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Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

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Il provvedimento di sospensione della patente di guida da parte del Prefetto, ex art. 223, D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, non può essere adottato ad una distanza di tempo dal fatto tale da essere ormai venute meno le esigenze cautelari cui la sanzione in discorso è preordinata. Compete al giudice di merito determinare il tempo ragionevole necessario all'amministrazione per portare a termine le fasi di accertamento e di delibazione dell'illecito e il relativo giudizio è sindacabile, in sede di legittimità, esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione.

Cass. civ. Sez. Unite, 06-06-2007, n. 13226

Svolgimento del processo
Con ricorso in data 16 febbraio 2001 B.L. proponeva opposizione davanti a Giudice di pace di Rimini contro il provvedimento in data 19 gennaio 2001, con il quale il Prefetto della Provincia di Rimini aveva disposto nei suoi confronti la sospensione della patente di guida, ai sensi dell'art. 223 C.d.S., comma 2, in relazione ad un incidente stradale con lesioni personali verificatosi il (OMISSIS).
A fondamento della opposizione veniva, tra l'altro, dedotto che il provvedimento di sospensione della patente era intervenuto a distanza di oltre otto mesi dal sinistro, quando erano già cessate le finalità cautelari sottese all'art. 223 C.d.S., comma 2.
Con sentenza in data 2 giugno 2001 il Giudice di pace di Rimini rigettava l'opposizione, ritenendo che, in considerazione dell'iter che il Prefetto deve seguire prima di disporre la sospensione della patente, nella specie il relativo provvedimento doveva considerarsi emesso tempestivamente e nella presenza delle condizioni di legge.
Contro tale decisione ha proposto ricorso per cassazione, con cinque motivi, B.L..
La causa è stata rimessa alle Sezioni Unite sul presupposto della esistenza, nella giurisprudenza di questa S.C., di un contrasto in ordine alla individuazione del termine entro il quale il Prefetto può adottare il provvedimento di sospensione della partente di guida, ai sensi dell'art. 223 C.d.S., comma 2.
Motivi della decisione
Da un punto di vista logico va esaminato per primo il secondo motivo del ricorso, con il quale il ricorrente deduce che non poteva comunque essere disposta la sospensione della patente, in quanto l'incidente (a quanto è dato comprendere) non era direttamente collegato alla circolazione stradale, essendo stata causato dell'apertura dello sportello della propria autovettura.
Il motivo è inondato, in quanto questa S.C. ha già avuto occasione di affermare, proprio con riferimento alla apertura dello sportello senza la dovuta attenzione, sia pure ai fini della responsabilità ex art. 2054 c.c., che nell'ampio concetto di circolazione deve ritenere compresa anche la situazione di arresto o di sosta di un veicolo su strada o area pubblica di pertinenza della stessa (sent. 6 giugno 2002 n. 8216).
Con il primo motivo il ricorrente ripropone la questione della tardività del provvedimento di sospensione della patente.
Rileva preliminarmente il collegio che il contrasto nella giurisprudenza di questa S.C. esiste solo tra la sentenza in data 8 agosto 2003 11967, secondo la quale, in mancanza di un termine specifico, la sospensione sarebbe soggetta alla sola prescrizione ordinaria quinquennale, sul presupposto che il relativo provvedimento, oltre ad assumere una funzione cautelare (in attesa dell'eventuale sentenza di condanna), riveste comunque natura amministrativa sanzionatoria, come nel caso previsto dal precedente art. 218 e sfuggirebbe, in quanto tale, al criterio dell'immediatezza dell'applicazione, tipico solo di detta funzione cautelare.
La sentenza 15 aprile 2005 n. 7813, richiamata nell'ordinanza di rimessione, e la sentenza 28 aprile 2006 n. 9863, nonostante la formulazione delle "massime" ufficiali, non hanno preso posizione sul problema, non essendo necessario ai fini della decisione, e si sono limitate a dare atto del contrasto.
La sentenza 6 settembre 2004 n. 17975, ugualmente richiamata nella ordinanza di rimessione, si è limitata ad escludere l'esistenza di un termine di venticinque giorni dall'incidente desumibile dall'art. 223 C.d.S., commi 1 e 2, costituito dalla somma dei dieci giorni per la trasmissione del rapporto e dei quindici giorni per il parere del competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C., in quanto si deve tenere conto del lasso di tempo necessario per la richiesta del parere e per la trasmissione dello stesso. Tale decisione ha peraltro aggiunto che nessuna decadenza è prevista per la eventuale inosservanza dei termini.
Nel senso, invece, che la sospensione di cui si discute non deve essere adottata a tale distanza dal fatto da essere venute meno le esigenze cautelari, cui è preordinata si sono pronunciate le sentenze: 24 agosto 2005 n. 17205; 2 novembre 2004 n. 21048; 27 aprile 2001 n. 6108; 25 ottobre 1999 n. 11959.
Ritiene il collegio di aderire a tale secondo orientamento, sia pure con alcune precisazioni.
In linea di principio, è senz'altro da escludere che il provvedimento di sospensione della patente non possa più essere adottato per il solo mancato rispetto dei termini di cui all'art. 223 C.d.S., comma 1 (mancata trasmissione del rapporto entro dieci giorni al Prefetto ed alla Direzione generale della M.T.C.), e comma secondo (mancata trasmissione entro quindici giorni del parere del competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C.), del C.d.S..
A prescindere dalla considerazione che nessuna decadenza è espressamente prevista per il mancato rispetto di tali termini, non sarebbe ragionevole precludere la possibilità di adottare un provvedimento previsto a tutela della incolumità pubblica per il ritardo di pochi giorni nel compimento di tali attività.
Tale effetto preclusivo potrà assumere rilevanza solo quando, per la sua consistenza, sia idoneo a non consentire la realizzazione delle esigenze cautelari in relazione alle quali la sospensione della patente è prevista.
Considerazioni analoghe valgono per l'attività di competenza del Prefetto.
Per quanto l'art. 223 C.d.S., comma 2, prescriva che il Prefetto deve richiedere il parere al competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C, "appena ricevuti gli atti", non sarebbe ragionevole ritenere che si verifichi decadenza nel caso di mancata richiesta del parere lo stesso giorno in cui il rapporto è pervenuto al Prefetto.
Ugualmente sarebbe irragionevole ritenere che il Prefetto deve provvedere alla sospensione della patente appena ricevuto il parere in questione, anche in considerazione del fatto che tale sospensione deve essere disposta "ove sussistano fondati elementi di una evidente responsabilità", il che presuppone un adeguato spatium deliberandi.
Non è invece ammissibile una sospensione della patente che dovesse intervenire ad una distanza di tempo dal completamento dell'iter previsto dall'art. 223 C.d.S., commi 1 e 2, tale da non essere giustificata dalla esigenza di valutazione degli elementi raccolti.
A tal fine va anche considerato che se lo scopo della sospensione della patente è quello di impedire provvisoriamente di guidare ad un soggetto la cui condotta di guida risulti pericolosa per la pubblica incolumità, come desumibile da un grave incidente in cui lo stesso sia rimasto coinvolto, sarebbe illogico adottare tale sospensione a distanza di molti mesi dall'incidente, quando il pericolo per la pubblica incolumità che si vorrebbe evitare si è comunque verificato.
A conclusioni sostanzialmente identiche è pervenuta questa S.C. in tema di interpretazione della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 14, avendo affermato che l'attività di accertamento dell'illecito (ai fini della contestazione dello stesso) deve essere intesa come comprensiva del tempo necessario alla valutazione dei dati acquisiti ed afferenti agli elementi (oggettivi e soggettivi) dell'infrazione, e quindi della fase finale di delibazione correlata alla complessità della indagine; compete, poi, al giudice di merito determinare il tempo ragionevole necessario all'amministrazione per compiere tale valutazione, tenendo conto della maggiore o minore difficoltà del caso concreto e della necessità che tali indagini, pur nell'assenza di limiti temporali predeterminati, avvengano entro un termine congruo, essendo il relativo giudizio sindacabile in sede di legittimità solo sotto il profilo del vizio di motivazione.
Alla luce di tali considerazioni appare senz'altro fondato il primo motivo del ricorso, con il quale si censura la motivazione con la quale è stata rigettata l'opposizione.
E' sufficiente, in proposito, osservare che, a prescindere dal fatto che il provvedimento di sospensione della patente è stato emesso a distanza di ben otto mesi dall'incidente, il Giudice di pace non ha chiarito come potesse ritenersi giustificata la trasmissione del parere del competente ufficio della Direzione generale della M.T.C., a distanza di cinque mesi da tale incidente e come per la valutazione dei fatti fosse giustificato il trascorrere di altri due mesi.
L'accoglimento del primo motivo comporta l'assorbimento degli altri motivi.
In relazione al motivo accolto la sentenza impugnata va cassata, con rinvio, per un nuovo esame, ad altro Giudice di pace di Rimini, che provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
la Corte rigetta il secondo motivo del ricorso; accoglie il primo motivo; assorbiti gli altri motivi; in relazione al motivo accolto cassa la sentenza impugnata, con rinvio ad altro Giudice di pace di Rimini, anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, il 3 aprile 2007.
Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2007

 

Il mancato versamento dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge, può determinare in alcune circostanze il più grave reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p. anziché il più lieve reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare di cui all’art. 570 c.p.

Nè miglior sorte ha il terzo motivo di impugnazione, laddove si lamenta il deciso assorbimento del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in quello di maltrattamenti, senza alcuna motivazione, nonostante la presenza di un puntuale motivo (pag. 7 ricorso). Orbene, nell'ultima parte dell'articolazione sub 4 della prima sentenza (cui i giudici distrettuali hanno fatto puntuale riferimento) è proprio chiarito, in modo esplicito e con motivazione che per la sua logicità si sottrae al controllo della Suprema Corte, che "nel reato di maltrattamenti di cui all'art. 572 c.p. vanno ritenuti assorbiti tutti i fatti accertati in danno della Parerti, compresa la circostanza che l'imputato ha versato solo in parte e comunque con ritardo quanto dovuto per il mantenimento della figlia e tale fatto, non integrante l'ipotesi dell'art. 570 c.p. (non essendo stato ritenuto pienamente provato che alla beneficiaria siano mancati i mezzi di sussistenza), è stato comunque correttamente utilizzato come ulteriore significativa espressione dell'atteggiamento abituale di prevaricazione tenuto dal S. nei confronti della ex moglie.

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 27-03-2008) 04-06-2008, n. 22400

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con un primo motivo di impugnazione la ricorrente difesa deduce la violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c) per inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità in relazione all'art. 159 c.p.p., comma 1, n. 3 (nella modifica L. n. 251 del 2005, ex art. 6) con riferimento all'ordinanza 21 giugno 2006, nella parte in cui ha disposto la sospensione del corso della prescrizione sino al 7 febbraio 2007, e, quindi oltre il termine di 60 giorni. Il motivo, prospettato al fine di conseguire una pronuncia anticipata di prescrizione, impedita dal rinvio di sette mesi con prescrizione interrotta, manca di rilievo attuale, attesa l'avvenuta pacifica maturazione del termine massimo di prescrizione.

Su tale conclusione va premesso che l'art. 578 c.p.p., nel rendere obbligatoria - per il giudice dell'impugnazione penale - una pronuncia di merito sull'impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili, impone al giudice, da un lato, di verificare se sussistano gli estremi del reato dal quale la parte civile fa discendere il proprio diritto e, dall'altro, di accertare, sia pure in modo sommario, la sussistenza di tale diritto. La cognizione del giudice penale, sia pure ai soli effetti civili, rimane, quindi, integra e il giudice dell'impugnazione deve verificare l'esistenza di tutti gli elementi della fattispecie penale al fine di confermare o meno il fondamento della condanna alle restituzioni o al risarcimento pronunziata dal primo giudice (Sez. 1, 40197/2007, Rv. 237863, Formis; Cass. Sez. 1, 3 ottobre 1994, Zamai, rv 199625; Cass. Sez. 4, 3 febbraio 2004, rv. 228597).

In tale ottica vanno quindi nell'ordine esaminati gli ulteriori motivi di impugnazione contenuti nel ricorso.

Con secondo motivo, al di là della formula usata, si prospetta la violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d) per mancata assunzione di prova decisiva, nella specie costituita da documenti che, pur acquisiti in fatto non sarebbero stati esaminati, sia sul punto di un preteso comportamento della moglie inteso ad impedire i contatti padre-figlia, sia sotto l'ulteriore profilo di un accredito pari a L. 70 milioni.

Il motivo è del tutto infondato.

La lettura delle conformi decisioni dei giudici di merito consente infatti di concludere in modo diametralmente opposto alle prospettazioni del ricorrente. Basti esaminare il secondo capoverso del punto 3 della sentenza di 1^ grado per rendersi conto che il primo giudice, nel dare ragionevole e motivato credito alla versione sui fatti offerta dalla persona offesa, stigmatizza la condotta "probatoria" del S., il quale, se avesse in concreto adempiuto agli obblighi, "avrebbe potuto, volendo, acquisire e depositare gli assegni versati, e non limitarsi a matrici contenenti annotazioni riconducibili a lui ( V.).

Pertanto nessuna inadempienza dei giudici e, men che meno, omessa valutazione della documentazione proposta, che è stata invece puntualmente esaminata, con un persuasivo ed indiscutibile esito di non-prova del preteso accredito di L. 70 milioni, comunque non provati come versati e, in ogni caso, non versati mensilmente, alle scadenze naturali fissate dal giudice civili per il raggiungimento delle finalità cui l'assegno di mantenimento è preordinato, e con tempi e modi scelti arbitrariamente dall'onerato.

Nè miglior sorte ha il terzo motivo di impugnazione, laddove si lamenta il deciso assorbimento del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in quello di maltrattamenti, senza alcuna motivazione, nonostante la presenza di un puntuale motivo (pag. 7 ricorso). Orbene, nell'ultima parte dell'articolazione sub 4 della prima sentenza (cui i giudici distrettuali hanno fatto puntuale riferimento) è proprio chiarito, in modo esplicito e con motivazione che per la sua logicità si sottrae al controllo della Suprema Corte, che "nel reato di maltrattamenti di cui all'art. 572 c.p. vanno ritenuti assorbiti tutti i fatti accertati in danno della Parerti, compresa la circostanza che l'imputato ha versato solo in parte e comunque con ritardo quanto dovuto per il mantenimento della figlia e tale fatto, non integrante l'ipotesi dell'art. 570 c.p. (non essendo stato ritenuto pienamente provato che alla beneficiaria siano mancati i mezzi di sussistenza), è stato comunque correttamente utilizzato come ulteriore significativa espressione dell'atteggiamento abituale di prevaricazione tenuto dal S. nei confronti della ex moglie.

Identica conclusione, va rassegnata per il quarto motivo in cui la difesa si duole che la Corte di appello nulla abbia detto sul contrasto tra dispositivo e motivazione della decisione del giudice di 1^ grado, sul punto dell'accusa ex art. 570 c.p., della cui insussistenza il ricorrente avrebbe a suo avviso, quanto meno, fornito una semipiena probatio (matrici degli assegni il cui avvenuto versamento in favore della parte civile non risulta contestato). Vale per esso quanto evidenziato per il terzo motivo: la risposta giudiziaria, consacrata nel dispositivo, in modo armonico rispetto alla motivazione del provvedimento, fa riferimento inequivoco alla responsabilità a titolo di maltrattamenti (cfr. anche pag. 5 della sentenza d'appello), responsabilità che ha assorbito tutte le condotte contestate in danno sia di V. che di P. M., esclusa quindi la condotta ex art. 570 c.p. mai considerata e tanto meno oggetto di amplificazione della sanzione ex art. 81 cpv. c.p..

Con il quinto motivo si evidenzia la violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) per mancanza di motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato, nel senso che non può essere considerata una moglie in posizione psicologica subordinata, quella che, con iattanza, usualmente viola le prescrizioni del giudice civile. Identica assenza di motivazione è dedotta per ciò che attiene al requisito della sistematicità della condotta illecita ed il suo profilo soggettivo, valutate anche i comportamenti di entrambi i coniugi.

Tale quinto motivo, nella misura in cui si sostanzia in censure di mero fatto in ordine alla ricostruzione del risultato delle prove e della loro valutazione, non è proponibile in questa sede (v. per tutte Cass. Sez. Un. 19.6.1996, Di Francesco), avuto riguardo alla presenza di una argomentazione che risulta condotta e sviluppata con rigore logico dai giudici di merito - le cui sentenze, essendo la seconda confermativa della prima, si integrano a vicenda - e che, in base ad una giurisprudenza consolidata e del tutto condivisibile, non può essere alterata da una diversa ricostruzione, magari di equivalente logicità.

Infine nella parte conclusiva del ricorso (pag. 15) si riprende ancora la tematica del 3^ e 4^ motivo (cui si è già data risposta), osservando criticamente che non è dato comprendere se il giudice distrettuale abbia inteso affermare la responsabilità del S. anche per il reato ex art. 570 c.p., escluso dal primo giudice, oppure abbia ritenuto il ritardo nel pagamento dell'assegno come condotta riferibile al reato di maltrattamenti e non contestata nel corrispondente capo di imputazione.

Infine, con memoria tempestivamente depositata, il difensore dell'imputato ha insistito ribadendo le censure dell'atto di impugnazione: sulla pretesa carenza di motivazione in punto di prova degli avvenuti pagamenti;sull'insussistenza dell'art. 572 c.p. per cessazione della convivenza; sull'assenza del dolo progressivo, in un contesto di maltrattamenti nel quale l'intento dell'agente era quello di esercitare il suo diritto di padre a fronte dell'atteggiamento ostruzionistico della moglie, concludendo per la formula di annullamento senza rinvio, pur in presenza della causa estintiva ex artt. 157 e 160 c.p. a sensi del capoverso dell'art. 129 c.p.p..

Su tali pretesi vizi si è già sopra argomentato, qui ribadendosi comunque, in punto di diritto e quanto alla cessazione della convivenza, che lo stato di separazione coniugale, pur dispensando i coniugi dagli obblighi di convivenza e di fedeltà, lascia tuttavia integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale nonchè di collaborazione. Pertanto il suddetto stato non esclude il reato di maltrattamenti quando l'attività di costrizione o di sopraffazione si valga proprio o comunque incida su quei vincoli (come nella specie il rapporto con la figlia in presenza della madre) che, rimasti integri, pongono la parte offesa in una persistente posizione psicologica subordinata (cfr. in termini: Cass. Penale sez. sez. 6, U.P. 30.9.98 Moranda). Tale interpretazione è infatti confortata dal tenore letterale della norma che prevede il fatto di chi sottopone a maltrattamenti una persona della famiglia, senza richiedere che il vincolo si accompagni necessariamente alla convivenza oppure alla coabitazione (Cass. Penale sez. 6, U.P. 1.2.99 Valente).

In conclusione, considerato che la motivazione della sentenza impugnata (integrata con la decisione di primo grado) si sottrae alle censure che le sono state mosse, ed il provvedimento censurato ha evidenziato in modo univoco la sussistenza della responsabilità del ricorrente al di là di ogni ragionevole dubbio, vanno di conseguenza confermate, a norma del disposto dell'art. 578 c.p.p., le disposizioni ed i capi della sentenza che concernono gli interessi civili, pur nella dichiarazione di estinzione dei reati per intervenuta prescrizione.


 P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè i reati sono estinti per prescrizione, ferme restando le statuizioni civili.

Così deciso in Roma, il 27 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 22/10/2007 @ 20:59:39 in Codice strada, linkato 5663 volte)

Con sentenza interpretativa di rigetto in riferimento all’art. 213 del Codice della strada, la Corte costituzionale nella decisione n. 345 del 19.10.2007 ribadisce che la confisca del motorino a chi è stato sorpreso a guidare in stato di ebbrezza non è irragionevole (come invece avevano sostenuto i Giudice di pace di Trento, Aosta, Belluno e Padova) e non è una discriminazione rispetto alla sanzione meno affittiva della sospensione della patente per gli automobilisti.

Per i giuridici costituzionali, la non irragionevolezza del provvedimento della confisca, sta nel fatto che tale misura è idonea a scongiurare la reiterata utilizzazione illecita del mezzo, specie quando sussiste un rapporto di necessaria strumentalità tra l’impiego del veicolo e la consumazione del reato.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

- Franco BILE Presidente

- Francesco AMIRANTE Giudice

- Ugo DE SIERVO ”

- Paolo MADDALENA ”

- Alfio FINOCCHIARO ”

- Alfonso QUARANTA ”

- Luigi MAZZELLA ”

- Gaetano SILVESTRI ”

- Maria Rita SAULLE ”

- Giuseppe TESAURO ”

- Paolo Maria NAPOLITANO ”

ha pronunciato la seguente
SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), promossi con ordinanze del 5 gennaio 2006 dal Giudice di pace di Aosta, del 2 maggio 2006 dal Giudice di pace di Urbino, del 6 giugno 2006 dal Giudice di pace di Trento, del 22 maggio 2006 dal Giudice di pace di Padova e del 26 ottobre 2006 dal Giudice di pace di Belluno, rispettivamente iscritte ai nn. 152, 320, 687 e 697 del registro ordinanze 2006 e al n. 270 del registro ordinanze del 2007 e pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 21 e 38, prima serie speciale, dell'anno 2006 e nn. 6 e 7, prima serie speciale, dell'anno 2007.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 26 settembre 2007 il Giudice relatore Alfonso Quaranta.

Ritenuto in fatto

1.¾ I Giudici di pace di Aosta (r.o. n. 152 del 2006), Urbino (r.o. n. 320 del 2006), Trento (r.o. n. 687 del 2006), Padova (r.o. n. 697 del 2006) e Belluno (r.o. n. 270 del 2007) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui dispone la confisca di ciclomotori o di motoveicoli nei casi in cui siano stati adoperati per commettere un reato.

In particolare, il Giudice di pace di Aosta premette di dover giudicare, in sede civile, ai sensi dell'art. 22-¾1.1.bis della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), di un provvedimento di sequestro adottato dall'autorità amministrativa a seguito della contestazione dell'infrazione prevista e punita dall'art. 186, comma 2, del codice della strada.

Evidenzia, pertanto, che in forza di quanto previsto dal citato art. 213, comma 2-sexies, è sempre disposta la confisca in tutti i casi in cui il ciclomotore o il motoveicolo siano stati adoperati per commettere una delle violazioni amministrative di cui agli articoli 169, commi 2 e 7, 170 e 171 o per commettere un reato.

Tale disposizione, tuttavia, darebbe luogo ad una «evidente disparità di trattamento nei confronti dei cittadini che commettono lo stesso reato», e che quindi «si trovano in una situazione identica», atteso che la guida in stato di ebbrezza comporta la sanzione accessoria della confisca del mezzo solo per i motociclisti, mentre per gli automobilisti determina quella, meno afflittiva, della sospensione della patente. Né, d'altra parte, conclude il rimettente, si comprende quali possano essere i «ragionevoli motivi» idonei a giustificare tale trattamento differenziato.

¾1.2. Analogamente, il Giudice di pace di Urbino – investito dell'opposizione proposta avverso il provvedimento con il quale è stato disposto il sequestro di un motociclo, essendo stata contestata la violazione dell'art. 186, comma 2, del codice della strada – reputa il predetto art. 213, comma 2-sexies, in contrasto con l'art. 3 Cost., «per aperta violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità della sanzione», oltre che per la disparità di trattamento tra le violazioni commesse dai conducenti di ciclomotori o motocicli e dai conducenti di autoveicoli.

Difatti il rimettente, consapevole che lo scrutinio di costituzionalità sulle scelte sanzionatorie compiute dal legislatore è possibile solo quando l'opzione normativa contrasti in modo manifesto con il canone della ragionevolezza (richiama, sul punto, le pronunce della Corte costituzionale n. 144 del 2001, n. 58 del 1999, n. 297 del 1998, n. 313 del 1995), reputa che tale evenienza ricorra nel caso di specie, giacché la norma in esame costituirebbe espressione di un uso distorto della discrezionalità, non essendosi il legislatore conformato all'auspicio, espresso dalla giurisprudenza costituzionale, circa la necessità di «rimodellare il sistema della confisca stabilendo alcuni canoni essenziali al fine di evitare che l'applicazione giudiziale della sanzione amministrativa accessoria produca disparità di trattamento» (sentenze n. 435 e n. 349 del 1997).

1.3.— Anche il Giudice di pace di Trento ipotizza l'illegittimità costituzionale della norma suddetta, della quale chiede la caducazione «nella parte in cui dispone la confisca del motoveicolo nei casi in cui questo sia stato adoperato per commettere un reato».

Nel premettere di dover giudicare dell'opposizione ex artt. 22 e 23 della legge n. 689 del 1981, proposta avverso un verbale di sequestro di motoveicolo emesso a seguito dell'accertamento dell'infrazione consistente nella guida in stato di ebbrezza, il giudice a quo evidenzia che la norma censurata, nel regolare «in termini radicalmente divergenti la situazione del proprietario del motoveicolo rispetto a quella del proprietario di qualsiasi altro veicolo», realizza una «diversificazione del trattamento sanzionatorio nei confronti di comportamenti antigiuridici esattamente identici», violando in tal modo «il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Pertanto, pur dicendosi «consapevole che la norma censurata trae origine dalla gravità del fenomeno da sanzionare», che esige «un'azione di prevenzione diretta a ridurre sensibilmente il numero dei reati commessi con l'uso di motoveicoli», reputa che la denunciata disparità di trattamento ponga tale disposizione in contrasto con l'art. 3 Cost.

1.4.— Il Giudice di pace di Padova deduce l'incostituzionalità, sempre in riferimento all'art. 3 Cost., del predetto art. 213, comma 2-sexies, «nella parte in cui prevede la sanzione accessoria della confisca obbligatoria del ciclomotore o motoveicolo», nel caso in cui gli stessi siano utilizzati per commettere tanto le infrazioni amministrative previste dagli artt. 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del codice della strada, quanto un reato («nella specie guida in stato di ebbrezza»). Difatti, la norma nel prevedere «la confisca obbligatoria del “mezzo”» solo nel caso di ciclomotori o motocicli, «crea una disparità di trattamento tra cittadini, a fronte di violazioni identiche e condotte analoghe», come, nella specie, la «guida in stato di ebbrezza».

1.5.— Infine, anche il Giudice di pace di Belluno – dopo aver premesso di essere investito di un'«opposizione ad ordinanza ingiunzione» ai sensi della legge n. 689 del 1981 – ha chiesto dichiararsi l'illegittimità costituzionale della norma suddetta, in ragione del fatto che essa dà luogo «ad una disciplina difforme di fronte ad identici comportamenti», a seconda che la violazioni contemplate nel testo del medesimo art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada vengano commesse da chi guidi un ciclomotore, un motociclo o (come nel caso sottoposto al suo esame) un quadriciclo, ovvero da «un'automobile o un mezzo più pesante».

Orbene, osserva il rimettente, individuata la ratio della norma nella necessità di «punire severamente chi utilizza un ciclomotore o un motociclo per commettere un reato, risulta difficilmente comprensibile la ragione per cui il legislatore abbia ritenuto meno grave un comportamento tenuto, invece, da un automobilista o un camionista», anche in considerazione dei «ben maggiori danni che potrebbero causare», donde l'ipotizzato contrasto con l'art. 3 della Carta fondamentale.

2.— È intervenuto in ciascuno dei giudizi – salvo quello originato dall'ordinanza di rimessione del Giudice di pace di Aosta – il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato.

La difesa erariale – sul presupposto che il testo della norma censurata risulta modificato dall'art. 2, comma 169, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), nel testo modificato dalla relativa legge di conversione 24 novembre 2006, n. 286 – ha chiesto, in via preliminare, alla Corte costituzionale di disporre la restituzione degli atti ai giudici rimettenti «onde consentire una nuova valutazione della rilevanza della questione alla luce dei sopravenuti mutamenti del quadro normativo».

In subordine, quanto alla dedotta «manifesta irragionevolezza» della norma censurata, giacché essa realizzerebbe una «ingiustificata disparità di trattamento rispetto a situazioni analoghe più gravi», l'Avvocatura dello Stato rileva che «la scelta di sanzionare in modo diverso una condotta di guida a secondo del tipo di veicolo guidato non è di per sé irragionevole», rispondendo oltretutto, nella specie, all'esigenza di contenere gli infortuni verificabili con l'uso di motocicli o ciclomotori, in quanto veicoli «dotati evidentemente di minore stabilità e con maggiore difficoltà di controllo».

Considerato in diritto

1.— I Giudici di pace di Aosta (r.o. n. 152 del 2006), Urbino (r.o. n. 320 del 2006), Trento (r.o. n. 687 del 2006), Padova (r.o. n. 697 del 2006) e Belluno (r.o. n. 270 del 2007) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui dispone la confisca di ciclomotori e motoveicoli nei casi in cui tali mezzi siano stati adoperati per commettere un reato.

I rimettenti – investiti dell'opposizione proposta avverso provvedimenti di sequestro dei suddetti veicoli, tutti adottati, in vista della successiva confisca, in relazione alla contestata violazione dell'art. 186 del codice della strada – lamentano l'assoggettamento di motoveicoli e ciclomotori, in forza del censurato art. 213, comma 2-sexies, del codice, ad un trattamento irragionevolmente più grave di quello previsto per gli altri veicoli, per i quali la confisca non è invece stabilita.

2.— In via preliminare, deve esser disposta la riunione dei diversi giudizi, ai fini di un'unica pronuncia, in ragione della identità delle questioni rimesse all'esame di questa Corte.

3.— Prima di affrontare il merito, occorre esaminare le modificazioni legislative che, successivamente alla pronuncia delle ordinanze di rimessione, hanno interessato sia la disposizione censurata che il contesto normativo in cui essa risulta inserita, e ciò al fine di verificarne l'eventuale incidenza sul presente giudizio.

Difatti, dopo che i giudici a quibus hanno sollevato l'indicata questione di costituzionalità, il testo dell'art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada è stato modificato dall'art. 2, comma 169, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286. Tuttavia, anche nella sua attuale formulazione, la norma suddetta continua a prevedere l'applicazione della sanzione accessoria della confisca dei (soli) ciclomotori e motoveicoli nel caso in cui gli stessi siano adoperati per commettere un reato, giacché il citato ius superveniens ha unicamente eliminato la previsione dell'applicazione della sanzione nelle ipotesi di violazioni amministrative di cui agli articoli 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del codice della strada (si tratta delle norme che disciplinano il trasporto, rispettivamente, «di persone, animali e oggetti sui veicoli a motore», quello «di persone e di oggetti sui veicoli a motore a due ruote», nonché l'uso «del casco protettivo per gli utenti di veicoli a due ruote»).

Orbene, le fattispecie oggetto dei giudizi principali concernono, invece, proprio la commissione di un reato (segnatamente quello di guida in stato di ebbrezza di cui all'art. 186 del codice della strada), sicché risulta evidente come il citato ius superveniens non possa avere alcuna influenza sull'esito di detti giudizi.

Analogamente, priva di effetti rispetto ad essi si presenta la successiva modifica apportata, al testo dell'art. 186 del codice dalla strada, dall'art. 5 del decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117 (Disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione), convertito con modificazioni dalla legge 2 ottobre 2007, n. 160. Ed invero, sebbene esso abbia introdotto nel citato art. 186 il comma 2-bis, che ha previsto l'applicazione del «fermo amministrativo del veicolo per novanta giorni» nel solo caso in cui «il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale», la circostanza che in nessuna delle fattispecie oggetto dei giudizi a quibus venga in rilievo l'ipotesi contemplata dalla nuova disposizione – quella, cioè, di un sinistro stradale quale conseguenza della violazione dell'art. 186 del codice della strada – esclude, per definizione, la rilevanza anche di detto ius superveniens nei giudizi principali, con ciò rendendo superfluo stabilire, nel caso di specie, quali siano i rapporti intercorrenti tra la nuova norma ed il censurato art. 213, comma 2-sexies.

4.— Esclusa, dunque, la necessità di restituire gli atti ai giudici rimettenti, la questione di costituzionalità dagli stessi sollevata deve ritenersi non fondata.

5.— Premessa, invero, l'ampia discrezionalità nella individuazione delle sanzioni, atteso che «la valutazione della congruità della sanzione appartiene alla discrezionalità del legislatore, con il solo limite della manifesta irragionevolezza» (così, da ultimo, con riferimento proprio alla disciplina della circolazione stradale, l'ordinanza n. 246 del 2007), il solo scrutinio che, anche nella presente ipotesi, questa Corte è legittimata a svolgere consiste nel verificare se la scelta legislativa, in sé considerata, presenti quel palese difetto di ragionevolezza che giustifichi la declaratoria di illegittimità costituzionale.

Orbene, proprio alla stregua di una valutazione che investa, innanzitutto, la sua ragionevolezza intrinseca (e dunque la coerenza tra il contenuto della norma e la finalità perseguita attraverso la sua previsione), la disposizione in esame si presenta immune dal denunciato vizio di costituzionalità.

Deve ritenersi, infatti, non irragionevole la scelta del legislatore di prevedere una più intensa risposta punitiva, allorché un reato sia commesso mediante l'uso di ciclomotori o motoveicoli, con riferimento all'adozione di una sanzione accessoria, qual è la confisca, idonea a scongiurare la reiterata utilizzazione illecita del mezzo, specie quando (come avviene proprio nel caso contemplato dall'art. 186 del codice della strada, cui si riferiscono le fattispecie oggetto dei giudizi a quibus) sussiste un rapporto di necessaria strumentalità tra l'impiego del veicolo e la consumazione del reato.

Né, d'altro canto, la profilata disparità di trattamento tra utenti della strada (atteso che l'operatività della confisca è stata limitata ad una sola categoria di veicoli e non è stata invece prevista a carico dei conducenti degli altri mezzi) potrebbe comunque comportare l'adozione della richiesta pronuncia caducatoria.

A parte, infatti, il rilievo che tale disparità non è neppure assoluta, come paiono invece ritenere i rimettenti (i quali mostrano di ignorare che per tutte le tipologie di veicoli, sempre adoperati per commettere un reato, l'applicazione della confisca – sebbene essa, in tal caso, operi solo facoltativamente ed alla stregua non di una sanzione accessoria, bensì di una misura di sicurezza reale – potrebbe comunque avvenire ai sensi dell'art. 240 del codice penale), dirimente è la constatazione che ogni iniziativa volta a superare questo trattamento differenziato non potrebbe che spettare al legislatore.

È principio ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui «rimodellare il sistema della confisca, stabilendo alcuni canoni essenziali al fine di evitare che l'applicazione giudiziale della sanzione amministrativa produca disparità di trattamento» costituisce un intervento «riservato alla discrezionalità legislativa» (sentenza n. 435 del 1997).

LA CORTE COSTITUZIONALE
riuniti i giudizi,

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dai Giudici di pace di Aosta, Urbino, Trento, Padova e Belluno con le ordinanze in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 ottobre 2007.

F.to:
Franco BILE, Presidente
Alfonso QUARANTA, Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 19 ottobre 2007.
Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

 
Di Teresa Lagreca (del 20/10/2007 @ 20:09:03 in Codice strada, linkato 1935 volte)

Le funzioni degli ausiliari del traffico, di prevenzione e accertamento delle violazioni in materia di sosta (conferite a norma dell'art. 17, comma 132 della l. 15 maggio 1997, n. 127, e dell'art. 68 della l. 23 dicembre 1999 n. 488), sono limitate alle aree oggetto di concessione e agli spazi necessari alle manovre dei veicoli ivi parcheggiati

Cass. civ. Sez. I, 18-08-2006, n. 18186 (rv. 592041)

Gli ausiliari del traffico, in tanto sono legittimati ad accertare e contestare violazioni a norme del codice della strada, in quanto dette violazioni concernono le disposizioni in materia di sosta limitatamente alle aree oggetto di concessione..
Laddove, invece, le violazioni consistano in condotte diverse, quale, nella specie, la circolazione in corsie riservate ai mezzi pubblici, l’accertamento può essere compiuto dal personale ispettivo delle aziende di trasporto pubblico di persone, ma non anche dagli ausiliari del traffico, di cui all’art. 17, co. 132, della cit. legge n. 127 del 1997.
Corte di Cassazione Sentenza 18 agosto 2006, n. 18186

L’antefatto.

Pace Roma, 27 Dicembre 2001

l Giudice di pace di Roma rigettava l'opposizione proposta da Tizio avverso il verbale di accertamento, con il quale gli veniva contestata la violazione dell'art. 7, comma 1, del cod. strada e gli veniva comminata la sanzione di lire 77.110.

Il giudice riteneva che l'opposizione, fondata sul rilievo che la violazione era stata accertata da un ausiliario del traffico, e cioè da soggetto non legittimato né competente e sprovvisto di delega, non fosse meritevole di accoglimento in quanto costituisce insegnamento della giurisprudenza di legittimità quello secondo cui la collaborazione prestata dai c.d. ausiliari del traffico in sede di rilevazione e segnalazione delle violazioni del codice della strada non inficia la legittimità dell'accertamento.

Il Giudice di pace di Roma cambia giurisprudenza e sostiene la tesi opposta

Giudice di Pace Roma, sez. III, sentenza 15.01.2004 n° 3046

Caio riceve un verbale di accertamento di violazione per presunta circolazione in corsia riservata ai mezzi pubblici, notificato a mezzo del servizio postale, poiché per prassi ormai nota, l’ausiliario del traffico annota gli estremi della targa del veicolo “trasgressore”, senza in alcun modo procedere a “tentare” una immediata contestazione, per legge, invece, obbligatoria. Tale circostanza sarebbe già di per sé idonea a rendere nullo, per carenza di motivazione, il vav. Tanto più considerato che la motivazione, comune a quasi tutti i verbali, la violazione non è stata contestata per non intralciare il servizio pubblico di trasporto non rende in alcun modo giustizia alla lingua italiana. L’art. 201 c.d.s., infatti, esige una motivazione sulla impossibilità – proposizione causale -; il verbalizzante motiva con un giudizio di opportunità – proposizione finale -.

Una volta impugnato il verbale, il legale, in sede di discussione, ha argomentato, in particolare, il fatto che il verbale impugnato, come del resto la totalità degli accertamenti di questo genere, in intestazione rechi la dicitura io sottoscritto……..ausiliario del traffico…..nominato con ordinanza sindacale ai sensi della Legge 127 del 15 maggio 1997, locuzione che non dà certezza alcuna in merito alla effettiva esistenza di una ordinanza, e, comunque, di quali siano effettivamente i poteri conferiti a tale soggetto.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL GIUDICE DI PACE DI ROMA
SEZIONE TERZA

Il Giudice di Pace di Roma Dott.ssa Cecilia Bonacci

ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al N.° 37656/03 R.G.

TRA

Opponente : Simone Pacifici, domiciliato in Roma, Viale degli Ammiragli n. 46

CONTRO

Opposto contumace: Comune di Roma

OGGETTO

Ricorso ex art. 23 L. 689/1981 avverso il provvedimento amministrativo irrogativo di sanzione (allegato alla presente sentenza in copia conforme e della quale ne fa parte integrante)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 24-04-2003 l’opponente proponeva opposizione avverso la sanzione amministrativa N. 20021235123, come meglio identificato nel ricorso introduttivo deducendo a sostegno i motivi indicati nel ricorso stesso.

L’amministrazione opposta, ritualmente evocata, non si costituiva né depositava la prescritta documentazione.

All’udienza del 15-01-2004 compariva il ricorrente.

Questo giudice decideva la causa dando lettura della sentenza in udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’opposizione è fondata e conseguentemente va accolta ed annullato il provvedimento impugnato atteso che vanno condivise e fatte proprie da questo giudicante le argomentazioni di cui al ricorso documentalmente provate.

Non vi è potere da parte dell’ausiliario del traffico di elevare la contravvenzione in oggetto, in quanto il riferimento alla ordinanza sindacale è un riferimento generale alla nomina e non ai poteri che “l’ausiliario” ha.

Inoltre la strada oggetto di accertamento non è delimitata da striscia gialla che indichi corsia riservata, in ottemperanza all’art. 140, co. 6 D.P.R. 495792 unitamente all’art. 40 del Dlvo 285/92. Pertanto i cittadini possono essere tratti in inganno.

Le spese di causa come da dispositivo.

P. Q. M.

Il giudice di pace di Roma, definitivamente pronunciando, accoglie l’opposizione e annulla il provvedimento opposto.

Condanna la parte resistente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in euro 150,00.

Roma 15.01.2004

Il Giudice di Pace

Dott.ssa Cecilia Bonacci

La corte suprema

Cass. civ. Sez. I, 18-08-2006, n. 18186 (rv. 592041)

Per la Cassazione il ricorso è fondato.

L'art. 17, comma 132, della legge 15 maggio 1997, n. 127, ha stabilito che «i comuni possono, con provvedimento del sindaco, conferire funzioni di prevenzione e accertamento delle violazioni in materia di sosta a dipendenti comunali o delle società di gestione dei parcheggi, limitatamente alle aree oggetto di concessione».

Al comma 133, poi, il medesimo art. 17 dispone che «le funzioni di cui al comma 132 sono conferite anche al personale ispettivo delle aziende esercenti il trasporto pubblico di persone nelle forme previste dagli artt. 22 e 25 della legge 8 giugno 1990, n. 142, e successive modificazioni. A tale personale sono inoltre conferite, con le stesse modalità di cui al primo periodo del comma 132, le funzioni di prevenzione e accertamento in materia di circolazione e sosta sulle corsie riservate al trasporto pubblico, ai sensi dell'art. 6, comma 4, lettera c), del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285».

L'art. 68, comma 1, legge 23 dicembre 1999, n. 488, ha successivamente chiarito che «i commi 132 e 133 dell'articolo 17 della legge 15 maggio 1997, n. 127, si interpretano nel senso che il conferimento delle funzioni di prevenzione e accertamento delle violazioni, ivi previste, comprende, ai sensi del comma 1, lettera e), dell'articolo 12 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, i poteri di contestazione immediata nonché di redazione e sottoscrizione del verbale di accertamento con l'efficacia di cui agli articoli 2699 e 2700 del codice civile» (comma 1). La norma ha, inoltre, stabilito che queste funzioni, «con gli effetti di cui all'articolo 2700 del codice civile, sono svolte solo da personale nominativamente designato dal sindaco previo accertamento dell'assenza di precedenti o pendenze penali, nell'ambito delle categorie indicate dai medesimi commi 132 e 133 dell'articolo 17 della citata legge n. 127 del 1997» (comma 2), disponendo, altresì, che a detto personale «può essere conferita anche la competenza a disporre la rimozione dei veicoli, nei casi previsti, rispettivamente, dalle lettere b) e c) e dalla lettera d) del comma 2 dell'articolo 158 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285» (comma 3).

Il legislatore, con le norme sopra richiamate, ha stabilito che determinate funzioni, obiettivamente pubbliche, possano essere svolte anche da soggetti privati i quali abbiano una particolare investitura da parte della pubblica amministrazione, in relazione al servizio svolto, in considerazione "della progressiva rilevanza dei problemi delle soste e parcheggi", specie nei centri urbani. Inoltre, con la norma interpretativa sopra richiamata (art. 68, cit.) ha impresso ai verbali redatti dal succitato personale l'efficacia probatoria di cui agli artt. 2699 e 2700, c.c.

L'art. 17, comma 132, cit., tenuto conto della rilevanza delle funzioni conferite a soggetti che, sebbene siano estranei all'apparato della pubblica amministrazione e non compresi nel novero di quelli ai quali esse sono ordinariamente attribuite (art. 12, cod. strada ), sono legittimati all'esercizio di compiti di prevenzione ed accertamento di violazioni del codice della strada sanzionate in via amministrativa, deve ritenersi norma di stretta interpretazione (in tal senso, v. Cass. 7 aprile 2005 n. 7336). Il legislatore, evidentemente proprio per queste ragioni, ha quindi avuto cura di puntualizzare che le funzioni riguardano soltanto le "violazioni in materia di sosta" e "limitatamente alle aree oggetto di concessione", poiché la loro attribuzione è apparsa strumentale rispetto allo scopo di garantire la funzionalità dei parcheggi, che concorre a ridurre, se non ad evitare, il grave problema del congestionamento della circolazione nei centri abitati. In tal senso, è significativo che al personale in esame "può essere conferita anche la competenza a disporre la rimozione dei veicoli", ma esclusivamente nei casi previsti dall'art. 158, comma 2, lett. b), e), e d) (art. 68, comma 3, cit.), ovvero "dovunque venga impedito di accedere ad un altro veicolo regolarmente in sosta, oppure lo spostamento dei veicoli in sosta", "in seconda fila", "negli spazi riservati allo stazionamento e alla fermata" dei veicoli puntualmente indicati.

Analogamente, l'art. 17, comma 133, della legge n. 127 del 1997, come interpretato dal citato art. 68 della legge n. 488 del 1999, costituisce norma di stretta interpretazione per quanto riguarda le funzioni attribuite al personale ispettivo delle aziende esercenti il trasporto pubblico di persone.

Ne consegue che gli ausiliari del traffico, in tanto sono legittimati ad accertare e contestare violazioni a norme del codice della strada, in quanto dette violazioni concernano le disposizioni materia di sosta. Laddove, invece, le violazioni consistano in condotte diverse, quale, nella specie, la circolazione in corsie riservate ai mezzi pubblici, l'accertamento può essere compiuto dal personale ispettivo delle aziende di trasporto pubblico di persone, ma non anche dagli ausiliari del traffico, di cui all'art. 17, comma 132, della citata legge n. 127 del 1997.

 

La polizia municipale di Palermo accertava la guida senza patente categoria A del motoveicolo.

Il Prefetto notificava l’ordinanza-ingiunzione al trasgressore con la quale gli veniva intimato il pagamento di euro 2.176,61; la notificava, tuttavia, avveniva oltre il novantesimo giorno.

Alla luce dell'indirizzo di questa Corte - cui il Collegio ritiene di dare continuità - secondo il quale, nell'ipotesi di violazione del codice della strada per la quale non sia consentito il pagamento della sanzione pecuniaria in misura ridotta (ciò che avviene, appunto, per la violazione dell'art. 116 C.d.S. che ci occupa), il verbale di accertamento non costituisce in nessun caso titolo esecutivo e il prefetto è tenuto ad emettere l'ordinanza ingiunzione nel termine, applicato analogicamente, previsto dall'art. 204 C.d.S., decorrente dalla scadenza del termine per proporre il ricorso amministrativo ai sensi dell'art. 203 C.d.S. (Cass. 3715/2003, 21361/2005, 22120/2006).

Cass. civ. Sez. II, 07-04-2008, n. 9006

Svolgimento del processo

Con ricorso del 19 febbraio 2002 la sig.ra M.S. proponeva opposizione avverso l'ordinanza ingiunzione in data 18 dicembre 2001 del Prefetto di Palermo, notificatale il 29 gennaio 2002, con la quale, su rapporto della Polizia municipale di quella città in data 10 luglio 2001, le veniva intimato il pagamento di euro 2.176,61 a titolo di sanzione amministrativa per guida senza patente di categoria "A" (violazione dell'art. 116 C.d.S.). Deduceva di versare in stato di necessità, essendo diretta all'ospedale per prestare soccorso al cognato ivi ricoverato. Con successiva memoria del suo difensore deduceva, altresì, l'illegittimità dell'ordinanza per difetto di motivazione e violazione dei termini di cui all'art. 204 C.d.S..

Insaturato il contraddittorio con il Prefetto, che non si costituiva, l'adito Giudice di pace di Palermo, con sentenza del 29 ottobre 2002, rigettava l'opposizione osservando:

che non era stato provato il dedotto stato di necessità;

che non sussisteva difetto di motivazione dell'ordinanza, considerato l'esauriente riferimento all'accertata violazione dell'art. 116 C.d.S., non contestata dall'opponente, la quale aveva dichiarato alla Polizia municipale di non aver potuto conseguire la patente di guida per difficoltà economiche;

che il termine di cui all'art. 204 C.d.S. riguarda la sola ordinanza ingiunzione emessa su ricorso del trasgressore al prefetto, sicchè trovava nella specie applicazione il solo termine di prescrizione quinquennale.

Avverso tale sentenza la sig.ra M. ricorre per due motivi.

L'intimato Prefetto di Palermo non svolge difese.


Motivi della decisione
 

1. - Con il primo motivo viene riproposta l'eccezione di violazione del termine di 90 giorni di cui all'art. 204 C.d.S., come modificato dalla L. 24 novembre 2000, n. 340, art. 18, comma 3. 1.1. - Il motivo è fondato, alla luce dell'indirizzo di questa Corte - cui il Collegio ritiene di dare continuità - secondo il quale, nell'ipotesi di violazione del codice della strada per la quale non sia consentito il pagamento della sanzione pecuniaria in misura ridotta (ciò che avviene, appunto, per la violazione dell'art. 116 C.d.S. che ci occupa), il verbale di accertamento non costituisce in nessun caso titolo esecutivo e il prefetto è tenuto ad emettere l'ordinanza ingiunzione nel termine, applicato analogicamente, previsto dall'art. 204 C.d.S., decorrente dalla scadenza del termine per proporre il ricorso amministrativo ai sensi dell'art. 203 C.d.S. (Cass. 3715/2003, 21361/2005, 22120/2006).

Nella specie, la contestazione della violazione avvenne il 10 luglio 2001, mentre l'ordinanza ingiunzione fu emessa il successivo 18 dicembre, dunque oltre il termine di novanta giorni di cui all'art. 204 C.d.S., comma 1 cumulato con quello di sessanta giorni di cui all'art. 203 C.d.S., comma 1. 2. - L'accoglimento del primo motivo determina l'assorbimento del secondo, con cui si denuncia la violazione del dovere di motivazione del giudice con riguardo alla censura di difetto di motivazione dell'ordinanza ingiunzione.

3. - La sentenza impugnata va pertanto cassata, in accoglimento del primo motivo di ricorso, e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, con l'accoglimento dell'opposizione e il conseguente annullamento dell'ordinanza ingiunzione.

4. - E' giusto dichiarare irripetibili le spese dell'intero giudizio, di merito e di legittimità, considerato che l'orientamento di questa Corte di cui si è fatta applicazione si è consolidato in epoca successiva all'emissione dell'ordinanza ingiunzione.

P.Q.M.
 

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l'opposizione ed annulla l'ordinanza ingiunzione, dichiarando irripetibili le spese dell'intero giudizio.

Così deciso in Roma, il 9 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 7 aprile 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 18/02/2008 @ 18:52:12 in Diritto di famiglia, linkato 700 volte)

I nuovi arresti giurisprudenziali in tema di disconoscimento della paternità e, in senso più lato, di azioni di stato invitano a superare la prospettiva oscillante tra favor veritatis e favor legitimitatis, inducendo ad una rilettura di tutte le norme dettate in materia di costituzione del rapporto di filiazione, alla luce della pluralità degli interessi coinvolti nel più ampio contesto delle relazioni familiari, nonché nel senso di valorizzare la genitorialità intesa quale effetto di una scelta responsabile.

Nel 1996 il marito aveva promosso al Tribunale di Venezia, azione di disconoscimento di paternità nei confronti dei due figli, in quanto aveva accertato quattro anni prima l'adulterio della moglie e di avere poi, a seguito di test clinici cui si era sottoposto, verificato la propria incapacità di procreare.

Sia il giudice di prima istanza che la Corte di Appello di Venezia, avevano accolto le ragioni del marito e dichiarato che i due minori non erano figli dello stesso ricorrente, atteso i risultati dell’indagine genetica ed ematologia aveva evidenziato plurime incompatibilità immunogenetiche evidenziate.

Adita la Corte di Cassazione da parte della moglie, quest’ultima risultava soccombente anche in quest’ultimo grado di giudizio.

 

Cass. civ. Sez. I, 14-02-2007, n. 3349

Il 15.01.1996 F.W. promosse dinanzi al Tribunale di Venezia azione di disconoscimento di paternità nei confronti dei figli Ma. e M., nati rispettivamente il (OMISSIS) e il (OMISSIS), e della moglie P.S., con la quale aveva contratto matrimonio il (OMISSIS).

Dedusse di aver accertato quattro anni prima l'adulterio della moglie e di avere poi, a seguito di test clinici cui si era sottoposto, verificato la propria incapacità di procreare.

Il curatore speciale dei minori si costituì rimettendosi alla giustizia - salvo ad aderire in seguito alla domanda - mentre la P. resistette, eccependo preliminarmente la decadenza dell'azione per decorso del termine previsto dall'art. 244 c.c., comma 2 e negando la ricorrenza delle condizioni di cui all'art. 235 c.c., non avendo ella all'epoca del concepimento dei figli avuto rapporti con persone diverse dal marito, nè sussistendo le prove della sua impotenza di generare.

Il P.M. concluse per l'accoglimento della domanda ed il tribunale, dopo aver disposto una consulenza tecnica, con ordinanza 15.07.1997 sollevò questione di legittimità costituzionale dell'art. 244 c.c., commi 1 e 2, nella parte in cui non dispone per il caso previsto dall'art. 235 c.c., n. 2 che il termine per proporre l'azione di disconoscimento decorra dal giorno in cui ciascuno dei coniugi abbia conosciuto l'impotenza di generare del marito.

La Corte Costituzionale con sent. 10.05.1999 n. 170 ha dichiarato illegittima la norma predetta.

La causa è stata poi decisa con sent. 16.02.2001, con cui il tribunale ha dichiarato che i minori non sono figli di F. W. e condannato alle spese processuali la P..

La sentenza, impugnata da quest'ultima, è stata confermata il 29.04.2003 dalla Corte di Appello di Venezia, che ha condannato l'appellante alle spese di secondo grado.

Ha premesso, per quanto ancora qui rileva, che corretta era stata la identificazione del F. in sede di accertamento peritale, eseguito sulle caratteristiche genetiche ed ematologiche degli interessati, sia perchè compiuta attraverso idonea documentazione sia perchè a quell'accertamento controparte aveva mancato di comparire e di contestare la identità della persona sottoposta all'esame medico legale.

Ha disatteso le osservazioni di parte convenuta alla consulenza tecnica d'ufficio, che aveva accertato plurime incompatibilità genetiche tra l'attore ed i minori.

Nel merito ha ritenuto che la dedotta incapacità di procreare, una volta provata, giovasse all'accoglimento dell'azione, al di là dell'adulterio della convenuta, peraltro ammesso, seppure con decorrenza diversa da quella indicata dal marito; e che la conoscenza di tale incapacità era stata accertata in tempo utile ai fini della proposizione dell'azione; ha disatteso la censura in ordine al rigetto delle istanze istruttorie della Piva sia perchè ne era decaduta, avendole proposte dopo la prima udienza di trattazione, sia perchè risultavano dedotte su circostanze irrilevanti.

Ha infine negato la compensazione delle spese processuali che ha regolato secondo il principio di soccombenza.

Propone ricorso per Cassazione con sei motivi P.S.;

resistono con separati controricorso F.W. ed il curatore speciale di Fu.Ma. e M..

 

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente denunzia vizio di motivazione in ordine alla mancata contestuale identificazione delle parti in sede di accertamento peritale. Deduce che l'attore non si era sottoposto al prelievo il primo giorno fissato per tale accertamento ed aveva mancato di presentarsi il secondo insieme alla moglie e che il prelievo del sangue non era stato compiuto alla presenza di quest'ultima e dei figli.

Con il secondo la censura del vizio di motivazione è riferita ai metodi di indagine del c.t.u., scientificamente superati, e alla mancata rinnovazione di essa, benchè richiesta.

Con il terzo è invece censurata la mancata compensazione delle spese processuali, sebbene la ricorrente si fosse sottoposta di buon grado agli accertamenti disposti dal tribunale, senza nominare propri consulenti.

Con il quarto mezzo è denunziata la violazione dell'art. 235 c.c. nonchè la mancata prova dei presupposti di ammissibilità dell'azione di disconoscimento.

Rileva la ricorrente che era mancata non solo la prova dell'adulterio, ma anche quella della inidoneità alla procreazione per tutto il periodo del concepimento.

Con il quinto motivo è denunziata la violazione del principio del contraddittorio, dal momento che la prova della impotenza del F. era costituita solo da un certificato medico, acquisito al di fuori del contraddittorio e non riscontrato da consulenze legali, nè di parte nè di ufficio, e che comunque esso non provava la decorrenza della infertilità essendo successivo di quattro anni alla nascita del secondo figlio.

Con l'ultimo motivo la ricorrente lamenta la mancata ammissione dei mezzi istruttori richiesti, non essendo stati concessi i termini previsti dagli artt. 183 e 185 c.p.c..

Il ricorso non merita di essere accolto.

I primi tre motivi sono inammissibili, o perchè inconferenti come quello che deduce il vizio di motivazione in ordine al mancato contestuale prelievo ematico da tutte le parti interessate, in sede di indagine demandata al c.t.u., non essendo dato comprendere l'incidenza di tale mancanza di contestualità sul risultato conseguito e sulla decisione raggiunta; o perchè generico (il secondo) dal momento che la ricorrente omette di specificare le ragioni che gioverebbero a ritenere "sorpassati i metodi di indagine" del consulente e carente la motivazione della sentenza, che invece ha considerato le critiche alla relazione peritale prive di carattere tecnico - scientifico; o perchè, ancora, inconferente (il terzo), una volta che la pronunzia sulle spese processuali sia risultata conforme al principio della soccombenza, avendo la convenuta resistito alla domanda ed essendo la compensazione invocata rimessa al potere discrezionale del giudice del merito, insindacabile in sede di legittimità.

Infondato è il quarto mezzo.

Con la recente dichiarazione di illegittimità dell'art. 235 c.c., comma 1, n. 3 (Corte costituzionale 6.7.2006 n. 266) - nella parte in cui, ai fini dell'azione di disconoscimento della paternità, subordina l'esame delle prove tecniche da cui risulta che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, alla previa dimostrazione dell'adulterio della moglie l'accertamento di tale adulterio e la sua collocazione nel periodo compreso tra il trecentesimo ed il centottantesimo giorno prima della nascita non risultano più indispensabili ai fini dell'azione di cui si tratta, alla quale ha giovato la indagine tecnica, genetico ed ematologia, con le plurime incompatibilità immunogenetiche evidenziate, che ha consentito ai giudici del merito di ritenere sotto il profilo genetico che nessuno dei due figli poteva essere stato concepito dal F..

La doglianza è pertanto infondata, essendo venuta meno la esigenza del previo accertamento del fatto presupposto; e altrettanto irrilevanti sono l'accertamento della impotentia generandi del resistente e la sua verifica che in quello stesso periodo essa sia collocabile; rilievo questo che porta a privare di fondamento anche il successivo mezzo.

L'ultimo motivo è inammissibile.

Quand'anche risultassero giuridicamente fondati i rilievi in ordine alla mancata concessione dei termini per la deduzione dei mezzi istruttori, la omessa specificazione delle circostanze oggetto di prova impedisce la valutazione della loro concludenza e decisività e porta a disattendere il motivo di ricorso per violazione del principio di autosufficienza.

Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano in favore del curatore speciale in Euro 3.100,00 di cui Euro 100,00 per esborsi e Euro 3.000,00 per onorari e in favore di F.W., la cui difesa ha partecipato all'udienza di discussione, in Euro 4.100,00 di cui Euro 100,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per onorari.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali in Euro 3.100,00 in favore del curatore speciale, di cui Euro 100,00 per esborsi e Euro 3.000,00 per onorari, ed in Euro 4.100,00 in favore di F.W., di cui Euro 100,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per onorari; oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 20 dicembre 2006.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2007

 

E’ ormai nota la recente decisione della Suprema Corte - Cass. civ. Sez. II, 29 agosto 2008, n. 21816 – con la quale è stato accolto il ricorso di una automobilista romana che era stata multata per essere passata con il semaforo rosso (dal verbale di contravvenzione dei vigili urbani) la quale aveva chiesto, nel procedimento avanti al Giudice di Pace di Roma al fine di confutare quanto riportato nel verbale di contravvenzione, la prova testimoniale di alcune persone presenti sul posto e che potevano riferire sulla reale dinamica dei fatti, prova non ammessa dal Giudice romano sulla convinzione (errata) che il verbale di accertamento di una violazione al Codice della strada stilato dai vigili urbani, fa sempre e comunque piena prova fino a querela di falso.

Invero, è bene ricordare, che la decisione della Cassazione è in linea con l’orientamento della medesima Corte risalente addirittura al 1992, quando le Sezioni Unite - Cass. civ. Sez. Unite, 25 novembre 1992, n. 12545 – ribadivano che “Nel giudizio di opposizione avverso l'ordinanza-ingiunzione irrogativa della sanzione amministrativa il verbale di accertamento dell'infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale rogante come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonché alla provenienza del documento dello stesso pubblico ufficiale ed alle dichiarazioni delle parti, mentre non è necessario, in applicazione della disciplina di cui agli art. 2699 e 2700 c. c., l'esperimento del detto rimedio della querela qualora la parte intenda limitarsi a contestare la verità sostanziale di tali dichiarazioni ovvero la fondatezza di apprezzamenti o valutazioni del verbalizzante, cui non si estende la fede privilegiata del documento.”

 

In seguito ci sono state altre decisioni nello stesso senso: Cass. 457/2006;

1408/2005, 3522/1999, tutte sentenze che riprendono il percorso logico-giuridico delle sezioni Unite del 1992

 

Ciò che stupisce, dunque, non è tanto il ricorso dell’automobilista accolto dai giudici di Piazza Cavour, ma la necessità e l’onere per il cittadino di dover andare fino in Cassazione per una questione giuridica che il Giudice di pace avrebbe potuto con maggiore attenzione critica, risolvere immediatamente.

 
 

Il verbale di accertamento di infrazione al Codice della Strada non possiede efficacia di prova munita di fede privilegiata per quanto attiene ai giudizi valutativi ivi contenuti e alle indicazioni di fatti che, per le modalità del loro svolgimento, non sono stati oggetto di operazioni di verifica e controllo mediante metodi obiettivi e ciò a causa, in tali ipotesi, dei margini di apprezzamento che caratterizzano la percezione sensoriale dell'agente accertatore.

 

Cass. civ. Sez. II, 29 agosto 2008, n. 21816
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
 

V.I. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Giudice di Pace di Roma dep. il 24 gennaio 2005 che aveva rigettato l'opposizione dalla medesima proposta avverso il verbale di contravvenzione elevato per violazione dell'art. dell'art. 146 C.d.S..

Il Giudice di Pace riteneva provato in base al verbale di contravvenzione, che l'opponente aveva proseguito la marcia nonostante che la lanterna semaforica proiettasse al momento del suo passaggio luce rossa.

Non ha svolto attività difensiva l'intimato.

Attivatasi procedura ex art. 375 cod. proc. civ., il Procuratore Generale ha inviato richiesta scritta di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.

Deve, infatti, accogliersi l'unico motivo con cui la ricorrente ha denunciato violazione e falsa applicazione di legge (art. 360 cod. proc. civ., n. 3) nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 cod. proc. civ., n. 5),avendo la sentenza basato il proprio convincimento sull'efficacia fino querela di falso del verbale di contravvenzione, la cui veridicità poteva essere inficiata da un eventuale errore nella percezione della realtà.

Occorre considerare che con riferimento al verbale di accertamento di una violazione del codice della strada, l'efficacia di piena prova fino a querela di falso, che ad esso deve riconoscersi - ex art. 2700 cod. civ., in dipendenza della sua natura di atto pubblico - oltre che quanto alla provenienza dell'atto ed alle dichiarazioni rese dalle parti, anche relativamente "agli altri fatti che il pubblico ufficiale che lo redige attesta essere avvenuti in sua presenza o da lui compiuti", non sussiste nè con riguardo ai giudizi valutativi che esprima il pubblico ufficiale, nè con riguardo alla menzione di quelle circostanze relative a fatti i quali, in ragione delle loro modalità di accadimento repentino, non si siano potuti verificare e controllare secondo un metro sufficientemente obbiettivo, ed abbiano pertanto potuto dare luogo ad una percezione sensoriale implicante margini di apprezzamento, come nell'ipotesi in cui quanto attestato dal pubblico ufficiale concerna non la percezione di una realtà statica (come la descrizione dello stato dei luoghi, senza oggetti in movimento), bensì - come appunto nella specie - l'indicazione di un corpo o di un oggetto in movimento, con riguardo allo spazio che cade sotto la percezione visiva del verbalizzante (Cass. 457/2006; 1408/2005, 3522/1999).

Il giudicante,erroneamente attribuendo efficacia di prova munita di fede privilegiata al verbale di contravvenzione ex art. 2700 cod. civ., ha ritenuto provati i fatti senza compiere i necessari accertamenti, non ammettendo la prova testimoniale articolata dall'opponente.

Il ricorso va accolto;

La sentenza va cassata,con rinvio,anche per le spese della presente fase, al Giudice di Pace di Roma in persona di altro magistrato.


P.Q.M.
 

Accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese della presente fase, al Giudice di Pace di Roma in persona di altro magistrato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 29 agosto 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 02/09/2007 @ 16:34:00 in Storie vere, linkato 502 volte)

Sono sempre stato convinto che la lotta contro la piccola criminalità è indispensabile anche per fermare la grande criminalità”.

(Il Sole 24-Ore 31 agosto 2007)

Con questa affermazione ripresa dai più importanti quotidiani, era intervenuto Romano PRODI nel dibattito politico suscitato dalla ordinanza del Comune di Firenze che ha vietato il “mestiere girovago di lavavetri”.

Curioso.

E pensare che io ho sempre creduto che la criminalità fosse una soltanto e che non esistesse una distinzione: quando subisci un reato non stai certo a chiederti se sei vittima della grande criminalità o di quella piccola, sei solo vittima e basta !

Sono le 23.58 di un venerdì agostano, quando squilla il mio cellulare e dall’altro capo del telefono ascolto una voce profonda, affaticata.

Il Maresciallo di turno della Stazione dei Carabinieri di Cattolica (RN) mi informa che a seguito di una “retata”, hanno eseguito una serie di arresti a carico di cittadini extracomunitari in quanto non in regola con il permesso di soggiorno (.. è una Bossi-Fini mi viene detto..).

Sono nominata difensore d’ufficio per alcuni arrestati e l’indomani mattina ci sarà un processo per direttissima presso il Tribunale di Rimini.

Arrivo in Tribunale.
E lo sapevo, anzi lo immaginavo.

Vedo già in lontananza un nugolo di carabinieri, guardie penitenziarie e di arrestati in manette.

..allora c’è qualcosa di più di una Bossi-Fini …

Iniziamo male.

Eccola la tanto decantata piccola criminalità: immigrati clandestini, piccoli spacciatori di pasticche di ecstasy, etc.

Mi sono sempre chiesta l’utilità di questi arresti, della piccola o piccolissima manovalanza criminale, senza che in realtà venissero arrestati i fornitori delle sostanze stupefacenti ovvero coloro che avessero favorito l’immigrazione clandestina.

Anche oggi abbiamo approntato due giudici, due pubblici ministeri, due cancellieri, almeno due guardie penitenziarie per arrestato, i carabinieri che hanno eseguito materialmente l’operazione di arresto e un pugno di avvocati d’ufficio.

Tutti patteggiano.
Tutti condannati e rimessi immediatamente in libertà.
Bene.
Oggi abbiamo stroncato la piccola criminalità : - ) : - )

Esco dal Tribunale con la solita domanda che mi ronza in testa: non abbiamo fermato i fornitori di droga …. non abbiamo fermato chi favorisce l’immigrazione clandestina, ma insomma a cosa è servita questa giornata ?

Dopodomani ci saranno le stesse persone in Tribunale.

 
Di Teresa Lagreca (del 07/06/2008 @ 14:14:30 in Diritto di famiglia, linkato 506 volte)

Il Codice penale, protegge anche la convivenza more uxorio: anche nelle coppie di fatto, trova applicazione la previsione ex art. 572 c.p. in tema di maltrattamenti in famiglia, in quanto anche il o la convivente, ha diritto a non subire dal proprio partner violenze fisiche e morali.

Eppure, ancora oggi, non è poi così difficile ascoltare chi sostiene che non si può applicare una norma che intende tutelare la famiglia “istituzionale” ossia quella fondata sul matrimonio.

Con la recente decisione Cass. pen. Sez. VI, (ud. 29-01-2008) 22-05-2008, n. 20647, i giudici del “Palazzaccio” sono stati chiamati a rispondere del quesito, se fosse o meno possibile che la disciplina ex art. 572 c.p., potesse essere riferibile anche a rapporti di convivenza.

La questione traeva origine dal fatto che nell’ambito di un rapporto di convivenza, la convivente era stata sottoposto per anni a continue violenze e non soltanto fisiche.

I giudici hanno dato risposta affermativa, sostenendo, appunto, che per la configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia, non ha alcuna rilevanza la circostanza che l’azione criminale sia stata realizzata ai danni di una persona convivente. Infatti, il richiamo contenuto nell'art. 572 c.p., alla "famiglia" deve intendersi riferito ad ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, ricomprendendo questa nozione anche la "famiglia di fatto". Una consolidata giurisprudenza di questa Corte richiede soltanto che si tratti di un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto, instaurato tra due persone con legami di reciproca assistenza e protezione (tra le tante, Sez. 6^, 24 gennaio 2007, n. 21329, Gatto; Sez. 3^, 13 novembre 1985, n. 1691, Spanu; Sez. 6^, 7 dicembre 1979, n. 4084, Segre).

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 29-01-2008) 22-05-2008, n. 20647

 

Svolgimento del processo

 

1. Con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Napoli, quale giudice del riesame, ha confermato l'ordinanza del 27 agosto 2007 con cui il G.i.p. del Tribunale di S. M. Capua Vetere applicava la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di B. A., gravemente indiziato del reato di cui all'art. 572 c.p., per avere sottoposto per anni la convivente, Vincenza Gravino, a continue violenze fisiche e morali.

Secondo i giudici del riesame gli elementi indiziari sono rappresentati dalle dichiarazioni rese dalla persona offesa, riscontrate da quanto riferito dalla figlia minore e dalle lesioni repertate ai danni della stessa G..

L'esigenze cautelari sono state giustificate con la gravità dei fatti e con lo scopo di evitare possibili inquinamenti probatori, in relazione alle dichiarazioni rese dalla minore.

2. L'indagato ha presentato un "ricorso in appello", che il Tribunale ha qualificato ricorso per cassazione, disponendone la trasmissione a questa Corte.

In questo atto B.A., da un lato, chiede la sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari, dall'altro, contesta la sussistenza del reato di cui all'art. 572 c.p., assumendo che si è trattato di un singolo episodio e che nel caso di specie il reato di maltrattamenti non possa configurarsi nei confronti della Gravino, in quanto semplice convivente.

 

Motivi della decisione

 

3. Il ricorso è manifestamente infondato.

4. Ai fini della configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia non assume alcun rilievo la circostanza che l'azione delittuosa sia commessa ai danni di persona convivente more uxorio.

Infatti, il richiamo contenuto nell'art. 572 c.p., alla "famiglia" deve intendersi riferito ad ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, ricomprendendo questa nozione anche la "famiglia di fatto". Una consolidata giurisprudenza di questa Corte richiede soltanto che si tratti di un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto, instaurato tra due persone con legami di reciproca assistenza e protezione (tra le tante, Sez. 6^, 24 gennaio 2007, n. 21329, Gatto; Sez. 3^, 13 novembre 1985, n. 1691, Spanu; Sez. 6^, 7 dicembre 1979, n. 4084, Segre).

Nella specie risulta l'esistenza di una vera e propria stabile convivenza di fatto tra il Battiloro e la Gravino, durata oltre dieci anni, dalla quale sono nate due figlie, dando luogo ad una situazione qualificabile come famiglia di fatto, i cui componenti sono ricompresi nella tutela prevista dall'art. 572 c.p..

5. Passando all'esame dell'altro motivo, deve escludersi l'insussistenza del reato per difetto del requisito della reiterazione delle condotte vessatorie.

L'ordinanza impugnata ha messo in chiara evidenza i gravi indizi di colpevolezza a carico dell'indagato, costituiti dalle dichiarazioni della persona offesa che ha riferito di subire da anni episodi di violenza fisica e psicologica da parte del B., sospesi solo da quando lo stesso è stato ristretto in carcere per altro reato, per poi riprendere immediatamente in occasione dell'ultimo permesso, fino all'episodio del 23 agosto 2007, quando vi è stato l'intervento dei Carabinieri, che hanno potuto constatare l'avvenuta aggressione ai danni della G.. Si tratta di dichiarazioni che hanno ricevuto conferma non solo da quanto hanno potuto accertare i Carabinieri, ma anche da B.R., figlia minorenne della coppia, che ha confermato l'episodio dell'ultima aggressione.

Sulla base di questi elementi deve ritenersi che correttamente il Tribunale ha ritenuto, allo stato degli atti, sussistenti i gravi indizi per la configurabilità del reato di maltrattamenti, avendo l'indagato posto in essere una condotta caratterizzata da continui e ripetuti fatti vessatori, concretizzatisi anche in vere e proprie aggressioni fisiche.

6. Del tutto infondato è anche il motivo con cui il ricorrente sembra censurare la ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari.

Sul punto il Tribunale ha fornito un'ampia ed articolata motivazione, mettendo in rilievo non solo la gravità dei fatti contestati al B., ma anche la sua "personalità trasgressiva e spiccatamente incline a commettere gravi reati di elevato allarme sociale", tendenza dimostrata dalla riportata condanna per il delitto di violenza sessuale ai danni di minorenne (artt. 81, 609 bis c.p.).

7. Alla manifesta infondatezza dei motivi consegue l'inammissibilità del ricorso, con la condanna del Battiloro al pagamento delle spese processuali e al versamento in favore della cassa delle ammende di una somma di denaro che si ritiene equo stabilire in Euro 1.000,00.

La Cancelleria provvederà agli adempimenti previsti dall'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

 

P.Q.M.

 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille in favore della cassa delle ammende.

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Così deciso in Roma, il 29 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 19/06/2008 @ 13:40:57 in Codice strada, linkato 535 volte)

E’ possibile pretendere dal conducente di un ciclomotore alla guida senza casco, che il vigile urbano a piedi, dunque senza vettura di servizio a disposizione o altro mezzo equivalente, debba inseguirlo – evidentemente di corsa – per procedere alla contestazione immediata dell’art. 171 C.d.S. ossia guida senza l’uso del casco protettivo ?

 

Direi proprio di no !

 

Il Prefetto di Caserta sostiene che le ipotesi previste dal Codice della strada di impossibilità alla contestazione immediata, non sono casi da intendersi in forma tassativa e che pertanto, nel caso di specie, era impensabile l'inseguimento di un conducente di ciclomotore - circolante senza l'uso del casco - da parte dell'agente accertatore operante a piedi; che era pertanto infondata la tesi dell'opponente secondo il quale il verbale impugnato era illegittimo per la mancata contestazione immediata.  

Eppure il caso arriva fino agli ermellini di Piazza Cavour a Roma.

Cass. civ. Sez. II, 21-05-2008, n. 12865
Svolgimento del processo

C.D. ha impugnato per cassazione la sentenza 25/10/2002 con la quale il Giudice di pace di Caserta rigettava l'opposizione proposta da esso ricorrente avverso l'ordinanza ingiunzione emessa dal Prefetto di Caserta contenente l'irrogazione di sanzione amministrativa pecuniaria per violazione dell'art. 171 C.d.S., accertata dalla Polizia Municipale di Caserta. Con la detta sentenza il Giudice di pace osservava: che la fattispecie in esame rientrava tra i casi di materiale impossibilità di contestazione immediata dell'infrazione elencati dall'art. 384 reg. C.d.S., a norma dell'art. 201 C.d.S.; che, infatti, era impensabile l'inseguimento di un conducente di ciclomotore - circolante senza l'uso del casco - da parte dell'agente accertatore operante a piedi; che era pertanto infondata la tesi dell'opponente secondo il quale il verbale impugnato era illegittimo per la mancata contestazione immediata.

L'intimato Prefetto di Caserta non ha svolto attività difensiva in sede di legittimità.


Motivi della decisione
 

Con i due motivi di ricorso C.D. denuncia:

a) violazione dell'art. 132 c.p.c., n. 4, e dell'art. 118 disp. att. c.p.c., deducendo che la motivazione della sentenza impugnata è inesistente, insufficiente e contraddittoria con riferimento al punto decisivo della controversia relativo alla possibilità della contestazione immediata dell'infrazione. Ad avviso del ricorrente l'agente accertatore, al contrario di quanto ritenuto dal Giudice di pace, ben avrebbe potuto fermare il trasgressore intimando l'alt con il fischietto in dotazione. Nella specie, peraltro, si trattava di fermare un ciclomotore - che non può superare 45 km. orari - per cui non era impossibile fermare il veicolo tenuto anche conto delle caratteristiche di tempo e di luogo della asserita infrazione;

b) violazione dell'art. 200 C.d.S., e art. 384 reg. C.d.S., sostenendo che le notifica del verbale di contestazione di infrazioni al C.d.S., è legittima solo quando la contestazione immediata è impedita da particolari circostanze indicate nello stesso verbale e del tutto imprevedibili al momento dell'organizzazione del servizio di vigilanza. Irrilevante è quindi che l'agente accertatele si trovi a piedi non rientrando tale circostanza tra quelle indicate nell'art. 384 reg. C.d.S.. Il verbale deve comunque contenere l'indicazione delle circostanze del caso concreto impeditive della contestazione immediata. Nella specie tali circostanze non sono state indicate nel verbale nel quale si fa solo riferimento alla necessità di garantire la sicurezza della circolazione stradale. L'agente accertatore ben avrebbe potuto fermare il ciclomotore in questione senza il sorgere di alcun pericolo. Il Giudice di pace si è inoltre posto contro una precedente sentenza di altro Giudice di pace di Caserta il quale in una fattispecie simile ha annullato il verbale per non essere stata immediatamente contestata l'infrazione. Si è così creata una disparità di trattamento in violazione dell'art. 3 Cost..

La Corte rileva l'infondatezza delle dette censure che possono essere esaminate congiuntamente per la loro stretta connessione ed interdipendenza riguardando tutte, quale più quale meno e con riferimento anche al profilo motivazionale, la stessa questione della sussistenza o meno nel caso di specie delle ipotesi di esenzione dell'obbligo della contestazione immediata.

Occorre premettere che, in tema di violazioni del C.d.S., la contestazione immediata imposta dall'art. 201 C.d.S., ha un rilievo essenziale per la correttezza del procedimento sanzionatorio e svolge funzione strumentale alla esplicazione del diritto di difesa del trasgressore; la limitazione del diritto di conoscere subito l'entità dell'addebito può trovare giustificazione solo in presenza di motivi che la rendano impossibile: pertanto tali motivi devono essere espressamente indicati nel verbale.

Infatti, a norma dell'articolo 201 C.d.S., "qualora la violazione non possa essere immediatamente contestata, il verbale, con gli estremi precisi e dettagliati della violazione e con la indicazione dei motivi che hanno reso impossibile la contestazione immediata, deve, entro centocinquanta giorni dall'accertamento, essere notificato all'effettivo trasgressore o.........".

Peraltro l'art. 385 reg. C.d.S., dispone testualmente: "Modalità della contestazione non immediata (art. 201 C.d.S.). 1 Qualora la contestazione, nelle ipotesi di cui all'art. 384, non abbia potuto aver luogo all'atto dell'accertamento della violazione, l'organo accertatele compila il verbale con gli elementi di tempo, di luogo e di fatto che ha potuto acquisire specificando i motivi per i quali non è stato possibile procedere alla contestazione immediata......".

Va aggiunto che l'individuazione, contenuta nell'art. 384 reg. esec. C.d.S., delle ipotesi in cui è consentita la mancata contestazione immediata della infrazione - che costituisce requisito di legittimità dei successivi atti del procedimento sanzionatorio - non ha carattere tassativo ma esemplificativo, sicchè ben possono ricorrere casi ulteriori in cui una tale impossibilità sia ugualmente ravvisabile purchè la circostanza impeditiva addotta risulti dal verbale di accertamento ed abbia una sua intrinseca logica. Dunque nessun vizio di legittimità è riscontrabile nel caso di sussistenza di un'impossibilità di contestazione immediata dell'infrazione non rientrante in una delle ipotesi espressamente indicate nel citato art. 384.

Nella specie, come riportato in fatto nello stesso ricorso, nel verbale di contestazione notificato al C. venne espressamente precisato che la contestazione immediata dell'accertata infrazione non era stata possibile in quanto "il veicolo non poteva essere fermato in tempo utile e nei modi regolamentari, al fine di garantire la sicurezza della circolazione stradale".

Si tratta - come ineccepibilmente e ragionevolmente ritenuto dal giudice di pace con argomenti coerenti e logici, sia pur sintetici, collegati alle concrete modalità del fatto come riportate nel verbale impugnato - di una motivazione valida e logicamente plausibile e non meramente apparente oltre che basata sulla valutazione di una situazione in fatto ( agente accertatore non motorizzato) e su un giudizio sulla possibilità di fermare o di inseguire il veicolo in questione (in considerazione della detta situazione ) rimessi al Giudice del merito e che non è possibile formulare in sede di legittimità.

Va poi osservato - con riferimento a quanto sostenuto dal C. nel secondo motivo di ricorso in relazione all'obbligo di organizzare il servizio di vigilanza in modo tale da rendere possibile in ogni momento, in tempo utile e in modo regolamentare la contestazione immediata della violazione accertata - che, come questa Corte ha avuto modo di affermare in tema di violazioni del C.d.S., e di mancata contestazione immediata della violazione, non è consentito al giudice un apprezzamento al riguardo dell'organizzazione del servizio come predisposta in concreto dagli agenti accertatori, risolvendosi una tale valutazione in una inammissibile ingerenza nel "modus operandi" della p.a., in linea di principio non sindacabile dal Giudice ordinario (sentenze 1/2/2007 n. 2206; 7/11/2003 n. 16713).

E' appena il caso di evidenziare infine l'assoluta irrilevanza del richiamo operato dal ricorrente ad altra pronuncia di segno contrario - emessa da diverso magistrato dell'ufficio del Giudice di pace di Caserta - che nessuna influenza o incidenza neanche indiretta può avere nella controversia in esame.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato. Non si deve provvedere sulla spese perchè l'intimata Prefettura di Caserta non ha svolto attività difensiva in questa sede di legittimità.


P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 11 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 09/03/2008 @ 12:51:12 in Codice strada, linkato 1789 volte)

Ho letto finalmente una sentenza intelligente.

Una sentenza coraggiosa.

Disapplicazione da parte del giudice ordinario, dell'atto amministrativo vigente al momento dell'accertamento dell'infrazione, in quanto viziato da eccesso di potere e, perciò, illegittimo in virtù del famoso All. E) artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248

Saranno anni che parlo dell’Allegato E) nelle aule di giustizia e della possibilità di disapplicazione dell’atto amministrativo, ma …. niente … come se parlassi al vento.

E allora veniamo al fatto.

Il Giudice di Pace di Tortona Marco Tiby, accogliendo le ragioni della ricorrente, decide di annullare la sanzione irrogata dalla Polizia Stradale Provinciale di eccesso di velocità rilevata tramite Traffiphot III Sr-Phoptor & Project Automation.

La questione, invero, non attiene tanto al rilevatore autovelox ovvero alla sua taratura, quanto alla ordinanza del Sindaco del Comune con la quale si era stabilito che il limite di velocità per quella strada provinciale, percorsa, appunto, dalla ricorrente, fosse stabilito in Km/h 50 ritenendo sussistenti "gravi rischi per l'incolumità degli utenti stradali in conseguenza della purtroppo frequente rilevata indisciplina nella condotta di guida pur in presenza di esplicita segnaletica stradale";

Di lì a poco, venivano installati due apparecchi fissi per il rilevamento della velocità denominati Traffiphot con lo scopo di accertare le violazioni in entrambi i sensi di marcia (direzione Alessandria e direzione Tortona).

Gli abitanti della zona, tuttavia, davano vita ad un comitato attraverso il quale svolgere un’opera di sensibilizzazione delle istituzioni e delle forze politiche affinché il limite di velocità venisse rivisto, sia perché ritenuto alquanto difficile da rispettare in relazione alle condizioni della strada e delle stesa segnaletica, sia per la sua complessiva irragionevolezza.

In virtù di queste rimostranze, la Provincia di Alessandria, a seguito di un sopralluogo svoltosi nel mese di giugno 2007 alla presenza dei responsabili di tutti i corpi di polizia (Polizia Provinciale, Polizia Stradale, Polizia Municipale, Carabinieri) e dei tecnici e funzionari dell'ente, a partire dal 5.11.2007, avrebbe elevato il limite di velocità a 70 Km/h, cosa in effetti avvenuta con ordinanza n. 772 del 31.08.2007 i cui effetti sarebbero iniziati a decorrere dal 5.11.2007.

Nella domanda proposta al Giudice di Pace, la ricorrente osserva che in merito a detto provvedimento lo stesso dispone l'innalzamento del limite senza particolari motivazioni che non siano quelle di una semplice e asettica verifica dei limiti di velocità esistenti; non vi è dubbio quindi che la stessa risulti adottata per mere ragioni di opportunità proprio perché sfugge ad una pur minima possibilità di essere riconducibile ad elementi obiettivi di fatto (es. si pensi, ad esempio, ad un intervenuto mutamento dello stato dei luoghi, ad eventuali modifiche della strada o dell'ambiente circostante, come la costruzione di un sottopasso od un cavalcavia che elimini l'incrocio regolato da semaforo, ad un allargamento della carreggiata, etc.). Pertanto, chi legga l'ordinanza e la raffronti con quella precedente (che, tra l'altro, non risulta sia stata preceduta da un concertato sopralluogo con i massimi esponenti delle forze dell'ordine e della polizia), non può non domandarsi del perché di questo innalzamento e concludere che, fermo e immutato lo stato dei luoghi, il superamento del limite in allora in vigore, ancorché abbia comportato una violazione della segnaletica stradale, non possa essere più ritenuto un comportamento sostanzialmente riprovevole in quanto non aveva le potenzialità di mettere in pericolo i beni tutelati dal codice della strada.

In altre parole, se percorrere quel tratto di strada ad una velocità non superiore a 70 Km/h non comporta, attualmente, alcun pericolo per la circolazione stradale, allo stesso modo, rimasta invariata la situazione di fatto, non lo comportava neppure in epoca anteriore.

Viceversa, se l'innalzamento del limite di velocità fosse stato motivato con riferimento a dati di fatto obiettivi, come il mutamento della situazione concreta in relazione allo stato dei luoghi (si pensi, tanto per fare un altro esempio, alla chiusura di un edificio scolastico e al conseguente venir meno della presenza di bambini lungo l'asse viaria), nessuno sarebbe potuto giungere alla predetta conclusione.

Se quindi la revoca della precedente ordinanza (atto che ben esprimerebbe, secondo alcuni, il c.d. ius poenitendi della P.A.) non è stata la conseguenza di circostanze nuove e sopravvenute che abbiano modificato lo stato dei luoghi, ma frutto di una valutazione che può dirsi "nuova" soltanto perché intervenuta in un momento successivo a quella che aveva condotto all' adozione della prima ordinanza, non c’è ragione di “punire” soltanto i cittadini nella vigenza della prima ordinanza e mandare esenti tutti gli altri per il medesimo fatto proprio per l' assenza - allora come adesso - di sufficienti ragioni di pubblico interesse che spingessero, attraverso questa via, alla tutela della sicurezza della circolazione stradale.

Detta ordinanza deve considerarsi tamquam non esset con la conseguenza che, tra i 50 e i 70 Km/h non risulta integrata alcuna violazione al C.d.s. poiché il venire meno degli effetti del provvedimento rende la condotta pienamente lecita, e fa degradare l'eventuale illiceità della stessa nell'ambito della meno grave sanzione di cui al c. 7 dell'art. 142 C.d.s. qualora l'attuale limite sia stato superato per non più di dieci Km/h;

Sotto il profilo più strettamente procedurale va infine osservato come il potere di disapplicazione dell'atto viziato ben può essere esercitato d'ufficio dal giudice (cfr. artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248 All. E), prescindendo dalle deduzioni formulate dal ricorrente, né può ritenersi precluso dalla mancata allegazione di specifico motivo di ricorso tendente, ad esempio, alla dimostrazione della irragionevolezza del limite, tanto più se si considera che il giudizio di opposizione alle sanzioni amministrative non configura un" impugnazione dell'atto amministrativo con limitata cognizione del giudice di pace alle dedotte ragioni della illegittimità dell'accertamento, ma introduce un giudizio sui fondamenti stessi della pretesa sanzionatorio.


Giudice di pace Tortona, 08-11-2007

Svolgimento del processo
 

- Con il verbale meglio descritto in oggetto della Polizia Stradale Provinciale, l'odierna ricorrente, in qualità di proprietaria, veniva sanzionata ai sensi dell'art. 142 comma 8 Cds poiché il giorno 18.12.2006 alle ore 22,50 l'autoveicolo targato DC276BR circolava sulla Ex SS 10 Padana Inferiore, all'altezza del Km 110+339 in direzione Alessandria, in cui vige il limite di velocità di Km/h 50, alla velocità legale (tenuto conto della tolleranza di legge) di Km/h 68, superando così il limite imposto di Km/h 18;

- l'eccesso di velocità veniva rilevato tramite Traffiphot III Sr-Phoptor & Project Automation omologato con decreto ministeriale n. 4130 del 24.12.2004;

- a sostegno della nullità del verbale la ricorrente ha dedotto: a) mancata contestazione immediata e difetto di motivazione in ordine alla mancata contestazione; b) difetto di taratura dello strumento rilevatore;

- l'autorità opposta si è costituita in cancelleria mediante deposito di comparsa di costituzione e risposta chiedendo il rigetto del ricorso e la conferma del verbale;

- all'udienza del 08.11.2007 l'opposizione, previa acquisizione delle ordinanze relative alla fissazione dei limiti di velocità, senza alcuna necessità di istruttoria e sullo stato degli atti, veniva decisa mediante lettura del dispositivo;

 
Motivi della decisione
 

- Il principio informatore della circolazione stradale, sancito dal Codice della Strada all'art. 140 in apertura del Titolo quinto, "Norme di Comportamento" è il seguente: "Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale";

- le norme che seguono fissano i singoli comportamenti, a cominciare dalla regolazione della velocità (art. 141) e imponendo i c.d. limiti minimi e massimi (art. 142);

- entrambe le disposizioni mettono in evidenza la finalità del Legislatore che, quanto all'obbligo di regolare la velocità, tenuto conto delle caratteristiche sia del veicolo che della strada e del traffico, è quella di evitare "ogni pericolo per la sicurezza delle persone ed ogni altra causa di disordine per la circolazione" e, per quanto riguarda l'imposizione dei limiti, la "sicurezza della circolazione e della tutela della vita umana";

- l'art. 142 Cds, che ricollega alla mancata osservanza dei limiti di velocità una serie di conseguenze sanzionatorie diverse (e gradualmente più gravi) a seconda dell'entità del superamento, consente agli enti proprietari della strada (cfr. comma 2) di fissare limiti minimi anche diversi da quelli stabiliti in generale, per meglio adeguare le generali prescrizioni alla varietà dei casi particolari;

- proprio in applicazione del secondo comma dell'art. 142 Cds, la Provincia di Alessandria, quale ente proprietario della ex S.S. 10 "Padana Inferiore", con ordinanza 25.01.2006 del dirigente settore LL.PP. e Viabilità, fissava tra la Progr. Km. 110+130 e la Progr. Km. 110+520 il limite di 50 Km/h, ritenendo sussistenti "gravi rischi per l'incolumità degli utenti stradali in conseguenza della purtroppo frequente rilevata indisciplina nella condotta di guida pur in presenza di esplicita segnaletica stradale";

- di lì a poco, venivano installati due apparecchi fissi per il rilevamento della velocità denominati Traffiphot con lo scopo di accertare le violazioni in entrambi i sensi di marcia (direzione Alessandria e direzione Tortona);

- a partire dal momento della loro installazione ad oggi, stando alle notizie di cronaca e dall'elevatissimo numero di ricorsi fino ad oggi pervenuti a questo ufficio (più di trecento), i Traffiphot hanno rilevato moltissime violazioni provocando accese proteste da parte dell'utenza che ben presto, per meglio far sentire la propria voce, ha dato vita ad un comitato attraverso il quale è iniziata un'intensa opera di sensibilizzazione delle istituzioni e delle forze politiche affinché il limite di velocità venisse rivisto, sia perché ritenuto alquanto difficile da rispettare in relazione alle condizioni della strada e delle stesa segnaletica, sia per la sua complessiva irragionevolezza;

- a distanza di poco tempo, si sono così registrate informali promesse di rivisitazione da parte dell'ente proprietario della strada (cfr. La Provincia: l'autovelox di Torre? Limite rivedibile, lettera al direttore degli assessori Prete e Demicheli pubblicata su Sette Giorni del 16.6.2007) che si sono poi concretizzate nella definitiva abrogazione del limite di velocità dei 50 Km/h (Autovelox: limite dei 70 orari all'incrocio di Torre Garofoli - Dopo centinai di multe, accolte le richieste degli automobilisti, articolo pubblicato su La Stampa, 9.9.2007; "Finalmente i 70 Km/h a Torre Garofoli", pubblicato su Sette Giorni del 8.9.2007; "Autovelox, il limite da 50 a 70 Km orari", pubblicato su La Stampa del 5.11.2007 quando l'ordinanza è divenuta operativa a tutti gli effetti);

- le cronache avevano reso noto, in particolare, che la Provincia di Alessandria, a seguito di un sopralluogo svoltosi nel mese di giugno 2007 alla presenza dei responsabili di tutti i corpi di polizia (Polizia Provinciale, Polizia Stradale, Polizia Municipale, Carabinieri) e dei tecnici e funzionari dell'ente, a partire dal 5.11.2007, avrebbe elevato il limite di velocità a 70 Km/h;

- ed infatti con ordinanza n. 772 del 31.08.2007, "preso atto della verifica dei limiti di velocità lungo la ex S.S. n° 10 "Padana Inferire" effettuata in data 04.06.2007" veniva istituito, a far data dal 5.11.2007, l' elevazione del limite massimo di velocità a 70 Km/h;

- in merito a detto provvedimento si osserva che lo stesso dispone l'innalzamento del limite senza particolari motivazioni che non siano quelle di una semplice e asettica verifica dei limiti di velocità esistenti; non vi è dubbio quindi che la stessa risulti adottata per mere ragioni di opportunità proprio perché sfugge ad una pur minima possibilità di essere riconducibile ad elementi obiettivi di fatto (es. si pensi, ad esempio, ad un intervenuto mutamento dello stato dei luoghi, ad eventuali modifiche della strada o dell'ambiente circostante, come la costruzione di un sottopasso od un cavalcavia che elimini l'incrocio regolato da semaforo, ad un allargamento della carreggiata, etc.);

- pertanto, chi legga l'ordinanza e la raffronti con quella precedente (che, tra l'altro, non risulta sia stata preceduta da un concertato sopralluogo con i massimi esponenti delle forze dell'ordine e della polizia), non può non domandarsi del perché di questo innalzamento e concludere che, fermo e immutato lo stato dei luoghi, il superamento del limite in allora in vigore, ancorché abbia comportato una violazione della segnaletica stradale, non possa essere più ritenuto un comportamento sostanzialmente riprovevole in quanto non aveva le potenzialità di mettere in pericolo i beni tutelati dal codice della strada;

- in altre parole, se percorrere quel tratto di strada ad una velocità non superiore a 70 Km/h non comporta, attualmente, alcun pericolo per la circolazione stradale, allo stesso modo, rimasta invariata la situazione di fatto, non lo comportava neppure in epoca anteriore;

- viceversa, se l'innalzamento del limite di velocità fosse stato motivato con riferimento a dati di fatto obiettivi, come il mutamento della situazione concreta in relazione allo stato dei luoghi (si pensi, tanto per fare un altro esempio, alla chiusura di un edificio scolastico e al conseguente venir meno della presenza di bambini lungo l'asse viaria), nessuno sarebbe potuto giungere alla predetta conclusione;

- va a questo punto osservato che, come giustamente rilevato dalla difesa della Provincia, il principio del favor rei, stante il disposto legislativo di cui all'art. 1 L. 689/81 siccome interpretato dalla giurisprudenza di legittimità, non trova cittadinanza nel campo delle sanzioni amministrative;

- questo però non impedisce di considerare la questione sotto un diverso punto di vista che concentra l'attenzione sui rapporti tra i due atti amministrativi e sulla legittimità del primo in rapporto al secondo;

- nessuno vuol mettere in discussione la discrezionalità dell'ente proprietario nella determinazione dei limiti di velocità, ma è chiaro che se l'esercizio di tale potere rimane del tutto svincolato da parametri controllabili e, per di più, si pone in contraddizione con quello esercitato a distanza di poco tempo, possono sorgere dei seri dubbi sulla legittimità dell'ordinanza in forza della quale sono in discussione i numerosi accertamenti;

- intanto, la Provincia, elevando il limite senza nessun motivo apparente, ha di fatto riconosciuto che la prima ordinanza (la n. 555 del 25.01.2006) era da considerarsi inopportuna (perché questo è l'unico senso, come si è detto, che può attribuirsi ad un provvedimento del tutto svincolato da parametri oggettivi), finendo per disporne il suo ritiro mediante sostituzione con un'altra;

- certamente questo atto implicito di ritiro non viene e non può essere considerato un annullamento, ma bensì una semplice revoca di quella che ha fissato il limite dei 50 Km/h;

- le conseguenze, come noto, sono rilevanti, dal momento che l'annullamento fa venir meno l'atto annullato a partire dalla sua emanazione; per contro, la revoca produce effetti solo ex nunc e ciò in considerazione del fatto che l'atto che sopravviene è compiuto in base ad una "nuova" valutazione, non potendosi escludere che quella precedente, sottesa all'atto revocato, non fosse adeguata alla situazione da regolare;

- e qui si impone una prima considerazione: la Provincia, limitandosi ad elevare il limite di velocità nell'ambito di una semplice rilettura e rifissazione dei limiti di velocità lungo quel tratto di strada, non ha certo ritenuto affetta da un vizio di legittimità l'ordinanza 25.1.2006, ma l'ha semplicemente revocata;

- ma la revoca (atto che ben esprimerebbe, secondo alcuni, il c.d. ius poenitendi della P.A.) non è stata, come si è già detto, la conseguenza di circostanze nuove e sopravvenute che abbiano modificato lo stato dei luoghi, ma frutto di una valutazione che può dirsi "nuova" soltanto perché intervenuta in un momento successivo a quella che aveva condotto all' adozione della prima ordinanza;

- tanto è che, con riferimento a fattispecie analoghe, una parte minoritaria della dottrina amministrativa aveva ritenuto che alla revoca "per inopportunità originaria" dovessero ricollegarsi effetti ex tunc (e non semplicemente ex nunc);

- si tratta di un" opinione che, per quanto suggestiva, è rimasta isolata ma che, pur non potendo essere seguita in tutte le sue conseguenze, induce ad approfondire la questione, ai fini della presente decisione, sotto un ulteriore angolo di visuale che risulta invece, a parere di questo giudice, determinante ai fini della decisione: quello, cioè, della disapplicazione, da parte del giudice ordinario, dell'atto amministrativo vigente al momento dell'accertamento dell'infrazione in quanto viziato da eccesso di potere e, perciò, illegittimo (cfr. artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248 All. E);

- in particolare, con riferimento al caso di cui si tratta, si possono individuare almeno quattro figure sintomatiche di questo tipico vizio di legittimità: a) la contraddittorietà tra più atti; b) l'erronea e/o superficiale valutazione dei fatti; c) l'ingiustizia grave e manifesta; d) la violazione del procedimento sanzionatorio nel suo complesso;

- a) con riferimento al primo aspetto, non occorre insistere più di tanto sulla più volte rilevata contraddittorietà tra la prima ordinanza e quella adottata in un secondo momento: oltre al fatto che la situazione dei luoghi è rimasta del tutto immutata, i due provvedimenti sono stati adottati a breve distanza l'uno dall'altro;

- b) ciò induce a pensare che la valutazione sottesa alla prima ordinanza circa la pericolosità del tratto di strada interessato (non preceduta dal concertato sopralluogo di cui si è detto) debba considerarsi erronea e superficiale se poi, a distanza di poco tempo, il limite viene alzato di ben 20 Km/h senza che nulla sia cambiato;

- vi è dunque la dimostrazione che quel limite innanzi fissato non aveva proprio ragione d'essere (era, cioè, del tutto irragionevole e anacronistico), come indirettamente comprovato dal fatto che, pur avendo avuto l'ente proprietario tutte le possibilità di lasciare inalterato il limite dei 50 Km/h, il problema della pioggia delle multe poteva essere risolto collocando il rilevatore in altro tratto stradale (ad esempio poco più indietro, dove il limite è di 70 Km/h);

- così facendo invece (o meglio, non facendo), la Provincia stessa ha finito per svuotare di contenuto antigiuridico la condotta dei moltissimi utenti della strada che hanno violato il limite successivamente modificato;

- c) va poi sottolineato che, da una rapida osservazione della casistica pervenuta all'ufficio, a parte episodi rarissimi, la stragrande maggioranza riguarda eccessi di velocità contenuti nell'arco che va dai 65 ai 75 Km/h orari, violazioni che, stante il ribassato limite, comportano tuttavia la sanzione prevista dal comma 8 dell'art. 142 Cds (Euro 143,00 e due punti di penalità sulla patente di guida, ora aumentati a cinque a seguito della Legge 2.10.2007 n. 60);

- non solo: considerato l'elevato numero di soggetti che hanno proposto ricorso (come si è detto, più di trecento) per i più svariati motivi, ci si sarebbe dovuti attendere (stante la prova provata delle ripetute e innumerevoli violazioni) un corrispondente e proporzionale innalzamento dei dati riguardanti l'infortunistica stradale lungo il tratto di strada interessato;

- si hanno invece buone ragioni di ritenere che così non è assolutamente avvenuto (altrimenti la Provincia non avrebbe elevato il limite) con la conseguenza che il limite di velocità imposto dalla prima ordinanza sia stato uno strumento ultroneo e del tutto sproporzionato in rapporto allo scopo di rendere più sicura la circolazione stradale in previsione della tutela della incolumità pubblica;

- con queste premesse, stante l'evidente scompenso tra fini e mezzi, era quindi evidente che l'interesse dei singoli utenti venisse compresso in modo ingiustificato per l' assenza (allora come adesso) di sufficienti ragioni di pubblico interesse che spingessero, attraverso questa via, alla tutela della sicurezza della circolazione stradale;

- d) a ben vedere, è quindi tutto il procedimento sanzionatorio, fondato sull'ordinanza che fissa il limite dei 50 Km/h e completato dalla decisione di installare proprio in quel tratto il rilevatore fisso, ad apparire viziato;

- esso, tra l'altro, non risulta essere stato preceduto e accompagnato da una concertata, obiettiva e ponderata valutazione dello stato dei luoghi in rapporto a tutti gli elementi tipici della sede stradale, tanto più che, proprio per le particolari conseguenze sanzionatorie che sarebbero derivate dagli accertamenti elettronici della velocità, il tutto avrebbe meritato certamente più attenzione che non la successiva elevazione a 70 Km/h;

- alla luce di quanto sopra, pertanto, l'ordinanza n. 555 del 25.01.2006 dev" essere disapplicata in quanto illegittima, unitamente al procedimento sanzionatorio che dalla stessa ha tratto origine;

- detta ordinanza deve considerarsi tamquam non esset con la conseguenza che, tra i 50 e i 70 Km/h non risulta integrata alcuna violazione al C.d.s. poiché il venire meno degli effetti del provvedimento rende la condotta pienamente lecita, e fa degradare l'eventuale illiceità della stessa nell'ambito della meno grave sanzione di cui al c. 7 dell'art. 142 C.d.s. qualora l'attuale limite sia stato superato per non più di dieci Km/h;

- sotto il profilo più strettamente procedurale va infine osservato come il potere di disapplicazione dell'atto viziato ben può essere esercitato d'ufficio dal giudice, prescindendo dalle deduzioni formulate dal ricorrente, né può ritenersi precluso dalla mancata allegazione di specifico motivo di ricorso tendente, ad esempio, alla dimostrazione della irragionevolezza del limite, tanto più se si considera che il giudizio di opposizione alle sanzioni amministrative non configura un" impugnazione dell'atto amministrativo con limitata cognizione del giudice di pace alle dedotte ragioni della illegittimità dell'accertamento, ma introduce un giudizio sui fondamenti stessi della pretesa sanzionatoria;

- venendo al caso di specie, tenuto conto che il limite da prendere in considerazione è quello fissato dalla seconda ordinanza e che la velocità c.d. legale rilevata dal Traffiphot (dedotta cioè la tolleranza di legge) era inferiore al limite attuale di 70 Km/h, la sanzione va dunque annullata;

- assorbiti i motivi dedotti, nulla si deve disporre in punto spese atteso che il ricorrente si è difeso in giudizio senza ministero di difensore.

 
Visto l'art. 23 l. 689/81

- accoglie il ricorso e annulla la sanzione opposta;

- nulla per le spese.
Tortona, 08.11.2007
Il Giudice di Pace
Marco Tiby

 
Di Alessandro Gazzea (del 05/06/2008 @ 11:59:27 in Computer crime, linkato 763 volte)

Corte di Appello di Bologna

sentenza del 28 marzo 2008

La Corte non ritiene che la norma incriminatrice, posta come premesso a tutela del domicilio informatico, possa essere interpretata con tale effetto riduttivo di tutela; la lettera dell’art. 615-ter c.p. infatti richiede unicamente l’abusività dell’accesso al sistema, ovvero la permanenza contro lo ius prohibendi del titolare, ma non pretende l’effettiva conoscenza, da parte dell’agente, dei dati protetti.

Avuto riguardo alle specificità dei sistemi informatici e delle trasmissioni telematiche, […] introdurre in via interpretativa l’ulteriore requisito della conoscenza effettiva dei dati manipolati, a corredo esplicativo della nozione di <>, equivarrebbe a una sostanziale vanificazione della ratio incriminante


Questa decisione è molto importante.


Cambia un orientamento della giurisprudenza il quale, ancorché non consolidato, riteneva alcune volte non penalmente rilevante l’accesso abusivo, ossia l’accesso senza autorizzazione all’interno di un sistema informatico terzo (ad esempio il proprio pc), qualora l’agente non avesse dovuto “superare”, perché assenti, barriere di sicurezza a protezione del medesimo sistema informatico e non avesse, altresì, preso conoscenza dei dati personali altrui.


Sono due, quindi, i principi affermati dalla recente sentenza di appello, per sostenere la penale responsabilità ex art. 615-ter C.P. a carico di colui che abusivamente penetra in un sistema informatico di terze persone:


  1. le misure di sicurezza informatiche, devono essere intese in senso ampio, tanto da ricomprendervi anche le ordinarie impostazioni di difesa di un programma standard come quelle presenti nel browser Internet Explorer;


  1. non è necessaria l’effettiva conoscenza dei dati personali di terzi al momento in cui l’agente ne entra in possesso.


Facciamo un brevissimo passo indietro e ricordiamo che nel 1993, anno in cui è stato introdotto l’art. 615 ter del Codice penale e negli anni immediatamente seguenti, questo stesso fatto avrebbe avuto, molto probabilmente, un esito completamente diverso, di assoluzione dall’addebito penale.


Cosa è cambiato, allora, da ieri ad oggi ?


La mentalità.

Un uso della tecnologia maggiormente consapevole da parte nostra.


Un giovane veicola attraverso l’invio di una e-mail, un programma “infetto”, il così detto virus informatico.

Attacca il server di Tiscali e attraverso questo, raggiunge circa un migliaio di frequentatori del noto provider, riuscendo ad entrare nei rispettivi sistemi informatici. Come spesso accade in questi casi, il virus è autoreplicante: attacca il gestore della posta elettronica del malcapitato, si appropria di tutti gli indirizzi e-mail salvati nel computer, ed invia automaticamente a tutti i destinatari presenti nella lista, all’insaputa dello stesso titolare, una nuova e-mail “infetta” come allegato.

Aperto l’allegato dal destinatario dell’e-mail, il quale non è più di tanto preoccupato visto che la stessa e-mail gli giunge da un nominativo a lui conosciuto, il gioco è fatto ovvero il danno è fatto: il proprio computer sarà “infettato” con perdita o danneggiamento dei propri dati.


Il virus in questione, attaccava soltanto due programmi, peraltro di ampia diffusione: il browser Internet Explorer e il gestore di posta Outlook.


Non può certamente sottacersi, che le opzioni internet che questi programmi offrono all’utente e che lo stesso può, pur marginalmente, settare in base alle proprie esigenze,

sono misure di sicurezza assai elementari e facilmente aggirabili, ciò nonostante esse manifestano ineludibilmente l’intenzione dello stesso titolare del sistema informatico, che non desidera affatto alcun accesso senza la propria autorizzazione all’interno del proprio computer da parte di terzi sconosciuti.


In poche parole, questi settaggi, che spesso l’utente della rete lascia inalterati, dai giudici bolognesi non sono stati più considerati come delle normali impostazioni del software che ognuno può personalizzare, ma delle vere e proprie misure di sicurezza ancorché storicamente rudimentali.


Probabilmente è questa la principale considerazione che dobbiamo trarre dal ragionamento seguito dalla Corte bolognese.

Non importa, dunque, che le misure di sicurezza siano di particolare efficienza o complessità, è sufficiente che esse siano comunque presenti, pur semplici e modeste come quelle, appunto, gratuite offerte dalla Microsoft con i propri programmi.

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte d'Appello di Bologna
SECONDA Sezione Penale


1 - Dr. Guarino Salvatore PRESIDENTE
2 - Dr. Ricchi Jolanda CONSIGLIERE
3 - Dr.Pasquariello Domenico CONSIGLIERE
Udita la relazione della causa fatta alla pubblica udienza odierna dal consigliere relatore Dr. Pasquariello Domenico
Inteso l'appellante
Inteso il Procuratore Generale, dr. Posini
ed i difensori, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa penale
CONTRO

XXXX
nato a XXXX

con domicilio dichiarato: XXXXXXXX

agli artt. 110 cp. 615 ter e quinquies ep, 81 cpv, poiché in concorso tra loro, creando un "virus" (programma atto a danneggiare sistemi informatici) denominato "vierika" trasmesso in via informatica al provider "Tiscali" e tramite questo a circa 900 utilizzatori del provider, si introducevano nei sistemi informatici di tali utenti e acquisivano dati anche riservati contenuti nei loro personal computers - tra i quali indirizzari e-mail - a loro insaputa, inoltre per mezzo del virus danneggiavano i programmi contenuti nei personal computers e ne pregiudicavano il corretto funzionamento.


In Bologna l'imputato: XXXX

avverso la sentenza emessa dal TRIBUNALE MONOC. di BOLOGNA in data 21/07/2005 che ha pronunciato il seguente dispositivo:
Visti artt. cpp, dichiara XXXX colpevole del reato continuato ascrittogli e concesse le attenuanti generiche, valutate equivalenti rispetto all'aggravante contestata al più grave reato ex art 615 ter cp in forma aggravata, lo condanna alla pena di mesi sei di reclusione, sostituita ai sensi dell'art. 53 L. 689/81 con la corrispondente pena pecuniaria di euro 6.840,00 di multa. Non menzione ai sensi dell'art. 1 cp.
Visto l'art. 544 terzo comma cpp indica in 90 giorni il termine per il deposito della motivazione.

MOTIVAZIONE

Sentenza impugnata

Con sentenza n. 1823 del 21.7.0S il Tribunale di Bologna, in composizione monocratica, ha giudicato XXXXX e YYYYY per i delitti p. e p. dagli artt 615 ter e 61S quinquies CP.
Secondo l'imputazione essi avevano creato un cosiddetto "virus", cioè un programma dall'unica funzione di introdursi e danneggiare sistemi informatici, da loro chiamato "Vierika", e l'avevano trasmesso in via informatica al provider "Tiscali"; attraverso questo il virus si era introdotto nei sistemi di circa 900 utenti, acquisendo dati riservati nei relativi personal computers, danneggiandone i programmi e pregiudicandone il corretto funzionamento; in Bologna "nel corso del 2001".
Nell'accertamento compiuto in sentenza "Vierika" è un "internet worm" programmato in Visual Basic Script, i cui effetti derivano dalla integrazione di due script differenti (gli script sono stringhe di comandi, ed il visual basic è un linguaggio di programmazione).
Il primo script (la prima parte del virus) era inviato come attachment ad una email, dall'oggetto "Vierika is here", cui era appunto allegato il file "infettante" Vierika.jpg.vbs; nella mail ricevuta dal destinatario appariva però solo il nome Vierika.jpg, dall'estensione (".jpg") ingannevole in quanto caratterizzante files di immagini.
Il destinatario della mail, accettando l'allegato, mascherato con il nome che suggeriva l'immagine di Vierika, installava invece a sua insaputa nel proprio computer il file Vierika.jpg.vbs.
Questo era in realtà un file di programma, che agiva sul registro di configurazione del sistema Windows (di massiccia diffusione, come è noto), riconfigurando al livello minimo di protezione il browser Internet Explorer ed inserendo come home page predefinita la pagina web con indirizzo

http://vveb.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.httlll.
Il secondo script in Visual basic (la seconda parte del virus) era costituito dal suddetto documento Vindex.html; l'utente, avviando la navigazione in Internet, veniva inviato al suddetto indirizzo, automaticamente apriva il documento e "scaricava" quella che era invece una stringa di comandi.

Per effetto di questo secondo script nel disco rigido dell'utente veniva creata una specifica partizione, in cui veniva annidata la prima parte del codice virale; successivamente, sempre in maniera occulta, il programma installato produceva un comando di mass-mailing, inviando a tutti gli indirizzi del sistema di posta elettronica Outlook una e-mail contenente l'allegato virale Vierika.jpg.vbs, con diffusione esponenziale del virus ed effetto autoreplicante.

A questo accertamento si era arrivati in quanto l'email virale "Vierika is here", contenente l'allegato suddescritto Vierika.jpg.vbs, era arrivata anche ad un indirizzo in uso alla Guardia di Finanza di Milano.

Le indagini erano proseguite attraverso l'acquisizione di documenti riepilogativi di tracce informatiche conservate nel server del gestore Tiscali, che dimostravano che XXXX, di professione consulente informatico, con il nick name "Krivoj" con il quale egli si era registrato presso detto provider, era l'amministratore (cioè colui che aveva creato e gestito) del sito con indirizzo http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html contenente la seconda scritta del programma virale.
Nel corso di perquisizione e sequestro presso l'abitazione dei fratelli XXXX e YYYYY (il secondo era risultato essere l'intestatario dell'utenza telefonica usata per i collegamenti al web) il primo riconobbe di essere il creatore di "Vierika" (come del resto fece in seguito in sede di esame) e collaborò con la polizia giudiziaria, indicando egli stesso i files di programmazione di Vierika contenuti nel disco rigido del proprio personal computer, e masterizzandone copie, che erano sottoposte a sequestro.
Il suddetto meccanismo di funzionamento del virus Vierika, i cui files di programmazione sono stati così acquisiti agli atti, è stato riportato in sede dibattimentale dal M.llo Forte, all'epoca dei fatti in servizio presso il Nucleo Crimini Informatici della GdF Milano.

Il giudice ha ritenuto esaustive le risultanze probatorie così sommariamente ora riassunte, senza ravvisare la necessità di accertamenti peritali, richiesti dalla difesa sin dalla fase predibattimentale, ed esplicati con memoria tecnica prodotta all'udienza del 23.6.04, giacché sostanzialmente la stessa difesa non aveva messo in discussione il funzionamento del programma come sopra descritto, ma ne aveva offerto in definitiva una lettura non penalmente rilevante.

Per altro profilo la sentenza di primo grado motivatamente si discostava da certo orientamento di legittimità che proprio in materia pare indicare necessaria la perizia, in ragione dell'accertamento di natura tecnica imprescindibile per la ricognizione delle fattispecie dei "computer's crimes".

Pertanto il Tribunale di Bologna, accertata la materiale estraneità ai fatti di YYYYY, riteneva il coimputato XXXXX responsabile di entrambi i reati a lui ascritti, con l'aggravante - ritenuta di fatto esplicitata nell'imputazione - di cui all'art. 615 ter, c.2 nn. 2 e 3) (violenza sulle cose e danneggiamento del sistema o dei suoi dati, od alterazione parziale di funzionamento), che comporta la procedibilità d'ufficio.
Quanto al reato p. e p. dall'art. 615 ter CP, il counter del sito http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html aveva registrato 829 visite, che corrispondevano ad altrettante pregresse installazioni della prima stringa di Vierika, altrettante abusive introduzioni in sistemi informativi dei personal computers di utenti, altrettante elusioni di sistemi di protezione ed altrettante "infezioni", con correlativa integrazione della fattispecie in contestazione.

Le aggravanti erano ravvisate integrate dalla alterazione dell'ordinario funzionamento del browser Explorer, integrante violenza sulle cose, e dagli effetti di allungamento dei tempi di connessione, con aggravio di spese telefoniche, per effetto dell'occulto mass mailing, nonché dal danno non patrimoniale della veicolazione di informazioni private (invio agli utenti in rubrica) e dell'apparire mittente di mail con allegati virali, integranti danneggiamento di sistema e di dati.

Quanto al reato p. e p. dall'art. 615 quinquies Cp Vierika, inizialmente inviato dall'imputato - per sua espressa ammissione - ad alcuni indirizzi di posta elettronica reperiti sulla bacheca virtuale del sito www.sexualcyber.com alterava la funzionalità telematica del sistema infettato, per effetto della alterazione dei parametri di protezione del browser, all'oscuro dell'utente, e dell'invio automatico e massiccio di email, con ciò integrandosi anche detta fattispecie.

Per tali motivi il giudice irrogava la pena di mesi sei di reclusione, previa:
- concessione di attuanti generiche in valutazione di equivalenza con le aggravanti ad effetto speciale;
- pena base di mesi tre di reclusione per il reato art. 615 ter;
- aumento di pena ex art. 81 cpv CP di mesi uno per la continuazione interna e di mesi due per la plurima commissione del reato concorrente.
La pena veniva sostituita con la sanzione pecuniaria nella misura corrispondente ex art. 53 L. 689\81, con il beneficio della non menzione.

Motivi d'appello

Il difensore di XXXXX ha proposto appello, eccependo, con il primo motivo, la nullità del decreto di citazione a giudizio per indeterminatezza della imputazione, in ragione della omessa indicazione delle identità delle 900 presunte parti offese, nonché della descrizione "cumulativa" della condotta, effettuata con riferimento a due diverse norme incriminatici, e con la conseguente incertezza circa la riferibilità del fatto ad una specifica norma di legge asserita violata.

Con secondo motivo è stata impugnata 1'ordinanza, resa all'udienza 27.11.03, di diniego di pronuncia ex art. 129 CPP sulla richiesta di declaratoria di improcedibilità per difetto di querela in relazione al reato di cui all'art. 615 ter CP, contestato espressamente non aggravato.

Con il terzo motivo è stata dedotta l'inutilizzabilità di annotazioni di servizio della GdF, costituenti nella sostanza accertamenti tecnici ripetibili.
Con il quarto motivo sono stati denunciati il percorso motivazionale della sentenza impugnata, viziato da ricostruzione tecnico informatica priva di fondamento peritale, ed il correlativo ingiustificato diniego dell'espletamento di perizie, chieste dalla difesa, sulle modalità di generazione e conservazione dei log (registri di collegamento), acquisiti presso il gestore Tiscali ed Infostrada, nonché sull'originale del codice sorgente del software per cui è causa.
Con il quinto motivo, connesso ed in parte reiterativo del precedente, si è protestata la imprescindibilità per l'accertamento dei fatti e per la decisione dell'espletamento delle perizie suddette, che avrebbero permesso altresì di verificare le tesi difensive sull'effettivo funzionamento del software, e su quali fossero gli applicativi (ad esempio Outlook, e non il più diffuso Outlook Express) con i quali Vierika era in grado di interagire, nonché sulla integrità dei dati telematici raccolti nel corso delle indagini.
Con il sesto motivo si è argomentato che la condotta, pur nella denegata ricostruzione dei fatti operata in sentenza, non integra il reato di cui all'art. 615 ter CP.
Secondo la prospettazione difensiva infatti non è ravvisabile il requisito essenziale del reato 615 ter, costituito dall'accesso al sistema dell'utenza, giacché realizzato dal programma, ma non da XXXXX, nel senso che questi rimaneva all'oscuro degli utenti, dei computers che scaricavano il programma e dei dati in essi contenuti.
Altro elemento caratterizzante la fattispecie incriminatrice, e non integrato, è costituito dall'assenza di elusione di misure di sicurezza informatiche, tali non potendo definirsi semplici opzioni di configurazione di un applicativo.
Con il settimo motivo si è dedotta l'assenza di prova circa la effettiva introduzione nei sistemi delle pretese 900 parti offese, nessuno dei quali era stato individuato ed esaminato.
Con l'ottavo motivo è stata dedotta l'insussistenza delle aggravanti; il programma Vierika, che è semplicemente autoreplicante, non provoca alcuno degli eventi richiesti per la sussistenza delle aggravanti, quali alterazioni, danneggiamenti o distruzioni di programmi informatici.
Esso si installa e si diffonde, senz'altro risultato che questo, ricercato per motivi di studio dall'appellante, programmatore di professione; la corretta terminologia informatica intende per modificazione (posto che la distruzione non è in questione) di un programma l'accesso ai codici sorgente del programma per l'alterazione del funzionamento.
Nessun pregiudizio, o variazione, di funzionamento era inoltre percepibile dall'utente.
Con il nono motivo, attinente la fattispecie di cui all'art. 615 quinquies CP, sono state richiamate le precedenti argomentazioni, rilevanti anche per escludere la sussistenza del danneggiamento, o dell'alterazione di funzionamento, dei sistemi, dati o programmi, richiesti dalla norma incriminatrice.
Vierika insomma non era stato progettato per danneggiare, ed era stato scritto proprio nella consapevolezza della innocuità, il che anche si rifletteva sull'elemento soggettivo del reato.
Con il decimo motivo è stata dedotta la non correlazione tra fatto contestato e fatto ritenuto in sentenza, in violazione del disposto dell'art. 521 CPP, in quanto la prima condotta di ritenuta diffusione del preteso virus, attraverso la posta elettronica, era del tutto assente nella contestazione.
Per tali motivi l'appellante ha chiesto:

in via principale l'assoluzione con la miglior formula;

in gradato subordine:

declaratoria di nullità del decreto di citazione a giudizio;

nullità della sentenza impugnata per violazione dell'art. 521 CPP;

rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, con espletamento di perizie;
- declaratoria di improcedibilità per il reato di cui all'art. 615 ter cpp per difetto di querela, e rideterminazione della pena, ferme la sua conversione e la non menzione.

Decisione della Corte

All'esito dell'odierna udienza, svoltasi in contumacia dell'imputato XXXXX, pronunciando sulle conclusioni delle parti che sono trascritte in epigrafe la Corte ha deliberato la presente sentenza di parziale riforma della sentenza impugnata.
Nullità del decreto di citazione a giudizio, dedotta violazione dell'art. 521 cpp
L'eccezione di nullità del decreto di citazione a giudizio è fondata sui rilievi della mancata indicazione dell'identità delle parti offese e della descrizione "cumulativa" della condotta incriminata.
In proposito si deve ritenere che nella descrizione della condotta incriminata, come esplicitata nella imputazione, nessun equivoco sul fatto storico contestato o sulle norme di legge violate, né alcuna indeterminatezza nella imputazione, né alcuna vulnerazione della possibilità di comprendere l'accusa e di adeguatamente potersi difendere, è dato rinvenire.

Avuto riguardo alla specificità del reato in esame, in danno di un numero indiscriminato e potenzialmente esponenziale di soggetti (suscettibile di cosiddetto danno diffuso), l'indicazione delle generalità, anziché del solo numero complessivo delle parti lese, è del tutto irrilevante ai fini defensionali e di comprensione dell'oggetto del giudizio penale circoscritto dalla contestazione, elementi questi di esauriente rilievo per valutare la nullità dell'atto, secondo quanto disposto dall'art. 429, c.1 lett. c), e c.3, CPP.
Identiche considerazioni si impongono in relazione alla censura della descrizione cumulativa, e riferita a due norme incriminatici, della condotta, stante il parziale concorso formale (ovvero coincidenza in fatto degli elementi costitutivi essenziali previsti dalle fattispecie astratte). L'eccezione di nullità del decreto di citazione in giudizio va pertanto disattesa.

Parimenti non è ravvisabile alcuna violazione della necessaria correlazione tra fatto contestato e fatto ritenuto in sentenza; nella prospettazione dell'appellante ciò sarebbe dovuto alla mancata esplicitazione, nella imputazione, dell'invio in rete della e-mail con l'allegato contenente la prima parte di Vierika.

Si ritiene di osservare, in proposito, che ciò invero attiene ad elementi di dettaglio della condotta non riferibili ad elementi costitutivi essenziali delle fattispecie incriminatici (condotta di abusivo accesso a sistema informatico, elusione di misure di protezione, diffusione di programma avente determinati scopi od effetti vietati), in ordine ai quali debba esser condotto il giudizio di corrispondenza imposto dall'art. 512 CPP.
Sull'accertamento istruttorio
Nel corso del dibattimento di primo grado (udienza 23.9.04) con l'accordo delle parti, sono state acquisite ex art. 493, c.3, CPP, e dichiarate utilizzabili per la decisione le annotazioni di polizia giudiziaria (Guardia di Finanza) del 13.3.01, 19.3.01, 28.3.01, 15.5.01.
Già il rilievo dell'acquisizione con dichiarazione di utilizzabilità, avvenuta con l'espresso consenso della difesa, è esaustivo della infondatezza dei motivi di impugnazione in proposito, relativi alla natura di accertamento tecnico non ripetibile delle annotazioni.
Va aggiunto che, comunque, l'attività di accertamento compiuta è stata ripercorsa, con analogo risultato di acquisizione di fonti di conoscenza del fatto, nel corso delle deposizioni testimoniali degli ufficiali di polizia giudiziaria D. Rasetti, G. De Filippo, G. Mazzaraco (udienza 27.11.03), D. Forte e di C. Broi, responsabile di Tiscali SpA per i rapporti con l'autorità giudiziaria (udienza 27.5.04).
Anche dalle suddette deposizioni risulta univocamente ricostruibile, nel termini descritti nella sentenza impugnata e sopra riportati, il funzionamento del programma informatico "Vierika"; è d'obbligo rilevare che si è trattato di testimoni (ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti al Nucleo Crimini Informatici, forniti di specifica preparazione e formazione in materia informatica) che, in forza della ricordata particolare preparazione tecnica, hanno risposto su fatti e circostanze concernenti la loro attività professionale d'indagine.
In tema di prova testimoniale, va aggiunto, il divieto di esprimere apprezzamenti personali non vlge qualora il testimone sia persona particolarmente qualificata, in conseguenza della preparazione professionale, quando i fatti in ordine ai quali viene esaminato siano inerenti alla sua attività, in quanto, in tal caso, l'apprezzamento diventa inscindibile dal fatto, dal momento che quest'ultimo è stato necessariamente percepito attraverso il "filtro" delle conoscenze tecniche e professionali del teste (vedi Casso n. 12942 de116/01/2007).

Pertanto sia le annotazioni di polizia giudiziaria, anche nelle parti relative ad accertamenti ripetibili, per effetto del ricordato consenso dibattimentale, e sia le deposizioni sono pienamente utilizzabili quali fonti di conoscenza per la decisione.
Altra questione è, all'evidenza, costituita dalla esaustività ed attendibilità di dette fonti di conoscenza, questione connessa alla dedotta necessità di accertamento peritale, negato dal giudice di prime cure.

Anche in proposito i motivi d'appello non paiono fondati.
La prima questione è relativa alla "correttezza" della acquisizione delle cosiddette "tracce informatiche" o delle prove documentali di natura informatica.
In proposito è necessario previamente precisare, richiamando espressamente quanto esattamente osservato nella sentenza impugnata, che non è compito del giudicante determinare una sorta di protocollo delle procedure informatiche forensi, ma solo verificare se nella fattispecie l'acquisizione probatoria sia fidefaciente, o se abbia subito alterazioni.
E nella specie, quanto alla tracce informatiche, i dati consegnati alla polizia giudiziaria dal provider Tiscali, relativi agli interventi di manutenzione ed amministrazione del sito con indirizzo http://web.tiscalinetit/krivojrog/vierika/Vindex.html ed alla individuazione dell'utente con username "Krivoj" sono stati confermati dalle dichiarazioni dello stesso XXXXX.

Questi ha espressamente e correttamente riconosciuto (vedi verbale esame delegato del 7.9.01) di aver realizzato "Vierika", di averlo diffuso, di aver creato il sito web con il nome "Krivoj".

Non si vede come possa esser messa in dubbio la fidefacienza di una risultanza documentale (tale è la traccia telematica, seppur necessitante di appositi strumenti per la fruibilità), coincidente con le ammissioni dello stesso imputato.
Identica considerazione va svolta in relazione alla prova costituita dal sequestro informatico eseguito presso l'abitazione di XXXXX; come ricordato nella circostanza fu questi stesso - così evitando il sequestro dell'hardware - ad indicare alla polizia giudiziaria i files dì programma rilevanti per l'accertamento, masterizzandone la copia ora in atti.
I rilievi mossi alla metodologia del sequestro informatico peraltro mai sono stati attinenti all'effettivo funzionamento e scopo del programma "Vierika", come accertato nella sentenza impugnata e sopra ripercorso, in realtà mai messi in discussione, neppure nelle memorie "tecniche" depositate dalla difesa; in esse, e del pari nei motivi di appello, mai è allegato o prospettato un funzionamento del programma diverso da quello sopra descritto. Le stesse richieste di perizia attengono ad aspetti non rilevanti per l'accertamento del funzionamento di Vierika, quali le modalità di generazione e conservazione dei log (registri di collegamento), acquisiti presso il gestore Tiscali ed Infostrada (rilevanti per individuare le generalità di "Krivoj", fatto non in discussione, od il numero di accessi al sito infettante), ovvero concernono l'originale del codice sorgente del programma e pertanto (atteso che esso era nel 2001 nella memoria del computer dell'imputato) non più espletabili, oltre che non necessarie.
Nel difetto di effettive necessità istruttorie - secondo il parametro dell'assoluta necessità richiesto dall' art. 507 CPP - volte a colmare lacune o contraddizioni nell'accertamento dei fatti, va confermata l'ordinanza del Tribunale di rigetto della richiesta di integrazione probatoria; per i medesimi motivi, riportati anche al disposto dell'art. 603 CPP, va disattesa la richiesta di assunzione della prova nel giudizio di appello.
Reato di cui all'art. 615 ter CP

La norma, come è noto, è posta a tutela del cosiddetto "domicilio informatico", inteso sia come spazio fisico in cui sono contenuti dati informatici personali, sia quale spazio ideale di pertinenza della sfera individuale e privata.

L'accertamento istruttorio condotto nel giudizio di primo grado offre piena contezza di come XXXXX, creando il programma "Vierika" e poi diffondendolo occultamente per mezzo di mass mailing e del sito web …Vindex.html, secondo il meccanismo sopra descritto, abbia integrato il reato in contestazione.

In proposito vanno richiamate le puntuali osservazioni svolte nella sentenza impugnata, relative alla sussistenza degli elementi costitutivi e tipizzanti del delitto di accesso abusivo a sistema infonnatico.

In primo luogo si pongono indubbie la materialità dell'accesso attraverso il worm "Vierika" e la diffusione indiscriminata del medesimo.

Esse sono state provate dalle deposizioni citate Broi, Rasetti e Forte, in merito alle segnalazioni sulla diffusione del virus effettuate da alcune società di informatica (F-Secure Corporation, Symbolic SpA), alle lamentele pervenute al provider Tiscali poiché il programma era annidato sugli spazi web da esso gestiti, nonché dal counter del sito http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html dal quale risultavano
829 accessi (vedi annotazione GdF 13.3.01); agli accessi corrispondono necessariamente altrettante ricezioni della mnail "Vierika is here", altrettante installazioni automatiche, immediate ed occulte degli script contenuti nell'attachment alla mail, altrettante occulte riconfigurazioni di registro di Windows, altrettante involontarie ed indesiderate "navigazioni" al sito suddetto, scaricando il secondo script di programma.
Tale meccanismo ha indubbiamente il carattere dell'abusività richiesto dalla norma incriminatrice, ravvisabile prima nella fraudolenta induzione in errore dell'utente che riceveva la mail "Vierika is here", ingannato dall'estensione ".jpg" dell'attachment, che indicava un file immagine, il quale conteneva invece la prima stringa di comandi, e poi nel sistema occulto di scarico del secondo script, realizzato attraverso la riconfigurazione occulta della protezione, e la reimpostazione della home page del browser, il tutto sempre all' insaputa dell'utente.

Sempre all'insaputa dell'utente, e contro la sua volontà, il programma "clandestino" insediato nel sistema informatico provvedeva ad inviare a tutti gli indirizzi della rubrica della posta elettronica (se gestita con l'applicativo "Outlook", peraltro di larga diffusione) l'email con l'allegato vitale Vierika.jps.vbs, con il cosiddetto effetto autoreplicante.
Prova ne sia che, in brevissimo tempo, dall'invio da parte di XXXXX della mail virale a pochi indirizzi trovati sulla bacheca virtuale del sito sexualcyber.com (come da quegli riconosciuto), il sito "trappola" ….Vindex.html era stato involontariamente aperto da oltre 800 utenti "infettati" del provider Tiscal (si aggiunga che la mail virale, presumibilmente, era stata ricevuta da un numero molto maggiore di indirizzi e sistemi informatici).

L'appellante deduce che, anche nella denegata ipotesi d'accusa, nel descritto funzionamento, autoreplicante ma non "virale", non sarebbe ravvisabile requisito essenziale del reato 615 ter, costituito dall'accesso al sistema dell'utenza, giacché comunque XXXXX, stante l'effetto autoreplicante automatico, rimaneva ignaro degli indizi informatici raggiunti e dei dati contenuti nelle memorie dei computers che scaricavano il programma.

L'argomento è di particolare rilievo.

La Corte non ritiene che la norma incriminatrice, posta come premesso a tutela del domicilio informatico, possa essere interpretata con tale effetto riduttivo di tutela; la lettera dell'art. 615 ter infatti richiede unicamente l'abusività dell'accesso al sistema, ovvero la permanenza contro lo jus prohibendi del titolare, ma non pretende l'effettiva conoscenza, da parte dell'agente, dei dati protetti.
Avuto riguardo alle specificità dei sistemi informatici e delle trasmissioni telematiche, che consentono la manipolazione e l'uso di un enorme numero di dati senza la diretta interlocuzione con ognuno di essi da parte dell'agente, introdurre in via interpretativa l'ulteriore requisito della conoscenza effettiva dei dati manipolati, a corredo esplicativo della nozione di "accesso abusivo", equivarrebbe ad una sostanziale vanificazione della ratio incriminante.

Nella fattispecie le modalità dell'azione (ovvero la creazione del programma autoreplicante ed il suo "lancio" nel web) erano univocamente dirette ad inviare ed installare occultamente e fraudolentemente il programma, di cui XXXXX ha ammesso la paternità, ad una comunità indiscriminata ed inconsapevole di utenti, usandone i dati personali della rubrica di posta.

Ciò appare sufficiente per integrare la nozione di "accesso abusivo" penalmente rilevante, giacché è nel prelievo indesiderato dei dati personali dal domicilio informatico che va individuato il vero bene personalissimo protetto dalla norma, e non tanto nella conoscenza o conoscibilità di quelli da parte del soggetto agente.
In altri termini alla specificità dei sistemi informatici, che consentono l'uso di dati senza la "conoscenza" di essi, come tradizionalmente intesa, da parte dell'operatore, va correlata l'interpretazione della nozione di accesso posta dalla norma incriminante.
Nella prospettazione difensiva dell'appellante altro elemento caratterizzante la fattispecie incriminatrice, e non integrato, è costituito dall'assenza di elusione di misure di sicurezza informatiche, tali non potendo definirsi semplici opzioni di configurazione di un applicativo. In proposito si presentano totalmente condivisibili, ad avviso della Corte, le valutazioni svolte dal giudice di prime cure (pag. 18 della sentenza impugnata), da richiamarsi integralmente.

Come detto il programma Vierika, per potersi installare, modificava occultamente (con il primo script di comandi) le impostazioni di protezione di Internet Explorer; ciò non è posto in discussione dalla difesa, che le qualifica piuttosto come opzioni di configurazione del sistema.

Nella sostanza le "impostazioni di protezione" regolano l'esecuzione automatica di download e contenuti attivi durante la navigazione Internet, permettendo di configurare diversi livelli di protezione, con richiesta o meno di conferma da parte dell'utente e con eventuali barriere automatiche per determinati programmi o contenuti attivi.
Esse quindi non possono che rientrare nella nozione di "misure di sicurezza" a protezione del sistema; misure elementari, facilmente aggirabili, già predisposte nell'applicativo, ma comunque qualificabili misure di protezione, giacché esse attinenti esclusivamente non alla configurazione di Explorer (modalità di fruizione) ma alla maggiore o minore interazione passiva del sistema informatico, connesso al web, dall'esterno verso il suo interno.

Va pertanto confermato il giudizio di sussistenza del reato in esame, condotto nella sentenza impugnata.

La Corte ritiene peraltro fondati i motivi gradati di appello, relativi alla insussistenza delle aggravanti ritenute - in motivazione, giacché l'imputazione è priva di espressa contestazione ed il dispositivo fa riferimento ad una sola aggravante - dal giudice monocratico del Tribunale. Queste, pur non richiamate attraverso specifica indicazione delle norme di legge violate, sono state valutate contestate in fatto nel riferimento espresso, contenuto nella descrizione della condotta incriminata, "danneggiamento di programmi" ed al "pregiudizio per il corretto funzionamento" degli stessi (integranti le previsioni poste ai nn. 2 e 3 del comma 2 dell'art. 615 ter CP).
Invero non è ravvisabile, nelle modalità di installazione e di funzionamento del worm Vierika, in primo luogo alcun "danneggiamento" dei programmi del sistema dell'utente, né alcuna "modificazione" in senso informatico.

Quelli, infatti, anche dopo l'installazione occulta di Vierika, rimanevano perfettamente operativi, come in precedenza, con le stesse caratteristiche di fruizione e di scopi, senza alcuna modificazione di dati, ambiente, interazione, programma; in effetti Vierika si limitava ad usare occultamente i suddetti programmi (in particolare gli applicativi di navigazione web Explorer e di posta elettronica Outlook) ed i dati della rubrica di posta elettronica, senza alcuna modificazione (ovvero diversa quali non era stato progettato; data la duttilità e versatilità funzionale dei programmi applicativi più diffusi, deve invece ritenersi che "alterare" un programma significhi anche manipolarlo in modo che compia azioni non volute dall'utente, ovvero modificarne i parametri di funzionamento, anche secondo opzioni e possibilità previste nel programma stesso, contro la volontà dell'utilizzatore.

Ciò è quanto ha realizzato, diffusamente, il programma Vierika.
Non altrimenti che alterazione è definibile l'azione occulta ed indesiderata di modificazione del registro di di Windows, attraverso i comandi di programma Vierika "HKEY_CURRENT_USER" etc, che modificavano l'home page predefinita del browser, ed abbassando al livello minimo le protezioni; non altrimenti che alterazione di funzionamento sono definibili il comando e l'azione occulte di mass mailing.
Per conseguenza ne deriva compiutamente integrata la fattispecie delineata e punita dall'art. 615 quinquies CP, e per tale parte va confermata la sentenza di condanna di primo grado.
Per effetto della parziale riforma del giudizio di condanna va rideterminata la pena da infliggersi all'appellante.

Tenuti fermi il riconoscimento delle attenuanti generiche, la sostituzione della pena detentiva ex art. 53 L. 689\81 e la concessione del beneficio della non menzione della condanna, si reputa equo ed adeguato determinare la pena in mesi due di reclusione ed euro 2000 di multa (pena base di mesi tre ed euro 3.000), con pena detentiva sostituita con la pena pecuniaria corrispondente di Euro 2.280 di multa.
Titolo di reato e data di commissione consentono di condonare la pena ex L. 241\06.
Nel resto va confermata la sentenza appellata.

PQM

Visto l'art. 605 CPP, in parziale riforma della sentenza del Tribunale Monocratico di Bologna in data 21.7.05, dichiara l'appellante XXXXX responsabile del reato di cui all'art. 615 quinquies CP e con le già concesse attenuanti generiche determina la pena in mesi due di reclusione ed euro 2.000 di multa, sostituendo la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria di euro 2.280 di multa, e così complessivamente euro 4.280 di multa, che dichiara interamente condonata ex L. 241\06.
Dichiara non doversi procedere nei confronti dell' appellante XXXXX in ordine al reato di cui all' art. 615 ter CP, perché, esclusa l'aggravante, lo stesso è improcedibile per difetto di querela.

Conferma nel resto.

Indica in giorni 60 il termine per il deposito della sentenza.
Bologna, 30.1.08

Il Consigliere est.
Dott. Domenico Pasquariello
Il Presidente
Dott. Salvatore Guarino
Depositata in cancelleria il 27.03.2008

 

Passo con la mia vettura e .. zac.. una bella foto a colori by autovelox

Il ricorrente proponeva opposizione avverso l'ordinanza-ingiunzione emessa dalla Prefettura (oggi si direbbe Ufficio Territoriale del Governo) di Foggia per eccesso di velocità verificata tramite apparecchiatura autovelox.

La vicenda si è trascinata per più di dieci anni, visto che il fatto risale addirittura al 1994 ma alla fine il Giudice di legittimità con la decisione Cass. civ. Sez. II, 30-01-2008, n. 2202 ha definitivamente chiuso la pratica con vittoria delle ragioni dell’automobilista.

Va premesso che in tema di violazioni di norme sui limiti di velocità accertate a mezzo di strumento elettronico omologato (cosiddetto "autovelox") , il momento decisivo dell'accertamento è costituito dal rilievo fotografico, cui deve, necessariamente, presenziare uno dei soggetti ai quali l'art. 12 C.d.S., demanda l'espletamento dei servizi di polizia stradale, e che non può essere effettuato, in via esclusiva, da soggetti privati. La fonte principale di prova delle risultanze dello strumento elettronico è, pertanto, costituita dal negativo della fotografia, documento che individua con certezza il veicolo e ne consente il riferimento alle circostanze di fatto, di tempo e di luogo indicate, con la conseguenza che la successiva fase di sviluppo e stampa del negativo stesso rappresenta un'attività meramente materiale e strumentale, cui non deve necessariamente attendere nè presenziare il pubblico ufficiale rilevatore dell'infrazione, ovvero uno degli altri soggetti indicati nel citato art. 12 (Cfr. anche Cass. Sentenza n. 2952 del 20/03/1998, Sezioni Unite: n. 2952 del 1998, n. 7306 del 1996).

Ciò posto, tuttavia va osservato che il tribunale ha messo in rilievo che nel caso in esame non risultava che i due vigili urbani avessero compiuto alcuna operazione nel rilevamento della infrazione poi contestata a L., essendosi trovati in un ruolo puramente passivo, dal momento che la taratura era stata compiuta da terzi, come pure non era certo che il rullino fotografico fosse stato sviluppato correttamente, non avendo l'amministrazione fornito prova in tal senso, come invece era suo preciso onere.

 
Di Alessandro Gazzea (del 19/10/2008 @ 11:22:02 in Storie vere, linkato 489 volte)

Ricordate ?

In data 1.8.2008, su richiesta del Pubblico Ministero del Tribunale di Bergamo, il GIP del medesimo Tribunale, accogliendone la richiesta, disponeva il sequestro preventivo del sito web www.thepiratebay.org, e imponeva, altresì, che i fornitori di servizi internet (Internet Service Provider) e segnatamente i provider operanti sul territorio dello Stato italiano, inibissero i rispettivi utenti l'accesso, anche a mente degli artt. 14 e 15 del Decreto Legislativo n. 70 del 9.4.2003.

Saluto con piacere, il provvedimento del Tribunale del riesame di Bergamo, il quale ha annullato il sequestro disposto dal Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale e restituito a tutti noi la famosa baia.

Diciamolo apertamente: non si può rendere inaccessibile un'intera fonte di informazione solo perché attraverso essa vengono diffuse – si pensa che vengano diffuse – informazioni su come raggiungere e scaricare un’opera coperta dal diritto di autore.

Sequestrare il sito e mettere sotto processo il navigatore italiano sulla scorta di un “calcolo statistico”, nato semplicemente dal conteggio di quanti indirizzi IP provenienti da ISP italiani  che pingavano a quello dei Pirati, lasciava alquanto perplessi.

La curiosità nasce spontanea.

I rumors della rete, in particolare il blog di Pirate Bay e la denuncia dell’associazione ALCEI al garante della privacy, raccontano che nell'ambito delle operazioni di sequestro preventivo del sito thepiratebay.org, qualcosa non sia andato per il verso giusto poiché, una volta disposto il sequestro del sito, gli ISP italiani hanno avuto l’obbligo di reindirizzare il traffico dei naviganti che nelle ore successive avrebbero cercato di raggiungere la baia dei pirati su un'altra baia…ops sull'IP 217.144.82.26 che puntava a risorse ospitate su un server riconducibile alla IFPI, un'associazione che riunisce le associazioni rappresentative dell'industria discografica di mezzo mondo inclusa la FIMI dalla cui denuncia ha avuto inizio il procedimento penale all'origine del sequestro.

Se la denuncia di ALCEI troverà fondamento, ciò significherà non soltanto che il reinderazzamento era abusivo, ma soprattutto che qualcuno si è appropriato di dati personali dei navigatori italiani leggendone i relativi cookie, necessari per loggarsi in thepiratebay.org

E questo qualcuno, oggi, può navigare con i nostri dati.

Il Tribunale del Riesame di Bergamo

deposita, in data 3 ottobre 2008, le motivazioni del riesame avverso il provvedimento del GIP di Bergamo che disponeva il sequestro preventivo del sito internet www.thepiratebay.org.

Il Tribunale ritiene assorbente il motivo relativo all'impossibilità di configurare un provvedimento di sequestro come quello posto in essere in quanto "produce l'effetto di sovvertire natura e funzione" del sequestro preventivo conosciuto dal nostro Ordinamento.

 
 

Repubblica Italiana
Tribunale di Bergamo
Sezione penale del dibattimento in funzione di giudice del riesame
ordinanza di accoglimento di riesame avverso sequestro preventivo
- art. 324 c.p.p. -

 

Il Tribunale di Bergamo, composto dai Magistrati:
dott. Vittorio Masia Presidente
dott. Stefano Storto Giudice Rel.
dott. Marialuisa Mazzola Giudice

letti
gli atti del procedimento in epigrafe nei confronti di S.K.P. Ed altri per il reato di cui agli artt. 110 c.p. e 171 ter co. 2 lett a bis) L. 633/41 ed esaminata la documentazione;

udite
le parti all'udienza in data 24.9.2008;

premesso
che, su richiesta del Pubblico Ministero, in data 1.8.2008 il GIP di Bergamo disponeva il sequestro preventivo del sito web www.thepiratebay.org, disponendo che i fornitori di servizi internet (Internet Service Provider) e segnatamente i provider operanti sul territorio dello Stato italiano inibiscano ai rispettivi utenti – anche a mente degli artt. 14 e 15 del Decreto Legislativo n. 70 del 9.4.2003 – l'accesso:
all'indirizzo www.thepiratebay.org;
ai relativi alias e nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al sito medesimo;
all'indirizzo IP statico 83.140.176.146, che al momento risulta associato ai predetti nomi di dominio, e ad ogni ulteriore indirizzo IP statico associato ai nomi stessi nell'attualità ed in futuro;

rilevato
che con ricorso ex art. 324 c.p.p. e successiva memoria depositata il giorno dell'udienza, i difensori di S.K. chiedevano la revoca del sequestro, eccependo nullità di ordine processuale; difetto di giurisdizione; insussistenza del fumus delicti; nonché falsa applicazione dell'art. 321 c.p.p., degli artt. 14/17 D.L.vo 70/03 e della direttiva 2000/31/CE;

ritenuto
che non può allo stato revocarsi in dubbio la sussistenza del fumus delicti (quantomeno secondo la tipicità dell'art. 171 co. 1 lett. a bis) L. 633/41), alla luce di quanto evidenziato dalla Guardia di Finanza, che riferisce di un elevatissimo numero di contatti al sito in questione registrati sul territorio nazionale (in termini di alcune centinaia di migliaia);
che tali contatti, per specificità, l'evidenza e l'ampiezza dell'offerta contenuta nel sito oggetto di cautela, devono essere ragionevolmente ricondotti, almeno in una significativa parte, all'acquisizione in rete di beni protetti dal diritto di autore, in violazione delle norme a presidio dello stesso;
che in proposito a nulla rileva il fatto che tali beni non siano nella diretta disponibilità degli indagati, ma collocati in archivi contenuti in apparecchi elettronici di altri soggetti, dal momento che solo le informazioni contenute nel sito in questione (nel quale si trovano le chiavi per accedere agli archivi di cui sopra e attingerne direttamente documenti) consentono la realizzazione di quei contatti in numero esorbitante cui fa riferimento la Guardia di Finanza;
che in tale contesto risulta del tutto evidente come gli indagati, attraverso il sito www.thepiratebay.org, quantomeno mettano a disposizione del pubblico della rete opere dell'ingegno protette, condotta astrattamente rispondente alla tipicità dell'art. 171 citato;
che, riconosciuto il fumus per come esposto, deve altresì affermarsi la sussistenza del periculum, dovendosi in proposito osservare che l'elevatissimo numero di connessioni rilevate induce a ritenere in via probabilistica (valutazione del tutto compatibile con il carattere della delibazione cautelare) l'attualità della commissione del delitto ipotizzato;
che, atteso il concreto atteggiarsi del fatto come sopra tratteggiato, all'affermazione della sussistenza di fumus e periculum, deve conseguentemente affermarsi anche la sussistenza della giurisdizione italiana;

considerato
che occorra ora esaminare il profilo inerente alla falsa applicazione dell'art. 321 c.p.p., che, in quanto attinente al merito, ha natura assorbente degli ulteriori profili eccepiti;

ritenuto
che le misure cautelari – e segnatamente i sequestri, secondo l'ordinamento processuale penale – hanno carattere di numerus clausus, non conoscendo il codice di rito un istituto atipico quale quello di cui all'art. 700 c.p.c.;
che di conseguenza non è giuridicamente possibile emettere sequestro preventivo al di fuori delle ipotesi nominate per le quali l'istituto fu concepito;
che il sequestro preventivo ha una evidente natura reale (come peraltro fatto palese dallo stesso nomen iuris del genere al quale esso appartiene), in quanto si realizza nell'apposizione di un vincolo di indisponibilità sulla res, che sottrae il bene alla libera disponibilità di chiunque;
che dunque l'ambito di incidenza del sequestro preventivo deve essere ristretto alla effettiva apprensione della cosa oggetto del provvedimento;

considerato
che il decreto censurato ha il contenuto di un ordine imposto dall'Autorità Giudiziaria a soggetti (allo stato) estranei al reato, volto ad inibire, mediante la collaborazione degli stessi, ogni collegamento al sito in questione da parte di terze persone;
che tale decreto (pur astrattamente in linea con la previsione degli artt. 14 e ss. D.L.vo 70/03), lungi dal costituire materiale apprensione di un bene, si risolve in verità in una inibitoria atipica, che sposta l'ambito di incidenza del provvedimento da quello reale – come detto ambito proprio del sequestro preventivo – a quello obbligatorio, in quanto indirizzato a soggetti indeterminati (i cd. provider), cui è ordinato di conformare la propria condotta (cioé di non fornire la propria prestazione), al fine di ottenere l'ulteriore e indiretto risultato di impedire connessioni al sito in questione;

ritenuto
che l'uso del tipo di cui all'art. 321 c.p.p., quale inibitoria di attività, non può però essere condiviso, in quanto produce l'effetto di sovvertirne natura e funzione, di talché il sequestro deve essere annullato;

PQM
visti gli artt. 321, 322 e 324 c.p.p.

annulla
il decreto di sequestro preventivo emesso in data 1.8.2008 dal GIP di questo Tribunale.
Manda alla cancelleria per quanto di competenza.
Così deciso in Bergamo, il 24 settembre 2008

F.to I Giudici


Al Pubblico Ministero Giancarlo Mancusi
All'avv. Giovanni Battista Gallus del Foro di Cagliari anche per S.P.K.
All'avv. Francesco Paolo Micozzi del Foro di Cagliari
Al GIP dott.ssa Mascarino

 

 
Di Alessandro Gazzea (del 02/02/2008 @ 10:23:12 in Codice strada, linkato 1556 volte)

Il caso è quello di un cittadino del Comune di Botticino (BS) il quale, dopo aver parcheggiato la propria vettura nell’area di un parcheggio condominiale, aveva ricevuto una multa di euro 665,00 e il sequestro amministrativo del proprio veicolo e affidato in custodia a depositeria convenzionata, per non aver esibito il tagliando di assicurazione.

Il giudice di pace di Botticino, aveva dato ragione alla polizia municipale confermando la multa e la correttezza del verbale.

La Suprema Corte di Cassazione con la decisione del 18 gennaio 2008 n. 994, ha ribaltato la decisione del giudice di pace, accogliendo le ragioni del ricorrente che sosteneva l’inesistenza dell’infrazione avendo parcheggiato non in un’area pubblica o di uso pubblico, ma in un’area privata non soggetta al pubblico traffico.

Erroneamente il Giudice di pace ha ritenuto che il veicolo del ricorrente sostasse su "area equiparata a quella di uso pubblico", - richiamata dalla L. n. 990 del 1969, art. 1, - alla quale hanno libero accesso un numero indeterminato di persone, sulle quali non è possibile esercitare un qualsiasi controllo o limitazione, ovvero qualora sussista la possibilità, giuridicamente lecita, di accesso da parte di soggetti diversi dai titolari di diritti sulla stessa area e sui quali non è possibile esercitare un qualsiasi controllo o limitazione (cfr., in senso conforme, Cass. civ., Sez. 3^, n 9496/2000, n 4603/2000, n 11.276/2005, n 20911/2005, n 28.303/2005).

Dalla documentazione acquisita presso l'Ufficio Tecnico Comunale del Comune di Botticino e dalla deposizione dei testi Za.Ge. e G.E.L. è emerso che l'area, ove sostava il veicolo del ricorrente, era privata e destinata al parcheggio dei condomini del fabbricato di Via (OMISSIS). Pertanto doveva essere la Prefettura di Brescia a provare il contrario delle prove acquisite agli atti, cioè aveva l'onere probatorio (cui non ha adempiuto) di dimostrare eventualmente che l'area in questione era attraversata da un numero incontrollato di veicoli senza alcuna limitazione nè numerica nè soggettiva. La sentenza impugnata ha omesso, invece, ogni motivazione ed ha parlato di luogo aperto al pubblico in assenza di elementi che comportassero tale giudizio ed addirittura in contrasto con le prove documentali e testimoniali acquisite in giudizio.

Accolto il ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata; e questa Corte, decidendo nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c., non essendovi da compiere ulteriori accertamenti in fatto accoglie l'opposizione, annullando l'ordinanza del Prefetto di Brescia prot. 1031/02/SEQ del 3.7.2002, compensando le spese dell'intero giudizio.

 
Di Teresa Lagreca (del 09/01/2008 @ 09:58:22 in Codice strada, linkato 1569 volte)

Dopo l’autorevole intervento delle Sezioni Unite della Cassazione di giugno 2007, sulla necessità che il provvedimento di sospensione della patente di guida da parte del Prefetto fosse tempestivo rispetto al fatto della violazione alle norme del Codice della strada, argomento già segnalato su queste pagine, anche le sezioni semplici dei giudici di piazza Cavour, si conformano all’indirizzo dettato dalle SU.

Cassazione civile , sez. I, sentenza 12.12.2007 n° 26018

Questa Corte ha da tempo affermato il principio secondo il quale il provvedimento del prefetto di sospensione della patente di guida previsto dall'art. 223 del codice della strada, avendo natura cautelare e trovando giustificazione nella necessità di impedire nell'immediatezza del fatto che il conducente del veicolo, nei cui confronti esistano fondati elementi di responsabilità in ordine a un comportamento lesivo della incolumità altrui, possa reiterare una condotta in grado di arrecare ulteriore pericolo, trova il suo limite di legittimità nella rispondenza alla funzione cautelare che gli è propria. Ne deriva che, pur non prevedendo la norma espressamente un termine di decadenza dal potere di disporre la sospensione cautelare della patente, il provvedimento à illegittimo ove non sia adottato entro un tempo che ne giustifichi la funzione cautelare, alla quale la legittimità della sua emanazione è ontologicamente collegata (cfr. Cass. nn. 17205/2005, 21048/2004, 15906/2003, 11967/2003, 14866/2001, 6108/2001, 3454/2001, 5689/2000, 11959/1999).

Per le Sezioni unite, il provvedimento del prefetto di sospensione della patente di guida a norma dell'art. 223 c.d.s. ha indubbia natura cautelare e trova giustificazione nella necessità di impedire nell'immediato, prima ancora che sia accertata la responsabilità penale, che il conducente del veicolo, nei confronti del quale sussistono fondati elementi di un'evidente responsabilità in ordine ad eventi lesivi dell'incolumità altrui, continui una condotta atta ad arrecare pericolo ad altri. Pertanto, se è da escludere che il provvedimento in parola non possa più essere adottato per il solo mancato rispetto dei termini (non previsti a pena di decadenza) di cui all'art. 223, comma primo (dieci giorni per la trasmissione del rapporto al prefetto e alla direzione generale della M.T.C.) e secondo (quindici giorni per la trasmissione del parere del competente ufficio della direzione generale della M.T.C.), o perché il prefetto ometta di richiedere il parere del competente ufficio della direzione generale della M.T.C, lo stesso giorno in cui gli è pervenuto il rapporto ("appena ricevuti gli atti"), o non provveda appena ricevuto detto parere (anche in considerazione del fatto che la sospensione presuppone un adeguato spatium deliberandi), tuttavia, è certo che sia gli adempimenti propedeutici di cui si è detto, sia l'emissione dell'ordinanza di sospensione devono intervenire entro un tempo ragionevole - la cui valutazione in concreto è rimessa al giudice di merito - in considerazione delle finalità cautelari del provvedimento.

Non è quindi ammissibile una sospensione della patente che dovesse intervenire a una distanza di tempo dal completamento dell'iter previsto dall'art. 223 c.d.s., commi 1 e 2, tale da non essere giustificata dalla esigenza di valutazione degli elementi raccolti.

 

Nota a sentenza, Cass. civ. Sez. III, 07-10-2008, n. 24752.

A seguito di un grave sinistro stradale, con decesso di una delle vittime, l’assicurazione del veicolo autore del sinistro, era stata condannata dal Tribunale di Roma, in solido con gli autori del fatto materiale, a risarcire i danni da sinistro stradale.

Invero, il Tribunale adito, aveva statuito un provvedimento di condanna in solido della Nuova Tirrena, ma tale risarcimento era stato limitato al massimale di legge, pari all’epoca dei fatti anno 1999 a lire 1.500.000.000, in quanto aveva ritenuto natura indennitaria e non risarcitoria la prestazione dovuta dall’assicurazione.

 La Corte di Appello confermava la decisione.

Gli eredi dell’assicurato ricorrevano per Cassazione.

La recente decisione della Suprema Corte, confermando la decisione della Corte di Appello, ha espresso il seguente principio di diritto, secondo cui

Per i danni conseguenti alla circolazione stradale, l'obbligazione dell'assicuratore è contenuta nei limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione in quanto la solidarietà fra assicurato ed assicuratore ha natura atipica (cosidette obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo, volte a rafforzare un debito principale), e perciò l'unicità della prestazione, non mutando nei confronti dell'assicurazione la natura indennitaria, trova un limite nel titolo che la costituisce a carico dell'assicuratore e cioè la L. n. 990 del 1969, art. 18, secondo cui il danneggiato può agire direttamente nei confronti dell'assicurazione del responsabile del danno entro i limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione avendo la sua iniziativa l'unico effetto di mutare coattivamente il beneficiario della prestazione che anzichè l'assicurato diviene il danneggiato, ma non muta l'oggetto del contratto di assicurazione della responsabilità civile da circolazione dei veicoli che è l'indennizzo, mentre il debito del danneggiante, essendo risarcitorio, è illimitato.

Cass. civ. Sez. III, 07-10-2008, n. 24752

 

Svolgimento del processo

La s.p.a. Nuova Tirrena con atto del 4 marzo 1999, si opponeva al precetto per il pagamento di L. 2.388.822.304 intimatole da T. V. e S.Q., D., M., C., A. e Vi.. deducendo che il dispositivo del titolo esecutivo, costituito dalla sentenza del Tribunale di Roma del 13 gennaio 1999 che l'aveva condannata, in solido agli eredi del suo assicurato N.A., a risarcire i danni da sinistro stradale, era stato corretto, a norma dell'art. 287 c.p.c., con ordinanza dell'11 marzo 1999, e con questo provvedimento la condanna in solido della Nuova Tirrena era stata limitata al massimale di legge, pari a L. 1.500.000.000.

Successivamente detta assicurazione si opponeva ai pignoramenti del 9 e del 21 aprile 1999.

Il Tribunale di Roma, riunite le opposizioni, dichiarava cessata la materia del contendere per l'opposizione a precetto e all'esecuzione al primo pignoramento ed accoglieva l'opposizione al secondo pignoramento dichiarando che il credito azionato era pari a L. 1.515.000.000, e che l'azione esecutiva non poteva eccedere il massimale di legge.

Interponevano appello i creditori opposti deducendo che il Tribunale, senza alcuna motivazione, aveva escluso il loro diritto a procedere esecutivamente per il pagamento dell'intero debito indennitario quale risultante dal titolo esecutivo. In particolare infatti il Tribunale, basandosi sulla correzione del dispositivo, non aveva considerato la differenza tra vincolo di responsabilità e vincolo di solidarietà, così violando l'art. 1292 c.c., secondo cui soltanto nei rapporti interni tra assicuratore e assicurato vi è il vincolo di responsabilità e rileva il massimale di polizza, mentre nei confronti del danneggiato il debito del danneggiante e dell'assicuratore sono legati da vincolo di solidarietà per l'intero ammontare.

 

Con sentenza del 25 settembre 2003 la Corte di appello di Roma respingeva il gravame perchè l'interpretazione del titolo esecutivo effettuata dal Giudice di primo grado, integrato dall' ordinanza di correzione del dispositivo con cui espressamente era stata limitata la responsabilità solidale dell'assicurazione nei confronti dei danneggiati entro il massimale di legge, era giuridicamente corretta in quanto conforme non solo alla loro domanda introduttiva del giudizio sostanziale, ma anche alla L. n. 990 del 1969, art. 18, che costituisce un'obbligazione solidale atipica. Ricorrono per cassazione Q., V., V., T., M., C., A., S.D. e T.V. cui resiste la Nuova Tirrena Assicurazioni s.p.a. Quest' ultima ha depositato memoria.

 

Motivi della decisione

Con il primo motivo deducono: "Violazione e falsa applicazione dell'art. 1292 c.c., e dell'art. 2055 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3".

 

La Corte di appello, nell'interpretazione del titolo esecutivo, ha disatteso il principio secondo cui il vincolo di responsabilità tra assicuratore e assicurato danneggiante è atipico (c.d. obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo): infatti quella dell'assicurazione è contrattuale e quella del danneggiante è aquiliana e quindi sono entrambi responsabili per l'intero ammontare verso il danneggiato, che può agire in executivis per l'intero anche nei confronti soltanto dell'assicurazione (artt. 1292 e 2055 c.c.) che avrà poi il regresso nei confronti dell'effettivo responsabile per la quota eccedente. L'azione diretta risarcitoria nei confronti dell'assicurazione conferita dalla L. n. 990 del 1969, art. 18, è autonoma dal rapporto interno di assicurazione e quindi le eccezioni ai sensi della cit. L. art. 18,comma 2, dell'assicuratore sono inopponibili al terzo.

 

E se l'assicuratore, ai sensi della cit. L. art. 18, risponde nei limiti del massimale, quale responsabile civile ai sensi dell'art. 1292 c.c., risponde per l'intero e quindi non opera il principio della parziarietà e divisibilità dell'unica prestazione (art. 1314 c.c.), nè la diversità della fonte della responsabilità incide sulla solidarietà, ovvero rileva L. n. 990 del 1969, art. 23, ed infatti l'art. 2055 c.c., tutela pienamente il danneggiato, tanto più se da sinistro stradale, la cui normativa è di ordine pubblico per la Corte Costituzionale e attua le esigenze di solidarietà sociale.

 

Il motivo, ammissibile perchè volto a censurare i criteri logico - giuridici mediante i quali il Giudice dell'opposizione all'esecuzione ha interpretato il titolo esecutivo e la correzione del medesimo, è infondato.

 

Ed infatti, in tale operazione ermeneutica, resasi necessaria perchè la controversia di opposizione all'esecuzione è incentrata sul significato da attribuire alla correzione del titolo, posto in esecuzione come se non fosse stata apportata, non è ravvisabile nessun errore logico o giuridico perchè le espressioni letterali usate, diversamente dalla tesi dei creditori opposti, sono state interpretate alla luce delle regole sostanziali che disciplinano la responsabilità civile obbligatoria dell' assicurazione, secondo le quali, per i danni conseguenti alla circolazione stradale, l'obbligazione dell'assicuratore è contenuta nei limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione in quanto la solidarietà fra assicurato ed assicuratore ha natura atipica (cosidette obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo, volte a rafforzare un debito principale), e perciò l'unicità della prestazione, non mutando nei confronti dell'assicurazione la natura indennitaria, trova un limite nel titolo che la costituisce a carico dell'assicuratore e cioè la L. n. 990 del 1969, art. 18, secondo cui il danneggiato può agire direttamente nei confronti dell'assicurazione del responsabile del danno entro i limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione avendo la sua iniziativa l'unico effetto di mutare coattivamente il beneficiario della prestazione che anzichè l'assicurato diviene il danneggiato, ma non muta l'oggetto del contratto di assicurazione della responsabilità civile da circolazione dei veicoli che è l'indennizzo, mentre il debito del danneggiante, essendo risarcitorio, è illimitato.

 

Pertanto i Giudici di appello hanno ritenuto corretta l'interpretazione del titolo effettuata dai Giudici del Tribunale, e poichè i vizi di interpretazione denunciati sono infondati, il motivo va respinto.

 

Con il secondo motivo deducono: In ogni caso la violazione degli artt. 1292 e 2055 c.c., di cui al presente motivo, può essere qualificata come omessa o insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, prospettato dalla parte ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.

 

I Giudici di merito non avevano compreso che l'azione esecutiva era stata avviata nei confronti della Nuova Tirrena, per la parte eccedente il massimale, quale anticipataria del danneggiante - assicurato, impregiudicata la rivalsa nei confronti di quest'ultimo, ed in tali limiti era legittima la procedura esecutiva.

 

Questa censura è inammissibile.

 

Ed infatti, posto che il potere di cognizione del Giudice dell'opposizione all'esecuzione è limitato all'accertamento della portata esecutiva del titolo posto a fondamento dell'esecuzione, le ragioni di merito incidenti sulla formazione di esso - quali il prospettato obbligo dell'assicurazione di pagare, indipendentemente dalla sua mala gestio, il danno da sinistro stradale per l'intero, senza il limite del massimale, quale anticipataria, per la parte eccedente, dell'obbligo risarcitorio del danneggiante - devono esser fatte valer unicamente impugnando la sentenza costituente titolo esecutivo, unitamente alla parte corretta, a norma dell'art. 288 c.p.c., u.c..

 

Concludendo il ricorso va respinto.

 

I ricorrenti vanno condannati al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti a pagare le spese del giudizio di cassazione pari ad Euro 7.100,00, di cui Euro 100,00, per spese, oltre spese generali e accessori di legge.

 

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 7 ottobre 2008
 

Con la novella del D.L. 27 giugno 2003 n. 151 art. 6, conv. nella L. 1° agosto 2003, n. 214, la quale ha attribuito al tribunale la competenza per materia in ordine alla contravvenzione di guida sotto l'influenza dell'alcool di cui all’art. 186 del Codice della strada, la Suprema Corte, con la recente sentenza Cass. pen. Sez. IV, (ud. 15-01-2008) 23-09-2008, n. 36476, ha ulteriormente chiarito che deve ritenersi sussistente la competenza del tribunale anche per la contravvenzione di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, di cui all’art. 187 del Codice della strada e non quella del Giudice di Pace.

La Corte ha dunque annullato la sentenza del giudice di pace di Anagni, il quale aveva ritenuto erroneamente di essere competente sul reato di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, rinviando alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

Cass. pen. Sez. IV, (ud. 15-01-2008) 23-09-2008, n. 36476

Il Giudice di pace di Anagni, con sentenza resa il 17/4/2007, ritenuta la propria competenza a decidere per il reato di cui all'art. 187 C.d.S. (D.Lgs. 9 ottobre 1992, n. 285) e ritenuta la responsabilità dell'imputato, applicava la pena ritenuta di giustizia.

Contro così fatto provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione S.G. per ottenere per l'annullamento del provvedimento impugnato.

All'udienza pubblica del 15/1/2008, la Corte, compiuti gli adempimenti prescritti dal codice di rito, ha deciso il ricorso proposto.

 
Motivi della decisione
 
Il ricorso denunzia:

erronea applicazione e interpretazione della legge penale in relazione all'art. 187 C.d.S. e art. 21 c.p.p. e ss.

Incompetenza del giudice di pace. Conclude per l'annullamento della sentenza impugnata.

Questa Corte rileva che Cassazione Penale Sent. n. 17003 del 18.05.2006, ha affermato che non può negarsi che tutto il trend legislativo di una precedente fine di legislatura (L. 24 dicembre 2003, n. 350, L. 5 dicembre 2005, n. 251, D.L. 30 dicembre 2005, n. 272, convertito in legge con modificazioni dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49) è caratterizzato da un maggior rigore in genere sull'uso di sostanze stupefacenti, sicchè sembrerebbe eccentrica ed ingiustificata la previsione di un regime sanzionatorio e di una disciplina differenziata per la guida in stato di ebbrezza e di alterazione da sostanze psicotrope e stupefacenti.

Non sembra neppure richiamabile una nota ordinanza della Corte Costituzionale (n. 277 del 2004), con la quale si sono giustificate le differenti modalità tecniche di accertamento dei due reati suddetti sulla base del necessario riscontro con analisi di laboratorio alla luce delle attuali conoscenze tecnico-scientifiche, introducendo una prova legale" per la contravvenzione ex art. 187 C.d.S., giacchè nella medesima ordinanza non solo si assume la concretizzazione di una condotta di pericolo per la circolazione nella guida di un veicolo sotto l'effetto di sostanze stupefacenti, ma anche si esclude ogni valore al dato quantitativo, rilevante invece per la guida in stato di ebbrezza, anche se ora sfumato ad appena 0,5 gr., sicchè, sotto questo aspetto, la prima contravvenzione appare, addirittura, nella considerazione del legislatore, più grave dell'altra. Inoltre proprio l'innovativa normativa su indicata ha richiesto l'obbligatorio accertamento anche per la guida di un veicolo sotto l'effetto dell'ingestione di sostanze alcoliche, sicchè sembrano ulteriormente ridursi le caratteristiche differenziali dei due reati (non è fonte di diritto la circolare 29 dicembre 2005 n. 300/A1/42175/109/42 del Ministero dell'interno, che evidenziando le comuni caratteristiche dei due reati afferma, però, la competenza del giudice di pace), mentre proprio il pericolo per la circolazione e la possibilità di incidenti derivanti da dette situazioni ha indotto il legislatore a prevedere in entrambi i reati il traino del veicolo nel luogo indicato dall'interessato o fino alla più vicina autorimessa, sicchè l'equiparazione tra le due situazioni appare sempre più pregnante con un'eguale, se non maggiore, rilevanza dell'alterazione psicofisica, dovuta all'ingestione di droghe o di sostanze psicotrope.

Pertanto, ad avviso del collegio, una differente competenza a giudicare detti due reati, comportando una diversità del regime sanzionatorio e della disciplina processuale molto marcati farebbe sorgere non infondati dubbi di costituzionalità in relazione al principio di ragionevolezza e di eguaglianza, sicchè deve prediligersi un'esegesi ampia del richiamo all'art. 186 C.d.S., comma 2, contenuta nell'art. 187 C.d.S., comma 7, includendo non solo il riferimento al regime sanzionatorio in senso stretto, ma anche all'organo competente all'"irrogazione della pena".

La sentenza impugnata deve essere per le ragioni fin qui richiamate, annullata senza rinvio e gli atti devono essere trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

 
P.Q.M.
 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

Così deciso in Roma, il 15 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2008

 

Il giudice di pace di Pordenone aveva disatteso le ragioni manifestate dal legale rappresentante della Autoscuola xxxxxx, per non avere ottemperato a norma dell’art. 180 C.d.S., senza giustificazione, all’invito del Prefetto di Pordenone di fornire informazioni sui dati personali e sulla patente di guida della persona che alla guida del suo autoveicolo si era resa responsabile della violazione di cui all'art. 142 C.d.S., comma 9.

Impugnando il provvedimento del giudice onorario, il legale rappresentante della Autoscuola xxxxxx aveva proposto ricorso per Cassazione, sostenendo, tra le altre cose, che la previsione contenuta nell’art. 126 bis C.d.S. non fosse previsione applicabile al caso di specie, essendo l’Autoscuola società priva di personalità giuridica, mentre la fattispecie legale pone l'obbligo di comunicazione delle generalità del conducente dell'autoveicolo al momento della violazione, soltanto a carico del proprietario persona fisica o persona giuridica.

Difesa alquanto fiacca, mi sia lecito affermare e un po’ anacronistica da una autoscuola che per istituzione, ha l’oneroso compito di insegnare ai giovanissimi le regole del rispetto stradale.

Il giudice di Legittimità, rigetterà difatti il ricorso per essere manifestamente infondato.

Tuttavia questa decisione è interessante, per la pur breve, chiara e precisa motivazione.

Cass. civ. Sez. II, 24-04-2008, n. 10786

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con atto notificato il 6. 12. 2005, la Autoscuola Starnoni di Lollo Sara & C. s.n.c., in persona del legale rappresentante S.R., ricorre, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza del giudice di pace di Pordenone del 26.6.2005, che aveva respinto il suo ricorso avverso l'ordinanza ingiunzione con cui il Prefetto di Pordenone le irrogava una sanzione amministrativa pecuniaria per la violazione dell'art. 180 C.d.S., comma 8, per avere, senza giustificato motivo, non ottemperato all'invito di fornire informazioni sui dati personali e sulla patente di guida della persona che alla guida del suo autoveicolo si era resa responsabile della violazione di cui all'art. 142 C.d.S., comma 9.

La Prefettura di Pordenone non si è costituita.

Attivata procedura ex art. 375 c.p.c., gli atti sono stati trasmessi al Procuratore Generale, che ha concluso per la trattazione del ricorso in camera di consiglio e per il suo rigetto per manifesta infondatezza.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Il primo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell'art. 126 bis C.d.S., censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto tale disposizione applicabile alla attuale opponente, società priva di personalità giuridica, nonostante che essa ponga l'obbligo di comunicazione delle generalità del conducente l'autoveicolo al momento della violazione soltanto a carico del proprietario persona fisica o persona giuridica.

La censura, oltre che inammissibile, è palesemente infondata.

Il motivo è inammissibile in quanto proposto per la prima volta in questo grado di giudizio, dal momento che di esso la sentenza non fa alcuna menzione, nè il ricorrente indica, come invece sarebbe suo onere, di averlo sollevato con Fatto di opposizione dinanzi al giudice di pace.

Esso è comunque manifestamente infondato, atteso che la disposizione di cui all'art. 126 C.d.S., comma 2, puntualizza chiaramente l'obbligo di comunicazione, nel caso di mancata individuazione del conducente autore della violazione, in capo al proprietario del veicolo, rimanendo a tal fine indifferenti le sue caratteristiche soggettive di persona fisica ovvero di ente dotato o meno di personalità giuridica, tenuto altresì conto, con riferimento alle società di persone, che ad esse l'ordinamento giuridico riconosce comunque una soggettività giuridica autonoma e distinta dalle persone che vi aderiscono (Cass. n. 6169 del 2003; Cass. n. 5233 del 1999).

Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione del combinato disposto dell'art. 126 bis C.d.S., comma 2, e art. 180 C.d.S., comma 8, censurando la sentenza impugnata per non avere ritenuto insussistente la violazione contestata, nonostante la prova di essa non fosse stata fornita dall'Amministrazione e nonostante la opponente avesse comunque assolto all'obbligo impostole, rispondendo alla richiesta di informazione di non essere in grado di, individuare chi fosse alla guida dell'autoveicolo il giorno e l'ora della presunta violazione.

Il motivo appare manifestamente infondato.

Quanto alla dedotta violazione della regola sull'onere della prova, è sufficiente osservare che - in disparte il rilievo secondo cui, nell'illecito omissivo, la prova di avere posto in essere il comportamento dovuto incombe sull'obbligato - nella specie la prova della violazione risultava in positivo dalla stessa giustificazione fornita dall'opponente, che riconosceva di non avere fornito le generalità ed i dati della patente del presunto trasgressore.

L'argomentazione di avere comunque ottemperato all'obbligo di comunicazione mediante la dichiarazione di non essere in grado di indicare i dati del conducente è parimenti del tutto priva di pregio, basandosi su una lettura della norma incompatibile tanto con il suo tenore letterale, quanto con la sua chiara ratio giustificatrice, rappresentata dall'obiettivo di individuare e quindi sanzionare il trasgressore della violazione, da cui emerge chiaramente che l'obbligo in parola può considerarsi assolto soltanto con la comunicazione completa delle informazioni richieste. Su punto questa Corte ha del resto già avuto modo di precisare che "Il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l'identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell'eventuale incapacità d'identificare detti soggetti necessariamente risponde, nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull'affidamento in guisa da essere in grado d'adempiere ai dovere di comunicare l'identità del conducente" (Cass. n. 13748 del 2007).

Il terzo motivo di opposizione deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione con travisamento dei fatti su un punto decisivo della controversia, censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto inverosimile, data l'attività di autoscuola svolta dalla opponente, la sua giustificazione di non avere potuto fornire le generalità del conducente.

Il motivo è inammissibile, integrando la valutazione censurata un apprezzamento di merito non denunzi abile in sede di legittimità. Il giudizio sulla congruità della giustificazione fornita per l'omessa indicazione delle generalità del trasgressore, che, in quanto ritenuta valida, normativamente esclude la violazione, costituisce infatti un accertamento di mero fatto, demandato al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità, se non per difetto di motivazione, che qui non risulta sollevato in modo specifico. In ogni caso, si osserva che l'obbligo di comunicazione imposto dall'art. 326 bis C.d.S., implica a carico del proprietario che conceda ad altri l'uso del proprio autoveicolo un dovere preliminare di approntare un sistema minimo di organizzazione che lo metta in grado di poterlo assolvere, considerazione che evidentemente rende inadeguate eventuali giustificazioni fondate su non meglio precisate sopravvenute difficoltà o impossibilità di identificazione.

Il ricorso va pertanto respinto. Nulla si dispone sulle spese di giudizio, non avendo l'Amministrazione intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

rigetta il ricorso; nulla sulle spese.

Così deciso in Roma, il 31 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 24 aprile 2008

 

Dopo l'omologa della separazione consensuale, l'ex marito ricorreva al Tribunale di Torino sostenendo che dell'accordo raggiunto in sede di separazione consensuale, la convenuta era risultata inadempiente i propri obblighi sia di collaborazione con il marito in ordine alla divisione dei beni (vendita a terzi o cessione della quota all'ex coniuge), che a liberare l'immobile, in quanto, l'assegnazione della ex casa coniugale a favore della moglie, non valeva certo a legittimare il perdurare della occupazione dopo il decorso del termine pattuito tra le parti per sciogliere la comunione su tale bene.

La Corte territoriale, nell'esaminare il motivo di appello del relativo al mancato riconoscimento del danno subito una volta decorso il termine pattuito dopo il quale l'occupazione dell'immobile da parte della moglie non era più supportata da alcun titolo, ha osservato che non era stato provato il fatto illecito imputato dall'appellante alla moglie, consistente nel non avere quest'ultima collaborato all'esecuzione dell'accordo raggiunto in sede di separazione consensuale secondo il quale entro il (xxxx) sarebbe intervenuta la divisione del bene; invero non era ravvisabile alcuna colpa da parte della moglie, assegnataria dell'immobile, che non poteva, senza la attiva cooperazione del marito, dare esecuzione all'accordo, ovvero vendere il bene a terzi o acquisire la quota del marito, occorrendo trovare ulteriori intese sul prezzo e sulle necessarie modalità della vendita.

Tale convincimento è logicamente corretto, posto che la domanda risarcitoria proposta dal marito doveva trovare il suo fondamento in un comportamento inadempiente della moglie all'obbligo di scioglimento della comunione avente ad oggetto l'immobile suddetto entro il termine pattuito del (xxxx); è evidente quindi che, così formulata la domanda, lo scioglimento della comunione comportava ovviamente l'impegno diligente e la collaborazione di entrambi i comproprietari circa la vendita a terzi del bene o la cessione della quota di un coniuge all'altro; pertanto il marito avrebbe dovuto provare sia di essersi prontamente attivato al riguardo, e di avere quindi reperito possibili acquirenti del bene, sia di avere ricevuto un rifiuto ingiustificato da parte della moglie di accettazione di concrete e specifiche offerte di acquisto da parte di terzi.


 

 

Cass. civ. Sez. II, 06-11-2008, n. 26739



Con atto di citazione del 3.1.1998 B.M. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Torino la moglie M.M. F., dalla quale si era separato consensualmente nel (OMISSIS), chiedendo lo scioglimento della comunione avente ad oggetto la casa di abitazione in comproprietà ed i beni mobili che ne costituivano l'arredo; chiedeva inoltre la condanna della convenuta al risarcimento dei danni nella misura corrispondente al 50% del valore locativo dell'immobile dal 10.1.1996 fino alla data della divisione.

La M. restava contumace.

Il Tribunale adito con sentenza non definitiva del 22.9.1997 scioglieva la comunione sull'immobile e con contestuale ordinanza rimetteva la causa in istruttoria per le operazioni di divisione.

Il Giudice Istruttore, preso atto della indivisibilità del bene, ne disponeva la vendita; egli successivamente, a seguito di istanza da parte della convenuta di assegnazione in proprio favore della quota del marito, revocava la vendita e con ordinanza del 21.7.1999 assegnava tale quota alla M. dietro versamento di L. 69.715.000 e dichiarava esecutivo il progetto divisionale.

Con sentenza definitiva del 17.7.2000 il Tribunale rigettava la domanda di risarcimento danni proposta dall'attore, poneva le spese di divisione a carico di entrambe le parti nella misura del 50%, quelle relative alla seconda Consulenza Tecnica d'Ufficio a carico dell'attore e compensava integralmente le spese di giudizio.

Proposta impugnazione da parte del B. cui resisteva la M. la Corte di Appello di Torino con sentenza del 20.10.2003 ha rigettato il gravame.

Per la cassazione di tale sentenza il B. ha proposto un ricorso affidato a tre motivi cui la M. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1223 e 2697 c.c., nonchè omessa ed insufficiente motivazione, censura la sentenza impugnata per aver affermato che presupposto per l'accoglimento della domanda di risarcimento danni proposta dall'esponente pari al 50% del valore locativo dell'immobile già oggetto di comunione tra le parti era l'allegazione e la prova di un fatto illecito riferibile alla M., la quale invece era risultata esente da colpa.

Il B., premesso che il Giudice di primo grado, pur avendo riconosciuto l'inadempimento della convenuta agli obblighi di collaborazione con il marito per l'esecuzione dell'accordo raggiunto in sede di separazione consensuale, aveva respinto la domanda per la ritenuta insussistenza del nesso di causalità tra il suddetto inadempimento e la mancata percezione del 50% del valore locativo dell'immobile dal momento dell'inadempimento stesso all'atto della cessione da parte dell'istante della quota di sua pertinenza alla moglie, assume che con il motivo di appello formulato aveva lamentato il mancato riconoscimento non di avere patito un danno, ma di aver diritto al 50% del valore locativo dell'immobile quale ristoro del danno subito;

 orbene la Corte territoriale non ha considerato tale doglianza, limitandosi ad osservare che la M. era assegnataria dell'immobile oggetto di divisione giudiziale e che per l'esecuzione dell'accordo in ordine alla divisione occorreva la cooperazione tra le parti; il ricorrente in proposito rileva da un lato che l'assegnazione dell'immobile da parte della M. non valeva certo a legittimare il perdurare della occupazione della ex casa coniugale dopo il decorso del termine pattuito tra le parti per sciogliere la comunione su tale bene, e dall'altro lato che era stato provato l'impegno tempestivo dell'esponente per raggiungere un accordo in ordine alla vendita a terzi ovvero alla cessione della propria quota alla moglie.

La censura è infondata.

La Corte territoriale, nell'esaminare il motivo di appello del B. relativo al mancato riconoscimento del danno subito una volta decorso il termine pattuito del 31.12.1995 dopo il quale l'occupazione dell'immobile da parte della M. non era più supportata da alcun titolo, ha osservato che non era stato provato il fatto illecito imputato dall'appellante alla moglie, consistente nel non avere quest'ultima collaborato all'esecuzione dell'accordo raggiunto in sede di separazione consensuale secondo il quale entro il (OMISSIS) sarebbe intervenuta la divisione del bene; invero non era ravvisabile alcuna colpa da parte della M., assegnataria dell'immobile, che non poteva, senza la attiva cooperazione del marito, dare esecuzione all'accordo, ovvero vendere il bene a terzi o acquisire la quota del marito, occorrendo trovare ulteriori intese sul prezzo e sulle necessarie modalità della vendita.

Tale convincimento è logicamente corretto, posto che la domanda risarcitoria proposta dal B. doveva trovare il suo fondamento in un comportamento inadempiente della M. all'obbligo di scioglimento della comunione avente ad oggetto l'immobile suddetto entro il termine pattuito del (OMISSIS); è evidente quindi che, così formulata la domanda, lo scioglimento della comunione comportava ovviamente l'impegno diligente e la collaborazione di entrambi i comproprietari circa la vendita a terzi del bene o la cessione della quota di un coniuge all'altro; pertanto il B. avrebbe dovuto provare sia di essersi prontamente attivato al riguardo, e di avere quindi reperito possibili acquirenti del bene, sia di avere ricevuto un rifiuto ingiustificato da parte della M. di accettazione di concrete e specifiche offerte di acquisto da parte di terzi.

Al riguardo il ricorrente, lungi dal censurare specificatamente quanto affermato dal Giudice di appello, si limita in tale sede a dedurre genericamente un suo comportamento solerte per raggiungere un accordo con la moglie circa lo scioglimento della predetta comunione immobiliare facendo in particolare riferimento a documenti non esaminati dalla sentenza impugnata (ovvero lettere inviate dal legale del B. alla M. in data 29.5.1995 ed al legale di quest'ultima il 31.7.1995) senza peraltro trascriverne il contenuto nel ricorso, precludendo così a questa Corte di apprezzarne il necessario requisito di decisività.

Pertanto correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto infondata la domanda di natura risarcitoria proposta dal B. per l'assenza di adeguato supporto probatorio.

Con il secondo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 61, 91 e 92 c.p.c., ed omessa motivazione, censura la sentenza impugnata per non aver esaminato il motivo di appello riguardante la riforma della decisione di primo grado anche con riferimento alle spese occorse per la seconda Consulenza Tecnica d'Ufficio (volta a determinare il valore locativo dell'immobile), posto che, una volta accolta la domanda risarcitoria, doveva conseguentemente essere riformata la statuizione relativa alle spese poste a carico del B. in applicazione del principio della soccombenza.

La censura è infondata.

Premesso che, come risulta dalla lettura della sentenza impugnata, il Giudice di primo grado aveva rigettato (e non accolto) la domanda di risarcimento danni proposta dal B. ed aveva quindi posto a carico di quest'ultimo le spese relative alla seconda Consulenza Tecnica d'Ufficio (riguardante il "quantum" della domanda risarcitoria), è evidente che, una volta confermato nel giudizio di appello il rigetto della suddetta domanda, proprio in ragione del principio della soccombenza le spese della suddetta consulenza (espletata con esclusivo riferimento alla più volte richiamata domanda risarcitoria) sono rimaste a carico del B.; sul punto quindi non occorreva alcuna statuizione specifica da parte della Corte territoriale, posto che tale questione era rimasta assorbita dal rigetto della domanda formulata dal B..

Con il terzo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 91, 92 e 785 c.p.c., nonchè omessa e/o insufficiente motivazione, censura la sentenza impugnata per aver respinto il motivo di appello relativo alla ripartizione delle spese del giudizio di divisione sostenendo che il carattere comune dell'interesse alla divisione legittimava l'accollo delle spese a carico di entrambe le parti.

Il ricorrente, premesso che nei giudizi di divisione devono essere poste a carico della massa le spese servite a condurre nel comune interesse il giudizio alla sua conclusione, sostiene invece l'applicazione dei principi generali sulla soccombenza per le spese derivate da eccessive pretese o da inutili resistenze, ovvero dall'ingiustificato comportamento della parte; orbene nella fattispecie le spese del giudizio divisionale erano state determinate e rese necessarie dal mancato adempimento della M. agli obblighi assunti in sede di separazione consensuale e dalla sua inutile resistenza alla domanda attrice.

La censura è infondata.

Premesso che la Corte territoriale, nel rigettare lo specifico motivo di appello proposto dal B., ha confermato la statuizione del Giudice di primo grado relativo alla compensazione delle spese di quel giudizio, dato l'interesse comune alla divisione, si osserva che la compensazione delle spese rientra nei poteri discrezionali del Giudice di merito e non è quindi sindacabile in sede di legittimità se sorretta da congrua e logica motivazione, come nella specie;

d'altra parte il presupposto prospettato dal ricorrente a fondamento del motivo in esame, ovvero l'inadempimento della M. agli obblighi assunti in sede di separazione consensuale in ordine allo scioglimento della comunione avente ad oggetto l'immobile suddetto, è rimasto del tutto sfornito di prova, come già rilevato in sede di esame del primo motivo di ricorso.

Il ricorso deve quindi essere rigettato; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento di Euro 100,00 per spese e di Euro 1.000,00 per onorari di avvocato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 maggio 2008.

Depositato in Cancelleria il 6 novembre 2008

 

 

Con la recente decisione della Suprema Corte, Cass. civ. Sez. II, 03-10-2008, n. 24553, è stato stabilito il principio secondo cui in tema di violazioni al Codice della strada, la sottoscrizione da parte del trasgressore dell’allegato al verbale di contestazione, equivale a notifica dell’atto medesimo.

 

La sottoscrizione dell'atto con il quale gli interessati dichiaravano non solo di aver preso visione del verbale, ma indicavano anche chi fosse alla guida al momento della infrazione, senza alcuna riserva o contestazione relativa alla infrazione contestata, può ritenersi equivalente alla notificazione, sì da non richiedere la necessità di una ulteriore notifica del verbale, che ha appunto lo scopo di consentire pienamente il diritto di difesa, finalità questa in concreto certamente raggiunta

 

Cass. civ. Sez. II, 03-10-2008, n. 24553

 

 

1. Con verbale di contestazione n. (OMISSIS), la polizia stradale di Cesena accertava, il 5 dicembre 2003, la violazione dell'art. 142 C.d.S., comma 9, per superamento dei limiti di velocità. In data 9 febbraio 2004, il proprietario del veicolo si recava unitamente alla odierna intimata presso gli uffici della polizia stradale di Cesena, dove entrambi sottoscrivevano un modello allegato ai verbale di contestazione nel quale dichiaravano che "nelle circostanze di tempo e di luogo riportate nel verbale di contestazione n. (OMISSIS) il veicolo era condotto da F.S.".

Il prefetto della provincia di Forlì - Cesena emetteva ordinanza ingiunzione nei confronti della signora F. con cui disponeva la sospensione della sua patente di guida per la durata di 30 giorni.

Avverso detta ordinanza ingiunzione l'odierna intimata proponeva ricorso in opposizione davanti al giudice di pace di Cesena, eccependo l'illegittimità dell'ordinanza ingiunzione per essere stata emessa senza la previa notifica del verbale di contestazione. L'amministrazione si costituiva e deduceva che tale notifica non era necessaria per essere a conoscenza della violazione in questione l'opponente per avere sottoscritto la dichiarazione di cui sopra.

Il giudice di pace accoglieva il ricorso, rilevando che non vi era la prova dell'avvenuta notifica del verbale di contestazione, considerando che la stessa deve essere eseguita nelle forme previste dal codice, "senza che possano ammettersi equipollenti". 2. La ricorrente articola un unico motivo di ricorso con il quale deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 201 C.d.S., della L. n. 689 del 1981, art. 14, e degli artt. 160 e 156 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3. Deduce l'amministrazione ricorrente che l'odierna intimata aveva dichiarato di aver preso visione del verbale di contestazione e aveva riconosciuto di essere alla guida del veicolo in questione nelle circostanze di tempo e luogo riportate. Il giudice di pace aveva omesso di prendere in considerazione la previsione dell'art. 160 c.p.c., che esclude che possa pronunciarsi la nullità della notifica nelle ipotesi cui all'art. 156 c.p.c.. Nel caso in questione la dichiarazione resa dall'odierna intimata costituisce prova del raggiungimento della scopo della notifica del verbale di contestazione. Il giudice di pace aveva errato nel ritenere che non si potesse sanare la irritualità della notifica del verbale di contestazione.

3. L'intimato non ha svolto attività difensiva in questa sede.

4. Attivatasi procedura ex art. 375 c.p.c., il Procuratore Generale invia requisitoria scritta nella quale, concordando con il parere espresso nella nota di trasmissione, conclude con richiesta di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.

5. Il ricorso è manifestamente fondato e va accolto.

La sottoscrizione dell'atto, con il quale gli interessati dichiaravano non solo di aver preso visione del verbale, ma indicavano anche chi fosse alla guida al momento della infrazione, senza alcuna riserva o contestazione relativa alla infrazione contestata, può ritenersi equivalente alla notificazione, sì da non richiedere la necessità di una ulteriore notifica del verbale, che ha appunto lo scopo di consentire pienamente il diritto di difesa, finalità questa in concreto certamente raggiunta. Occorre ulteriormente osservare che tra la data della sottoscrizione della dichiarazione e la data di accertamento dell'illecito era trascorso un termine inferiore a 150 giorni. Sicchè l'Amministrazione ha pienamente rispettato il termine di cui all'art. 201 C.d.S..

Il ricorso va accolto e il provvedimento impugnato cassato. Sussistendone i presupposti, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., rigetta l'opposizione originariamente proposta al Giudice di Pace.


P.Q.M.
 

LA CORTE accoglie ricorso, cassa senza rinvio il provvedimento impugnato e, decidendo nel merito, rigetta l'opposizione originariamente proposta dall'intimato. Condanna l'intimata alle spese di giudizio, liquidate in 400,00 Euro per onorari oltre spese prenotate a debito e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 febbraio 2008.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2008

 
Nella pendenza di una separazione di fatto tra coniugi, il padre del minore decideva di prelevare quest’ultimo all’uscita dall’asilo senza preavvertire la madre,  tenendolo con sé per un giorno e mezzo circa, in località diversa da quella di residenza e contro la volontà della madre affidataria di fatto. La volontà del padre era quella di passare alcune ore con il proprio figlio e di ottenere anche, in assenza di un provvedimento dell'Autorità Giudiziaria che disciplinasse i tempi e le modalità di visita al bambino del genitore non più convivente con la madre del bambino, che la madre accettasse un accordo che prevedesse il suo diritto di vedere il bambino due volte la settimana

Rinviato a giudizio per violenza e minacce ex art. 610 c.p. perché costringeva la madre ad un accordo pur di rivedere il proprio figlio, nonché per sottrazione di persone incapaci ex art. 574 c.p., per avere tenuto il minore contro la volontà della madre, il Tribunale di Cagliari condannava il padre soltanto per le violenze e minacce e lo assolveva per il delitto di sottrazione di persone incapaci.

Su appello del P.M. e della madre, il padre veniva condannato anche per il reato ex art. 574 c.p.

La decisione della Corte di Appello cagliaritana veniva cassata dalla Suprema Corte di cassazione - Cass. pen. Sez. V, (ud. 08-07-2008) 01-10-2008, n. 37321 - mandando assolto il padre dalle ipotesi accusatorie.  

E‘ bene ribadire che affinchè la condotta di uno dei due coniugi possa integrare l'ipotesi criminosa prevista dall'art. 574 c.p. (sottrazione di persone incapaci) è necessario che il comportamento dell'agente porti ad una globale sottrazione del minore alla vigilanza dell'altro genitore, così da impedirgli l'esercizio della funzione educativa ed i poteri inerenti all'affidamento de iure rendendogli impossibile l'ufficio che gli è stato conferito dall'ordinamento nell'interesse del minore stesso e della società. Poiché inoltre il delitto di cui all'articolo sopra citato è plurioffensivo, in quanto lede non soltanto il diritto di chi esercita la potestà del genitore, ma anche quello del figlio a vivere nell'habitat naturale, ai fini del perfezionamento della sua condotta, è necessario che il comportamento dell'agente consista nel prendere con sé il figlio, contro la volontà dell'altro genitore, per un periodo di tempo rilevante, tanto da impedire all'altro genitore di esplicare la propria potestà e di sottrarre il bambino dal luogo di abituale dimora.

 

Cass. pen. Sez. V, (ud. 08-07-2008) 01-10-2008, n. 37321

 
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
 
OSSERVA

Il piccolo S.M. di anni due era di fatto affidato alla madre Sp.Mo. a seguito della separazione di quest'ultima da S.E.P., padre del bambino.

Risulta che in data (OMISSIS) il S. prelevò il bambino dall'asilo e lo tenne con sè fino alla sera del (OMISSIS) in località diversa da quella di residenza e contro la volontà della madre affidataria di fatto.

Soltanto il 3 marzo il Tribunale per i minorenni di Cagliari affidò il bambino alla madre con possibilità del padre di vedere il bimbo due volte la settimana in ora pomeridiana.

Il S. riconsegnò il bambino dopo avere ottenuto che la Sp. firmasse una scrittura contenente accordi relativi al suo diritto di visita del minore.

Per i fatti dei giorni (OMISSIS) il S. era tratto a giudizio per rispondere dei delitti di violenza privata, sottrazione di minore e violazione dei provvedimenti del giudice.

Il Tribunale di Cagliari, con sentenza emessa in data 8 marzo 2005, condannava, anche al risarcimento dei danni in favore della parte civile, S.E. per il delitto di cui all'art. 610 c.p., mentre lo assolveva perchè il fatto non sussiste dai delitti di cui agli artt. 388 e 574 c.p., sul presupposto in quest'ultimo caso di una breve durata della sottrazione.

 

A seguito delle impugnazione dell'imputato e del Pubblico Ministero in relazione alla assoluzione dal delitto di cui all'art. 574 c.p., la Corte di Appello di Cagliari, con sentenza del 26 marzo 2007, dopo avere rigettato le eccezioni concernenti la nullità della notificazione dell'avviso di cui all'art. 415 bis c.p.p. per mancato rispetto dell'art. 157 c.p., la omissione dell'interrogatorio dell'indagato da parte del Pubblico Ministero, la nullità della ordinanza emessa dal Tribunale in data 22 gennaio 2002, con la quale era stata dichiarata la inammissibilità della lista testi a difesa perchè presentata dal terzo difensore, la invalidità della nomina quale difensore dell'avvocato Bellu, nonchè la inutilizzabilità delle dichiarazioni rese da Sp.Mo., Sp.Fe., M.A. e P.T. perchè querelati dall'imputato, confermava l'affermazione di responsabilità dell'imputato per il delitto di cui all'art. 610 c.p.p. e, in accoglimento dell'appello del Pubblico Ministero, condannava, altresì, il S. per il delitto di cui all'art. 574 c.p..

 

Con il ricorso per Cassazione S.E.P. ha dedotto:

1) la inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità (art. 415 bis c.p.p. e art. 157 c.p.p., commi 7 e 8, art. 59 disp. att. c.p.p.; L. n. 890 del 1982, art. 8, comma 3; art. 415 bis c.p.p., comma 3 e art. 552 c.p.p., comma 2) perchè l'ufficiale giudiziario aveva notificato l'avviso di cui all'art. 415 bis c.p.p. con avviso presso la casa comunale, restato giacente 11 giorni, senza effettuare previamente un secondo accesso presso i luoghi stabiliti dall'art. 157 c.p.p. e ciò aveva impedito al ricorrente il conseguimento della effettiva conoscenza dell'atto.

Inoltre la disciplina dettata per le notifiche a mezzo posta doveva ritenersi applicabile anche alle notifiche fatte ai sensi del comma 8 dell'art. 157 c.p.p..

Da tali inadempienze era derivata la non decorrenza del termine di cui all'art. 415 bis c.p.p., comma 3, e, quindi, la nullità del decreto che dispone il giudizio di cui all'art. 552 c.p.p., comma 2;

2) la violazione dell'art. 96 c.p.p. e art. 24 disp. att. c.p.p., sia perchè la nomina dell'avvocato Bellu si doveva ritenere priva di effetti perchè mancante della data di sottoscrizione e di qualsiasi riferimento al procedimento in oggetto, sia perchè con la presentazione della lista testi si era resa manifesta per facta concludentia la volontà del S. di farsi difendere dall'avvocato Filippi e di revocare precedenti nomine;

3) la violazione dell'art. 371 c.p.p., comma 2, lett. b), art. 197 c.p.p., lett. b) e art. 191 c.p.p. perchè la Sp.Mo. era incompatibile con l'ufficio di testimone essendo stata denunciata dal S. per fatti comunque riconducibili al disagio familiare che i due stavano vivendo.

Stesso discorso doveva essere fatto per i testimoni P.T., Sp.Fe. e M.A., nè poteva avere rilievo che i procedimenti relativi alle persone indicate erano stati archiviati.

4) la erronea applicazione della legge penale con riferimento all'art. 610 c.p., mancando gli elementi costitutivi del reato contestato sia perchè il foglio firmato dalla Sp. non era altro che la conclusione di trattative sul punto tra le due parti accolta, peraltro, dal Tribunale per i minorenni, sia perchè non poteva considerarsi male ingiusto quello di tenere a dormire il proprio figlio presso di sè; tutto al più si sarebbe potuto intravedere nella fattispecie il delitto di cui all'art. 393 c.p..

5) la erronea applicazione della legge penale in relazione all'art. 574 c.p. perchè la condotta del S., peraltro protrattasi per breve tempo durante il quale il ricorrente era in contatto telefonico con la Sp. ed in un luogo abituale quale è quello della casa al mare, costituiva esplicazione della potestà genitoriale in assenza di qualsiasi provvedimento giudiziale che disciplinasse i rapporti tra i genitori.

6) la pronuncia di declaratoria di estinzione dei reati per prescrizione ai sensi degli artt. 129 e 609 c.p.p..

 

I motivi posti a sostegno del ricorso proposto da S.E. P. sono fondati nei limiti di cui si dirà.

 

Con riferimento al reato di cui all'art. 610 c.p., in accoglimento del sesto motivo di impugnazione, va detto che il termine prescrizionale di sette anni e sei mesi di cui al previgente testo dell'art. 157 c.p., è scaduto il 2 settembre 2007, essendosi i fatti verificati il (OMISSIS) e non risultando cause di sospensione del termine prescrizionale.

Non ricorrono i presupposti per un proscioglimento con formula piena del S. ai sensi dell'art. 129 c.p.p., comma 2, da tale reato, tenuto conto di quanto è emerso a carico dell'imputato e messo in evidenza in entrambe le sentenze di merito, ed i motivi di ricorso non sono inammissibili, come meglio si dirà.

Si deve, pertanto, prendere atto del tempo trascorso e dichiarare la estinzione del reato di cui all'art. 610 c.p.p. per intervenuta prescrizione.

I motivi di ricorso concernenti tale capo di imputazione debbono tuttavia essere esaminati ai sensi dell'art. 578 c.p.p. agli effetti civili.

Non è fondato il primo motivo di impugnazione così come correttamente stabilito dalla Corte di merito.

L'avviso di cui all'art. 415 bis c.p.p. è stato notificato all'imputato mediante deposito dell'avviso nella casa comunale, ai sensi dell'art. 157 c.p.p., comma 8, essendo rimasti infruttuosi uno o due accessi dell'ufficiale giudiziario nei luoghi indicati all'art. 157 c.p.p., comma 1.

Quanto al ed problema del doppio accesso si deve rilevare che qualora, in caso di impossibilità di consegna dell'atto a mani dell'imputato o delle altre persone indicate nell'art. 157 c.p.p., si proceda alla notificazione secondo la formalità del deposito nella casa comunale, la mancata previa effettuazione di nuove ricerche dell'imputato, prescritta dal citato articolo, comma 7, costituisce una mera irregolarità, non rientrando tale ipotesi in quelle di nullità contemplate dall'art. 171 c.p.p. (Cass. 22 aprile 1997, Sabatino, CED 209315).

Ne consegue che ai fini della decisione non appare rilevante stabilire se vi sia stato o meno il doppio accesso prima del deposito dell'atto nella casa comunale.

Quanto agli altri aspetti del motivo di ricorso va detto che, come è stato osservato ripetutamente dalla Suprema Corte, la legge prescrive che l'ufficiale giudiziario, dopo due inutili accessi presso i luoghi indicati nei primi due commi dell'articolo 157 c.p.p., provveda a depositare l'atto presso la Casa comunale, dandone avviso all'interessato mediante affissione alla porta del luogo di abitazione o di lavoro, e mediante lettera raccomandata spedita con avviso di ricevimento. La ricezione di quest'ultima, ai sensi dell'art. 157 c.p.p., comma 8, esaurisce il procedimento, di talchè va escluso che, per la regolarità dell'avviso recato con la raccomandata, debbano osservarsi le disposizioni di cui alla L. 20 novembre 1992, n. 890, art. 8, commi 3 e 4 - che concerne la diversa ipotesi di notificazioni di atti a mezzo posta e di comunicazioni a mezzo posta connesse con la notificazione di atti giudiziari - nella portata risultante dalla dichiarazione di parziale illegittimità deliberata dalla Corte Costituzionale con sentenza 23 settembre 1998 n. 346.

Conseguentemente, nel caso in cui la raccomandata non venga recapitata per assenza o inidoneità delle persone chiamate a riceverla (ma di ciò il ricorrente nemmeno si duole), e non venga ritirata nei termini (ciò è accaduto nel caso di specie perchè l'imputato all'undicesimo giorno di deposito non aveva ancora ritirato la raccomandata), l'ufficiale giudiziario non è chiamato ad informare l'interessato del relativo deposito e delle formalità compiute mediante nuova raccomandata con avviso di ricevimento.

La Corte di Cassazione ha altresì precisato che il procedimento regolato dall'art. 157 c.p.p. assicura le esigenze di razionalità e garanzia del diritto di difesa affermate dalla Corte Costituzionale con la citata sentenza n. 346 del 1998 ed ha escluso che con la successiva ordinanza 20 aprile 2000 n. 111, ove si era ritenuta plausibile la tesi che la L. n. 890 del 1992, art. 8 potesse applicarsi integralmente alla comunicazione mediante raccomandata prescritta dall'art. 157 c.p.p., comma 8, la Consulta abbia inteso estendere alla norma processuale penale le prescrizioni additive della propria precedente pronuncia (per i principi enunciati vedi in termini Cass. 3 marzo 2003 - 1 luglio 2003, n. 28303, CED 225713;

Cass. 2 novembre 1999, Li Petri, CED 215843). A tali indirizzi, fondati su una precisa ricostruzione dell'istituto della notifica a mezzo deposito nella casa comunale e su una corretta interpretazione letterale e logico - sistematica delle norme in discussione il Collegio intende uniformarsi, cosicchè infondati si rivelano i rilievi del ricorrente sul punto.

Deve, pertanto, ritenersi che la notifica dell'avviso ex art. 415 bis c.p.p. sia avvenuta regolarmente.

Da quanto detto deriva anche la infondatezza del rilievo concernente la mancata effettuazione dell'interrogatorio dell'indagato, che ne aveva fatto richiesta, da parte del Pubblico Ministero.

Ed, infatti, ritenuta corretta la notifica dell'avviso ex articolo 415 bis c.p.p., si deve ritenere, come correttamente osservato dai giudici del merito, che la richiesta di essere interrogato del S. sia stata effettuata oltre i venti giorni indicati nell'avviso ex art. 415 bis c.p.p., potendo, quindi, essere disattesa dal Pubblico Ministero.

E' infondato anche il secondo motivo di impugnazione.

L'imputato aveva nominato due difensori, e precisamente gli avvocati Bellu e Madau, e successivamente ha nominato l'avvocato Filippi, che ha presentato la lista testi.

Correttamente la Corte di merito ha stabilito che la nomina dell'avvocato Filippi, non avesse alcun effetto perchè l'imputatonon aveva revocato alcuna precedente nomina, così come stabilito dall'art. 24 disp. att. c.p.p., e confermato da numerose pronunce della Corte di Cassazione (ex multis vedi Cass., Sez. 5 penale, 17 giugno 1999 - 8 luglio 1999, n. 8757 e Cass., Sez. 2, penale 7 giugno 2005 - 22 luglio 2005, n. 27510).

Da tale decisione è conseguita ragionevolmente la inammissibilità della lista testimoniale presentata dall'avvocato Filippi.

Quanto al fatto che la nomina dell'avvocato Bellu non sarebbe valida per mancanza, nell'atto di nomina, del riferimento al procedimento penale, è sufficiente rilevare che, come correttamente stabilito dalla Corte di merito, la nomina venne presentata all'Autorità Giudiziaria procedente e non vi era pendente a carico dell'imputato nessun altro procedimento, cosicchè nessun equivoco era possibile in ordine alla manifestazione di volontà dell'imputato.

Infine il fatto che l'avvocato Filippi avesse presentato una lista testi non costituisce elemento chiaro di volontà di revoca di uno dei due difensori nominati precedentemente; tra l'altro sarebbe davvero impossibile stabilire quale dei due precedenti difensori l'imputato avesse voluto tacitamente revocare.

E' infondato anche il terzo motivo di ricorso con il quale il ricorrente ha eccepito la inutilizzabilità delle testimonianze della persona offesa Sp.Mo. e dei testimoni P.T., Sp. F. e M.A., essendo stati tutti costoro querelati dal ricorrente; la sanzione di inutilizzabilità deriverebbe dalla applicazione dell'art. 371 c.p.p., comma 2, lettera b), art. 197 c.p.p., lettera b) e art. 191 c.p.p..

Pur prescindendo dalla circostanza che le posizioni delle indicate persone sono state definite con una archiviazione, va detto che la eccezione deve essere disattesa, come correttamente stabilito dalla Corte di merito. In punto di fatto bisogna ricordare che M. A. era stata querelata per il delitto di diffamazione commesso il (OMISSIS), P. e Sp.Fe. per reati di ingiuria commessi rispettivamente in data (OMISSIS) e Sp.Mo. per il delitto di lesioni commesso nel mese di (OMISSIS).

Orbene la inutilizzabilità delle testimonianze rese è ravvisabile soltanto quando ricorrano le condizioni indicate dagli articoli dinanzi indicati, ovvero quando tra i reati commessi dall'imputato e quelli commessi dai testimoni vi sia connessione ai sensi dell'art. 12 c.p.p., comma 1, lett. c), o sia ravvisabile un collegamento ai sensi dell'art. 371 c.p.p..

La Corte di merito ha escluso che nel caso di specie fossero ravvisabili ipotesi di connessione o di collegamento dal momento che i reati per i quali si procede non sono stati commessi per eseguirne o occultarne altri, non sono stati commessi in occasione di altri, non sono stati commessi per assicurare al colpevole o ad altri il profitto del reato, non sono stati commessi in danno reciproco nè la prova di un reato ha influito sulla prova dell'altro, essendo, peraltro, quasi tutti risalenti a periodi di tempo diversi ed anche molto distanti tra loro.

Insomma si tratta di fatti del tutto indipendenti gli uni dagli altri commessi a distanza anche di cinque mesi l'uno dall'altro, fatta eccezione per il fatto attribuito al P., della cui testimonianza la Corte di merito non ha, comunque, tenuto conto.

La motivazione della Corte di merito non merita alcuna censura sotto il profilo della legittimità perchè nella valutazione della situazione ha fatto corretta applicazione delle norme processuali citate e degli orientamenti interpretativi della Corte Suprema.

Ed infatti la connessione probatoria di cui all'art. 371 c.p.p., comma 2, lett. b), tale da determinare l'incompatibilità con l'ufficio di testimone di cui all'art. 197 c.p.p., comma 1, lett. b), deve riferirsi ad elementi oggettivi di modo che l'accertamento dell'uno sia destinato ad influire su quello degli altri, non potendosi fare discendere dal solo stato di imputato di un reato in danno della persona nei confronti della quale si procede (così Cass., Sez. 3, 7 giugno 2006 - 11 luglio 2006, n. 23894, CED 234423).

Insomma, come è stato già efficacemente rilevato da alcuni giudici di merito, l'esistenza di un collegamento utile a mutare la veste del dichiarante da teste a teste assistito ai sensi dell'art. 371 c.p.p., comma 2, lettera b) è ravvisabile soltanto in costanza di un diretto, quanto concreto, rapporto di connessione probatoria tra il processo in trattazione ed il procedimento o il processo cui il dichiarante è, o è stato, sottoposto, e cioè quando il collegamento probatorio tra i procedimenti sia oggettivamente fondato sulla identità del fatto, ovvero sulla identità o sulla diretta rilevanza di uno degli elementi di prova dei reati oggetto dei diversi processi.

Le pur dotte osservazioni del ricorrente non consentono di superare tali indirizzi specialmente se si considera che l'unico elemento rilevante del dedotto collegamento tra i reati contestati all'imputato e quelli attribuiti ai testimoni sarebbe, in buona sostanza, costituito dal fatto che essi sarebbero maturati nello stesso clima di disagio familiare che il S. e la Sp. stavano vivendo.

Francamente si tratta di un collegamento tra i vari episodi assai labile, che se legittima un particolare rigore nella valutazione delle singole testimonianze, che è riscontrabile nella specie, non consente di pervenire ad una valutazione di inutilizzabilità della prova ex art. 191 c.p.p., non potendosi ravvisare alcuna violazione degli artt. 371 e 197 c.p.p. più volte richiamati.

E' parzialmente fondato il quarto motivo di impugnazione con il quale il ricorrente ha contestato la sussistenza del reato di cui all'art. 610 c.p..

In effetti i giudici del merito hanno motivato la sussistenza del reato ritenendo una anomalia che il padre tenesse con sè per una giornata e mezzo un bambino di due anni e che, pertanto, tale comportamento costituisse una minaccia o una violenza in danno della parte lesa rilevante ai sensi dell'art. 610 c.p..

I giudici, inoltre, hanno ritenuto che siffatto comportamento fosse dettato non tanto dal legittimo e comprensibile desiderio di un padre di trascorrere alcune ore con il figlio, ma dalla volontà di coartare la volontà della parte lesa; in particolare l'imputato avrebbe con tale comportamento costretto la madre del bambino ad accettare un accordo che prevedeva il suo diritto di vedere il bambino due volte la settimana.

Orbene la motivazione sul punto non appare del tutto immune da vizi logici sia perchè è difficile, in assenza di altri più consistenti elementi, ritenere violenta e minacciosa la condotta di un padre, contitolare della potestà genitoriale, che, in assenza di un provvedimento dell'Autorità Giudiziaria che disciplinasse i tempi e le modalità di visita al bambino del genitore non più convivente con la madre del bambino, decida di trascorrere una notte con il proprio figlio presso una delle abitazioni - quella utilizzata nel periodo estivo - della famiglia, sia perchè dalla motivazione non si comprende se la firma dell'accordo, successivamente convalidato dal Tribunale per i minorenni, sia frutto di tale presunta violenza o la conclusione di trattative già in corso da tempo tra il S. e la Sp..

Si impone, pertanto, il riesame della situazione ed un approfondimento della vicenda che dovranno essere effettuati, agli effetti civili, dal giudice civile competente per valore in grado di appello.

Fondato è, infine, il quinto motivo di impugnazione con il quale il ricorrente ha dedotto la erronea applicazione dell'art. 574 c.p..

Come si è già rilevato i genitori del bambino si erano separati e di fatto il bambino viveva con la madre nella ex casa coniugale, ma non vi era stato ancora alcun provvedimento di assegnazione del bambino ad uno dei genitori.

In assenza di un provvedimento del giudice di affidamento del minore ad uno dei genitori con conseguente attribuzione della potestà genitoriale in via esclusiva al genitore affidatario, la predetta potestà spetta, invero, ad entrambi i genitori che sono contitolari dei poteri - doveri disciplinati dall'art. 316 c.c..

Ciò ovviamente non significa che in caso di sottrazione di un minore ad opera di uno dei due titolari della potestà genitoriale in danno dell'altro non sia configurabile il delitto di cui all'art. 574 c.p..

Tuttavia affinchè la condotta di uno dei due coniugi possa integrare l'ipotesi criminosa prevista dall'art. 574 c.p., è necessario che il comportamento dell'agente porti ad una globale sottrazione del minore alla vigilanza dell'altro genitore, così da impedirgli l'esercizio della funzione educativa ed i poteri inerenti all'affidamento - affidamento de jure che comunque nel caso di specie non vi era ancora stato - rendendogli impossibile l'ufficio che gli è stato conferito dall'ordinamento nell'interesse del minore stesso e della società (Cass., Sez. 6, 8 aprile 1999 - 16 giugno 1999, n. 7836).

Insomma dal momento che il delitto di cui all'art. 574 c.p. è plurioffensivo in quanto lede non soltanto il diritto di chi esercita la potestà del genitore, ma anche quello del figlio a vivere nell'habitat naturale (Cass. 7 luglio 1992, Bonato), per integrare il delitto contestato è necessario che l'agente prenda con sè il figlio, contro la volontà dell'altro genitore, per un periodo di tempo rilevante, tanto da impedire all'altro genitore di esplicare la propria potestà e di sottrarre il bambino dal luogo di abituale dimora.

Nel caso di specie non risultano compromessi i beni tutelati dalla norma in esame perchè, come risulta dalle sentenze di merito, la sottrazione si consumò in un breve spazio temporale - un giorno e mezzo -, il bambino passò una notte in un ambiente a lui non estraneo, perchè si trattava della casa al mare abitualmente utilizzata dalla famiglia, ed i contatti telefonici tra i due genitori furono frequenti.

Infine va detto che anche il padre ha diritto di passare un po' di tempo con il proprio figlio, apparendo del tutto irragionevole la pretesa che in assenza di un provvedimento giudiziale ed in presenza di una situazione di mero fatto che veda il bambino affidato alla madre gli sia preclusa del tutto una tale possibilità.

Gli argomenti esposti fanno, pertanto, ritenere insussistente, sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo, il reato contestato all'imputato.

Per tutte le ragioni indicate la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio limitatamente al reato ex art. 574 c.p. perchè il fatto non sussiste e in ordine al reato di cui all'art. 610 c.p. perchè estinto per intervenuta prescrizione.

La sentenza impugnata deve essere annullata agli effetti civili in relazione al reato di cui all'art. 610 c.p. con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.

P.Q.M.
 

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all'art. 574 c.p. perchè il fatto non sussiste e in ordine al reato di cui all'art. 610 c.p. perchè estinto per prescrizione;

Annulla agli effetti civili la sentenza impugnata in relazione al reato di cui all'art. 610 c.p. con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 luglio 2008.

Depositato in Cancelleria il 1 ottobre 2008

 

 

Il giudice di pace di Mezzolombardo, nella propria decisione, aveva affermato che la violazione contestata era legittima limitandosi ad osservare che la condotta ascritta al trasgressore coincideva con quella vietata dalla disposizione dell'art. 146 C.d.S., comma 3, che sanziona la prosecuzione della marcia del veicolo con il semaforo proiettante luce rossa.

Invero il Giudice di pace aveva del tutto ignorato il motivo di opposizione che aveva dedotto l'illegittimità della sanzione per illegittima apposizione del semaforo, il quale, consisteva in un dispositivo che non era diretto a regolare il flusso dei veicoli, ma che, invece, era volto a controllarne la velocità, proiettando automaticamente, grazie ad un sensore, la luce rossa in avvistamento di un veicolo procedente a velocità elevata, costringendolo a fermarsi.

L’automobilista non si è dato tuttavia  per vinto.

Ricorrendo alla Suprema Corte (Cass. civ. Sez. II Sent., 14 dicembre 2007, n. 26359), quest’ultima accoglieva le doglianze del ricorrente affermando che È illegittima la sanzione elevata per violazione dell'articolo 146, comma terzo, cod. strada, per aver proseguito la marcia nonostante lo vieti la segnalazione del semaforo, ove questo non sia diretto a regolare il flusso dei veicoli bensì a controllarne la velocità proiettando automaticamente, grazie ad un sensore, la luce rossa in avvistamento di un veicolo procedente a velocità elevata così costringendolo a fermarsi. (Cassa e decide nel merito, Giud. pace Mezzolombardo, 10 Febbraio 2005)

 
 
 
Cass. civ. Sez. II Sent., 14 dicembre 2007, n. 26359
 
 
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
 

1. Con atto notificato il 29.8.2005, V.C. ricorre, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza del giudice di pace di Mezzolombardo del 10.2.2005, che aveva respinto il suo ricorso avverso il verbale redatto dai Carabinieri in data 20.10.2004 che gli contestava la violazione dell'art. 41 C.d.S. e dell'art. 146 C.d.S., comma 3, per avere proseguito la marcia nonostante la luce rossa del semaforo.

Il Commissario del Governo per la Provincia di Trento si è costituito mediante controricorso.

Attivata procedura ex art. 375 c.p.c., gli atti sono stati trasmessi al Procuratore Generale, che ha concluso per la trattazione del ricorso in Udienza pubblica.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

2. Con il primo motivo, il ricorso denunzia violazione dell'art. 166 c.p.c. e dell'art. 87 disp. att. c.p.c., nonchè della L. n. 689 del 1981, art. 23, lamentando che il giudice a qua abbia disatteso il motivo di opposizione che contestava la legittimità dell'apposizione del semaforo sulla base di documenti - dichiarazione di conformità e di omologazione dei semafori e copia dell'ordinanza sindacale di posizionamento dei semafori stessi - non ritualmente prodotti dalla controparte, che era rimasta contumace nel corso del giudizio.

Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione della L. n. 689 del 1981, art. 23, dell'art. 184 c.p.c. e dell'art. 24 Cost., censurando l'utilizzazione dei documenti sopra menzionati da parte del giudice di pace sotto i profili della violazione delle regole che sovrintendono all'acquisizione della prova e del diritto di difesa.

Il terzo motivo di ricorso denunzia violazione dell'art. 146 C.d.S., comma 3, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, censurando la sentenza impugnata per avere disatteso, con motivazione del tutto scarna ed inconferente, il motivo di opposizione che contestava la legittimità dell'apposizione del semaforo la cui segnalazione sarebbe stata violata, essendo tale strumento nella specie volto a regolare la velocità dei veicoli, segnalando automaticamente, grazie ad un sensore, la luce rossa nel caso di riscontrato eccesso di velocità, e non già il transito agli incroci, situazione non prevista nè consentita da alcuna norma di legge o di regolamento.

3. In via preliminare, va osservato che la violazione è stata accertata dai Carabinieri della Stazione di Mezzolombardo e che l'opponente ha proposto ricorso avverso il relativo verbale di accertamento dell'infrazione. Legittimato passivo nel giudizio di opposizione era dunque il Ministero della Difesa, quale organo di vertice dell'Amministrazione dalla quale dipendeva l'organo verbalizzante (ex plurimis: Cass. n. 10216 del 2005; Cass. n. 7992 del 2005; Cass. n. 19541 del 2004).

Il giudizio di merito è stato invece proposto e si è svolto nei confronti del Commissario del Governo di Trento. Tuttavia, in virtù di un principio di recente enunciato dalle Sezioni unite, l'errore di identificazione dell'organo statale legittimato a contraddire comporta, ai sensi della L. n. 260 del 1958, art. 4, una mera irregolarità, sanabile attraverso la rinnovazione dell'atto nei confronti di quello indicato dal giudice, la mancata eccezione dell'amministrazione ovvero la mancata deduzione di specifico motivo di cassazione (sentenza n. 3117 del 2006). Tanto è accaduto nella specie, in quanto l'Avvocatura generale dello Stato si è costituita nel presente grado di giudizio senza formulare, nel proprio controricorso, alcun rilievo sul punto, chiedendo la conferma della sentenza impugnata.

4. Nel merito, il terzo motivo di ricorso, da esaminare prima degli altri due per ragioni di ordine logico e giuridico, è fondato.

Il giudice di pace di Mezzolombardo ha affermato che la violazione contestata è legittima limitandosi sul punto ad osservare che la condotta ascritta al trasgressore coincideva con quella vietata dalla disposizione dell'art. 146 C.d.S., comma 3, che sanziona la prosecuzione della marcia del veicolo con il semaforo proiettante luce rossa. L'accertamento così condotto ha però del tutto ignorato il motivo di opposizione che aveva dedotto l'illegittimità della sanzione per illegittima apposizione del semaforo, il quale, com'è pacifico in causa, consisteva, nella fattispecie, in un dispositivo che non era diretto a regolare il flusso dei veicoli, ma che, invece, era volto a controllarne la velocità, proiettando automaticamente, grazie ad un sensore, la luce rossa in avvistamento di un veicolo procedente a velocità elevata, così costringendolo a fermarsi.

Precisati gli esatti contorni della questione proposta dal ricorrente, deve convenirsi che essa è fondata, atteso che nessuna disposizione del codice della strada o del regolamento prevede l'apposizione del semaforo al fine di regolare la velocità degli autoveicoli. In particolare, il regolamento del codice della strada assegna alle "lanterne semaforiche" soltanto due funzioni: quella di "regolare, nel tempo, l'avanzamento delle correnti di traffico in una intersezione o in un tronco stradale" (art. 58) e quella di disciplinare gli "attraversamenti pedonali" (art. 162). Ne deriva, per esclusione, che i semafori diretti a moderare la velocità degli autoveicoli non sono previsti dalla legge, constatazione da cui consegue, a sua volta, l'illegittimità dell'apposizione del semaforo per il quale è stata elevata l'infrazione opposta e l'illegittimità della medesima, essendo indubbio che la violazione del codice della strada consistente nell'inosservanza di indicazioni o segnali presuppone, ai lini della legittimità della contestazione, che il segnale sia stato legittimamente apposto dall'Autorità competente.

Il ricorso va pertanto accolto e la sentenza cassata; sussistendone le condizioni, l'opposizione va decisa nel merito ed il verbale di contestazione annullato.

Gli altri motivi di ricorso si dichiarano assorbiti.

Le spese di lite, comprensive di quelle del primo grado di giudizio, seguono la soccombenza.


P.Q.M.
 

Accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito dell'opposizione, annulla il verbale di contestazione della violazione impugnato; condanna il Commissario di Governo della Provincia di Trento al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in Euro 700,00, di cui Euro 600,00 per onorari, per il primo grado, e in Euro 500,00, di cui Euro 400,00 per onorari, per il grado di legittimità, oltre accessori.

Così deciso in Roma, il 26 settembre 2007.
Depositato in Cancelleria il 14 dicembre 2007

 

 

 

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