse sanare la irritualità della notifica del verbale di contestazione.

3. L'intimato non ha svolto attività difensiva in questa sede.

4. Attivatasi procedura ex art. 375 c.p.c., il Procuratore Generale invia requisitoria scritta nella quale, concordando con il parere espresso nella nota di trasmissione, conclude con richiesta di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.

5. Il ricorso è manifestamente fondato e va accolto.

La sottoscrizione dell'atto, con il quale gli interessati dichiaravano non solo di aver preso visione del verbale, ma indicavano anche chi fosse alla guida al momento della infrazione, senza alcuna riserva o contestazione relativa alla infrazione contestata, può ritenersi equivalente alla notificazione, sì da non richiedere la necessità di una ulteriore notifica del verbale, che ha appunto lo scopo di consentire pienamente il diritto di difesa, finalità questa in concreto certamente raggiunta. Occorre ulteriormente osservare che tra la data della sottoscrizione della dichiarazione e la data di accertamento dell'illecito era trascorso un termine inferiore a 150 giorni. Sicchè l'Amministrazione ha pienamente rispettato il termine di cui all'art. 201 C.d.S..

Il ricorso va accolto e il provvedimento impugnato cassato. Sussistendone i presupposti, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., rigetta l'opposizione originariamente proposta al Giudice di Pace.


P.Q.M.
 

LA CORTE accoglie ricorso, cassa senza rinvio il provvedimento impugnato e, decidendo nel merito, rigetta l'opposizione originariamente proposta dall'intimato. Condanna l'intimata alle spese di giudizio, liquidate in 400,00 Euro per onorari oltre spese prenotate a debito e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 febbraio 2008.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 27/10/2008 @ 05:53:56 in Codice strada, linkato 696 volte)

Un automobilista, uscendo dalla piazzola di un distributore di carburanti, immettendosi sulla strada pubblica, non si accorgeva del sopraggiungere di altri veicoli innescando in tal modo un incidente scontrandosi con le vetture che vi circolavano.

Il giudice aquilano di prima istanza, aveva ritenuto fondata la richiesta risarcitoria domandata dall’automobilista che usciva dalla piazzola dei rifornimenti, sull’assunto che tale piazzola, benché privata, fosse da ritenersi di uso pubblico, sicché erano stati gli altri automobilisti ad errare allorquando non avevano dato la precedenza all'automobilista che, immettendosi dalla piazzola sulla pubblica via, proveniva dalla destra ed aveva diritto alla precedenza.

La Corte di appello de l’Aquila, aveva riformato integralmente la decisione del giudice di prime cure.

Tuttavia, la questione, se la piazzola fosse da considerare area pubblica o comunque di uso pubblico ovvero esclusivamente area privata, è giunta fino alla Suprema Corte, la quale, con la decisione Cass. civ. Sez. III, 10-01-2008, n. 258, richiamando la precedente giurisprudenza, ha avuto modo di ribadire che in tema di circolazione stradale, va riconosciuta la natura di area privata alle piazzole di distribuzione di carburanti, atteso che su di esse il passaggio di utenti della strada, anche se in numero elevato, si svolge non "uti cives", ma "uti singuli", con consequenziale obbligo di dare la precedenza anche ai veicoli sopraggiungenti da tergo, trattandosi di una immissione nel flusso della circolazione.

In conclusione, alla piazzola di distribuzione del carburante deve essere riconosciuta natura privata, con la conseguenza che l'automobilista, provenendo da essa, si immette nella pubblica via ha l'obbligo di dare la precedenza ai veicoli che su questa stanno transitando e di adottare tutte le cautele imposte a chi si immette nel flusso del traffico.

Cass. civ. Sez. III, 10-01-2008, n. 258

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

T.C. ha proposto ricorso per Cassazione avverso la decisione della Corte d'Appello de l'Aquila del 28 ottobre-26 novembre 2003, che - in totale riforma della decisione di primo grado - ha rigettato tutte le domande di risarcimento del danno proposte dallo stesso in relazione all'incidente del 31 dicembre 1987.

Ha rilevato la Corte territoriale che il T. aveva violato le norme del C.d.S., immettendosi nel flusso del traffico della strada statale (OMISSIS), da una area di servizio per il rifornimento dei carburanti, senza dare la dovuta precedenza alle altre autovetture che procedevano sulla strada.

Avverso tale decisione il T. ha proposto ricorso per Cassazione sorretto da tre motivi.

L'AXA assicurazioni resiste con controricorso.

L'altro intimato non ha svolto difese.

Il Procuratore Generale presso questa Corte ha concluso, ai sensi dell'art. 375 c.p.c., per iscritto per il rigetto del ricorso.

Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ., con la quale ha chiesto il rinvio della causa alla pubblica udienza richiamando giurisprudenza di questa Corte - anche in sede penale - circa la definizione delle piazzole di rifornimento di carburanti come aree private di uso pubblico, ribadendo la applicabilità dell'art. 105 C.d.S., comma 3 (che fissa l'obbligo di dare la precedenza a chi provenga da destra).

Osserva il Collegio:

I motivi di ricorso, valutati anche alla luce della memoria depositata, sono in parte inammissibili, in parte infondati.

Attraverso la denuncia di vizi della motivazione e di violazione di norme di legge, il ricorrente finisce per sollecitare a questa Corte un nuovo esame delle risultanze processuali.

Appare opportuno premettere, in considerazione delle censure sollevate dalla parte ricorrente, alcune decisioni di questa Corte sul punto che forma oggetto della decisione impugnata.

La giurisprudenza di questa Corte è ferma nel ritenere che i soggetti che si immettono da un'area privata (e tali sono sicuramente le piazzole di distribuzione dei carburanti: Cass. 7682 del 7 giugno 2000) nel flusso di circolazione di una strada statale hanno l'obbligo di arrestare la marcia della propria autovettura e di dare la precedenza a tutti i veicoli che circolano sulla stessa strada (art. 105 C.d.S. del 1959, comma 3, vigente al momento del sinistro).

Questa Corte ha avuto più volte modo di affermare, con giurisprudenza consolidata, che in tema di circolazione stradale, va riconosciuta la natura di area privata alle piazzole di distribuzione di carburanti, atteso che su di esse il passaggio di utenti della strada, anche se in numero elevato, si svolge non "uti cives", ma "uti singuli", con consequenziale obbligo di dare la precedenza anche ai veicoli sopraggiungenti da tergo, trattandosi di una immissione nel flusso della circolazione.

In particolare, Cass. 1 giugno 1990 n. 8058 ha precisato che: "per quanto numerosi possano essere i servizi esistenti sull'area, resta pur sempre limitato l'uso a coloro che intendono usufruire dei servizi stessi e circoscritto al tempo in cui questi servizi sono aperti.

L'ampiezza dell'uso non elimina la condizione per accedervi e non trasforma la stazione di servizio in un'area aperta alla circolazione indiscriminata di pedoni, animali e veicoli, e cioè in un'area di effettivo uso pubblico, analoga a quella in cui confluiscono più strade, che però viene tempestivamente segnalata per evitare pericoli".

A siffatto principio intende aderire questa Corte, essendo lo stesso pienamente condivisibile.

In particolare, il conducente che, partendo da fermo, intende immettersi nel flusso della circolazione è tenuto ad osservare le particolari cautele stabilite dal regolamento D.P.R. n. 420 del 1959, art. 522, e, quindi, ad assicurarsi che la manovra sia possibile, ad effettuare la prescritta segnalazione luminosa e a dare, in ogni caso, la precedenza a tutti gli altri veicoli in movimento, senza che questi ultimi siano costretti a manovre di fortuna (Cass. 22 agosto 1990 n. 2554, 21 dicembre 1987 n. 9525, 7 novembre 1987 n. 8245) .

Il ricorrente ribadisce, tuttavia, anche in sede di memoria ex art. 378 c.p.c., la assoluta genericità dei motivi dell' appello incidentale proposto dalla compagnia di assicurazione e dal D. I. (conducente della autovettura antagonista).

Lo stesso, inoltre, censura la valutazione delle circostanze di fatto così come accertate dai giudici di appello.

Il primo motivo è del tutto infondato.

I giudici di appello hanno riformato totalmente la decisione di primo grado, accogliendo le censure formulate dai due appellanti incidentali, i quali avevano censurato la decisione del Tribunale sulla base delle risultanze probatorie ed in particolare del verbale della polizia stradale.

I giudici di appello dopo aver ritenuto ammissibile l'appello incidentale, lo hanno esaminato congiuntamente a quello principale, considerato che gli stessi riguardavano - seppur da opposti profili - l'individuazione del responsabile (o dei responsabili) dell'incidente e la graduazione delle eventuali colpe concorrenti.

Inammissibili sono poi gli altri motivi di ricorso, con i quali si deduce una responsabilità del D.I., contestando la natura di area privata - accertata con giudizio di fatto dalla Corte Territoriale - e rilevando che la manovra di sorpasso effettuata dal D.I. si poneva in contrasto con precise disposizioni del codice della strada.

Con valutazione insindacabile in questa sede, i giudici di appello hanno osservato che il T. era l'unico responsabile del sinistro, non avendo dato la precedenza alla vettura favorita che percorreva la strada statale.

Tale obbligo, hanno correttamente rilevato i giudici di appello, persiste fino al completamento della manovra di immissione nel flusso.

Gli apprezzamenti del giudice di merito circa lo svolgimento di un incidente stradale e la efficienza causale delle persone coinvolte si concretano in un giudizio di fatto, non riesaminabile in sede di legittimità quando esso sia - come nel caso di specie - adeguatamente e correttamente motivato.

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese nei confronti della parte costituita.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese nei confronti della società di assicurazioni, che liquida in Euro 2.100,00 (duemilacento/00) di cui Euro 2.000,00 (duemila/00) per onorari di avvocato, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 dicembre 2007.

Depositato in Cancelleria il 10 gennaio 2008

 

 

 

Il giudice di pace di Mezzolombardo, nella propria decisione, aveva affermato che la violazione contestata era legittima limitandosi ad osservare che la condotta ascritta al trasgressore coincideva con quella vietata dalla disposizione dell'art. 146 C.d.S., comma 3, che sanziona la prosecuzione della marcia del veicolo con il semaforo proiettante luce rossa.

Invero il Giudice di pace aveva del tutto ignorato il motivo di opposizione che aveva dedotto l'illegittimità della sanzione per illegittima apposizione del semaforo, il quale, consisteva in un dispositivo che non era diretto a regolare il flusso dei veicoli, ma che, invece, era volto a controllarne la velocità, proiettando automaticamente, grazie ad un sensore, la luce rossa in avvistamento di un veicolo procedente a velocità elevata, costringendolo a fermarsi.

L’automobilista non si è dato tuttavia  per vinto.

Ricorrendo alla Suprema Corte (Cass. civ. Sez. II Sent., 14 dicembre 2007, n. 26359), quest’ultima accoglieva le doglianze del ricorrente affermando che È illegittima la sanzione elevata per violazione dell'articolo 146, comma terzo, cod. strada, per aver proseguito la marcia nonostante lo vieti la segnalazione del semaforo, ove questo non sia diretto a regolare il flusso dei veicoli bensì a controllarne la velocità proiettando automaticamente, grazie ad un sensore, la luce rossa in avvistamento di un veicolo procedente a velocità elevata così costringendolo a fermarsi. (Cassa e decide nel merito, Giud. pace Mezzolombardo, 10 Febbraio 2005)

 
 
 
Cass. civ. Sez. II Sent., 14 dicembre 2007, n. 26359
 
 
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
 

1. Con atto notificato il 29.8.2005, V.C. ricorre, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza del giudice di pace di Mezzolombardo del 10.2.2005, che aveva respinto il suo ricorso avverso il verbale redatto dai Carabinieri in data 20.10.2004 che gli contestava la violazione dell'art. 41 C.d.S. e dell'art. 146 C.d.S., comma 3, per avere proseguito la marcia nonostante la luce rossa del semaforo.

Il Commissario del Governo per la Provincia di Trento si è costituito mediante controricorso.

Attivata procedura ex art. 375 c.p.c., gli atti sono stati trasmessi al Procuratore Generale, che ha concluso per la trattazione del ricorso in Udienza pubblica.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

2. Con il primo motivo, il ricorso denunzia violazione dell'art. 166 c.p.c. e dell'art. 87 disp. att. c.p.c., nonchè della L. n. 689 del 1981, art. 23, lamentando che il giudice a qua abbia disatteso il motivo di opposizione che contestava la legittimità dell'apposizione del semaforo sulla base di documenti - dichiarazione di conformità e di omologazione dei semafori e copia dell'ordinanza sindacale di posizionamento dei semafori stessi - non ritualmente prodotti dalla controparte, che era rimasta contumace nel corso del giudizio.

Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione della L. n. 689 del 1981, art. 23, dell'art. 184 c.p.c. e dell'art. 24 Cost., censurando l'utilizzazione dei documenti sopra menzionati da parte del giudice di pace sotto i profili della violazione delle regole che sovrintendono all'acquisizione della prova e del diritto di difesa.

Il terzo motivo di ricorso denunzia violazione dell'art. 146 C.d.S., comma 3, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, censurando la sentenza impugnata per avere disatteso, con motivazione del tutto scarna ed inconferente, il motivo di opposizione che contestava la legittimità dell'apposizione del semaforo la cui segnalazione sarebbe stata violata, essendo tale strumento nella specie volto a regolare la velocità dei veicoli, segnalando automaticamente, grazie ad un sensore, la luce rossa nel caso di riscontrato eccesso di velocità, e non già il transito agli incroci, situazione non prevista nè consentita da alcuna norma di legge o di regolamento.

3. In via preliminare, va osservato che la violazione è stata accertata dai Carabinieri della Stazione di Mezzolombardo e che l'opponente ha proposto ricorso avverso il relativo verbale di accertamento dell'infrazione. Legittimato passivo nel giudizio di opposizione era dunque il Ministero della Difesa, quale organo di vertice dell'Amministrazione dalla quale dipendeva l'organo verbalizzante (ex plurimis: Cass. n. 10216 del 2005; Cass. n. 7992 del 2005; Cass. n. 19541 del 2004).

Il giudizio di merito è stato invece proposto e si è svolto nei confronti del Commissario del Governo di Trento. Tuttavia, in virtù di un principio di recente enunciato dalle Sezioni unite, l'errore di identificazione dell'organo statale legittimato a contraddire comporta, ai sensi della L. n. 260 del 1958, art. 4, una mera irregolarità, sanabile attraverso la rinnovazione dell'atto nei confronti di quello indicato dal giudice, la mancata eccezione dell'amministrazione ovvero la mancata deduzione di specifico motivo di cassazione (sentenza n. 3117 del 2006). Tanto è accaduto nella specie, in quanto l'Avvocatura generale dello Stato si è costituita nel presente grado di giudizio senza formulare, nel proprio controricorso, alcun rilievo sul punto, chiedendo la conferma della sentenza impugnata.

4. Nel merito, il terzo motivo di ricorso, da esaminare prima degli altri due per ragioni di ordine logico e giuridico, è fondato.

Il giudice di pace di Mezzolombardo ha affermato che la violazione contestata è legittima limitandosi sul punto ad osservare che la condotta ascritta al trasgressore coincideva con quella vietata dalla disposizione dell'art. 146 C.d.S., comma 3, che sanziona la prosecuzione della marcia del veicolo con il semaforo proiettante luce rossa. L'accertamento così condotto ha però del tutto ignorato il motivo di opposizione che aveva dedotto l'illegittimità della sanzione per illegittima apposizione del semaforo, il quale, com'è pacifico in causa, consisteva, nella fattispecie, in un dispositivo che non era diretto a regolare il flusso dei veicoli, ma che, invece, era volto a controllarne la velocità, proiettando automaticamente, grazie ad un sensore, la luce rossa in avvistamento di un veicolo procedente a velocità elevata, così costringendolo a fermarsi.

Precisati gli esatti contorni della questione proposta dal ricorrente, deve convenirsi che essa è fondata, atteso che nessuna disposizione del codice della strada o del regolamento prevede l'apposizione del semaforo al fine di regolare la velocità degli autoveicoli. In particolare, il regolamento del codice della strada assegna alle "lanterne semaforiche" soltanto due funzioni: quella di "regolare, nel tempo, l'avanzamento delle correnti di traffico in una intersezione o in un tronco stradale" (art. 58) e quella di disciplinare gli "attraversamenti pedonali" (art. 162). Ne deriva, per esclusione, che i semafori diretti a moderare la velocità degli autoveicoli non sono previsti dalla legge, constatazione da cui consegue, a sua volta, l'illegittimità dell'apposizione del semaforo per il quale è stata elevata l'infrazione opposta e l'illegittimità della medesima, essendo indubbio che la violazione del codice della strada consistente nell'inosservanza di indicazioni o segnali presuppone, ai lini della legittimità della contestazione, che il segnale sia stato legittimamente apposto dall'Autorità competente.

Il ricorso va pertanto accolto e la sentenza cassata; sussistendone le condizioni, l'opposizione va decisa nel merito ed il verbale di contestazione annullato.

Gli altri motivi di ricorso si dichiarano assorbiti.

Le spese di lite, comprensive di quelle del primo grado di giudizio, seguono la soccombenza.


P.Q.M.
 

Accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito dell'opposizione, annulla il verbale di contestazione della violazione impugnato; condanna il Commissario di Governo della Provincia di Trento al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in Euro 700,00, di cui Euro 600,00 per onorari, per il primo grado, e in Euro 500,00, di cui Euro 400,00 per onorari, per il grado di legittimità, oltre accessori.

Così deciso in Roma, il 26 settembre 2007.
Depositato in Cancelleria il 14 dicembre 2007

 

 

 

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