Cerca - Il mio Blog Teresa Lagreca
 
"
Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Marco Tullio Cicerone, prima Catilinaria
"
 
< luglio 2014 >
L
M
M
G
V
S
D
 
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
     
             






STUDIO LEGALE 
Contatta lo studio


Ci sono 10 persone collegate

Cerca per parola chiave
 

[#VISUBOX#]


\\ Home Page : Cerca
Di seguito gli articoli e le fotografie che contengono le parole richieste.

Ricerca articoli per motivi

Di Teresa Lagreca (del 17/07/2007 @ 23:32:43 in Risarcimento, linkato 552 volte)

Alla risarcibilità del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. e art. 185 c.p. non osta il mancato positivo accertamento della colpa dell'autore del danno, se essa, come nel caso di cui all'art. 2051 c.c., debba ritenersi sussistente in base ad una presunzione di legge e se, ricorrendo la colpa, il fatto sarebbe qualificabile come reato. Il risarcimento del danno morale spetta alla vittima di una illecito quand'anche la colpa dell'offensore non sia stata accertata in concreto, ma sia stata presunta in base ad una presunzione legale (nella specie, ex art. 2051 c.c.).

Trib. Genova Sez. II, 19-04-2007

Svolgimento del processo

Con atto di citazione del 23.4.2004 la sig.ra D.G. conveniva in giudizio presso questo Tribunale la S.p .A. TRENITALIA chiedendo il risarcimento del danno alla persona in relazione alla vicenda così descritta: verso le 18 del 24.7.2002, mentre si accingeva a salire su di un treno presso la stazione cittadina di Brigriole, l'esponente veniva violentemente urtata e fatta cadere a terra (finendo riversa tra marciapiede e binario) dal brusco movimento del capotreno A.D.B.; ne discendeva doppia frattura dell'omero sinistro, con postumi invalidanti permanenti di cui si chiedeva il ristoro anche per le negative ricadute sull'attività lavorativa.
Costituendosi in giudizio per resistere a tale pretesa, la parte convenuta chiedeva il rigetto della domanda dell'attrice per infondatezza, assumendo che era stata piuttosto la G. nella concitazione ad aver urtato il D.B., e contestando comunque le eccessive poste di danno reclamate.
La causa veniva istruita con l'acquisizione delle relazioni di servizio della POLFER e del D.B., l'interrogatorio della G., l'assunzione di prove testimoniali (esame dei sigg.ri B., B., F., C., D., D.M.: udd. 16.2.2006 fg. 8 e ss.), quali fonti direttamente informate sulle ricadute lavorative dell'infortunio in esame (e, de relato, sulla relativa dinamica), ed infine con il licenziamento di c.t.u.; all'udienza del 24.11.2006, sulle conclusioni rassegnate dalle parti, veniva trattenuta in decisione nelle forme ordinarie scritte.

motivi della decisione

La domanda risarcitoria è fondata e merita accoglimento nei limiti di cui in appresso.
Il fondamento della pretesa risarcitoria per il fatto compiutamente descritto in citazione non riposa solo sulle deposizioni "de relato" di alcuni testimoni indicati dalla parte attrice, i quali comunque riferiscono di confidenze apprese nell'immediato dalla G., in un momento in cui la causa giudiziaria non si profilava neppure all'orizzonte, per cui la parte lesa non aveva interesse a precostituirsi versioni di comodo. Il reale perno decisionale è costituito dalle immediate ammissioni di responsabilità che il capotreno D.B. rese, sul luogo e nell'immediatezza del fatto, agli agenti della POLFER prontamente intervenuti assumendosi la personale responsabilità per l'impari scontro (il giudicante ha potuto apprezzare la minuta corporatura della G., di fronte alla massiccia persona del D.B. come emerso dalla fonti escusse) tra la passeggera ed il capotreno.
Il fatto che quest'ultimo, subodorando guai in arrivo, abbia provveduto il giorno successivo, a redigere una relazione di servizio con il precipuo fine di autoassolversi, non sposta di un centimetro la pesante valenza probatoria delle primitive ammissioni. Le quali, infine, godono anche del crisma della plausibilità logica, perché solo nei cartoni animati si vedono scene comiche come quelle di un personaggio di minute dimensioni che, scontrandosi con un molosso, "rimbalzi" all'indietro. Nel già definito "impari" scontro tra persone di corporatura infinitamente diversa, come G. e D.B., è impossibile credere che la G. sia finita giù dal marciapiede ferroviario per un suo "rimbalzo" contro il D.B., fermo in posa statuaria: solo ipotizzando un movimento di quest'ultimo, certo non deliberatamente ostile, e dunque una componente di spinta inferta alla G., ma comunque ispirato dalla concitazione dell'imminente partenza del convoglio, è possibile trovare ragionevole spiegazione per la concreta dinamica del "volo" della parte lesa dal marciapiede, fino al sottostante binario ferroviario.
Conclusivamente, in base alle precedenti considerazioni, deve ritenersi raggiunta la prova della responsabilità della parte convenuta, quale datrice di lavoro del D.B., in ordine ai fatti descritti dalla G. in citazione: TRENITALIA è perciò tenuta al risarcimento del danno.
Circa la liquidazione del medesimo, le considerazioni svolte da questo Tribunale nella sentenza n. 2270 R.M. contro S. S.p.A. del 28.9.98 (rg. 3008/92), da intendersi qui completamente richiamate circa le ragioni dell'adozione del sistema "a punto tabellare" di derivazione milanese per la liquidazione del danno alla persona, devono essere integrate con le più recenti acquisizioni della giurisprudenza di legittimità in ordine alla bipartizione ontologica del danno (patrimoniale - non patrimoniale) ed alla conseguente risarcibilità di tre componenti del pregiudizio alla persona: il danno "biologico" in senso stretto, il danno relazionale o esistenziale, il danno morale soggettivo. Le note decisioni rese dalla III Sezione della Corte di Cassazione nel corso del 2003 (nn. 7281, 7282, 7283; 8827 e 8828) sono state recepite da questa II Sezione del Tribunale con le decisioni V. c. S. e B. c. M. del 19.11.2003, a cui deve intendersi fatto pure rinvio per quanto attiene la sistematica del danno risarcibile e le correlate tecniche liquidatorie.
L'applicazione di tutti i richiamati precedenti giurisprudenziali conduce ai seguenti esiti liquidatori nello specifico caso in decisione.
Tenuto conto della relazione del C.T.U. dr.essa M., adeguatamente argomentata e persuasiva, che ha accertato a carico di parte attrice un'invalidità permanente del 25% (valore economico del punto: Euro 49.791,06 in rapporto all'età della parte danneggiata di anni 68 al momento del fatto: v. la pubblicazione G. suppl. xxx) ed una invalidità temporanea totale di giorni 35 e parziale di giorni 60 al 75% e 85 al 50% (pari, nella tabella di computo, a 175 giorni al 50%), la misura del risarcimento spettante per il danno biologico, esistenziale e per quello morale subìto si determina sulla base del calcolo che segue:
DB ITT Inv. temp. tot. 37,95 x gg. 35,00 1328,25
DB ITP Inv. temp. parz. 37,95: x gg. 175,00 3320,63
DB IP Inv. Permanente Val. punto finale x 49791,06
D. MORALE = ITT 37,95 x gg. 35,00 1328,25
D. MORALE = ITP 37,95: x 175,00 3320,63
D. ESISTENZIALE 49791,06: div. 4 12447,77
D. MOR. INTERV. CHIR. 1000,00 x n. int 1,00 1000,00
D. MOR. RICOV/IMMOB 37,95 x giorn 100,00 3795,00
spese mediche 2738,70
Totale 79070,28
di cui DANNO MORALE L. 4.649
Spetta pertanto a parte attrice a titolo di risarcimento del danno biologico e morale la complessiva somma di Euro 79.070,28.
Il danno esistenziale è stato riconosciuto in considerazione delle serie conseguenze lesive patite a seguito del sinistro: tali infermità non possono e non potranno — secondo canoni di notorietà - rimanere senza conseguenze sulla sfera delle frequentazioni abituali e delle attività areddituali della parte offesa, determinando in tal modo una sicura compromissione della qualità della vita.
Poiché per l'effettuazione del conteggio si è fatto ricorso alle tabelle liquidatorie elaborate con riferimento all'anno 2003 ed al valore della moneta di detto anno, si giustifica un aggiornamento di tale importo - sulla base dei noti indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati - dall'1.1.2003 fino alla data odierna.
Inoltre, poiché la somma spettante per il ristoro dei danni biologico e morale viene determinata all'indicata data di riferimento, per il calcolo degli interessi compensativi occorre applicare il criterio di cui alla nota sentenza della Cassazione a Sezione Unite 17.2.1995 n. 1712, secondo il quale gli interessi sui debiti di valore vanno calcolati sulla somma corrispondente al valore della somma al momento dell'illecito, via via rivalutata anno per anno sulla base dei noti indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati. In applicazione di tale criterio al fine del calcolo degli interessi la somma come sopra determinata deve essere previamente devalutata in base ai detti indici e sulla stessa, progressivamente rivalutata, devono calcolarsi gli interessi al tasso legale.
Spettano inoltre a parte attrice gli ulteriori interessi legali sul capitale rivalutato e sugli interessi compensativi (per tutti i titoli di danno) determinati in precedenza dalla data della presente sentenza al pagamento effettivo.
L'ultimo problema da prendere in esame riguarda le ricadute reddituali dell'infortunio in esame. In primo luogo, non si può condividere l'anacronistica impostazione che vorrebbe il riconoscimento di un danno alla capacità generica di lavoro, impostazione travolta dapprima dalla giurisprudenza di legittimità (per tutte, vedi la decisione n. 605 del 1998) e poi sconfessata dall'impianto generale della riforma previdenziale (v. Il TU 38 del 2000), che hanno fatto giustizia della "capacità generica di lavoro".
Vi è da verificare quindi, esclusivamente, se in conseguenza dell'infortunio la G. abbia perduto o meno utili occasioni di lavoro, e la risposta non può che tradursi in un netto "distinguo" perché, alle conseguenze negative dell'incidente - che secondo la stima peritale, non riverberano in negativo sulla capacità specifica - si somma indubbiamente il "fattore età".
Ed infatti, se è vero che la G. si manteneva con alcune ore di collaborazione per mansioni di pulizie e di aiuto domestico presso un'impresa e presso alcune famiglie - come l'attrice ha convincentemente dimostrato attraverso diverse affidabili testimonianze - è anche vero che tali fonti informative hanno precisato che alcune collaborazioni vennero meno non già per l'incidente in esame, ma per essere cessata la necessità di collaborazione.
Al quadro emerso dal testimoniale, occorre aggiungere la notazione peritale sulla non diretta incidenza dei postumi lesivi sulla specifica possibilità di disimpegnare anche in prosieguo le mansioni di lavoro, a cui la G. era in precedenza abituata. Né si può dimenticare il fattore età: la persona si avviava ed anzi era già in piena età pensionabile, dunque a prescindere dall'infortunio avrebbe senza meno progressivamente ridotto le precedenti prestazioni lavorative, fino a cessar del tutto il lavoro.
Per tali ragioni, la liquidazione del danno in questione non può essere millimetrica e deve affidarsi ad un criterio equitativo che, da un lato, può senz'altro valorizzare il sicuro pregiudizio per Euro 2782 maturato nel periodo della temporanea, nel quale l'impedimento al lavoro è stato totale. Per il periodo successivo, si ritiene che una somma di non molto superiore consistenza possa adeguatamente ristorare il (progressivamente decrescente) danno economico di cui si discute: pertanto si liquida per il titolo considerato la somma onnicomprensiva di Euro 6000, in valuta data odierna, relativa al danno pregresso e di quello futuro: con i soli interessi corrispettivi da oggi al saldo.
Le spese di lite e quelle di C.T.U. vanno poste a carico della parte convenuta in base al principio di soccombenza. La presente sentenza va dichiarata provvisoriamente esecutiva (art. 282 C.P.C.).

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando, accertata la responsabilità di TRENITALIA S.p.A. in ordine alla vicenda per cui è processo, dichiara tenuta e condanna la medesima parte convenuta a corrispondere a parte attrice la somma di Euro 79.070,28 in linea capitale, per il danno alla persona; ed ulteriori Euro 6000 per il danno patrimoniale, con gli accessori per rivalutazione monetaria, interessi legali compensativi e corrispettivi quali meglio in motivazione specificati.
Condanna inoltre la parte convenuta a rimborsare alla parte attrice le spese di costituzione e giudizio che si liquidano in Euro 500 per spese di c.t.p., Euro 600 per esborsi documentati, Euro 135 per spese imponibili, Euro 3700 per diritti, Euro 6500 per onorari, 12,50% su diritti ed onorari per rimborso forfettario delle spese generali, oltre Iva e CPA come per legge.
Pone definitivamente a carico della parte convenuta, per intero, le spese della c.t.u. Dichiara la sentenza provvisoriamente esecutiva.
Così deciso in Genova l'8 marzo 2007.
Depositata in Cancelleria il 19 aprile 2007.

 

 

 

 

 

 

 

Il provvedimento di sospensione della patente di guida da parte del Prefetto, ex art. 223, D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, non può essere adottato ad una distanza di tempo dal fatto tale da essere ormai venute meno le esigenze cautelari cui la sanzione in discorso è preordinata. Compete al giudice di merito determinare il tempo ragionevole necessario all'amministrazione per portare a termine le fasi di accertamento e di delibazione dell'illecito e il relativo giudizio è sindacabile, in sede di legittimità, esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione.

Cass. civ. Sez. Unite, 06-06-2007, n. 13226

Svolgimento del processo
Con ricorso in data 16 febbraio 2001 B.L. proponeva opposizione davanti a Giudice di pace di Rimini contro il provvedimento in data 19 gennaio 2001, con il quale il Prefetto della Provincia di Rimini aveva disposto nei suoi confronti la sospensione della patente di guida, ai sensi dell'art. 223 C.d.S., comma 2, in relazione ad un incidente stradale con lesioni personali verificatosi il (OMISSIS).
A fondamento della opposizione veniva, tra l'altro, dedotto che il provvedimento di sospensione della patente era intervenuto a distanza di oltre otto mesi dal sinistro, quando erano già cessate le finalità cautelari sottese all'art. 223 C.d.S., comma 2.
Con sentenza in data 2 giugno 2001 il Giudice di pace di Rimini rigettava l'opposizione, ritenendo che, in considerazione dell'iter che il Prefetto deve seguire prima di disporre la sospensione della patente, nella specie il relativo provvedimento doveva considerarsi emesso tempestivamente e nella presenza delle condizioni di legge.
Contro tale decisione ha proposto ricorso per cassazione, con cinque motivi, B.L..
La causa è stata rimessa alle Sezioni Unite sul presupposto della esistenza, nella giurisprudenza di questa S.C., di un contrasto in ordine alla individuazione del termine entro il quale il Prefetto può adottare il provvedimento di sospensione della partente di guida, ai sensi dell'art. 223 C.d.S., comma 2.
motivi della decisione
Da un punto di vista logico va esaminato per primo il secondo motivo del ricorso, con il quale il ricorrente deduce che non poteva comunque essere disposta la sospensione della patente, in quanto l'incidente (a quanto è dato comprendere) non era direttamente collegato alla circolazione stradale, essendo stata causato dell'apertura dello sportello della propria autovettura.
Il motivo è inondato, in quanto questa S.C. ha già avuto occasione di affermare, proprio con riferimento alla apertura dello sportello senza la dovuta attenzione, sia pure ai fini della responsabilità ex art. 2054 c.c., che nell'ampio concetto di circolazione deve ritenere compresa anche la situazione di arresto o di sosta di un veicolo su strada o area pubblica di pertinenza della stessa (sent. 6 giugno 2002 n. 8216).
Con il primo motivo il ricorrente ripropone la questione della tardività del provvedimento di sospensione della patente.
Rileva preliminarmente il collegio che il contrasto nella giurisprudenza di questa S.C. esiste solo tra la sentenza in data 8 agosto 2003 11967, secondo la quale, in mancanza di un termine specifico, la sospensione sarebbe soggetta alla sola prescrizione ordinaria quinquennale, sul presupposto che il relativo provvedimento, oltre ad assumere una funzione cautelare (in attesa dell'eventuale sentenza di condanna), riveste comunque natura amministrativa sanzionatoria, come nel caso previsto dal precedente art. 218 e sfuggirebbe, in quanto tale, al criterio dell'immediatezza dell'applicazione, tipico solo di detta funzione cautelare.
La sentenza 15 aprile 2005 n. 7813, richiamata nell'ordinanza di rimessione, e la sentenza 28 aprile 2006 n. 9863, nonostante la formulazione delle "massime" ufficiali, non hanno preso posizione sul problema, non essendo necessario ai fini della decisione, e si sono limitate a dare atto del contrasto.
La sentenza 6 settembre 2004 n. 17975, ugualmente richiamata nella ordinanza di rimessione, si è limitata ad escludere l'esistenza di un termine di venticinque giorni dall'incidente desumibile dall'art. 223 C.d.S., commi 1 e 2, costituito dalla somma dei dieci giorni per la trasmissione del rapporto e dei quindici giorni per il parere del competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C., in quanto si deve tenere conto del lasso di tempo necessario per la richiesta del parere e per la trasmissione dello stesso. Tale decisione ha peraltro aggiunto che nessuna decadenza è prevista per la eventuale inosservanza dei termini.
Nel senso, invece, che la sospensione di cui si discute non deve essere adottata a tale distanza dal fatto da essere venute meno le esigenze cautelari, cui è preordinata si sono pronunciate le sentenze: 24 agosto 2005 n. 17205; 2 novembre 2004 n. 21048; 27 aprile 2001 n. 6108; 25 ottobre 1999 n. 11959.
Ritiene il collegio di aderire a tale secondo orientamento, sia pure con alcune precisazioni.
In linea di principio, è senz'altro da escludere che il provvedimento di sospensione della patente non possa più essere adottato per il solo mancato rispetto dei termini di cui all'art. 223 C.d.S., comma 1 (mancata trasmissione del rapporto entro dieci giorni al Prefetto ed alla Direzione generale della M.T.C.), e comma secondo (mancata trasmissione entro quindici giorni del parere del competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C.), del C.d.S..
A prescindere dalla considerazione che nessuna decadenza è espressamente prevista per il mancato rispetto di tali termini, non sarebbe ragionevole precludere la possibilità di adottare un provvedimento previsto a tutela della incolumità pubblica per il ritardo di pochi giorni nel compimento di tali attività.
Tale effetto preclusivo potrà assumere rilevanza solo quando, per la sua consistenza, sia idoneo a non consentire la realizzazione delle esigenze cautelari in relazione alle quali la sospensione della patente è prevista.
Considerazioni analoghe valgono per l'attività di competenza del Prefetto.
Per quanto l'art. 223 C.d.S., comma 2, prescriva che il Prefetto deve richiedere il parere al competente ufficio della Direzione Generale della M.T.C, "appena ricevuti gli atti", non sarebbe ragionevole ritenere che si verifichi decadenza nel caso di mancata richiesta del parere lo stesso giorno in cui il rapporto è pervenuto al Prefetto.
Ugualmente sarebbe irragionevole ritenere che il Prefetto deve provvedere alla sospensione della patente appena ricevuto il parere in questione, anche in considerazione del fatto che tale sospensione deve essere disposta "ove sussistano fondati elementi di una evidente responsabilità", il che presuppone un adeguato spatium deliberandi.
Non è invece ammissibile una sospensione della patente che dovesse intervenire ad una distanza di tempo dal completamento dell'iter previsto dall'art. 223 C.d.S., commi 1 e 2, tale da non essere giustificata dalla esigenza di valutazione degli elementi raccolti.
A tal fine va anche considerato che se lo scopo della sospensione della patente è quello di impedire provvisoriamente di guidare ad un soggetto la cui condotta di guida risulti pericolosa per la pubblica incolumità, come desumibile da un grave incidente in cui lo stesso sia rimasto coinvolto, sarebbe illogico adottare tale sospensione a distanza di molti mesi dall'incidente, quando il pericolo per la pubblica incolumità che si vorrebbe evitare si è comunque verificato.
A conclusioni sostanzialmente identiche è pervenuta questa S.C. in tema di interpretazione della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 14, avendo affermato che l'attività di accertamento dell'illecito (ai fini della contestazione dello stesso) deve essere intesa come comprensiva del tempo necessario alla valutazione dei dati acquisiti ed afferenti agli elementi (oggettivi e soggettivi) dell'infrazione, e quindi della fase finale di delibazione correlata alla complessità della indagine; compete, poi, al giudice di merito determinare il tempo ragionevole necessario all'amministrazione per compiere tale valutazione, tenendo conto della maggiore o minore difficoltà del caso concreto e della necessità che tali indagini, pur nell'assenza di limiti temporali predeterminati, avvengano entro un termine congruo, essendo il relativo giudizio sindacabile in sede di legittimità solo sotto il profilo del vizio di motivazione.
Alla luce di tali considerazioni appare senz'altro fondato il primo motivo del ricorso, con il quale si censura la motivazione con la quale è stata rigettata l'opposizione.
E' sufficiente, in proposito, osservare che, a prescindere dal fatto che il provvedimento di sospensione della patente è stato emesso a distanza di ben otto mesi dall'incidente, il Giudice di pace non ha chiarito come potesse ritenersi giustificata la trasmissione del parere del competente ufficio della Direzione generale della M.T.C., a distanza di cinque mesi da tale incidente e come per la valutazione dei fatti fosse giustificato il trascorrere di altri due mesi.
L'accoglimento del primo motivo comporta l'assorbimento degli altri motivi.
In relazione al motivo accolto la sentenza impugnata va cassata, con rinvio, per un nuovo esame, ad altro Giudice di pace di Rimini, che provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
la Corte rigetta il secondo motivo del ricorso; accoglie il primo motivo; assorbiti gli altri motivi; in relazione al motivo accolto cassa la sentenza impugnata, con rinvio ad altro Giudice di pace di Rimini, anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, il 3 aprile 2007.
Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2007

 

La multa “computerizzata” non può essere valida se il rilevatore automatico al semaforo non era nella gestione diretta degli agenti.

È quanto emerge dalla sentenza 9039/07 emessa dalla seconda sezione civile della Corte di cassazione.

I giudici dela suprema corte, hanno dichiarato inammissibile il ricorso del Comune di Mondragone contro la sentenza del giudice di pace Carinola del 13. o4. 2005, che stabiliva l’illegittimità del verbale di contestazione sul rilievo che la presenza dell’apparecchiatura non era preventivamente segnalata agli automobilisti e che il rilevatore automatico non era nella diretta disponibilità degli agenti.

Ragioni, quelle espresse dal magistrato onorario nella motivazione della sua pronuncia, che non sono censurate nell’impugnazione proposta dall’ente locale e che, siccome sono idonee a sorreggere la decisione anche da sole, fanno scattare l’inammissibilità del ricorso per difetto di interesse: l’eventuale giudizio di fondatezza dei motivi del ricorso per cassazione - osserva la Suprema corte - non inciderebbe sulla ratio decidendi non censurata, con la conseguenza che la sentenza impugnata resterebbe pur sempre fondata su di essa (cfr. Cassazione 2273/05 e 5902/02).

Il ricorso dell’amministrazione comunale censurava la sentenza del giudice di pace sostenendo che il verbale era provvisto degli elementi previsti dalla legge, compresa la firma autografa del verbalizzante e contestava l’illegittimità dichiarata perché l’apparecchiatura elettronica funzionava in assenza di un agente di polizia.

 

Il mancato versamento dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge, può determinare in alcune circostanze il più grave reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p. anziché il più lieve reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare di cui all’art. 570 c.p.

Nè miglior sorte ha il terzo motivo di impugnazione, laddove si lamenta il deciso assorbimento del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in quello di maltrattamenti, senza alcuna motivazione, nonostante la presenza di un puntuale motivo (pag. 7 ricorso). Orbene, nell'ultima parte dell'articolazione sub 4 della prima sentenza (cui i giudici distrettuali hanno fatto puntuale riferimento) è proprio chiarito, in modo esplicito e con motivazione che per la sua logicità si sottrae al controllo della Suprema Corte, che "nel reato di maltrattamenti di cui all'art. 572 c.p. vanno ritenuti assorbiti tutti i fatti accertati in danno della Parerti, compresa la circostanza che l'imputato ha versato solo in parte e comunque con ritardo quanto dovuto per il mantenimento della figlia e tale fatto, non integrante l'ipotesi dell'art. 570 c.p. (non essendo stato ritenuto pienamente provato che alla beneficiaria siano mancati i mezzi di sussistenza), è stato comunque correttamente utilizzato come ulteriore significativa espressione dell'atteggiamento abituale di prevaricazione tenuto dal S. nei confronti della ex moglie.

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 27-03-2008) 04-06-2008, n. 22400

Svolgimento del processo - motivi della decisione

Con un primo motivo di impugnazione la ricorrente difesa deduce la violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c) per inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità in relazione all'art. 159 c.p.p., comma 1, n. 3 (nella modifica L. n. 251 del 2005, ex art. 6) con riferimento all'ordinanza 21 giugno 2006, nella parte in cui ha disposto la sospensione del corso della prescrizione sino al 7 febbraio 2007, e, quindi oltre il termine di 60 giorni. Il motivo, prospettato al fine di conseguire una pronuncia anticipata di prescrizione, impedita dal rinvio di sette mesi con prescrizione interrotta, manca di rilievo attuale, attesa l'avvenuta pacifica maturazione del termine massimo di prescrizione.

Su tale conclusione va premesso che l'art. 578 c.p.p., nel rendere obbligatoria - per il giudice dell'impugnazione penale - una pronuncia di merito sull'impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili, impone al giudice, da un lato, di verificare se sussistano gli estremi del reato dal quale la parte civile fa discendere il proprio diritto e, dall'altro, di accertare, sia pure in modo sommario, la sussistenza di tale diritto. La cognizione del giudice penale, sia pure ai soli effetti civili, rimane, quindi, integra e il giudice dell'impugnazione deve verificare l'esistenza di tutti gli elementi della fattispecie penale al fine di confermare o meno il fondamento della condanna alle restituzioni o al risarcimento pronunziata dal primo giudice (Sez. 1, 40197/2007, Rv. 237863, Formis; Cass. Sez. 1, 3 ottobre 1994, Zamai, rv 199625; Cass. Sez. 4, 3 febbraio 2004, rv. 228597).

In tale ottica vanno quindi nell'ordine esaminati gli ulteriori motivi di impugnazione contenuti nel ricorso.

Con secondo motivo, al di là della formula usata, si prospetta la violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d) per mancata assunzione di prova decisiva, nella specie costituita da documenti che, pur acquisiti in fatto non sarebbero stati esaminati, sia sul punto di un preteso comportamento della moglie inteso ad impedire i contatti padre-figlia, sia sotto l'ulteriore profilo di un accredito pari a L. 70 milioni.

Il motivo è del tutto infondato.

La lettura delle conformi decisioni dei giudici di merito consente infatti di concludere in modo diametralmente opposto alle prospettazioni del ricorrente. Basti esaminare il secondo capoverso del punto 3 della sentenza di 1^ grado per rendersi conto che il primo giudice, nel dare ragionevole e motivato credito alla versione sui fatti offerta dalla persona offesa, stigmatizza la condotta "probatoria" del S., il quale, se avesse in concreto adempiuto agli obblighi, "avrebbe potuto, volendo, acquisire e depositare gli assegni versati, e non limitarsi a matrici contenenti annotazioni riconducibili a lui ( V.).

Pertanto nessuna inadempienza dei giudici e, men che meno, omessa valutazione della documentazione proposta, che è stata invece puntualmente esaminata, con un persuasivo ed indiscutibile esito di non-prova del preteso accredito di L. 70 milioni, comunque non provati come versati e, in ogni caso, non versati mensilmente, alle scadenze naturali fissate dal giudice civili per il raggiungimento delle finalità cui l'assegno di mantenimento è preordinato, e con tempi e modi scelti arbitrariamente dall'onerato.

Nè miglior sorte ha il terzo motivo di impugnazione, laddove si lamenta il deciso assorbimento del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in quello di maltrattamenti, senza alcuna motivazione, nonostante la presenza di un puntuale motivo (pag. 7 ricorso). Orbene, nell'ultima parte dell'articolazione sub 4 della prima sentenza (cui i giudici distrettuali hanno fatto puntuale riferimento) è proprio chiarito, in modo esplicito e con motivazione che per la sua logicità si sottrae al controllo della Suprema Corte, che "nel reato di maltrattamenti di cui all'art. 572 c.p. vanno ritenuti assorbiti tutti i fatti accertati in danno della Parerti, compresa la circostanza che l'imputato ha versato solo in parte e comunque con ritardo quanto dovuto per il mantenimento della figlia e tale fatto, non integrante l'ipotesi dell'art. 570 c.p. (non essendo stato ritenuto pienamente provato che alla beneficiaria siano mancati i mezzi di sussistenza), è stato comunque correttamente utilizzato come ulteriore significativa espressione dell'atteggiamento abituale di prevaricazione tenuto dal S. nei confronti della ex moglie.

Identica conclusione, va rassegnata per il quarto motivo in cui la difesa si duole che la Corte di appello nulla abbia detto sul contrasto tra dispositivo e motivazione della decisione del giudice di 1^ grado, sul punto dell'accusa ex art. 570 c.p., della cui insussistenza il ricorrente avrebbe a suo avviso, quanto meno, fornito una semipiena probatio (matrici degli assegni il cui avvenuto versamento in favore della parte civile non risulta contestato). Vale per esso quanto evidenziato per il terzo motivo: la risposta giudiziaria, consacrata nel dispositivo, in modo armonico rispetto alla motivazione del provvedimento, fa riferimento inequivoco alla responsabilità a titolo di maltrattamenti (cfr. anche pag. 5 della sentenza d'appello), responsabilità che ha assorbito tutte le condotte contestate in danno sia di V. che di P. M., esclusa quindi la condotta ex art. 570 c.p. mai considerata e tanto meno oggetto di amplificazione della sanzione ex art. 81 cpv. c.p..

Con il quinto motivo si evidenzia la violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) per mancanza di motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato, nel senso che non può essere considerata una moglie in posizione psicologica subordinata, quella che, con iattanza, usualmente viola le prescrizioni del giudice civile. Identica assenza di motivazione è dedotta per ciò che attiene al requisito della sistematicità della condotta illecita ed il suo profilo soggettivo, valutate anche i comportamenti di entrambi i coniugi.

Tale quinto motivo, nella misura in cui si sostanzia in censure di mero fatto in ordine alla ricostruzione del risultato delle prove e della loro valutazione, non è proponibile in questa sede (v. per tutte Cass. Sez. Un. 19.6.1996, Di Francesco), avuto riguardo alla presenza di una argomentazione che risulta condotta e sviluppata con rigore logico dai giudici di merito - le cui sentenze, essendo la seconda confermativa della prima, si integrano a vicenda - e che, in base ad una giurisprudenza consolidata e del tutto condivisibile, non può essere alterata da una diversa ricostruzione, magari di equivalente logicità.

Infine nella parte conclusiva del ricorso (pag. 15) si riprende ancora la tematica del 3^ e 4^ motivo (cui si è già data risposta), osservando criticamente che non è dato comprendere se il giudice distrettuale abbia inteso affermare la responsabilità del S. anche per il reato ex art. 570 c.p., escluso dal primo giudice, oppure abbia ritenuto il ritardo nel pagamento dell'assegno come condotta riferibile al reato di maltrattamenti e non contestata nel corrispondente capo di imputazione.

Infine, con memoria tempestivamente depositata, il difensore dell'imputato ha insistito ribadendo le censure dell'atto di impugnazione: sulla pretesa carenza di motivazione in punto di prova degli avvenuti pagamenti;sull'insussistenza dell'art. 572 c.p. per cessazione della convivenza; sull'assenza del dolo progressivo, in un contesto di maltrattamenti nel quale l'intento dell'agente era quello di esercitare il suo diritto di padre a fronte dell'atteggiamento ostruzionistico della moglie, concludendo per la formula di annullamento senza rinvio, pur in presenza della causa estintiva ex artt. 157 e 160 c.p. a sensi del capoverso dell'art. 129 c.p.p..

Su tali pretesi vizi si è già sopra argomentato, qui ribadendosi comunque, in punto di diritto e quanto alla cessazione della convivenza, che lo stato di separazione coniugale, pur dispensando i coniugi dagli obblighi di convivenza e di fedeltà, lascia tuttavia integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale nonchè di collaborazione. Pertanto il suddetto stato non esclude il reato di maltrattamenti quando l'attività di costrizione o di sopraffazione si valga proprio o comunque incida su quei vincoli (come nella specie il rapporto con la figlia in presenza della madre) che, rimasti integri, pongono la parte offesa in una persistente posizione psicologica subordinata (cfr. in termini: Cass. Penale sez. sez. 6, U.P. 30.9.98 Moranda). Tale interpretazione è infatti confortata dal tenore letterale della norma che prevede il fatto di chi sottopone a maltrattamenti una persona della famiglia, senza richiedere che il vincolo si accompagni necessariamente alla convivenza oppure alla coabitazione (Cass. Penale sez. 6, U.P. 1.2.99 Valente).

In conclusione, considerato che la motivazione della sentenza impugnata (integrata con la decisione di primo grado) si sottrae alle censure che le sono state mosse, ed il provvedimento censurato ha evidenziato in modo univoco la sussistenza della responsabilità del ricorrente al di là di ogni ragionevole dubbio, vanno di conseguenza confermate, a norma del disposto dell'art. 578 c.p.p., le disposizioni ed i capi della sentenza che concernono gli interessi civili, pur nella dichiarazione di estinzione dei reati per intervenuta prescrizione.


 P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè i reati sono estinti per prescrizione, ferme restando le statuizioni civili.

Così deciso in Roma, il 27 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 31/03/2008 @ 21:10:49 in Diritto di famiglia, linkato 594 volte)

I Nonni possono vantare un vero e proprio diritto di visita nei confronti dei nipoti ancorché di genitori separati o separandi ?

Purtroppo no, anche dopo l’entrata in vigore della recente legge 8.2.2006, n. 54, recante Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli.

Rimane tuttavia giuridicamente rilevante il rapporto tra i minori e parenti stretti, indipendentemente dalla eventuale pendenza di separazione tra i genitori, nonostante il fatto che il nostro ordinamento, a differenza di altri come quello francese o tedesco, riconosca il diritto a chiedere la modifica delle condizioni di separazione soltanto ai genitori.

La giurisprudenza non è rimasta insensibile alla problematica.

Ecco rapidamente un ideale percorso della giurisprudenza evolutiva sul tema dello specifico rapporto tra Nonni e nipoti.

Cassazione 24.2.1981, n. 1115:

“il genitore, nel corretto esercizio della potestà sul figlio minore, non può, senza plausibile ragione in relazione al preminente interesse del minore medesimo, vietargli ogni rapporto con i parenti più stretti, quali i nonni, tenuto conto del potenziale danno a lui derivante dall'ostacolo a relazioni affettive che sono conformi ai principi etici del nostro ordinamento, ove mantenute in termini di frequenza e di durata tali da non compromettere la funzione educativa spettante al genitore stesso; pertanto, a fronte di un siffatto comportamento, deve riconoscersi a detti nonni la facoltà di ricorrere al giudice, ai sensi degli artt. 333 e 336 c.c., per conseguire un provvedimento che assicuri loro un rapporto con il nipote, sia pure nei limiti sopra specificati e sempre che non vengano dedotte e provate serie circostanze che sconsiglino il rapporto medesimo”.

Cass., 25.9.1998, n. 9606,

In tema di provvedimenti connessi all'affidamento dei figli in sede di separazione personale dei coniugi, la mancanza di un'espressa previsione di legge non è sufficiente a precludere, al giudice, di riconoscere e regolamentare le facoltà di incontro e frequentazione dei nonni con i minori, né a conferire a tale possibilità carattere solo "residuale" presupponente il ricorso di gravissimi motivi. Infatti non possono ritenersi privi di tutela vincoli che affondano le loro radici nella tradizione familiare la quale trova il suo riconoscimento anche nella Costituzione ( art. 29 cost.), laddove, invece, anche un tal tipo di provvedimenti deve risultare sempre e solo ispirato al precipuo interesse del minore.

Trib. Taranto, 19 aprile 1999

Il tribunale per i minorenni è competente a decidere sulle istanze con le quali i nonni, dolendosi per il divieto loro imposto di avere ogni contatto con le nipoti, invochino provvedimenti idonei a por termine a tale condotta dei genitori, pregiudizievole per lo sviluppo e maturazione della personalità dei minori.

Il Giudice ha chiarito che, dovendo i provvedimenti in questa materia essere ispirati sempre al precipuo interesse del minore e rientrando la tutela del vincolo affettivo in esame nell'ambito di tale interesse, il rifiuto del genitore può ritenersi giustificato solo in presenza di serie e comprovate ragioni che sconsiglino di assicurare i rapporti dei nipoti con gli avi.

Trib. min. Messina, decreto 19.3.2001,

“.. pur non spettando, de iure condito, ai nonni (ed agli altri parenti) un vero e proprio diritto soggettivo di visita (e permanenza) dei nipoti minori, …, tuttavia – ritenuto che i sentimenti affettivi di un minore collegati ai più stretti vincoli di sangue hanno di regola, una notevolissima e certa rilevanza positiva ai fini di un'armonica crescita psicologica e culturale del minore stesso – l'interesse legittimo dei nonni (e degli altri parenti) a visitare i minori, permanendo con loro, trova incondizionato riconoscimento e piena tutela ogni qual volta esso venga a coincidere con l'interesse dei nipoti ad instaurare e mantenere costanti, regolari e congrui rapporti con i propri congiunti diversi dai genitori, vale a dire allorché la visita (e la permanenza) dei nonni (e degli altri parenti) non arrechi ai minori un danno rilevante ed un eventuale divieto dei genitori … si ponga, per ciò, contro l'interesse dei minori ad una ottimale, proficua integrazione della propria personalità nell'ambito della parentela”.

Trib. Messina, 10.1.2006

“l'interesse del minore» (alla cui realizzazione ogni provvedimento giudiziale deve essere finalizzato) «coincide con la conservazione dell'ambiente domestico, scolastico e cittadino, nonché con la conservazione delle già instaurate relazioni familiari. Le relazioni familiari costituiscono peraltro un valore in sé, anzi possono essere considerate uno dei beni non economici fondamentali dei quali è normalmente dotata la persona e che sono tutelati e protetti nel nostro ordinamento”.

 

 

Trib. Reggio Emilia Sez. I Dec., 17 maggio 2007

Il giudice anche d'ufficio, avuto riguardo all'esclusivo interesse del minore, può disciplinare i rapporti tra nipoti ed avi, disponendo che il minore possa trascorrere una parte del tempo anche presso i nonni materni o paterni. Il comma 1 dell'art. 155 c.c. attribuisce solo al minore il diritto di conservare rapporti significativi con i prossimi congiunti (ascendenti e parenti di ciascun ramo genitoriale), mentre questi ultimi hanno solo un interesse a che le condizioni di separazione vengano fissate (consensualmente o giudizialmente) in modo tale da consentire loro di avere rapporti personali con la prole dei coniugi separandi.

 

 

 

Corte Europea dei diritti dell'uomo

Infine sono da menzionare le due sentenze della Corte Europea dei diritti dell'uomo del 13.6.2000 e del 29.9.2005 secondo cui la vita familiare, ai sensi dell'art. 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, “ricomprende quantomeno i rapporti tra i prossimi congiunti, i quali possono svolgervi un ruolo considerevole, ad esempio tra nonni e nipoti. Il rispetto della vita familiare così intesa implica per lo Stato, l'obbligo di agire in modo da permettere il normale sviluppo di tali rapporti”.

 
Di Alessandro Gazzea (del 22/10/2007 @ 20:59:39 in Codice strada, linkato 5613 volte)

Con sentenza interpretativa di rigetto in riferimento all’art. 213 del Codice della strada, la Corte costituzionale nella decisione n. 345 del 19.10.2007 ribadisce che la confisca del motorino a chi è stato sorpreso a guidare in stato di ebbrezza non è irragionevole (come invece avevano sostenuto i Giudice di pace di Trento, Aosta, Belluno e Padova) e non è una discriminazione rispetto alla sanzione meno affittiva della sospensione della patente per gli automobilisti.

Per i giuridici costituzionali, la non irragionevolezza del provvedimento della confisca, sta nel fatto che tale misura è idonea a scongiurare la reiterata utilizzazione illecita del mezzo, specie quando sussiste un rapporto di necessaria strumentalità tra l’impiego del veicolo e la consumazione del reato.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

- Franco BILE Presidente

- Francesco AMIRANTE Giudice

- Ugo DE SIERVO ”

- Paolo MADDALENA ”

- Alfio FINOCCHIARO ”

- Alfonso QUARANTA ”

- Luigi MAZZELLA ”

- Gaetano SILVESTRI ”

- Maria Rita SAULLE ”

- Giuseppe TESAURO ”

- Paolo Maria NAPOLITANO ”

ha pronunciato la seguente
SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), promossi con ordinanze del 5 gennaio 2006 dal Giudice di pace di Aosta, del 2 maggio 2006 dal Giudice di pace di Urbino, del 6 giugno 2006 dal Giudice di pace di Trento, del 22 maggio 2006 dal Giudice di pace di Padova e del 26 ottobre 2006 dal Giudice di pace di Belluno, rispettivamente iscritte ai nn. 152, 320, 687 e 697 del registro ordinanze 2006 e al n. 270 del registro ordinanze del 2007 e pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 21 e 38, prima serie speciale, dell'anno 2006 e nn. 6 e 7, prima serie speciale, dell'anno 2007.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 26 settembre 2007 il Giudice relatore Alfonso Quaranta.

Ritenuto in fatto

1.¾ I Giudici di pace di Aosta (r.o. n. 152 del 2006), Urbino (r.o. n. 320 del 2006), Trento (r.o. n. 687 del 2006), Padova (r.o. n. 697 del 2006) e Belluno (r.o. n. 270 del 2007) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui dispone la confisca di ciclomotori o di motoveicoli nei casi in cui siano stati adoperati per commettere un reato.

In particolare, il Giudice di pace di Aosta premette di dover giudicare, in sede civile, ai sensi dell'art. 22-¾1.1.bis della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), di un provvedimento di sequestro adottato dall'autorità amministrativa a seguito della contestazione dell'infrazione prevista e punita dall'art. 186, comma 2, del codice della strada.

Evidenzia, pertanto, che in forza di quanto previsto dal citato art. 213, comma 2-sexies, è sempre disposta la confisca in tutti i casi in cui il ciclomotore o il motoveicolo siano stati adoperati per commettere una delle violazioni amministrative di cui agli articoli 169, commi 2 e 7, 170 e 171 o per commettere un reato.

Tale disposizione, tuttavia, darebbe luogo ad una «evidente disparità di trattamento nei confronti dei cittadini che commettono lo stesso reato», e che quindi «si trovano in una situazione identica», atteso che la guida in stato di ebbrezza comporta la sanzione accessoria della confisca del mezzo solo per i motociclisti, mentre per gli automobilisti determina quella, meno afflittiva, della sospensione della patente. Né, d'altra parte, conclude il rimettente, si comprende quali possano essere i «ragionevoli motivi» idonei a giustificare tale trattamento differenziato.

¾1.2. Analogamente, il Giudice di pace di Urbino – investito dell'opposizione proposta avverso il provvedimento con il quale è stato disposto il sequestro di un motociclo, essendo stata contestata la violazione dell'art. 186, comma 2, del codice della strada – reputa il predetto art. 213, comma 2-sexies, in contrasto con l'art. 3 Cost., «per aperta violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità della sanzione», oltre che per la disparità di trattamento tra le violazioni commesse dai conducenti di ciclomotori o motocicli e dai conducenti di autoveicoli.

Difatti il rimettente, consapevole che lo scrutinio di costituzionalità sulle scelte sanzionatorie compiute dal legislatore è possibile solo quando l'opzione normativa contrasti in modo manifesto con il canone della ragionevolezza (richiama, sul punto, le pronunce della Corte costituzionale n. 144 del 2001, n. 58 del 1999, n. 297 del 1998, n. 313 del 1995), reputa che tale evenienza ricorra nel caso di specie, giacché la norma in esame costituirebbe espressione di un uso distorto della discrezionalità, non essendosi il legislatore conformato all'auspicio, espresso dalla giurisprudenza costituzionale, circa la necessità di «rimodellare il sistema della confisca stabilendo alcuni canoni essenziali al fine di evitare che l'applicazione giudiziale della sanzione amministrativa accessoria produca disparità di trattamento» (sentenze n. 435 e n. 349 del 1997).

1.3.— Anche il Giudice di pace di Trento ipotizza l'illegittimità costituzionale della norma suddetta, della quale chiede la caducazione «nella parte in cui dispone la confisca del motoveicolo nei casi in cui questo sia stato adoperato per commettere un reato».

Nel premettere di dover giudicare dell'opposizione ex artt. 22 e 23 della legge n. 689 del 1981, proposta avverso un verbale di sequestro di motoveicolo emesso a seguito dell'accertamento dell'infrazione consistente nella guida in stato di ebbrezza, il giudice a quo evidenzia che la norma censurata, nel regolare «in termini radicalmente divergenti la situazione del proprietario del motoveicolo rispetto a quella del proprietario di qualsiasi altro veicolo», realizza una «diversificazione del trattamento sanzionatorio nei confronti di comportamenti antigiuridici esattamente identici», violando in tal modo «il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Pertanto, pur dicendosi «consapevole che la norma censurata trae origine dalla gravità del fenomeno da sanzionare», che esige «un'azione di prevenzione diretta a ridurre sensibilmente il numero dei reati commessi con l'uso di motoveicoli», reputa che la denunciata disparità di trattamento ponga tale disposizione in contrasto con l'art. 3 Cost.

1.4.— Il Giudice di pace di Padova deduce l'incostituzionalità, sempre in riferimento all'art. 3 Cost., del predetto art. 213, comma 2-sexies, «nella parte in cui prevede la sanzione accessoria della confisca obbligatoria del ciclomotore o motoveicolo», nel caso in cui gli stessi siano utilizzati per commettere tanto le infrazioni amministrative previste dagli artt. 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del codice della strada, quanto un reato («nella specie guida in stato di ebbrezza»). Difatti, la norma nel prevedere «la confisca obbligatoria del “mezzo”» solo nel caso di ciclomotori o motocicli, «crea una disparità di trattamento tra cittadini, a fronte di violazioni identiche e condotte analoghe», come, nella specie, la «guida in stato di ebbrezza».

1.5.— Infine, anche il Giudice di pace di Belluno – dopo aver premesso di essere investito di un'«opposizione ad ordinanza ingiunzione» ai sensi della legge n. 689 del 1981 – ha chiesto dichiararsi l'illegittimità costituzionale della norma suddetta, in ragione del fatto che essa dà luogo «ad una disciplina difforme di fronte ad identici comportamenti», a seconda che la violazioni contemplate nel testo del medesimo art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada vengano commesse da chi guidi un ciclomotore, un motociclo o (come nel caso sottoposto al suo esame) un quadriciclo, ovvero da «un'automobile o un mezzo più pesante».

Orbene, osserva il rimettente, individuata la ratio della norma nella necessità di «punire severamente chi utilizza un ciclomotore o un motociclo per commettere un reato, risulta difficilmente comprensibile la ragione per cui il legislatore abbia ritenuto meno grave un comportamento tenuto, invece, da un automobilista o un camionista», anche in considerazione dei «ben maggiori danni che potrebbero causare», donde l'ipotizzato contrasto con l'art. 3 della Carta fondamentale.

2.— È intervenuto in ciascuno dei giudizi – salvo quello originato dall'ordinanza di rimessione del Giudice di pace di Aosta – il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato.

La difesa erariale – sul presupposto che il testo della norma censurata risulta modificato dall'art. 2, comma 169, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), nel testo modificato dalla relativa legge di conversione 24 novembre 2006, n. 286 – ha chiesto, in via preliminare, alla Corte costituzionale di disporre la restituzione degli atti ai giudici rimettenti «onde consentire una nuova valutazione della rilevanza della questione alla luce dei sopravenuti mutamenti del quadro normativo».

In subordine, quanto alla dedotta «manifesta irragionevolezza» della norma censurata, giacché essa realizzerebbe una «ingiustificata disparità di trattamento rispetto a situazioni analoghe più gravi», l'Avvocatura dello Stato rileva che «la scelta di sanzionare in modo diverso una condotta di guida a secondo del tipo di veicolo guidato non è di per sé irragionevole», rispondendo oltretutto, nella specie, all'esigenza di contenere gli infortuni verificabili con l'uso di motocicli o ciclomotori, in quanto veicoli «dotati evidentemente di minore stabilità e con maggiore difficoltà di controllo».

Considerato in diritto

1.— I Giudici di pace di Aosta (r.o. n. 152 del 2006), Urbino (r.o. n. 320 del 2006), Trento (r.o. n. 687 del 2006), Padova (r.o. n. 697 del 2006) e Belluno (r.o. n. 270 del 2007) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui dispone la confisca di ciclomotori e motoveicoli nei casi in cui tali mezzi siano stati adoperati per commettere un reato.

I rimettenti – investiti dell'opposizione proposta avverso provvedimenti di sequestro dei suddetti veicoli, tutti adottati, in vista della successiva confisca, in relazione alla contestata violazione dell'art. 186 del codice della strada – lamentano l'assoggettamento di motoveicoli e ciclomotori, in forza del censurato art. 213, comma 2-sexies, del codice, ad un trattamento irragionevolmente più grave di quello previsto per gli altri veicoli, per i quali la confisca non è invece stabilita.

2.— In via preliminare, deve esser disposta la riunione dei diversi giudizi, ai fini di un'unica pronuncia, in ragione della identità delle questioni rimesse all'esame di questa Corte.

3.— Prima di affrontare il merito, occorre esaminare le modificazioni legislative che, successivamente alla pronuncia delle ordinanze di rimessione, hanno interessato sia la disposizione censurata che il contesto normativo in cui essa risulta inserita, e ciò al fine di verificarne l'eventuale incidenza sul presente giudizio.

Difatti, dopo che i giudici a quibus hanno sollevato l'indicata questione di costituzionalità, il testo dell'art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada è stato modificato dall'art. 2, comma 169, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286. Tuttavia, anche nella sua attuale formulazione, la norma suddetta continua a prevedere l'applicazione della sanzione accessoria della confisca dei (soli) ciclomotori e motoveicoli nel caso in cui gli stessi siano adoperati per commettere un reato, giacché il citato ius superveniens ha unicamente eliminato la previsione dell'applicazione della sanzione nelle ipotesi di violazioni amministrative di cui agli articoli 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del codice della strada (si tratta delle norme che disciplinano il trasporto, rispettivamente, «di persone, animali e oggetti sui veicoli a motore», quello «di persone e di oggetti sui veicoli a motore a due ruote», nonché l'uso «del casco protettivo per gli utenti di veicoli a due ruote»).

Orbene, le fattispecie oggetto dei giudizi principali concernono, invece, proprio la commissione di un reato (segnatamente quello di guida in stato di ebbrezza di cui all'art. 186 del codice della strada), sicché risulta evidente come il citato ius superveniens non possa avere alcuna influenza sull'esito di detti giudizi.

Analogamente, priva di effetti rispetto ad essi si presenta la successiva modifica apportata, al testo dell'art. 186 del codice dalla strada, dall'art. 5 del decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117 (Disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione), convertito con modificazioni dalla legge 2 ottobre 2007, n. 160. Ed invero, sebbene esso abbia introdotto nel citato art. 186 il comma 2-bis, che ha previsto l'applicazione del «fermo amministrativo del veicolo per novanta giorni» nel solo caso in cui «il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale», la circostanza che in nessuna delle fattispecie oggetto dei giudizi a quibus venga in rilievo l'ipotesi contemplata dalla nuova disposizione – quella, cioè, di un sinistro stradale quale conseguenza della violazione dell'art. 186 del codice della strada – esclude, per definizione, la rilevanza anche di detto ius superveniens nei giudizi principali, con ciò rendendo superfluo stabilire, nel caso di specie, quali siano i rapporti intercorrenti tra la nuova norma ed il censurato art. 213, comma 2-sexies.

4.— Esclusa, dunque, la necessità di restituire gli atti ai giudici rimettenti, la questione di costituzionalità dagli stessi sollevata deve ritenersi non fondata.

5.— Premessa, invero, l'ampia discrezionalità nella individuazione delle sanzioni, atteso che «la valutazione della congruità della sanzione appartiene alla discrezionalità del legislatore, con il solo limite della manifesta irragionevolezza» (così, da ultimo, con riferimento proprio alla disciplina della circolazione stradale, l'ordinanza n. 246 del 2007), il solo scrutinio che, anche nella presente ipotesi, questa Corte è legittimata a svolgere consiste nel verificare se la scelta legislativa, in sé considerata, presenti quel palese difetto di ragionevolezza che giustifichi la declaratoria di illegittimità costituzionale.

Orbene, proprio alla stregua di una valutazione che investa, innanzitutto, la sua ragionevolezza intrinseca (e dunque la coerenza tra il contenuto della norma e la finalità perseguita attraverso la sua previsione), la disposizione in esame si presenta immune dal denunciato vizio di costituzionalità.

Deve ritenersi, infatti, non irragionevole la scelta del legislatore di prevedere una più intensa risposta punitiva, allorché un reato sia commesso mediante l'uso di ciclomotori o motoveicoli, con riferimento all'adozione di una sanzione accessoria, qual è la confisca, idonea a scongiurare la reiterata utilizzazione illecita del mezzo, specie quando (come avviene proprio nel caso contemplato dall'art. 186 del codice della strada, cui si riferiscono le fattispecie oggetto dei giudizi a quibus) sussiste un rapporto di necessaria strumentalità tra l'impiego del veicolo e la consumazione del reato.

Né, d'altro canto, la profilata disparità di trattamento tra utenti della strada (atteso che l'operatività della confisca è stata limitata ad una sola categoria di veicoli e non è stata invece prevista a carico dei conducenti degli altri mezzi) potrebbe comunque comportare l'adozione della richiesta pronuncia caducatoria.

A parte, infatti, il rilievo che tale disparità non è neppure assoluta, come paiono invece ritenere i rimettenti (i quali mostrano di ignorare che per tutte le tipologie di veicoli, sempre adoperati per commettere un reato, l'applicazione della confisca – sebbene essa, in tal caso, operi solo facoltativamente ed alla stregua non di una sanzione accessoria, bensì di una misura di sicurezza reale – potrebbe comunque avvenire ai sensi dell'art. 240 del codice penale), dirimente è la constatazione che ogni iniziativa volta a superare questo trattamento differenziato non potrebbe che spettare al legislatore.

È principio ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui «rimodellare il sistema della confisca, stabilendo alcuni canoni essenziali al fine di evitare che l'applicazione giudiziale della sanzione amministrativa produca disparità di trattamento» costituisce un intervento «riservato alla discrezionalità legislativa» (sentenza n. 435 del 1997).

LA CORTE COSTITUZIONALE
riuniti i giudizi,

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dai Giudici di pace di Aosta, Urbino, Trento, Padova e Belluno con le ordinanze in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 ottobre 2007.

F.to:
Franco BILE, Presidente
Alfonso QUARANTA, Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 19 ottobre 2007.
Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

 
Di Alessandro Gazzea (del 28/11/2007 @ 20:39:18 in Codice strada, linkato 2652 volte)

La differenza che corre tra essere titolare di un diritto e poterlo effettivamente esercitare è tutta qua.

I Vigili urbani del Comune di Avellino (potremmo parlare anche di tanti altri Comuni italiani) redigono i verbali di contestazione, riconoscendo il diritto al trasgressore di pagare in misura ridotta la sanzione pecuniaria entro il termine previsto, ma allo stesso tempo, omettono di indicare nel medesimo verbale tutti gli elementi necessari per esercitare il diritto di oblazione: in particolare “ … gli elementi che consentono di pervenire all'entità della sanzione, non essendo sufficiente, come nel caso, del verbale impugnato, l'indicazione della sanzione edittale.” (Cass. civ. Sez. II, 12-11-2007, n. 23506)

La s.r.l MI.BA proponeva al Giudice di Pace di Avellino opposizione avverso il verbale con cui in data 2-12-2002 le era stata contestata la violazione dell'art. 23 C.d.S., commi 4 e 11, denunciando la nullità del verbale di accertamento fra l'altro per carenza degli elementi di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 16.

Con sentenza dep. il 17 luglio 2003 il Giudice di Pace accoglieva il ricorso.

Secondo il primo giudice la contestazione dell'infrazione, determinando la decorrenza del termine per il pagamento in misura ridotta della sanzione pecuniaria, deve consentire l'esercizio del diritto di oblazione, sicchè il verbale deve contenere tutti gli elementi che consentono di pervenire all'entità della sanzione, non essendo sufficiente, come nel caso, del verbale impugnato, l'indicazione della sanzione edittale.

Avverso tale decisione propone ricorso per Cassazione il Comune di Avellino sulla base di un unico motivo illustrato da memoria.

Non ha svolto attività difensiva l'intimato.


motivi della decisione

Con l'unico articolato motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione dell'art. 202 C.d.S. e L. n. 689 del 1981, art. 16, nonchè omessa insufficiente e contraddittoria motivazione, deduce che erroneamente era stato annullato il verbale che conteneva l'indicazione del minimo edittale della sanzione pecuniaria, atteso che, ai sensi dell'art. 202 C.d.S., comma 1, il trasgressore è ammesso a pagare, entro sessanta giorni dalla contestazione o dalla notificazione, una somma pari al minimo fissato dalle singole norme.

Il motivo è infondato.

L'art. 200 C.d.S., nel disciplinare le prescrizioni che il verbale di accertamento dell'infrazione deve contenere, rinvia al contenuto del modello descritto dall'art. 383 reg. esec. C.d.S..

Il D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 383, comma 2 (regolamento di esecuzione e di attuazione del codice della strada) stabilisce che, nell'ipotesi in cui è ammesso il pagamento della sanzione pecuniaria in misura ridotta, l'accertatore deve fornire al trasgressore ragguagli circa le modalità di pagamento, precisando l'ammontare della somma da pagare, i termini del pagamento, l'ufficio o comando presso il quale questo può essere effettuato ecc...

Il verbale deve quindi contenere una serie di indicazioni necessarie per consentire al trasgressore il pagamento in misura ridotta della sanzione, non essendo evidentemente al riguardo sufficiente, come correttamente ritenuto dal giudice di pace, l'indicazione del minimo della sanzione edittale.

Il ricorrente, che si è limitato a dedurre la legittimità del verbale in cui era stata indicata il minimo della sanzione pecuniaria, avrebbe dovuto non soltanto allegare che il verbale conteneva le indicazioni prescritte di cui si è detto ma anche, in ottemperanza al principio di autosufficienza del ricorso, trascrivere il verbale elevato all'opponente, in modo da consentire al giudice di legittimità, che non può esaminare gli atti del processo, la verifica della presenza dei requisiti di legge.

Il ricorso va, pertanto, rigettato.

Non va adottata alcuna statuizione in ordine al regolamento delle spese processuali, non avendo l'intimato svolto attività difensiva

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 maggio 2007.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2007

 
Di Teresa Lagreca (del 20/10/2007 @ 20:09:03 in Codice strada, linkato 1892 volte)

Le funzioni degli ausiliari del traffico, di prevenzione e accertamento delle violazioni in materia di sosta (conferite a norma dell'art. 17, comma 132 della l. 15 maggio 1997, n. 127, e dell'art. 68 della l. 23 dicembre 1999 n. 488), sono limitate alle aree oggetto di concessione e agli spazi necessari alle manovre dei veicoli ivi parcheggiati

Cass. civ. Sez. I, 18-08-2006, n. 18186 (rv. 592041)

Gli ausiliari del traffico, in tanto sono legittimati ad accertare e contestare violazioni a norme del codice della strada, in quanto dette violazioni concernono le disposizioni in materia di sosta limitatamente alle aree oggetto di concessione..
Laddove, invece, le violazioni consistano in condotte diverse, quale, nella specie, la circolazione in corsie riservate ai mezzi pubblici, l’accertamento può essere compiuto dal personale ispettivo delle aziende di trasporto pubblico di persone, ma non anche dagli ausiliari del traffico, di cui all’art. 17, co. 132, della cit. legge n. 127 del 1997.
Corte di Cassazione Sentenza 18 agosto 2006, n. 18186

L’antefatto.

Pace Roma, 27 Dicembre 2001

l Giudice di pace di Roma rigettava l'opposizione proposta da Tizio avverso il verbale di accertamento, con il quale gli veniva contestata la violazione dell'art. 7, comma 1, del cod. strada e gli veniva comminata la sanzione di lire 77.110.

Il giudice riteneva che l'opposizione, fondata sul rilievo che la violazione era stata accertata da un ausiliario del traffico, e cioè da soggetto non legittimato né competente e sprovvisto di delega, non fosse meritevole di accoglimento in quanto costituisce insegnamento della giurisprudenza di legittimità quello secondo cui la collaborazione prestata dai c.d. ausiliari del traffico in sede di rilevazione e segnalazione delle violazioni del codice della strada non inficia la legittimità dell'accertamento.

Il Giudice di pace di Roma cambia giurisprudenza e sostiene la tesi opposta

Giudice di Pace Roma, sez. III, sentenza 15.01.2004 n° 3046

Caio riceve un verbale di accertamento di violazione per presunta circolazione in corsia riservata ai mezzi pubblici, notificato a mezzo del servizio postale, poiché per prassi ormai nota, l’ausiliario del traffico annota gli estremi della targa del veicolo “trasgressore”, senza in alcun modo procedere a “tentare” una immediata contestazione, per legge, invece, obbligatoria. Tale circostanza sarebbe già di per sé idonea a rendere nullo, per carenza di motivazione, il vav. Tanto più considerato che la motivazione, comune a quasi tutti i verbali, la violazione non è stata contestata per non intralciare il servizio pubblico di trasporto non rende in alcun modo giustizia alla lingua italiana. L’art. 201 c.d.s., infatti, esige una motivazione sulla impossibilità – proposizione causale -; il verbalizzante motiva con un giudizio di opportunità – proposizione finale -.

Una volta impugnato il verbale, il legale, in sede di discussione, ha argomentato, in particolare, il fatto che il verbale impugnato, come del resto la totalità degli accertamenti di questo genere, in intestazione rechi la dicitura io sottoscritto……..ausiliario del traffico…..nominato con ordinanza sindacale ai sensi della Legge 127 del 15 maggio 1997, locuzione che non dà certezza alcuna in merito alla effettiva esistenza di una ordinanza, e, comunque, di quali siano effettivamente i poteri conferiti a tale soggetto.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL GIUDICE DI PACE DI ROMA
SEZIONE TERZA

Il Giudice di Pace di Roma Dott.ssa Cecilia Bonacci

ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al N.° 37656/03 R.G.

TRA

Opponente : Simone Pacifici, domiciliato in Roma, Viale degli Ammiragli n. 46

CONTRO

Opposto contumace: Comune di Roma

OGGETTO

Ricorso ex art. 23 L. 689/1981 avverso il provvedimento amministrativo irrogativo di sanzione (allegato alla presente sentenza in copia conforme e della quale ne fa parte integrante)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 24-04-2003 l’opponente proponeva opposizione avverso la sanzione amministrativa N. 20021235123, come meglio identificato nel ricorso introduttivo deducendo a sostegno i motivi indicati nel ricorso stesso.

L’amministrazione opposta, ritualmente evocata, non si costituiva né depositava la prescritta documentazione.

All’udienza del 15-01-2004 compariva il ricorrente.

Questo giudice decideva la causa dando lettura della sentenza in udienza.

motivi DELLA DECISIONE

L’opposizione è fondata e conseguentemente va accolta ed annullato il provvedimento impugnato atteso che vanno condivise e fatte proprie da questo giudicante le argomentazioni di cui al ricorso documentalmente provate.

Non vi è potere da parte dell’ausiliario del traffico di elevare la contravvenzione in oggetto, in quanto il riferimento alla ordinanza sindacale è un riferimento generale alla nomina e non ai poteri che “l’ausiliario” ha.

Inoltre la strada oggetto di accertamento non è delimitata da striscia gialla che indichi corsia riservata, in ottemperanza all’art. 140, co. 6 D.P.R. 495792 unitamente all’art. 40 del Dlvo 285/92. Pertanto i cittadini possono essere tratti in inganno.

Le spese di causa come da dispositivo.

P. Q. M.

Il giudice di pace di Roma, definitivamente pronunciando, accoglie l’opposizione e annulla il provvedimento opposto.

Condanna la parte resistente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in euro 150,00.

Roma 15.01.2004

Il Giudice di Pace

Dott.ssa Cecilia Bonacci

La corte suprema

Cass. civ. Sez. I, 18-08-2006, n. 18186 (rv. 592041)

Per la Cassazione il ricorso è fondato.

L'art. 17, comma 132, della legge 15 maggio 1997, n. 127, ha stabilito che «i comuni possono, con provvedimento del sindaco, conferire funzioni di prevenzione e accertamento delle violazioni in materia di sosta a dipendenti comunali o delle società di gestione dei parcheggi, limitatamente alle aree oggetto di concessione».

Al comma 133, poi, il medesimo art. 17 dispone che «le funzioni di cui al comma 132 sono conferite anche al personale ispettivo delle aziende esercenti il trasporto pubblico di persone nelle forme previste dagli artt. 22 e 25 della legge 8 giugno 1990, n. 142, e successive modificazioni. A tale personale sono inoltre conferite, con le stesse modalità di cui al primo periodo del comma 132, le funzioni di prevenzione e accertamento in materia di circolazione e sosta sulle corsie riservate al trasporto pubblico, ai sensi dell'art. 6, comma 4, lettera c), del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285».

L'art. 68, comma 1, legge 23 dicembre 1999, n. 488, ha successivamente chiarito che «i commi 132 e 133 dell'articolo 17 della legge 15 maggio 1997, n. 127, si interpretano nel senso che il conferimento delle funzioni di prevenzione e accertamento delle violazioni, ivi previste, comprende, ai sensi del comma 1, lettera e), dell'articolo 12 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, i poteri di contestazione immediata nonché di redazione e sottoscrizione del verbale di accertamento con l'efficacia di cui agli articoli 2699 e 2700 del codice civile» (comma 1). La norma ha, inoltre, stabilito che queste funzioni, «con gli effetti di cui all'articolo 2700 del codice civile, sono svolte solo da personale nominativamente designato dal sindaco previo accertamento dell'assenza di precedenti o pendenze penali, nell'ambito delle categorie indicate dai medesimi commi 132 e 133 dell'articolo 17 della citata legge n. 127 del 1997» (comma 2), disponendo, altresì, che a detto personale «può essere conferita anche la competenza a disporre la rimozione dei veicoli, nei casi previsti, rispettivamente, dalle lettere b) e c) e dalla lettera d) del comma 2 dell'articolo 158 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285» (comma 3).

Il legislatore, con le norme sopra richiamate, ha stabilito che determinate funzioni, obiettivamente pubbliche, possano essere svolte anche da soggetti privati i quali abbiano una particolare investitura da parte della pubblica amministrazione, in relazione al servizio svolto, in considerazione "della progressiva rilevanza dei problemi delle soste e parcheggi", specie nei centri urbani. Inoltre, con la norma interpretativa sopra richiamata (art. 68, cit.) ha impresso ai verbali redatti dal succitato personale l'efficacia probatoria di cui agli artt. 2699 e 2700, c.c.

L'art. 17, comma 132, cit., tenuto conto della rilevanza delle funzioni conferite a soggetti che, sebbene siano estranei all'apparato della pubblica amministrazione e non compresi nel novero di quelli ai quali esse sono ordinariamente attribuite (art. 12, cod. strada ), sono legittimati all'esercizio di compiti di prevenzione ed accertamento di violazioni del codice della strada sanzionate in via amministrativa, deve ritenersi norma di stretta interpretazione (in tal senso, v. Cass. 7 aprile 2005 n. 7336). Il legislatore, evidentemente proprio per queste ragioni, ha quindi avuto cura di puntualizzare che le funzioni riguardano soltanto le "violazioni in materia di sosta" e "limitatamente alle aree oggetto di concessione", poiché la loro attribuzione è apparsa strumentale rispetto allo scopo di garantire la funzionalità dei parcheggi, che concorre a ridurre, se non ad evitare, il grave problema del congestionamento della circolazione nei centri abitati. In tal senso, è significativo che al personale in esame "può essere conferita anche la competenza a disporre la rimozione dei veicoli", ma esclusivamente nei casi previsti dall'art. 158, comma 2, lett. b), e), e d) (art. 68, comma 3, cit.), ovvero "dovunque venga impedito di accedere ad un altro veicolo regolarmente in sosta, oppure lo spostamento dei veicoli in sosta", "in seconda fila", "negli spazi riservati allo stazionamento e alla fermata" dei veicoli puntualmente indicati.

Analogamente, l'art. 17, comma 133, della legge n. 127 del 1997, come interpretato dal citato art. 68 della legge n. 488 del 1999, costituisce norma di stretta interpretazione per quanto riguarda le funzioni attribuite al personale ispettivo delle aziende esercenti il trasporto pubblico di persone.

Ne consegue che gli ausiliari del traffico, in tanto sono legittimati ad accertare e contestare violazioni a norme del codice della strada, in quanto dette violazioni concernano le disposizioni materia di sosta. Laddove, invece, le violazioni consistano in condotte diverse, quale, nella specie, la circolazione in corsie riservate ai mezzi pubblici, l'accertamento può essere compiuto dal personale ispettivo delle aziende di trasporto pubblico di persone, ma non anche dagli ausiliari del traffico, di cui all'art. 17, comma 132, della citata legge n. 127 del 1997.

 
Di Alessandro Gazzea (del 05/02/2008 @ 20:02:42 in Codice strada, linkato 1757 volte)

La patente di guida estera può ricevere giuridico riconoscimento esclusivamente attraverso la sua conversione, fatta salva l'eccezione rappresentata dalla norma di cui all'art. 135 cod. strad. la quale consente ai conducenti, in possesso di patente di guida o di permesso internazionale esteri, la guida sul territorio italiano degli autoveicoli e dei motoveicoli appartenenti alle stesse categorie per le quali è valida la loro patente o il loro permesso entro un anno dall'acquisto della residenza in Italia. Decorso inutilmente tale periodo senza che la conversione sia avvenuta o possibile trovano applicazione le disposizioni di cui all'art. 136, commi 6 e 7 seconda parte, cod. strad. e, nell'ipotesi in cui il conducente sia in possesso di autorizzazione per esercitarsi alla guida, l'art. 122, commi 2 e 8, cod. strad. che impone l'obbligo della presenza di una persona in funzione di istruttore al fianco del conducente sanzionandone l'eventuale violazione.

E' sufficiente la semplice colpa ad integrare l'elemento soggettivo dell'illecito amministrativo. L'eventuale buona fede in merito alla liceità della condotta può rilevare, ai fini dell'esclusione della responsabilità, esclusivamente in caso d'inevitabililtà dell'errore – al pari di quanto avviene in materia penale per le contravvenzioni – occorrendo, a tal fine, la presenza di un elemento positivo, estraneo all'autore dell’infrazione, il quale risulti idoneo a generare la convinzione della liceità della condotta senza che egli sia stato negligente o imprudente ovvero qualora abbia fatto tutto quanto in suo potere per osservare la legge.

Cass. civ. Sez. II, Ord., 09-01-2008, n. 228

 

Svolgimento del processo

Con sentenza del 23 maggio 2002, il Giudice di Pace di Rovigo, in accoglimento dell'opposizione proposta da V.M., legale rappresentante della VKF S.r.l., ed H.X. avverso il verbale n. (OMISSIS), con il quale la Polstrada di Rovigo aveva accertato la violazione dell'art. 122 C.d.S., commi 2 e 8, per avere lo X. circolato alla guida dell'autocarro tg.

(OMISSIS) di proprietà della società in possesso di un'autorizzazione per esercitarsi ad essa, ma senza la presenza a suo fianco di un istruttore, annullò la sanzione stabilita in Euro 327,00 ed il fermo amministrativo del veicolo, sull'assunto che, nel caso di specie, il possesso da parte dello X., residente in Italia da oltre un anno, di una patente a lui rilasciata in Albania escludeva la necessità che nella guida egli dovesse essere accompagnato da un istruttore, e che trovavano applicazione il motivo di esclusione da responsabilità di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 4, ed il principio di buona fede. L'Ufficio Territoriale del Governo di Rovigo è ricorso con un motivo per la cassazione della sentenza e gli intimati non hanno resistito La trattazione della causa, rinviata nell'udienza del 17 maggio 2006 per documentare l'avvenuta notifica del ricorso al V., è stata rimessa alla camera di consiglio.

motivi della decisione

Preliminarmente va dichiarata l'inammissibilità del ricorso proposto nei confronti del V., non avendo il ricorrente documentato nel termine all'uopo fissato l'avvenuta notifica dell'atto all'intimato.

Con l'unico motivo il ricorrente, denunciando la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 30 aprile 1982, n. 285, art. 122, commi 7 ed 8, e dell'art. 12 preleggi deduce che anche la titolarità di una patente rilasciata da uno stato estero non escluderebbe l'obbligo del cittadino extracomunitario in possesso di autorizzazione per esercitarsi alla guida in Italia di essere accompagnato da un istruttore, salvo diversa convenzione internazionale, e che non era configurabile alcuno dei motivi previsti per l'esclusione della responsabilità o per l'applicabilità del principio della buona fede.

Il motivo è manifestamente fondato.

Come ripetutamente affermato dalla Corte Costituzionale, nel nostro ordinamento, ai fini della sicurezza della circolazione, la patente estera può avere giuridico riconoscimento solo attraverso la sua conversione (cfr.: ord. n. 260/2001; ord. n. 76/2000), salva l'eccezione prevista dall'art. 135 C.d.S., che consente ai conducenti muniti di patente di guida o di permesso internazionale, rilasciati da uno Stato estero, la guida nel territorio del nostro Paese di autoveicoli e motoveicoli delle stesse categorie per le quali è valida la loro patente o il loro permesso nel Paese di rilascio, fino ad un anno successivo all'acquisto della residenza in Italia per dare tempo alle pratiche di conversione o al conseguimento di patente italiana. Decorso tale anno, ove la conversione non sia avvenuta o possibile, trovano applicazione, dunque, le disposizioni contenute nell'art. 136 C.d.S., commi 6 e 7, seconda parte, e, ove il conducente sia in possesso di autorizzazione per esercitarsi alla guida, le disposizioni contenute nell'art. 122 C.d.S., commi 2 ed 8, che impongono l'obbligo della presenza al suo fianco di una persona in funzione di istruttore e ne sanzionano la violazione.

Non poteva, dunque, essere esclusa dalla sentenza la sussistenza dell'illecito contestato per essere consentito al X. dopo un anno dalla sua residenza in Italia la guida di un veicolo con foglio rosa, senza essere accompagnato da un istruttore, perchè munito di patente di guida conseguita in Albania.

Nè la punibilità del conducente poteva essere esclusa, ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 3, giacchè per integrare l'elemento soggettivo dell'illecito amministrativo è sufficiente la semplice colpa, l'errore sulla liceità della relativa condotta, correntemente indicato come "buona fede", può rilevare in termini di esclusione della responsabilità, al pari di quanto avviene per la responsabilità penale in materia di contravvenzioni, solo quando esso risulti inevitabile, occorrendo a tal fine un elemento positivo, estraneo all'autore dell'infrazione, idoneo ad ingenerare in lui la convinzione della sopra riferita liceità, senza che il medesimo autore sia stato negligente o imprudente, ovvero alla condizione che quest'ultimo abbia fatto tutto quanto possibile per osservare la legge e che nessun rimprovero possa essergli mosso, così che l'errore sia stato incolpevole, non suscettibile cioè di essere impedito dall'interessato con l'ordinaria diligenza (cfr.: Cass. civ., sez. 1, sent. 15 giugno 2004, n. 11253; cass. civ., sez. 1, sent. 5 giugno 2001, n. 7603).

Egualmente la sua responsabilità non poteva essere negata in ragione dell'esimente dello stato di necessità secondo la previsione della L. n. 689 del 1981, art. 4 giacchè questa postula, in applicazione degli artt. 54 e 59, c.p., che fissano i principi generali della materia, una effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile, che non poteva essere ravvisata nell'esigenza di evitare un danno meramente economico, (cfr.: Cass. civ., sez. 1, sent. 10 gennaio 2005, n. 287; cass. civ., sez. 1, sent. 12 maggio 1999, n. 4710).

Alla manifesta fondatezza del motivo segue la cassazione della sentenza impugnata e, non risultando formulati motivi di illegittimità del verbale opposto diversi da quelli esaminati, va emessa, a norma dell'art. 384 c.p.c., comma 2, pronuncia nel merito di rigetto dell'opposizione proposta avverso il verbale della polstrada. Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese dell'intero giudizio.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso nei confronti di V.M..

Accoglie per manifesta fondatezza il ricorso nei confronti di X.H.; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l'opposizione proposta dallo X. avverso il verbale della Polstrada di Rovigo. Compensa tra le parti le spese dell'intero giudizio.

Così deciso in Roma, il 10 ottobre 2007.

Depositato in Cancelleria il 9 gennaio 2008

 

 

Alcune volte le sorti familiari sono favorevoli, almeno in parte, alle ragioni dell’uomo, ancorché definito “infantile” nei rapporti con i figli minori.

In materia di separazione personale dei coniugi, nell’accertamento relativo all’eventuale addebito della stessa, legittimamente il giudice di merito può utilizzare le risultanze delle indagini espletate dal CTU che, sebbene nominato per altri fini (nella specie per la determinazione delle modalità di affidamento dei figli), abbia proceduto all’audizione sia delle parti che della prole. Nel caso in esame, in particolare, il CTU ha rilevato che sebbene i comportamenti assunti dal padre non siano molto educativi per i figli - comportamenti concretizzatisi nel lanciare in aria i figli per poi riprenderli al volo ovvero nel chiudere il bambino in una stanza al buio ai fini di una punizione per aver detto cattive parole, o ancora l’aver camminato, in stato di ebbrezza alcolica, sul cornicione in presenza dei figli, ma al solo fine di spaventare la moglie e non per tentare il suicidio...- non sono comunque tali da integrare una ipotesi di violazione dei doveri genitoriali idonei a determinare la intollerabilità della prosecuzione della convivenza (poiché ritenuti estemporanei e caratterizzati da una connotazione scherzosa che, al più, denota sintomi di infantilismo in capo al genitore, ma non certo di malizia ovvero perversione) intollerabilità che, in quanto tale, giustifica una pronuncia di separazione con addebito in capo al coniuge che siffatti doveri ha violato.

Corte di Appello di Roma 4 luglio 2007

Ritiene, dunque, la Corte che, nella fattispecie, non sussistano i gravi motivi, espressamente postulati dall'art. 155 bis cod. civ. (inserito dall'art. 1 della ripetuta legge n. 54/2006) per confermare l'affidamento dei minori alla sola madre, S.C., rispondendo invece all'interesse degli stessi figli l'opzione prioritaria indicata dal legislatore, nell'art. 155, comma 2 (nuovo testo), cod. civ., che indica nell'affidamento dei figli ad entrambi i genitori la soluzione più idonea a rendere effettivo il diritto dei minori a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, e a ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi, come recita il comma 1 dello stesso art. 155 del cod. civ., nel testo interamente sostituito dal ripetuto art. 1 della legge n. 54/2006, cit.

In accoglimento, quindi, dell'appello principale e in applicazione delle riferite disposizioni legislative nonché in aderenza alle puntuali e qualificate risultanze istruttorie sul punto, M. e D.C., rispettivamente di anni undici ed otto compiuti, devono essere affidati ad entrambi i genitori, ferma la prevalente collocazione presso la madre nella casa familiare, da loro abitata fin dalla nascita.

In particolare, minori hanno diritto a permanere presso il padre in misura più ampia rispetto a quella attualmente prevista che includa almeno due pomeriggi alla settimana, preferibilmente il martedì e il giovedì, dall'orario di uscita da scuola fino alle ore 19,30 in periodo scolastico e dalle ore 16,30 fino alle ore 21,00 in periodo non scolastico, con impegno del padre, nei predetti pomeriggi, ad aiutarli nello svolgimento dei compiti scolastici ovvero ad accompagnarli per la pratica di sports ed altre eventuali attività socio-culturali-ricreative.

 
Prima parte

In tema di contestazione al regolare funzionamento dell’apparecchio rilevatore della velocità, la circostanza che Polizia Stradale riporti nel verbale la generica affermazione di regolare funzionamento dell’apparecchio medesimo, è da ritenersi del tutto generica e priva di valenza probatoria: in tal senso recente giurisprudenza ha sostenuto che tale affermazione è assolutamente non idonea a fornire la piena prova del perfetto funzionamento dell’apparecchiatura autovelox 104/C-2.

La Cassazione (Cass. n. 8515/2001) ha precisato che la p.a. deve fornire idonea prova e precisa documentazione integrativa se il ricorrente contesta proprio la correttezza dello strumento utilizzato per la rilevazione dell’infrazione

Nel caso affrontato dal Giudice di pace di Messina, 24.11.2005, n. 1345, la Polizia Stradale non depositò né il certificato di omologazione (che poteva riguardare un prototipo della macchina) né alcuna certificazione relativa all’apparecchio misuratore utilizzato nel caso concreto (del quale risultava solo la funzionalità preventiva al momento in cui è stata rilevata l’infrazione).

Non venne esibito nemmeno alcun certificato di taratura riferito alla matricola del predetto apparecchio autovelox 104/C-2, il cui prototipo, a suo tempo, poteva anche essere stato omologato, ma di tale omologazione non vi era né cenno né prova in atti (non venne nemmeno prodotta l’attestazione di conformità al prototipo prevista dall’art. 192 reg. att. C. str.).

La documentazione fornita dalla Polizia Stradale al Prefetto e depositata in atti, risultò così del tutto carente: sostanzialmente non venne fornita né la taratura iniziale, né quella periodica, né il certificato di verifica periodica sia pure effettuato presso il costruttore dell’apparecchio.
Non si raggiunse così la prova della fondatezza dell’accertamento della contestata violazione.
La certificazione degli agenti era limitata alla locuzione “a mezzo dell’apparecchiatura autovelox 104/2 – 5/874 di cui gli operatori avevano preventivamente verificato la perfetta funzionalità ed al successivo sviluppo della pellicola fotografica” (ma nemmeno questa era allegata).

Nello stesso senso anche Cass. n. 8515/2001. La Cassazione accoglie il ricorso di un soggetto che superava di 58 km il limite massimo consentito, per gli stessi motivi. Gli agenti verbalizzanti si erano limitati ad attestarne, nel verbale d’accertamento, la regolare funzionalità dell’apparecchiatura utilizzata. Solo con tale generica espressione l’apparecchio non risultava in concreto identificato.

Fine prima parte


 

Le donazioni continue e regolari del nonno in favore dei nipoti della famiglia del figlio, contribuendo a determinare un più alto tenore di vita familiare rispetto a quello che i coniugi da soli potrebbero assicurarsi, devono essere sempre considerate quale presupposto indefettibile per la quantificazione dell'assegno di mantenimento, e ciò al fine di assicurare il medesimo tenore di vita dell'ex coniuge una volta separato.

Cass. civ. Sez. I, 23-07-2008, n. 20352

 

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Sulmona, dopo aver pronunciato con sentenza non definitiva la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra P.A.C. e T.S., con sentenza del 10 luglio 2002 determinava in Euro 2.000,00 l'assegno divorzile a carico del P. ed in Euro 2.000,00 mensili l'assegno dovuto dal medesimo P. alla T. quale contributo al mantenimento dei tre figli, con decorrenza dalla data della proposizione della domanda giudiziale (11.12.1996).

Con sentenza dell'11 gennaio - 22 febbraio 2005, la Corte d'appello de L'Aquila, pronunciando sull'impugnazione principale della T. e su quella incidentale del P. - in parziale accoglimento della prima, e rigettando la seconda - determinava in Euro 2.600,00 l'assegno divorzile ed in Euro 1.000,00, per ciascun figlio convivente con la madre, l'assegno di mantenimento per i figli, condannando il P. a corrispondere alla T. la complessiva somma di Euro 5.600,00 a decorrere dalla data della costituzione nel giudizio di primo grado della resistente, con la rivalutazione monetaria annuale e gli interessi legali sui ratei maturati. La Corte territoriale teneva conto, in particolare: -) del più che alto tenore di vita goduto dalla coppia in costanza di matrimonio, anche per le elargizioni regolarmente e continuativamente erogate dal padre del P., titolare di un'azienda assai florida, alla quale collaborava il figlio A.C., godendo di ingenti profitti, e della quale era destinato con il tempo a divenire sempre più parte attiva; -) del versamento per circa un anno durante la separazione della somma di L. 12.000.000 mensili per il mantenimento della moglie e dei tre figli con lei conviventi; -) della posizione di vertice acquisita dal P. nell'azienda paterna e dalla mancanza di redditi lavorativi da parte della moglie; -) dell'intervenuta costituzione di un nuovo nucleo familiare da parte del P., che aveva compromesso la possibilità di ricostituire l'unione familiare, ma che non poteva comportare una consistente riduzione dell'obbligo di assistenza all'ex coniuge, considerato che non erano stati dimostrati peculiari oneri finanziari imposti dalla nuova unione, comunque conseguente ad una scelta unilaterale del P.; -) del contributo della moglie, dedicatasi esclusivamente alla famiglia ed alla cura dei figli durante l'unione coniugale, agevolando anche l'impegno lavorativo e professionale del marito; -) della sostanziale inattendibilità della dichiarazione dei redditi del P. per l'anno 1998, che riportava un reddito annuo inferiore a quanto versato nello stesso periodo per il mantenimento della moglie e dei figli; -) dei redditi immobiliari acquisiti dal P. a seguito del decesso del padre; -) delle esigenze dei figli in relazione alla crescita, al loro status sociale ed alle pregresse abitudini e condizioni di vita. La Corte d'appello riteneva che l'assegno per i figli doveva decorrere dalla data della domanda e che tale decorrenza - da intendersi dal deposito della comparsa di costituzione in primo grado contenente la relativa richiesta doveva essere confermata anche per l'assegno a favore della T., condividendosi l'opportunità della continuità dell'erogazione della somma nella maggior misura stabilita.

Avverso la sentenza d'appello P.A.C. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi.
motivi della decisione

1. Con il primo mezzo d'impugnazione il ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5, comma 6, nonchè illogica e contraddittoria motivazione sul punto relativo alla determinazione, in astratto, dell'assegno divorzile.

Si sostiene che la Corte d'appello aveva erroneamente determinalo, in astratto, il c.d. tetto massimo della misura dell'assegno, attraverso parametri utilizzabili esclusivamente nella quantificazione in concreto del medesimo, i quali, ove correttamente adottati, avrebbero dovuto comportare una drastica riduzione dell'assegno stesso. Inoltre, i giudici di secondo grado avevano determinato il tenore di vita degli ex coniugi, tenendo conto del "benefico e determinante apporto derivato dalle elargizioni regolarmente e continuativamente erogate dal padre del P.", mentre si sarebbe dovuto fare riferimento alle sole potenzialità economiche dei coniugi, e non agli apporti ed ai contributi offerti liberamente da soggetti estranei al nucleo familiare.

2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5, comma 6, sotto altro profilo, nonchè illogica e contraddittoria motivazione sul punto relativo alla determinazione, in astratto, dell'assegno divorzile.

Secondo il P., avrebbe errato la Corte d'appello nel ricostruire il tenore di vita dei coniugi e, quindi il "tetto massimo" dell'assegno di divorzio, sulla base delle condizioni della separazione e, addirittura, delle pattuizioni integrative stipulate dai coniugi. La bozza di accordo del 20 maggio 1993 e la scrittura del 9 dicembre 1993 - che prevedevano il versamento alla T. della somma di L. 8.000.000 mensili ad integrazione dell'assegno di mantenimento concordato in L. 4.000.000 - erano stati sottoscritti dal P. sotto la pressione morale della minaccia del suicidio, già tentato dalla T., il (OMISSIS) e l'(OMISSIS). In particolare: a) era stata violata la normativa in materia di divorzio, che è insensibile al regime dei rapporti economico - patrimoniali instauratosi in sede di separazione; b) erano state sovrapposte alla fase diretta all'accertamento, in astratto del diritto all'assegno divorzile valutazioni proprie della fase della determinazione del quantum dell'assegno, che era risultato parametrato, se non pressochè identico, (Euro 5.600,00), al contributo complessivamente dovuto dal P. durante la separazione (Euro 6.000,00 circa); c) non era stato considerato che tale ultimo importo era stato versato solo per un anno ed esclusivamente grazie all'intervento economico del padre dell'odierno ricorrente.

3. Il terzo motivo esprime doglianze di violazione e falsa applicazione dei criteri - tra cui, in particolare, quello del reddito - fissati dall'art. 5 della legge 1 dicembre 1970 n. 898, di violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. nonchè di insufficiente motivazione.

Il legislatore per quantificare la misura dell'assegno divorzile aveva indicato ulteriori criteri rispetto a quello del tenore di vita dei coniugi, essendo possibile che il coniuge obbligato non sia in grado di corrispondere una somma tale da consentire il mantenimento del precedente tenore di vita, soprattutto quando ad esso abbiano contribuito mezzi e redditi provenienti da terze persone, come nella specie era avvenuto per effetto delle liberalità elargite dal padre del ricorrente. Nella determinazione dell'assegno di divorzio avrebbe dovuto essere considerata la sola capacità reddituale dell'ex marito, pari a circa L. 25.000.000, l'anno risultante dalla dichiarazione dei redditi. Pure censurabile era la presunzione costituita dall'aspettativa di P.A.C. dell'acquisizione di una posizione di vertice nell'azienda paterna, a prescindere dall'accertamento in concreto dei redditi dell'ex coniuge obbligato, il quale nella specie, a seguito del decesso del genitore, aveva cogestito l'azienda familiare insieme a due sorelle e ad un cugino.

4. I primi tre motivi di ricorso, congiuntamente esaminabili per ragioni di connessione, non sono fondati.

Secondo l'orientamento di questa Corte l'accertamento del diritto all'assegno divorzile va effettuato verificando innanzitutto l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso, ovvero che poteva ragionevolmente prefigurarsi sulla base di aspettative esistenti nel corso del rapporto matrimoniale (da ultimo Cass. 12 luglio 2007 n. 15611, 28 febbraio 2007, n. 4764; 23 febbraio 2006, n. 4021).

L'accertamento del diritto all'assegno di divorzio si articola in due fasi, nella prima delle quali il Giudice è chiamato a verificare l'esistenza del diritto in astratto, in relazione all'inadeguatezza dei mezzi o all'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio. Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dell'assegno in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nella L. n. 898 del 1970, art. 5, che quindi agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerabile in astratto, e possono in ipotesi estreme valere anche ad azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione (Cass. 12 luglio 2007 n. 15610, 22 agosto 2006 n. 18241, 19 marzo 2003, n. 4040).

Nella specie, la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di tali principi, avendo prima accertato l'inadeguatezza dei mezzi a disposizione della T. in relazione al tenore di vita goduto dalla coppia in costanza di matrimonio, individuando la somma che, in astratto, sarebbe stata idonea a far conservare alla ex moglie il suddetto tenore di vita ed avendo, successivamente, esaminato l'incidenza nella determinazione dell'assegno dei criteri indicarti nel citato art. 5, sotto il profilo delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dei coniugi alla conduzione della famiglia ed alla formazione del patrimonio, nonchè del reddito delle parti.

La circostanza che l'applicazione di tali criteri non abbia portato ad una diminuzione della somma in astratto idonea a permettere alla T. di conservare il tenore di vita goduto durante il matrimonio è dipesa da specifici elementi di fatto, nessuno dei quali risultava a favore del P.. In particolare, secondo la Corte territoriale: a) con riferimento alle ragioni della decisione, l'intervenuta costituzione di un nuovo nucleo familiare da parte di quest'ultimo (con la nascita di un altro figlio) aveva definitivamente compromesso la possibilità di ricostituzione dell'unione matrimoniale; b) con riferimento al contributo personale ed economico dei coniugi, la T., essendosi dedicata esclusivamente alla famiglia ed alla cura dei figli, aveva contribuito ad agevolare l'impegno lavorativo e professionale del marito, al quale quest'ultimo aveva potuto dedicarsi a tempo pieno; c) con riferimento ai redditi delle parti, la T. era priva di reddito lavorativo e nell'impossibilità di procurarselo (per l'età e per le attività svolte), mentre il P. disponeva di redditi rilevanti per la partecipazione ad una redditizia attività imprenditoriale e per la proprietà di numerosi immobili.

Lamenta, in particolare, il ricorrente, che, ai fini della valutazione del tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio( si sia tenuto conto delle elargizioni erogate dal padre del P. per mero spirito di liberalità nonchè di pattuizioni integrative delle condizioni della separazione, che egli avrebbe sottoscritto sotto la pressione morale della minaccia di suicidio della moglie.

In relazione al primo punto, sostiene il P. che il tenore di vita dei coniugi è solo quello offerto dalle potenzialità economiche dei medesimi e non già quello derivante dagli apporti e dai contributi offerti liberamente da soggetti estranei al nucleo familiare, richiamando a sostegno della sua tesi una decisione di questa Corte (Cass. 9 settembre 2002 n. 13060).

In realtà i principi enunciati con tale decisione non avvalorano la tesi del ricorrente ed anzi la relativa motivazione contiene osservazioni che la contraddicono. La decisione non riguardava la valutazione del tenore di vita dei coniugi, bensì il criterio del contributo personale o economico del coniuge, ai fini della determinazione della misura dell'assegno di divorzio dal medesimo richiesto. In quel caso questa Corte ha ritenuto che, esigendo tale criterio la diretta provenienza del contributo da uno dei coniugi, l'apporto di estranei al nucleo familiare (si trattava dei genitori della moglie che avevano prestato consistenti aiuti economici, agli inizi della vita familiare, per consentire al marito l'accesso alla professione di notaio) non potesse essere preso in considerazione a quei fini, sia perchè caratterizzato da liberalità, sia perchè non sarebbe ragionevole nè conforme a giustizia, attraverso l'aumento dell'assegno di divorzio, tradurre in effetti vantaggiosi per un solo membro del consorzio familiare l'incremento del patrimonio familiare favorito dall'intervento liberale di terzi.

Nella motivazione della sentenza citata, però, si rileva che tale intervento liberale era stato già implicitamente considerato - nella misura in cui avesse effettivamente concorso a determinare un tenore di vita elevato della famiglia - nel giudizio tendente a stabilire la sussistenza di un apprezzabile divario tra detto tenore di vita e quello attuale del coniuge richiedente, quale presupposto indefettibile per l'attribuzione dell'assegno.

Va inoltre considerato che, come sottolineato dalla Corte d'appello, nel caso in esame le elargizioni regolarmente e continuamente erogate dal padre del P., titolare di un'azienda notoriamente assai florida, presentavano un carattere particolare, nel senso che il figlio A.C. già all'epoca collaborava in tale azienda, godendo di fatto di ingenti profitti ed essendo destinato in futuro a divenire sempre più parte attiva della medesima azienda.

Nella specie, la sentenza impugnata evidenzia l'elevatezza del tenore di vita non solo goduto nel corso della vita coniugale, ma potenzialmente godibile in ragione della fondata e legittima aspettativa del P. (maturata in costanza di matrimonio) dell'acquisizione di una posizione di vertice nell'ambito dell'azienda paterna, quale effettivamente in seguito acquisita.

Per quanto riguarda le pattuizioni integrative delle condizioni della separazione, che il P. avrebbe sottoscritto sotto la pressione morale della minaccia di suicidio della moglie, va rilevato che tale ultima affermazione non risulta accertata in sede di giudizio di merito e non può essere verificata in questa sede.

Non sussiste il denunciato vizio di violazione di legge per avere la sentenza impugnata preso in considerazione il regime economico della separazione dei coniugi e le sopravvenute pattuizioni integrative. Infatti, pur se, in tema di divorzio, la congruità dell'assegno ad assicurare al coniuge il mantenimento del tenore di vita goduto durante il matrimonio deve essere valutata alla luce della L. n. 898 del 1970, art. 5, (e succ. modif.), tuttavia, anche l'assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un valido indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi al tenore di vita goduto durante il matrimonio e alle condizioni economiche dei coniugi (Cass. 19 ottobre 2006 n. 22500).

Infine, relativamente alla pretesa valutazione dei redditi del P. nella misura indicata nella dichiarazione dei redditi del medesimo (pari a circa L. 25.000.000 annui), va rilevato che le dichiarazioni dei redditi dell'obbligato, in quanto svolgono una funzione tipicamente fiscale, non rivestono, in una controversia concernente l'attribuzione o la quantificazione dell'assegno di divorzio, relativa a rapporti estranei al sistema tributario, valore vincolante per il giudice, il quale, nella sua valutazione discrezionale, ben può disattenderle, fondando il suo convincimento su altre risultanze probatorie (Cass. 28 aprile 2006 n. 9876, 12 giugno 2006 n. 13592, 19 giugno 2003 n. 9806). Inoltre, legittimamente il giudice del merito, nel determinare il reddito dei coniugi ai fini della determinazione dell'assegno divorzile e del contributo di mantenimento in favore dei figli, tiene conto delle potenzialità dell'attività di impresa esercitata dal coniuge obbligato e dell'entità oggettiva degli immobili di cui quest'ultimo risulti proprietario, prescindendo dalle risultanze delle dichiarazioni dei redditi (Cass. 22 agosto 2006 n. 18241).

Nella specie, la Corte di appello ha correttamente escluso la determinante ed esclusiva valenza probatoria della dichiarazione dei redditi del P. dell'anno 1998, ritenuta inattendibile in considerazione dell'avvenuto versamento nello stesso periodo dell'assegno di mantenimento per moglie e figli di importo superiore al reddito annuo dichiarato, ed ha valorizzato la sempre crescente partecipazione del P. all'attività imprenditoriale ed ai relativi profitti.

5. Con il quarto motivo il ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 4, comma 10, nonchè omessa pronuncia e motivazione sul punto.

Si sostiene che la sentenza impugnata era erronea nella parte in cui aveva disposto che l'assegno di divorzio dovesse essere corrisposto dalla domanda proposta dalla T. in primo grado, e cioè dal 23 aprile 1997, data di deposito della comparsa di costituzione che conteneva la relativa richiesta. La Corte di appello non avrebbe potuto basare la retroattività dell'obbligo sulla continuità dell'erogazione, non potendo tale continuità sussistere tra l'assegno di separazione (stabilito in L. 4.000.000 mensili, pari a 2.075,70 Euro) e l'assegno divorzile, fissato in 5.600,00 Euro. La retroattività dell'assegno avrebbe dovuto essere negata o, quanto meno, stabilita a far data dalla definitiva formulazione della domanda da parte della T. all'udienza di precisazione delle conclusioni del 6 febbraio 2002. 6. Nemmeno questo motivo è fondato.

Come osservato da questa Corte (Cass. 12 luglio 2007 n. 15611), il principio enunciato nella L. n. 898 del 1970, art. 4, n. 10, come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 8, - secondo il quale il giudice di merito può fare decorrere l'assegno di divorzio, ove ne ricorrano le condizioni, dal momento della domanda - non costituisce deroga al principio secondo il quale l'assegno di divorzio, trovando la propria fonte nel nuovo "status" delle parti, decorre dal passaggio in giudicato della relativa statuizione, bensì un temperamento a tale principio, con il conferire al giudice il potere discrezionale, in relazione alle circostanze del caso concreto, di disporre la decorrenza di esso alla data della domanda.

Nella specie la Corte di appello ha ritenuto di fare uso del suddetto potere discrezionale ritenendo opportuno che l'assegno di divorzio, nella maggiore misura stabilita, decorresse dalla domanda di assegno formulata dalla T. nella comparsa di costituzione in primo grado.

Tale decisione, coerente con la menzionata previsione normativa, non è censurabile davanti a questa Corte.

7. Il ricorso deve essere quindi rigettato.

Nulla per le spese processuali, in considerazione dell'esito del ricorso e della mancanza di difese da parte dell'intimata.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 5 giugno 2008.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 18/09/2007 @ 19:26:12 in Codice strada, linkato 1800 volte)

Guida in stato di ebbrezza di una bicicletta ?

Accade anche questo : - )

Il nostro codice della strada trova applicazione anche nei confronti dei velocipedi, pur non avendo quest'ultimi, a differenza di quanto accade in alcuni paesei comunitari, come ad esempio l'Austria, la targa come quella montati sui motorini.

La vicenda riguarda un signore di Bologna, il quale conducendo la sua bicicletta in stato di palese alterazione psicofisica, determinata dall'assunzione di sostanze alcoliche, rimaneva coinvolto, o meglio, provocava un incidente stradale. Veniva accertato un tasso alcolemico al di sopra di quello consentito dal codice della strada.

Rinviato a giudizio per il reato previsto dall'art. 186, commi 1, 2 e 4 bis, veniva condannato dal giudice del Tribunale di Bologna alla pena di venti giorni di arresto ed euro 600 di multa, oltre al pagamento dele spese processuali (pena sospesa).

 

Tribunale di Bologna

Sentenza 21 giugno 2007, n. 1752

Sentenza n. 1752/07
Pronunziata il 13.06.2007
Motivazione depositata il 21.06.2007

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE DI BOLOGNA

IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice Dott. MAURIZIO PASSARINI

all’udienza dibattimentale del 13 GIU 2007 ha pronunciato

e pubblicato mediante lettura del dispositivo

la seguente

SENTENZA

SENTENZA DIBATTIMENTALE

nei confronti di:

XX nato il (omissis)/1963 in Algeria

- contumace -

IMPUTATO

del reato p. e. p. dall'art. 186, 1° comma, 2° comma e 4° comma bis D.Lvo nr. 285/92 COME MODIFICATO DALLA L. 284/03, conduceva il velocipede marca Concordia, in condizione di alterazione psicoficica determinata dall'assunzione di bevande alcooliche, rimanendo coinvolto in sinistro stradale. Tasso alcoolemico accertato mediante prelievo ematico pari a 282 mg./100ml.

In Bologna il 4 settembre 2004.

In esito all'odierna udienza, sentiti:

il P.M. che ha concluso:

come da verbale

Il difensore dell'imputato che ha concluso:

come da verbale

motivi DELLA DECISIONE

L'imputato è stato tratto a giudizio, per rispondere del reato di cui in epigrafe, con decreto di citazione diretta emesso dal Pubblico Ministero ai sensi dell' art. 550 c.p.p.

Nel corso del giudizio, svoltosi in contumacia dell' imputato, sono stati sentiti i testi Nanetti e Tartari (rispettivamente, assistente ed ispettore della Polizia Municipale di Bologna) e Giuseppina M.

All'esito dell' istruttoria dibattimentale, ai sensi dell' art. 511 c.p.p., sono stati dati per letti gli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento e se ne è dichiarata la loro utilizzabilità ai fini della. decisione.

Le parti hanno successivamente concluso come da verbale di udienza

* * *

Dalle dichiarazioni dei testi N. e T. emerge che l'imputato, conducendo la propria bicicletta, fu coinvolto in un incidente stradale con un autobus. Allorquando i testi intervennero, il XX era già stato condotto all'ospedale.

Dall' esame alcoolimetrico cui l'imputato, lo stesso giorno dell'incidente, fu sottoposto in ospedale, emerge che lo stesso presentava un altissimo tasso alcolico (282 mg/100 ml: v. referto acquisito agli atti del giudizio), ben superiore a quello massimo consentito dalla normativa in materia di circolazione stradale.

Il teste G. M. - indicato dalla difesa - ha riferito che poco prima dell'incidente aveva notato l'imputato armeggiare intorno al manubrio della propria bicicletta, manubrio che appariva storto. La teste non ha peraltro poi assistito all'incidente.

In forza della testimonianza G. M., assume la difesa dell'imputato che costui non viaggiava sulla sua bicicletta. L'assunto appare privo di ogni pregio, in quanto:

il fatto che, poco prima dell'incidente, l'imputato stesse armeggiando intorno al manubrio del suo velocipede non è in alcun modo incompatibile con il fatto che, di lì a poco, lo stesso sia rimasto coinvolto in un incidente;

i testi N. e T. descrivono un sinistro in cui pacificamente è rimasta coinvolta la bicicletta del ciclista XX, tra l'altro trasportato all'ospedale subito dopo il sinistro.

Del tutto priva di pregio è poi l'ulteriore tesi, sostenuta dalla difesa dell'imputato, secondo la quale la norma incriminatrice relativa alla guida in stato di ebbrezza non trova applicazione per i ciclisti. È vero soltanto - ma è cosa all'evidenza ben diversa - che in caso di guida in stato di ebbrezza di una bicicletta (veicolo per la cui guida non è prevista patente alcuna) non può essere applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.

Deriva da quanto precede che è dimostrato che:

l'imputato, conducendo la propria bicicletta, fu coinvolto in un sinistro;

l'imputato presentava un tasso alcolico nettamente superiore a quello consentito.

Il XX va pertanto dichiarato colpevole del reato ascrittogli.

La sua incensuratezza consente la concessione delle attenuanti generiche.

Valutati tutti i criteri di cui all'art. 133 c.p., si reputa equa la sua condanna alla pena di giorni venti di arresto e 600 euro di ammenda (pena base: mesi uno ed euro 900; ridotta per effetto delle attenuanti generiche).

Consegue per legge la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali.

Sulla base di un favorevole giudizio prognostico, può concedersi all'imputato il beneficio della sospensione condizionale della pena.

P.Q.M.

Visti ed applicati gli artt. 533 e 535 c.p.p.

dichiara

XX colpevole del reato ascrittogli e, concessegli le attenuanti generiche, lo condanna alla pena di giorni venti di arresto ed euro 600 di ammenda, oltre al pagamento delle spese processuali.

Pena sospesa.

Bologna, 13.6.2007

Il Giudice
(Dr. Maurizio Passarini)

La presente sentenza è stata redatta senza l'ausilio delle trascrizioni delle dichiarazioni rese in sede di istruttoria dibattimentale, in quanto la A. L. non ha provveduto a fornire dette trascrizioni nei termini previsti dal contratto nazionale per il servizio di documentazione degli atti dibattimentali stipulato in data 5.5.2006 e, in ogni caso, in tempo utile per il rispetto, da parte di questo giudice, del termine per il deposito della sentenza.

Motivazione depositata in Cancelleria il 21 GIU 2007.

 

La polizia municipale di Palermo accertava la guida senza patente categoria A del motoveicolo.

Il Prefetto notificava l’ordinanza-ingiunzione al trasgressore con la quale gli veniva intimato il pagamento di euro 2.176,61; la notificava, tuttavia, avveniva oltre il novantesimo giorno.

Alla luce dell'indirizzo di questa Corte - cui il Collegio ritiene di dare continuità - secondo il quale, nell'ipotesi di violazione del codice della strada per la quale non sia consentito il pagamento della sanzione pecuniaria in misura ridotta (ciò che avviene, appunto, per la violazione dell'art. 116 C.d.S. che ci occupa), il verbale di accertamento non costituisce in nessun caso titolo esecutivo e il prefetto è tenuto ad emettere l'ordinanza ingiunzione nel termine, applicato analogicamente, previsto dall'art. 204 C.d.S., decorrente dalla scadenza del termine per proporre il ricorso amministrativo ai sensi dell'art. 203 C.d.S. (Cass. 3715/2003, 21361/2005, 22120/2006).

Cass. civ. Sez. II, 07-04-2008, n. 9006

Svolgimento del processo

Con ricorso del 19 febbraio 2002 la sig.ra M.S. proponeva opposizione avverso l'ordinanza ingiunzione in data 18 dicembre 2001 del Prefetto di Palermo, notificatale il 29 gennaio 2002, con la quale, su rapporto della Polizia municipale di quella città in data 10 luglio 2001, le veniva intimato il pagamento di euro 2.176,61 a titolo di sanzione amministrativa per guida senza patente di categoria "A" (violazione dell'art. 116 C.d.S.). Deduceva di versare in stato di necessità, essendo diretta all'ospedale per prestare soccorso al cognato ivi ricoverato. Con successiva memoria del suo difensore deduceva, altresì, l'illegittimità dell'ordinanza per difetto di motivazione e violazione dei termini di cui all'art. 204 C.d.S..

Insaturato il contraddittorio con il Prefetto, che non si costituiva, l'adito Giudice di pace di Palermo, con sentenza del 29 ottobre 2002, rigettava l'opposizione osservando:

che non era stato provato il dedotto stato di necessità;

che non sussisteva difetto di motivazione dell'ordinanza, considerato l'esauriente riferimento all'accertata violazione dell'art. 116 C.d.S., non contestata dall'opponente, la quale aveva dichiarato alla Polizia municipale di non aver potuto conseguire la patente di guida per difficoltà economiche;

che il termine di cui all'art. 204 C.d.S. riguarda la sola ordinanza ingiunzione emessa su ricorso del trasgressore al prefetto, sicchè trovava nella specie applicazione il solo termine di prescrizione quinquennale.

Avverso tale sentenza la sig.ra M. ricorre per due motivi.

L'intimato Prefetto di Palermo non svolge difese.


motivi della decisione
 

1. - Con il primo motivo viene riproposta l'eccezione di violazione del termine di 90 giorni di cui all'art. 204 C.d.S., come modificato dalla L. 24 novembre 2000, n. 340, art. 18, comma 3. 1.1. - Il motivo è fondato, alla luce dell'indirizzo di questa Corte - cui il Collegio ritiene di dare continuità - secondo il quale, nell'ipotesi di violazione del codice della strada per la quale non sia consentito il pagamento della sanzione pecuniaria in misura ridotta (ciò che avviene, appunto, per la violazione dell'art. 116 C.d.S. che ci occupa), il verbale di accertamento non costituisce in nessun caso titolo esecutivo e il prefetto è tenuto ad emettere l'ordinanza ingiunzione nel termine, applicato analogicamente, previsto dall'art. 204 C.d.S., decorrente dalla scadenza del termine per proporre il ricorso amministrativo ai sensi dell'art. 203 C.d.S. (Cass. 3715/2003, 21361/2005, 22120/2006).

Nella specie, la contestazione della violazione avvenne il 10 luglio 2001, mentre l'ordinanza ingiunzione fu emessa il successivo 18 dicembre, dunque oltre il termine di novanta giorni di cui all'art. 204 C.d.S., comma 1 cumulato con quello di sessanta giorni di cui all'art. 203 C.d.S., comma 1. 2. - L'accoglimento del primo motivo determina l'assorbimento del secondo, con cui si denuncia la violazione del dovere di motivazione del giudice con riguardo alla censura di difetto di motivazione dell'ordinanza ingiunzione.

3. - La sentenza impugnata va pertanto cassata, in accoglimento del primo motivo di ricorso, e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, con l'accoglimento dell'opposizione e il conseguente annullamento dell'ordinanza ingiunzione.

4. - E' giusto dichiarare irripetibili le spese dell'intero giudizio, di merito e di legittimità, considerato che l'orientamento di questa Corte di cui si è fatta applicazione si è consolidato in epoca successiva all'emissione dell'ordinanza ingiunzione.

P.Q.M.
 

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l'opposizione ed annulla l'ordinanza ingiunzione, dichiarando irripetibili le spese dell'intero giudizio.

Così deciso in Roma, il 9 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 7 aprile 2008

 

Veicolo sottoposto a sequestro: chi si pone alla guida non commette reato

Il veicolo era stato sottoposto a sequestro amministrativo a sensi dell'art. 213 C.d.S.

Il custode, tuttavia, utilizzava ugualmente la vettura per la viabilità.

Il Tribunale di Napoli assolveva l’imputato (il custode del veicolo) dal reato ex art. 334 c.p. in tema di “sottrazione o danneggiamento di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall'autorità amministrativa”, in quanto la sanzione amministrativa di cui all'art. 213 C.d.S., spiega il giudice partenopeo, racchiude tutta la disciplina del sequestro in materia di violazione della circolazione stradale.

Ricorre per Cassazione il Procuratore della Repubblica di Napoli

Gli ermellini di Piazza Cavour, rigettano il ricorso: chiunque è sorpreso a circolare con un mezzo sottoposto a sequestro a sensi dell'art. 213 C.d.S. risponde solo dell'illecito amministrativo.

Cass. pen. Sez. III, (ud. 20-03-2008) 19-06-2008, n. 25116

Svolgimento del processo - motivi della decisione

 

Con sentenza 6 aprile 2007, il Tribunale di Napoli ha assolto, con la formula "perchè il fatto non sussiste", P.A. dal reato previsto art. 334 c.p., comma 2 (contestatogli per aver, nella sua qualità di custode di un autocarro sottoposto a sequestro amministrativo a sensi dell'art. 213 C.d.S., utilizzato il mezzo per la viabilità).

Per giungere a tale conclusione, il Giudice ha rilevato come la fattispecie in esame sia punita con sanzione amministrativa dall'art. 213 C.d.S. che racchiude tutta la disciplina del sequestro in materia di violazione della circolazione stradale; il reato di cui all'art. 334 c.p. non è configurabile perchè l'utilizzo del veicolo non determina il suo deterioramento.

Queste conclusioni sono censurate dal Procuratore della Repubblica di Napoli che, nei motivi di ricorso in Cassazione, deduce violazione di legge. Rileva che una coordinazione sistematica delle norme, porta a concludere che l'art. 213 C.d.S. sia applicabile solo ai soggetti che non sono custodi del bene e si siano limitati a farlo circolare abusivamente; le persone qualificate che utilizzano il veicolo rispondono del reato previsto dall'art. 334 c.p. che prescinde dal deterioramento del bene.

Il Collegio ritiene che la sentenza debba essere confermata sia pure per motivi parzialmente diversi da quelli enucleati nel testo del provvedimento impugnato.

La questione di diritto sottoposta alla Corte consiste nello stabilire se esista, o no, un concorso apparente di norme tra l'art. 334 c.p. e l'art. 213 C.d.S. nel caso in cui la sottrazione della res al vincolo del sequestro (che è una delle condotte alternative previste dalla prima norma) si concretizzi nella circolazione di un veicolo.

La problematica è stata risolta da una recente sentenza di questa Sezione (n 174/2008) facendo leva sul principio di specialità enucleato dall'art. 15 c.p.; la decisione, in esito ad un esame della astratta struttura delle due norme, ha rilevato che la fattispecie depenalizzata presenta, in relazione alla codicistica, maggiori elementi specializzanti che ne circoscrivono l'ambito di applicazione.

La previsione amministrativa è più specifica rispetto all'art. 334 c.p. per quanto concerne: il bene sottoposto vincolo (non un qualsiasi oggetto, ma una res determinata,cioè, un veicolo); la condotta elusiva del sequestro (circoscritta ad una peculiare forma di sottrazione tipica della natura mobile della cosa); la ragione del sequestro (prodromico alla confisca); l'autorità che lo ha disposto (un organo di Polizia).

La fattispecie dell'art. 334 c.p. presenta un elemento individualizzante rispetto a quella del codice della strada rappresentato dai soggetti attivi (che identifica con le persone qualificare del custode o del proprietario).

Tra le due norme intercorre, pertanto, un rapporto di specialità bilaterale che è stato superato nella ricordata sentenza sostanzialmente avendo come guida il criterio della maggiore specialità in base ad una valutazione quantitativa degli elementi peculiari; questo criterio è stato utilizzato in alcune decisioni di questa Corte (Sezioni Unite sentenza 10/1976; Sezione 6^ sentenza n. 10800/2000).

Le argomentazioni svolte nella decisione n. 174/2008 (dianzi citata) appaiono condivisibili a questo Collegio: la tematica, però, può trovare ulteriori approfondimenti, allorchè venga riguardata sotto il profilo dei rapporti intercorrenti tra l'art. 15 c.p. e la L. n. 689 del 1981, art. 9.

L'esegesi di tale ultimo articolo è stata ricondotta da parte della dottrina e della giurisprudenza ai medesimi cannoni interpretativi della norma posta dall'art. 15 c.p., sicchè nessuna influenza andrebbe a prodursi sulle argomentazioni già svolte.

Qualora, però, non si aderisse a siffatta equiparazione dovrebbe riconoscersi efficacia differenziatrice alla circostanza che la previsione della L. n. 689 del 1981, art. 9 (che ha superato la tradizionale opinione che reputava appartenenti a distinti rami dello ordinamento le norme penali e quelle amministrative) non ricalca la dizione del testo dell'art. 15 c.p.; l'art. 9 si riferisce allo "stesso fatto" (non alla "medesima materia").

Tale rilievo consentirebbe di inserire nell'ambito del principio di specialità dell'art. 9 anche il caso di un medesimo fatto riconducibile a più fattispecie pur se tra le stesse non sia configurabile l'interferenza richiesta dall'art. 15 c.p.; di conseguenza, per l'applicazione dell'art. 9, il fulcro del problema consisterebbe nello individuare, tra più norme che disciplinano uno stesso accadimento storico, la previsione che meglio si presta a regolare il caso.

A tale fine, è utile non mettere a confronto le singole disposizioni, quella penale e quella amministrativa,ma i due corpi normativi; da tale paragone si rileva come la disciplina introdotta con il D.Lgs. n. 285 del 1992, e successive modifiche, sia speciale rispetto a quella codicistica in quanto intende governare un particolare settore della vita sociale.

Nell'alveo della lex specialis, l'intero regime del sequestro amministrativo presenta, nella sua globalità, requisiti peculiari che lo rendono differente dal vincolo sottostante all'art. 334 c.p. in quanto prevede la sottrazione di un mezzo all'avente diritto con il fine specifico di inibirne la circolazione.

Tale condotta antidoverosa, che costituiva illecito penale, è stata trasformata in illecito amministrativo con il D.Lgs. n. 507 del 1999, art. 19.

Di conseguenza, il ritenere la fattispecie ancora di rilevanza penale si pone in contrasto con la volontà del Legislatore di riservare una disciplina particolare - e di maggior favore rispetto alla previsione dell'art. 334 c.p. - alla sottrazione al vincolo, e connessa indefettibile circolazione, di veicoli sequestrati per ragioni di viabilità.

La tesi che si contrasta collide, pure, con lo spirito della depenalizzazione secondo il quale quando un identico fatto è sanzionato da una norma penale e da una amministrativa deve prevalere (salva espressa deroga) questa ultima perchè è caratterizzata dalla settorialità della previsione e dalla specificità delle sue disposizioni.

Nè è sostenibile che le due norme in esame possano concorrere in quanto è chiaro, dal tenore dell'art. 9, come non sia possibile una duplicità di sanzioni; tra fattispecie eterogenee, penali ed amministrative, che regolano uno stesso fatto concreto, una sola è applicabile e, precisamente, quella amministrativa perchè, disciplinando una materia particolare, deve considerarsi speciale.

Per quanto esposto, il Collegio (pur consapevole della non univoca giurisprudenza in materia), reputa che la sanzione penale sia inoperante perchè la regolamentazione amministrativa della materia presenta estremi specializzanti; di conseguenza, chiunque è sorpreso a circolare con un mezzo sottoposto a sequestro a sensi dell'art. 213 C.d.S. risponde solo dell'illecito amministrativo.

 
P.Q.M.
 
La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 20 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 18/02/2008 @ 18:52:12 in Diritto di famiglia, linkato 653 volte)

I nuovi arresti giurisprudenziali in tema di disconoscimento della paternità e, in senso più lato, di azioni di stato invitano a superare la prospettiva oscillante tra favor veritatis e favor legitimitatis, inducendo ad una rilettura di tutte le norme dettate in materia di costituzione del rapporto di filiazione, alla luce della pluralità degli interessi coinvolti nel più ampio contesto delle relazioni familiari, nonché nel senso di valorizzare la genitorialità intesa quale effetto di una scelta responsabile.

Nel 1996 il marito aveva promosso al Tribunale di Venezia, azione di disconoscimento di paternità nei confronti dei due figli, in quanto aveva accertato quattro anni prima l'adulterio della moglie e di avere poi, a seguito di test clinici cui si era sottoposto, verificato la propria incapacità di procreare.

Sia il giudice di prima istanza che la Corte di Appello di Venezia, avevano accolto le ragioni del marito e dichiarato che i due minori non erano figli dello stesso ricorrente, atteso i risultati dell’indagine genetica ed ematologia aveva evidenziato plurime incompatibilità immunogenetiche evidenziate.

Adita la Corte di Cassazione da parte della moglie, quest’ultima risultava soccombente anche in quest’ultimo grado di giudizio.

 

Cass. civ. Sez. I, 14-02-2007, n. 3349

Il 15.01.1996 F.W. promosse dinanzi al Tribunale di Venezia azione di disconoscimento di paternità nei confronti dei figli Ma. e M., nati rispettivamente il (OMISSIS) e il (OMISSIS), e della moglie P.S., con la quale aveva contratto matrimonio il (OMISSIS).

Dedusse di aver accertato quattro anni prima l'adulterio della moglie e di avere poi, a seguito di test clinici cui si era sottoposto, verificato la propria incapacità di procreare.

Il curatore speciale dei minori si costituì rimettendosi alla giustizia - salvo ad aderire in seguito alla domanda - mentre la P. resistette, eccependo preliminarmente la decadenza dell'azione per decorso del termine previsto dall'art. 244 c.c., comma 2 e negando la ricorrenza delle condizioni di cui all'art. 235 c.c., non avendo ella all'epoca del concepimento dei figli avuto rapporti con persone diverse dal marito, nè sussistendo le prove della sua impotenza di generare.

Il P.M. concluse per l'accoglimento della domanda ed il tribunale, dopo aver disposto una consulenza tecnica, con ordinanza 15.07.1997 sollevò questione di legittimità costituzionale dell'art. 244 c.c., commi 1 e 2, nella parte in cui non dispone per il caso previsto dall'art. 235 c.c., n. 2 che il termine per proporre l'azione di disconoscimento decorra dal giorno in cui ciascuno dei coniugi abbia conosciuto l'impotenza di generare del marito.

La Corte Costituzionale con sent. 10.05.1999 n. 170 ha dichiarato illegittima la norma predetta.

La causa è stata poi decisa con sent. 16.02.2001, con cui il tribunale ha dichiarato che i minori non sono figli di F. W. e condannato alle spese processuali la P..

La sentenza, impugnata da quest'ultima, è stata confermata il 29.04.2003 dalla Corte di Appello di Venezia, che ha condannato l'appellante alle spese di secondo grado.

Ha premesso, per quanto ancora qui rileva, che corretta era stata la identificazione del F. in sede di accertamento peritale, eseguito sulle caratteristiche genetiche ed ematologiche degli interessati, sia perchè compiuta attraverso idonea documentazione sia perchè a quell'accertamento controparte aveva mancato di comparire e di contestare la identità della persona sottoposta all'esame medico legale.

Ha disatteso le osservazioni di parte convenuta alla consulenza tecnica d'ufficio, che aveva accertato plurime incompatibilità genetiche tra l'attore ed i minori.

Nel merito ha ritenuto che la dedotta incapacità di procreare, una volta provata, giovasse all'accoglimento dell'azione, al di là dell'adulterio della convenuta, peraltro ammesso, seppure con decorrenza diversa da quella indicata dal marito; e che la conoscenza di tale incapacità era stata accertata in tempo utile ai fini della proposizione dell'azione; ha disatteso la censura in ordine al rigetto delle istanze istruttorie della Piva sia perchè ne era decaduta, avendole proposte dopo la prima udienza di trattazione, sia perchè risultavano dedotte su circostanze irrilevanti.

Ha infine negato la compensazione delle spese processuali che ha regolato secondo il principio di soccombenza.

Propone ricorso per Cassazione con sei motivi P.S.;

resistono con separati controricorso F.W. ed il curatore speciale di Fu.Ma. e M..

 

motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente denunzia vizio di motivazione in ordine alla mancata contestuale identificazione delle parti in sede di accertamento peritale. Deduce che l'attore non si era sottoposto al prelievo il primo giorno fissato per tale accertamento ed aveva mancato di presentarsi il secondo insieme alla moglie e che il prelievo del sangue non era stato compiuto alla presenza di quest'ultima e dei figli.

Con il secondo la censura del vizio di motivazione è riferita ai metodi di indagine del c.t.u., scientificamente superati, e alla mancata rinnovazione di essa, benchè richiesta.

Con il terzo è invece censurata la mancata compensazione delle spese processuali, sebbene la ricorrente si fosse sottoposta di buon grado agli accertamenti disposti dal tribunale, senza nominare propri consulenti.

Con il quarto mezzo è denunziata la violazione dell'art. 235 c.c. nonchè la mancata prova dei presupposti di ammissibilità dell'azione di disconoscimento.

Rileva la ricorrente che era mancata non solo la prova dell'adulterio, ma anche quella della inidoneità alla procreazione per tutto il periodo del concepimento.

Con il quinto motivo è denunziata la violazione del principio del contraddittorio, dal momento che la prova della impotenza del F. era costituita solo da un certificato medico, acquisito al di fuori del contraddittorio e non riscontrato da consulenze legali, nè di parte nè di ufficio, e che comunque esso non provava la decorrenza della infertilità essendo successivo di quattro anni alla nascita del secondo figlio.

Con l'ultimo motivo la ricorrente lamenta la mancata ammissione dei mezzi istruttori richiesti, non essendo stati concessi i termini previsti dagli artt. 183 e 185 c.p.c..

Il ricorso non merita di essere accolto.

I primi tre motivi sono inammissibili, o perchè inconferenti come quello che deduce il vizio di motivazione in ordine al mancato contestuale prelievo ematico da tutte le parti interessate, in sede di indagine demandata al c.t.u., non essendo dato comprendere l'incidenza di tale mancanza di contestualità sul risultato conseguito e sulla decisione raggiunta; o perchè generico (il secondo) dal momento che la ricorrente omette di specificare le ragioni che gioverebbero a ritenere "sorpassati i metodi di indagine" del consulente e carente la motivazione della sentenza, che invece ha considerato le critiche alla relazione peritale prive di carattere tecnico - scientifico; o perchè, ancora, inconferente (il terzo), una volta che la pronunzia sulle spese processuali sia risultata conforme al principio della soccombenza, avendo la convenuta resistito alla domanda ed essendo la compensazione invocata rimessa al potere discrezionale del giudice del merito, insindacabile in sede di legittimità.

Infondato è il quarto mezzo.

Con la recente dichiarazione di illegittimità dell'art. 235 c.c., comma 1, n. 3 (Corte costituzionale 6.7.2006 n. 266) - nella parte in cui, ai fini dell'azione di disconoscimento della paternità, subordina l'esame delle prove tecniche da cui risulta che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, alla previa dimostrazione dell'adulterio della moglie l'accertamento di tale adulterio e la sua collocazione nel periodo compreso tra il trecentesimo ed il centottantesimo giorno prima della nascita non risultano più indispensabili ai fini dell'azione di cui si tratta, alla quale ha giovato la indagine tecnica, genetico ed ematologia, con le plurime incompatibilità immunogenetiche evidenziate, che ha consentito ai giudici del merito di ritenere sotto il profilo genetico che nessuno dei due figli poteva essere stato concepito dal F..

La doglianza è pertanto infondata, essendo venuta meno la esigenza del previo accertamento del fatto presupposto; e altrettanto irrilevanti sono l'accertamento della impotentia generandi del resistente e la sua verifica che in quello stesso periodo essa sia collocabile; rilievo questo che porta a privare di fondamento anche il successivo mezzo.

L'ultimo motivo è inammissibile.

Quand'anche risultassero giuridicamente fondati i rilievi in ordine alla mancata concessione dei termini per la deduzione dei mezzi istruttori, la omessa specificazione delle circostanze oggetto di prova impedisce la valutazione della loro concludenza e decisività e porta a disattendere il motivo di ricorso per violazione del principio di autosufficienza.

Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano in favore del curatore speciale in Euro 3.100,00 di cui Euro 100,00 per esborsi e Euro 3.000,00 per onorari e in favore di F.W., la cui difesa ha partecipato all'udienza di discussione, in Euro 4.100,00 di cui Euro 100,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per onorari.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali in Euro 3.100,00 in favore del curatore speciale, di cui Euro 100,00 per esborsi e Euro 3.000,00 per onorari, ed in Euro 4.100,00 in favore di F.W., di cui Euro 100,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per onorari; oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 20 dicembre 2006.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2007

 
Di Alessandro Gazzea (del 04/02/2008 @ 18:22:26 in Codice strada, linkato 2264 volte)

Importanti principi di diritto sono stati affermati nella recente decisione del Giudice di pace di Martina Franca del 21.09.2007

  • La postazione del rilevamento deve essere segnalata sia per evitare l'effetto " sorpresa" sia per una funzione educativa.

Non è sufficiente che il cartello elettronico riporti soltanto " Attenzione, velocità controllata con dispositivo elettronico", poiché questo tipo di cartello può essere sufficiente nell'ipotesi di contestazione "immediata", ma nell'ipotesi di contestazione differita, sullo stesso segnale deve essere inserita quantomeno la specificazione aggiuntiva " e con esonero della contestazione immediata, come da decreto Pref. di Taranto n. 1371 del 04.11.2002." Condizione, questa, contestata dal ricorrente e della quale in merito il resistente Ufficio accertatore non ha fornito alcuna prova.

  • Taratura

Relativamente alla taratura, si richiama preliminarmente il fondamentale principio di diritto, secondo il quale, quando si contesta una contravvenzione, sostenendo che l'apparecchiatura utilizzata può non essere perfettamente funzionante, è il resistente (e quindi la Pubblica Amministrazione) che deve portare la prova del corretto funzionamento, mediante il deposito di tutta la documentazione relativa al mezzo utilizzato (Cassazione civile, sez. I, 22 giugno 2001, n. 8515 (Accornero c. Pref. Genova) in Giust. civ. 2001, I, 2350) La circolare ministeriale del 30.06.2005 prot. n. 300/1/43252/144/5/20/03 afferma che la legge 273/1991 non ha alcuna attinenza con gli apparecchi di misura della velocità.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI MARTINA FRANCA

nella persona del dott. Martino Giacovelli, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta in prima istanza al R.G. n. 550/07 avente per oggetto:
Opposizione a sanzione amministrativa a seguito di violazione al CDS, promossa da:
S. A., elettivamente domiciliato a Martina Franca, presso e nello studio dell'avv. C. L., che lo rappresenta e difende, in forza di mandato a margine dell'atto introduttivo

OPPONENTE-RICORRENTE
CONTRO

MINISTERO DELL'INTERNO, domiciliato presso la Polizia Stradale di T.,

OPPOSTO- RESISTENTE

Conclusioni per l'opponente: "1) Preliminarmente sospendere l'esecutività del provvedimento impugnato sussistendo sia il fumus boni iuris, sia il periculum in mora attesi la fondatezza dei motivi addotti ed il grave pregiudizio che deriverebbe al ricorrente dall'esecuzione del provvedimento stesso; 2) Accogliere l'opposizione e dichiarare nullo ed illegittimo l'impugnato verbale di contestazione, compresa la sanzione accessoria della decurtazione di due punti e l'annotazione nell'anagrafe nazionali degli abilitati alla guida, ex arto 126 bis del C.d.S.; 3) Disporre, comunque, l'annullamento della sanzione accessoria della decurtazione dei punti sulla patente; 4) Ordinare, ove del caso, la cancellazione dei dati immessi nel CED-SDI; 5) Visto il grave illegittimo comportamento dei militi e le reiterate irregolarità dagli stessi commesse, nonostante le previsioni normative e le precedenti e numerose pronunzie giurisprudenziali fossero contrarie all' emissione di simili contravvenzioni, condannare l'amministrazione convenuta al pagamento delle spese e competenze di causa, oltre s.g.+ I.v.a. e c.a.p come per legge; 6) in estremo subordine, nella denegata ipotesi di non accoglimento.conferma al minimo senza la segnalazione dei punti della patente
Dette conclusioni all'udienza del 21.09.07 erano integrate dalla richiesta della derubricazione senza la decurtazione di n.2 punti.".

Conclusioni per l'opposto, come da nota depositata in udienza: "..rigetto dell'opposizione e del ricorso ..."

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto depositato il 09.05.2007 il sig. S.A. impugnava il verbale n. …./07 redatto in data 09.03.07 dal Comando Polizia Stradale di T., per la presunta violazione dell'art. 142 comma 8° del Codice della Strada, commessa dal conducente del veicolo targato AB..... di proprietà dell'opponente, avvenuta in data 13.01.2007, alle ore 15,17 sulla SS n. 172 "dei Trulli" al Km 58,300 nel Comune di Martina Franca, località San Paolo, essendo stata rilevata una velocità di 80 Km/h, ridotta a 75 Km/h ( - 5 % di tolleranza) con un eccesso di 15 Km/h, rispetto al limite di 60 Km/h.
L'opponente chiedeva l'annullamento del ricorso, eccependo la nullità del verbale per: - violazione degli artt. 1 e 3, nonché dell'art. 4 della legge 168/2003 e dell'art. 41 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea; - mancata dimostrazione circa la corretta funzionalità del dispositivo elettronico; - mancanza di prova in ordine alla corretta taratura della strumentazione utilizzata della sua corretta omologazione; - violazione dell'art. 345 comma 4 del Reg. al CDS; - violazione dell'art. 77 comma 7 del DPR n. 495/1992; - illegittimità della decurtazione dei punti sulla patente di guida; - nullità ed illegittimità sotto altro profilo.
Fissata l'udienza di comparizione con decreto in data 18.05.2007 per il giorno 21.09.2007, il Ministero opposto delegava il Comando della Polizia Stradale di T., che si costituiva in udienza, rinunciando al termine ex art. 163 bis c.p.c. e depositando la documentazione ex art. 23 della legge n. 689/81, nonché la nota in data 11.09.2007 prot. n. 14619.221.2 ID/200738 con richiami a disposizioni normative e circolari ministeriali.
Il difensore dell'opponente, comparso alla suddetta udienza, si riportava al ricorso, chiedendone l'accoglimento, e contestando anche la tardiva costituzione dell'opposto.
Dopo le p. c. e la discussione, vista la documentazione acquisita, l'opposizione era decisa ai sensi dell'art. 23 della legge n. 689/81, con lettura dell'allegato dispositivo della sentenza a fine udienza.

motivi DELLA DECISIONE

Il ricorso va parzialmente accolto per quanto di ragione.
Preliminarmente, si rileva l'ammissibilità del presente ricorso, pur in assenza del versamento della cauzione, attesa l'intervenuta pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato in data 05-08.04.2004 con sentenza n. 114 1'incostituzionalità dell'art. 204 bis del vigente CDS nella parte in cui imponeva il deposito di una cauzione.
Il Comando di Polizia Stradale di Taranto non ha controdedotto tutto quanto eccepito dall'opponente nel proprio ricorso.
La violazione degli artt. 1 e 3, nonché dell'art. 4 della legge 168/2003 e dell'art. 41 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea, eccepiti dal ricorrente sono in parte condivisibili, poiché in realtà la segnaletica esistente nel tratto di strada di che trattasi é generica e non specifica, non svolgendo alcuna funzione educativa, né preventiva per la sicurezza stradale.
In proposito occorre rilevare che l'art. 4/1 comma L. 168/2002 dispone testualmente: "Sulle autostrade e sulle strade extraurbane principali di cui all'art. 2/2 comma lett. A e B del decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, gli organi di polizia stradale di cui all'art. 12/ comma del medesimo decreto legislativo, secondo le direttive fornite dal Ministero dell'Interno, sentito il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, possono utilizzare o installare dispositivi o mezzi tecnici di controllo del traffico, di cui viene data informazione agli automobilisti, finalizzati al rilevamento a distanza delle violazioni alle norme di comportamento di cui agli artt. 142 e 148 dello stesso decreto legislativo, e successive modificazioni.
I predetti dispositivi o mezzi tecnici di controllo possono essere altresì utilizzati o installati sulle strade di cui all'art.2/2 comma lett. C e D, ovvero sui singoli tratti di strada di esse, individuati con apposito decreto del Prefetto ai sensi del 2° comma".
Correlativamente la circolare n.300/A/1/54585/101/3/3/9 del 03-10-2002 del Ministero dell'Interno - Dipartimento di P.S. - relativa " all'installazione ed utilizzazione dei dispositivi di controllo per il rilevamento a distanza delle violazioni al CdS" al punto 4 dispone testualmente: "I decreti con i quali vengono individuati i tratti di strada in cui è possibile l'installazione o l'utilizzazione dei dispositivi o dei mezzi di controllo devono essere portati a conoscenza degli utenti della strada con tutti gli strumenti di comunicazione possibili".
L'apposizione delle apparecchiature finalizzate al rilevamento a distanza delle violazioni alle norme di comportamento di cui all'art. 142 CdS è soggetta, in virtù della citata legge e della detta circolare ministeriale, all'onere di darne "informazione all'automobilista".
La Pubblica Amministrazione è tenuta ad apporre idonea segnaletica che riporti le seguenti indicazioni: il tratto di strada su cui l'accertamento viene effettuato; il tipo di accertamento, cioè che esso avviene con meccanismi automatici e senza l'obbligo di contestazione immediata (in virtù del disposto di cui all'art.4/4 comma L.168/2002); la legge che consente tale tipo di accertamento; i tipi di infrazione per i quali vengono utilizzati i dispositivi ed i mezzi tecnici di controllo del traffico. Nel verbale impugnato sul punto non vi è alcuna indicazione di aver adempiuto all'obbligo di completa informazione di cui all'art. 4/1 comma L. 168/2002.
In altre parole, non è sufficiente che il cartello elettronico riporti soltanto " Attenzione, velocità controllata con dispositivo elettronico", poiché questo tipo di cartello può essere sufficiente nell'ipotesi di contestazione "immediata", ma nell'ipotesi di contestazione differita, sullo stesso segnale deve essere inserita quantomeno la specificazione aggiuntiva " e con esonero della contestazione immediata, come da decreto Pref. di Taranto n. 1371 del 04.11.2002." Condizione, questa, contestata dal ricorrente e della quale in merito il resistente Ufficio accertatore non ha fornito alcuna prova.
Lo stesso Ministero dei Trasporti con D.M. in data 15.08.2007, in riferimento all'attuazione dell'articolo 3, comma 1, lettera b) del decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117, recante disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione, ha precisato, tra l'altro che "... per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all'impiego di cartelli che... devono essere realizzati con un pannello rettangolare, di dimensioni e colore di fondo propri del tipo di strada sul quale saranno installati.
Sul pannello deve essere riportata l'iscrizione "controllo elettronico della velocità" ovvero "rilevamento elettronico della velocità", eventualmente integrata con il simbolo o la denominazione dell'organo di polizia stradale che attua il controllo.
La distanza tra i segnali o i dispositivi e la postazione di rilevamento della velocità deve essere valutata in relazione allo stato dei luoghi; in particolare e' necessario che non vi siano tra il segnale e il luogo di effettivo rilevamento intersezioni stradali che comporterebbero la ripetizione del messaggio dopo le stesse, e comunque non superiore a quattro km.".
Da quanto sopra precisato dal Ministero é evidente che la postazione del rilevamento deve essere preceduto da tutta una segnalazione necessaria sia per evitare l'effetto " sorpresa" con il rischio di frenature improvvise che possono mettere in pericolo la sicurezza della circolazione, sia per una funzione educativa, come avviene per. esempio in Spagna con l'installazione di una segnaletica evidenziata con grandi cartelli luminosi, che indicano all'istante la velocità rilevata al passaggio del veicolo.
Relativamente alla taratura, si richiama preliminarmente il fondamentale principio di diritto, secondo il quale, quando si contesta una contravvenzione, sostenendo che l'apparecchiatura utilizzata può non essere perfettamente funzionante, è il resistente (e quindi la Pubblica Amministrazione) che deve portare la prova del corretto funzionamento, mediante il deposito di tutta la documentazione relativa al mezzo utilizzato (Cassazione civile, sez. I, 22 giugno 2001, n. 8515 (Accornero c. Pref. Genova) in Giust. civ. 2001, I, 2350) La circolare ministeriale del 30.06.2005 prot. n. 300/1/43252/144/5/20/03 afferma che la legge 273/1991 non ha alcuna attinenza con gli apparecchi di misura della velocità.
Si osserva a tal riguardo che la legge 273/91, all'art. 3- par. 1 Campioni Nazionali cita: " I campioni nazionali delle unità di misura SI di base, supplementari e derivate, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 12 agosto 1982, n. 802, e successive modificazioni e integrazioni...), quindi parla di unità di misure di base e di quelle " supplementari e derivate."
Tecnicamente si precisa che la grandezza "velocità" non è una unità di misura di base del SI (Sistema Internazionale), bensì è una grandezza derivata in quanto risulta calcolata dal rapporto Spazio / Tempo.
Nell'elenco delle grandezze accreditabili o accreditate disponibile presso il SIT, oltre alle grandezze di base del SI, risultano presenti diverse grandezze, come per esempio quelle della " Pressione, dell'Energia, della Tensione Elettrica, della Frequenza, e tante altre" nonché di grandezze non espressamente indicate come grandezze derivate dal D.M. 30 Novembre 1993 n. 591 (ad esempio. Radianza Spettrale, Impulso Atmosferico, Accelerazione, Potenza Ottica, ed altre).
In Italia risulta possibile, a norma di legge (273/91), l'accreditamento di Centri SIT per la taratura di misuratori di velocità, essendo ciò confermato da recenti lettere della Segreteria del SIT dove é precisato."si dichiara altresì che il SIT ha la disponibilità e la capacità di accreditare tali laboratori" Orbene, se lo stesso Ministero delle Infrastrutture e T. in sede di emissione del decreto di omologazione dell'autovelox 104/C2 in data 16.05.2005 n. 1123, ha imposto all'art. 4 l'obbligo di taratura almeno annuale, seppure limitato alle apparecchiature utilizzate in modalità " fissa", non é opportuno che proprio lo Stato imponga ai propri accertatori di non eseguire la taratura con la scusa che i rilevamenti eseguiti dalla Polizia Stradale sono assistiti dai controlli diretti del personale.
Ciò non é condivisibile, poiché le escursioni termiche e tutti gli altri effetti potenzialmente distorsivi possono compromettere l'attendibilità anche degli strumenti utilizzati dalla Polizia Stradale.
Per quanto sopra, e con riferimento al complesso delle norme tecniche e giuridiche schematicamente sopra richiamate, in tema di determinazione dell'osservanza dei limiti di velocità, non possono essere considerate fonti di prova inoppugnabili le risultanze dell'apparecchiatura utilizzata da parte della Sezione Polizia Stradale nel caso di specie, poiché di detto strumento ne é stato omologato solo il prototipo, ma è necessario che tali risultanze siano riferibili ad uno strumento, che oltre ad essere "omologato", sia specificatamente tarato, al fine di eliminare qualsiasi dubbio sulla certezza e sull'attendibilità scientifica della misurazione effettuata.
Ciò in quanto, all'attualità é di fondamentale rilevanza che l'apparecchiatura utilizzata sia rigorosamente di una piena e completa attendibilità, onde evitarne l'applicazione errata o il suo discostamento dalla tolleranza ufficialmente imposta con l'omologazione, considerate le gravi conseguenze negative a carico del presunto trasgressore, come quella della decurtazione dei punti dalla patente di guida.
In mancanza di tale certificazione di taratura, permane la situazione di incertezza sulla attendibilità delle risultanze del misuratore " Autovelox 104/C-2", matricola n. 49409, utilizzato nel caso di specie.
Alla stregua di tali considerazioni, che si ritengono assorbenti degli altri motivi dedotti nel ricorso introduttivo, il ricorso così come proposto va accolto e conseguentemente va annullato l'impugnato verbale di contestazione.
Sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese di processo, atteso che l'annullamento é disposto ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 23 della legge nr. 689/81, che prevede: " Il giudice accoglie l'opposizione quando non vi sono prove sufficienti della responsabilità dell'opponente."

P.Q.M.

il giudice di Pace regg. di Martina Franca, dr. Martino Giacovelli, definitivamente pronunciando sul ricorso proposto dal sig. S. A. e depositato il 09.05.2007, avverso il verbale di contestazione n. ATX …., di registro generale nr. 142/8 del CDS, così decide:
1) Accoglie l'opposizione e dichiara nullo ed illegittimo l'impugnato verbale di contestazione, compresa la sanzione accessoria della decurtazione di due punti e l'annotazione nell'anagrafe nazionali degli abilitati alla guida, ex arto 126 bis del C.d.S.;
2) Dispone, comunque, l'annullamento della sanzione accessoria della decurtazione dei punti sulla patente;
3) Ordina, ove del caso, la cancellazione dei dati immessi nel CED-SDI;
4) compensa tra le parti le spese processuali.
Così deciso a Martina Franca il 21.09.2007
Il Giudice di Pace R. ( dott. Martino Giacovelli)

 

 

Stante il disposto contenuto nella norma di cui all'art. 615 bis c.p. il quale si prefigge di tutelare la riservatezza della vita individuale contro le interferenze illecite, sempre che tali interferenze provengano da terzi rimasti estranei, deve essere esclusa la possibilità di rilevare interferenza nella propria vita privata, la quale sia penalmente rilevante, da parte della persona ammessa a farvi parte sia pure estemporaneamente in condizione di reciprocità.

 

Non costituisce, pertanto, comportamento penalmente rilevante ai sensi dell'art. 615 bis c.p. l'aver filmato, all'interno della propria abitazione, rapporti intimi avuti con la propria compagna convivente e l'aver, poi, senza diffusione pubblica, rimesso il filmato stesso direttamente all'altra persona coinvolta nelle riprese

 
Cass. pen. Sez. V, (ud. 28-11-2007) 14-01-2008, n. 1766

 

Svolgimento del processo - motivi della decisione

 
OSSERVA

1 La Corte di Roma ha confermato la condanna a m. 4 di reclusione con generiche e benefici, distruzione di videocassetta in sequestro, e risarcimento del danno alla parte civile inflitta dal Tribunale a R.C.A., per il delitto di cui all'art. 615 bis c.p., perchè fra giugno ed ottobre 2000, mediante strumenti di ripresa visiva si procurava indebitamente immagini della vita intima e privata di P.A.M..

E' incontestato che R. abbia filmato in casa propria rapporti intimi tra lui stesso e la persona offesa all'epoca sua convivente, in una cassetta che ha appeso a maniglia della porta di casa di lei, con il biglietto: "E' il mio ultimo pensiero per te.

Addio A.".

La Corte ha rilevato che la P., pur sapendo della ripresa delle immagini che erano proiettate in tempo reale da apparecchiatura predisposta su una parete, non era stata informata del fatto che sarebbero state registrate. Ed ha ritenuto, con riferimento a giurisprudenza (Cass. Sez. 6, 5934/81, Semitaio, relativa a registrazione sonora, e di Sez. 5, n. 18058/03, Ora) il fatto punibile ai sensi dell'art. 615 bis c.p.. Ha escluso la prova del consenso della persona offesa anche in termini di dubbio, perchè la sua inconsapevolezza è dimostrata da un colloquio registrato in audiocassetta.

Il ricorso denuncia: violazione di legge vizio di motivazione, perchè l'imputato doveva essere assolto con la formula "il fatto non costituisce reato". Afferma che "non possono essere considerate interferenze illecite le attività svolte consensualmente e scientemente da due soggetti, come nel caso di specie, anche se registrate da uno dei due con l'ausilio di una videocamera, perchè rimangono comunque nel ristretto ambito degli stessi partecipanti alle attività riprese". Ed aggiunge che non è il tipo di attività che il legislatore intende punire, bensì le modalità con cui si carpiscono notizie attinenti la vita privata di ciascuno. E fa riferimento a giurisprudenza successiva a quella citata che sarebbe di diverso segno (Cass. Sez. 5, 39827/06; 16189/04 e 18058/03, Sez. 1, 25666/03). Osserva infine che lascia perplessi il comportamento dell'offesa che, se veramente avesse voluto evitare interferenze illecite nella sua vita privata, essendo la sola destinataria della cassetta, l'avrebbe distrutta e non resa pubblica tramite il processo.

2 Il ricorso è fondato.

L'art. 615 bis c.p., punisce le "interferenze illecite nella vita privata".

Il comma 1, prevede ipotesi di pericolo anticipato, ravvisabile nella condotta dell'estraneo che si procuri, con strumenti di ripresa visiva o sonora, notizie o immagini di qualsiasi vicenda si verifichi in un luogo di privata dimora (ai sensi dell'art. 614 c.p.), perciò offendendo indiscriminatamente la riservatezza di chiunque sia intraneo, seppure non coinvolto direttamente dalla notizia o dall'immagine ripresa. Il comma 2 concerne di più la rivelazione o la diffusione, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, delle stesse notizie o immagini come sopra procurate, affermando espressamente la sussidiarietà del reato.

La norma difatti è connessa, per lettera, ratio e sistema (vedi collocazione e rinvio), alla riservatezza assicurata in sè dal luogo privato, come incontroverso in giurisprudenza.

Difatti la sentenza di questa Corte, Semitaio, citata in quella impugnata, afferma che "la norma (dell'art. 615 bis c.p.) tende a tutelare la riservatezza della vita individuale contro le interferenze illecite nella vicenda privata di ognuno, ma sempre che tali interferenze provengano da terzi, rimasti estranei alla conversazione, oggetto di registrazione". Dunque pone l'accento sull'impossibilità di rilevare interferenza nella propria vita privata della persona ammessa a farvi parte, sia pur estemporaneamente, in condizione di reciprocità.

L'altra sentenza citata di questa Corte (P.G. in proc. Cirà) puntualizza proprio la relazione tra luogo e vita privata, affermando "legittimata a proporre querela contro estranei anche una persona non ripresa, ma partecipe della vita privata nella stessa dimora, nel caso il marito di una signora abusivamente fotografata.

Ne segue che il convivente, pure non direttamente coinvolto dalla ripresa, può ritenersi personalmente offeso da chi, estraneo al luogo, si sia procurato immagini della vita privata di altri che ivi si svolga. Ed è anche irrilevante che poi la convivenza tra lui e la persona ripresa sia cessata. Per contro non si vede come attribuirgli il reato per la ripresa di immagini che concernono anche la sua persona nell'ambiente ad entrambi riservato.

Va infine osservata l'assoluta irrilevanza dell'oggetto delle riprese.

Ai sensi dell'art. 615 bis c.p., il concetto di "vita privata" si riferisce a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato. Pertanto, le immagini o le notizie che l'agente si procura possono consistere sia in comportamenti che fuori di ambiente privato sarebbero ritenuti offensivi del pudore, che altri ivi consentiti.

Insomma, come icasticamente rappresenta il ricorso, è vita privata il sorseggiare un caffè in compagnia in casa propria, non meno che avervi rapporti sessuali.

E tanto dimostra l'intento del legislatore di tutela della riservatezza, a fronte dei non rari abusi di taluni organi di comunicazione a mezzo stampa o etere, per profittare della curiosità degli utenti su quanto talune persone fanno riservatamente.

Orbene, alla luce di questa premessa di diritto, poichè la sentenza ricostruisce in fatto che le vicende sono state registrate all'epoca in cui l'imputato che ha operato le riprese e la persona coinvolta convivevano, e che le immagini di cui la prima disponeva non risultano diffuse, ma solo rimesse all'altra, non si ravvisano estremi di reato.

E tanto rende necessario decidere ai sensi dell'art. 129 c.p.p..


P.Q.M.
 

Annulla senza rinvio l'impugnata sentenza, perchè il fatto non sussiste.

Così deciso in Roma, il 28 novembre 2007.

Depositato in Cancelleria il 14 gennaio 2008

 

 

E’ ormai nota la recente decisione della Suprema Corte - Cass. civ. Sez. II, 29 agosto 2008, n. 21816 – con la quale è stato accolto il ricorso di una automobilista romana che era stata multata per essere passata con il semaforo rosso (dal verbale di contravvenzione dei vigili urbani) la quale aveva chiesto, nel procedimento avanti al Giudice di Pace di Roma al fine di confutare quanto riportato nel verbale di contravvenzione, la prova testimoniale di alcune persone presenti sul posto e che potevano riferire sulla reale dinamica dei fatti, prova non ammessa dal Giudice romano sulla convinzione (errata) che il verbale di accertamento di una violazione al Codice della strada stilato dai vigili urbani, fa sempre e comunque piena prova fino a querela di falso.

Invero, è bene ricordare, che la decisione della Cassazione è in linea con l’orientamento della medesima Corte risalente addirittura al 1992, quando le Sezioni Unite - Cass. civ. Sez. Unite, 25 novembre 1992, n. 12545 – ribadivano che “Nel giudizio di opposizione avverso l'ordinanza-ingiunzione irrogativa della sanzione amministrativa il verbale di accertamento dell'infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale rogante come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonché alla provenienza del documento dello stesso pubblico ufficiale ed alle dichiarazioni delle parti, mentre non è necessario, in applicazione della disciplina di cui agli art. 2699 e 2700 c. c., l'esperimento del detto rimedio della querela qualora la parte intenda limitarsi a contestare la verità sostanziale di tali dichiarazioni ovvero la fondatezza di apprezzamenti o valutazioni del verbalizzante, cui non si estende la fede privilegiata del documento.”

 

In seguito ci sono state altre decisioni nello stesso senso: Cass. 457/2006;

1408/2005, 3522/1999, tutte sentenze che riprendono il percorso logico-giuridico delle sezioni Unite del 1992

 

Ciò che stupisce, dunque, non è tanto il ricorso dell’automobilista accolto dai giudici di Piazza Cavour, ma la necessità e l’onere per il cittadino di dover andare fino in Cassazione per una questione giuridica che il Giudice di pace avrebbe potuto con maggiore attenzione critica, risolvere immediatamente.

 
 

Il verbale di accertamento di infrazione al Codice della Strada non possiede efficacia di prova munita di fede privilegiata per quanto attiene ai giudizi valutativi ivi contenuti e alle indicazioni di fatti che, per le modalità del loro svolgimento, non sono stati oggetto di operazioni di verifica e controllo mediante metodi obiettivi e ciò a causa, in tali ipotesi, dei margini di apprezzamento che caratterizzano la percezione sensoriale dell'agente accertatore.

 

Cass. civ. Sez. II, 29 agosto 2008, n. 21816
Svolgimento del processo - motivi della decisione
 

V.I. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Giudice di Pace di Roma dep. il 24 gennaio 2005 che aveva rigettato l'opposizione dalla medesima proposta avverso il verbale di contravvenzione elevato per violazione dell'art. dell'art. 146 C.d.S..

Il Giudice di Pace riteneva provato in base al verbale di contravvenzione, che l'opponente aveva proseguito la marcia nonostante che la lanterna semaforica proiettasse al momento del suo passaggio luce rossa.

Non ha svolto attività difensiva l'intimato.

Attivatasi procedura ex art. 375 cod. proc. civ., il Procuratore Generale ha inviato richiesta scritta di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.

Deve, infatti, accogliersi l'unico motivo con cui la ricorrente ha denunciato violazione e falsa applicazione di legge (art. 360 cod. proc. civ., n. 3) nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 cod. proc. civ., n. 5),avendo la sentenza basato il proprio convincimento sull'efficacia fino querela di falso del verbale di contravvenzione, la cui veridicità poteva essere inficiata da un eventuale errore nella percezione della realtà.

Occorre considerare che con riferimento al verbale di accertamento di una violazione del codice della strada, l'efficacia di piena prova fino a querela di falso, che ad esso deve riconoscersi - ex art. 2700 cod. civ., in dipendenza della sua natura di atto pubblico - oltre che quanto alla provenienza dell'atto ed alle dichiarazioni rese dalle parti, anche relativamente "agli altri fatti che il pubblico ufficiale che lo redige attesta essere avvenuti in sua presenza o da lui compiuti", non sussiste nè con riguardo ai giudizi valutativi che esprima il pubblico ufficiale, nè con riguardo alla menzione di quelle circostanze relative a fatti i quali, in ragione delle loro modalità di accadimento repentino, non si siano potuti verificare e controllare secondo un metro sufficientemente obbiettivo, ed abbiano pertanto potuto dare luogo ad una percezione sensoriale implicante margini di apprezzamento, come nell'ipotesi in cui quanto attestato dal pubblico ufficiale concerna non la percezione di una realtà statica (come la descrizione dello stato dei luoghi, senza oggetti in movimento), bensì - come appunto nella specie - l'indicazione di un corpo o di un oggetto in movimento, con riguardo allo spazio che cade sotto la percezione visiva del verbalizzante (Cass. 457/2006; 1408/2005, 3522/1999).

Il giudicante,erroneamente attribuendo efficacia di prova munita di fede privilegiata al verbale di contravvenzione ex art. 2700 cod. civ., ha ritenuto provati i fatti senza compiere i necessari accertamenti, non ammettendo la prova testimoniale articolata dall'opponente.

Il ricorso va accolto;

La sentenza va cassata,con rinvio,anche per le spese della presente fase, al Giudice di Pace di Roma in persona di altro magistrato.


P.Q.M.
 

Accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese della presente fase, al Giudice di Pace di Roma in persona di altro magistrato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 29 agosto 2008

 

Giudice di Pace Recco, sentenza 07.06.2006

...non vi è certezza, in mancanza della taratura dell’apparecchio che ha rilevato la velocità, che la velocità impiegata dal veicolo del ricorrente potesse corrispondere a quella indicata nel verbale. Infatti è da ritenersi che la taratura è l’unico modo per correggere eventuali errori e per verificare che l’incertezza della misurazione della velocità sia contenuta entro i limiti previsti”.

Nella sostanza, il principio qui ribadito è che una rilevazione che sia stata eseguita con apparecchio non debitamente tarato, non può essere considerata attendibile con riguardo alla effettiva velocità misurata e, pertanto, non può offrire certezza né della avvenuta violazione del limite imposto, né, tantomeno, della gravità della eventuale violazione – in base alla quale, come è noto, si determinerà l’entità della sanzione.

GIUDICE DI PACE

RECCO

Sentenza 7 giugno 2006.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL GIUDICE DI PACE DI RECCO

Nella persona dell’Avv. Rodolfo Longo Alaimo ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Sul ricorso ex art. 22 L. 689/81 di XXXXXXX, residente in Xxxxxxx, domiciliato nella cancelleria, rappresentato dall’Avv. Francesca Mazzoni per delega posta in calce all’atto. RICORRENTE

Contro

MININTERNO – Polizia Stradale di Genova, rappresentata dal Prefetto di Genova, con delega contenuta nella comparsa di costituzione e risposta. RESISTENTE

Conclusioni. Le parti concludevano come nei rispettivi atti, rispettivamente per l’accoglimento ed il rigetto del ricorso, entrambe con vittoria delle spese di giudizio.

Fatto e svolgimento del processo

Con ricorso regolarmente depositato nella cancelleria, il XXXXXXX, attraverso il proprio procuratore chiedeva al giudice di annullare, previa la sospensione della esecutorietà, il verbale di Polizia Stradale di Genova che gli aveva contestato la violazione dell’art. 142/9 del C.d.s. commessa in data 14.10.2005 sull’autostrada A/12 in località Recco e rilevata con l’apparecchio autovelox 104/C2 1552, applicando la sanzione pecuniaria prevista e quella accessoria della detrazione di punti dalla patente di guida. Sosteneva il ricorrente la nullità del verbale per inefficacia ed inidoneità della strumentazione tecnica dell’accertamento, per mancanza della omologazione e della taratura dell’apparecchiatura. Richiamava ai fini dell’accoglimento del ricorso diverse sentenze di altri uffici del giudice di pace e quella del Tribunale di Lodi n. 363/2000. questo Giudice, previa la concessione della richiesta di sospensione della esecutorietà del verbale, fissava l’udienza del 7.6.2006 ordinando alla resistente il deposito della documentazione riguardante il fatto. Si costituiva per la Polizia Stradale la Prefettura di Genova, depositando la comparsa di risposta con i vari allegati e contestando il ricorso perché infondato, spiegando che gli apparecchia autovelox adoperati dagli agenti, alla loro presenza, erano regolarmente omologati e che non era prevista la necessità della taratura, non richiesta per la misurazione della velocità, non essendo questa prevista fra le grandezze metrologiche riportate nel D.M. n. 591 del 30.11.1993 e succ. D.l. e non essendo stato ancora identificato in Istituto Metrologico cui conferire la competenza. All’udienza di discussione non compariva il delegato del Prefetto che giustificava l’impedimento con necessità di ufficio, chiedendo tuttavia al giudice di pace di decidere qualora avesse ritenuto la causa matura per la decisione a tal fine ed insistendo nella richiesta di rigetto della domanda. Il giudice invitava il procuratore del ricorrente a discutere la causa. Quest’ultimo vi provvedeva riportando a verbale i motivi del ricorso e la richiesta di annullamento del verbale. Sulle conclusioni risultanti dagli atti ed a verbale, il giudice decideva come da dispositivo che leggeva in aula.

motivi del decidere

Il ricorso del Sig. XXXXXXX è fondato e sarà accolto dal Giudice. La prefettura di Genova, attraverso la copiosa documentazione depositata con la comparsa di risposta, ha chiesto al giudice di respingere la domanda in quanto essa, nell’applicazione delle norme contenute nei decreti ministeriali e degli uffici addetti alla materia, sostiene che gli apparecchi rilevatori della velocità, omologati e revisionati ed adoperati in presenza degli agenti accertatori, non hanno bisogno di taratura; non essendo tale misura prevista tra le grandezze metrologiche riportate in alcuni decreti legislativi, citati nella comparsa di risposta. Il giudicante, che in passato ha accolto tali motivi di difesa, recentemente non è più convinto della loro fondatezza giuridica; e confortato da altre sentenze di accoglimento di analoghe domande da parte di altri uffici, con le sue decisioni n. 115/2006 e 120/2006, si è recentemente uniformato alle dette sentenze; motivandole nel senso che la rilevazione della velocità a mezzo apparecchiature elettroniche deve essere condotta secondo rigorose procedure “accertabili” e non lasciare al libero arbitrio e totale discrezionalità degli agenti accertatori. Lo stesso C.d.s. all’art. 345 del reg. prevede che le apparecchiature in questione devono essere costruite in modo da raggiungere lo scopo di verificare la velocità dei veicoli in modo chiaro ed accertabile. Ciò viene confermato da quanto disposto dal decreto Dir. Gen. Della motorizzazione n. 1123 che all’art. 4 prevede specificatamente che “ gli organi di P.S. che utilizzano il dispositivo autovelox 104/C2 sono tenuti a verifiche periodiche di taratura secondo quanto previsto dal manuale di istruzioni depositato presso il Ministero e comunque, con un intervallo non superiore ad un anno”. Aggiunge il giudicante che tale verifica deve essere necessariamente riportata anche nel verbale di contestazione insieme a quella, come avviene, della perfetta funzionalità dell’apparecchio. Quanto detto ai fini della indispensabile trasparenza nei riguardi del cittadino, anche per la tutela del suo diritto di difesa. È stato dimostrato, nel corso di istruttorie riguardanti casi similari a quello che stiamo esaminando, che sopralluoghi disposti dal giudice ed effettuati da CTU hanno accertato che gli apparecchi non sottoposti alla taratura, hanno rilevato degli scostamenti tra la velocità del veicolo e quella accertata nella misura del 15-20%, ben lontana dalla tolleranza che viene applicata nella misura del 5% nei verbali che contestano l’eccesso di velocità. Questa considerazione di per se stessa giustifica la preoccupazione che, in caso di errata misurazione della velocità, potrebbe trovare applicazione la più severa sanzione prevista dall’art. 142/9 con l’automatica aggiunta di quelle accessorie anziché quella più mite di cui all’art. 142/8. inoltre, mentre negli altri paesi della Comunità Europea la taratura è eseguita presso istituti metrologici accreditati, nel nostro paese, come notorio e riferito dagli organi di stampa, ciò ancora ed inspiegabilmente non avviene; nonostante l’esistenza del SIT, Servizio di Taratura, al quale non è stato ancora dato incarico di precedere all’incombenza. Le numerose recenti circolari ministeriali e le copiose sentenze e meno recenti, in particolare quella richiamata da ricorrente, del Tribunale di Lodi n. 363/2000 hanno convinto il giudicante della fondatezza del ricorso; in quanto non vi è certezza, in mancanza della taratura dell’apparecchio che ha rilevato la velocità, che la velocità impiegata dal veicolo del ricorrente potesse corrispondere a quella indicata nel verbale. Infatti è da ritenersi che la taratura è l’unico modo per correggere eventuali errori e per verificare che l’incertezza della misurazione della velocità sia contenuta entro i limiti previsti. L’accoglimento della domanda non comporterà per la resistente il pagamento delle spese di giudizio che il giudice, per giusti motivi di convenienza ed opportunità, compenserà integralmente.

PER QUESTI motivi

IL GIUDICE DI PACE DI RECCO

ACCOGLIE la domanda di XXXXXXX ed ANNULLA il Verbale della Polizia Stradale di Genova opposto. Compensa tra le parti le spese del giudizio.

Così deciso in Recco 7.6.2006.

 

La circostanza che l'ex coniuge - titolare dell'assegno di divorzio – abbia instaurato una convivenza more uxorio con altra persona, non è idonea ad escludere automaticamente il diritto all'assegno; tale convivenza incide solo sulla misura dell'assegno qualora venga fornita la prova, da parte dell'obbligato, che la convivenza stessa, benchè non assistita da garanzie giuridiche di stabilità, sia in grado di influire in melius sulle condizioni economiche dell'avente diritto, a seguito di un contributo al suo mantenimento da parte del convivente, o quanto meno di apprezzabili risparmi di spesa derivatigli dalla convivenza.

Sull’argomento puoi leggere anche i seguenti articoli:

Cass. civ. Sez. I, 07-07-2008, n. 18593

Svolgimento del processo
 

1. Con sentenza n. 892/03 del 28 ottobre 2003 la Corte di appello di L'Aquila rigettava l'appello proposto da M.S. avverso la sentenza in data 6 giugno 2001, con la quale il Tribunale di Lanciano aveva dichiarato lo scioglimento del matrimonio contratto dallo stesso M. con C.R. e, per quel che interessa in questa sede, attribuito in favore della C. un assegno di divorzio di L. 150.000 mensili, rivalutabili secondo gli indici Istat, posto a carico del M..

2. A fondamento della decisione, la Corte di merito - premesso che l'unica questione sottoposta al suo esame concerneva l'attribuzione dell'assegno di divorzio, contestata dall'appellante M. - rilevava che questi non aveva provato che la convivenza more uxorio della C. con persona provvista di reddito da pensione, di alloggio popolare e di potenziale capacità lavorativa, in ragione dell'età (42 anni) e delle buon condizioni fisiche, avesse in concreto comportato alcun apprezzabile beneficio reddituale alla stessa C., attese anche la non dimostrata stabilità di tale convivenza, la fruizione da parte del convivente, invalido, di una pensione di poco superiore a L. un milione, la non dimostrata capacità lavorativa della C. e l'assegnazione della casa coniugale all'appellante, a cui carico non potevano essere posti i figli ormai maggiorenni e in condizioni di autonoma sistemazione.

3. Per la cassazione di tale sentenza ricorre il M., sulla base di un motivo. La C. non ha svolto difese.


motivi della decisione

 

1. Con l'unico motivo di ricorso il M. - denunciando erronea e falsa applicazione dell'art. 2697 c.c., L. n. 898 del 1970, art. 5, e art. 116 c.p.c., - censura la sentenza impugnata, deducendo che:

1.1. la Corte territoriale non ha dato rilevanza alla pacifica circostanza che la C. convive more uxorio con persona che è titolare di pensione e di alloggio popolare, traendo da detta convivenza benefici reddituali, ed ha dubitato della stabilità di detta convivenza, ritenendo erroneamente che l'onere della prova sia in ordine ai benefici economici che sulla stabilità della convivenza gravasse sul M.; in ogni caso nella specie la prova della convivenza, della sua stabilità e del vantaggio economico che la C. ne ha tratto è emersa dall'interrogatorio formale della stessa C. e dalle prove testimoniali assunte;

1.1.1. la Corte di merito non ha inoltre tenuto conto che la C., di giovane età e idonea a svolgere attività lavorativa, ha deliberatamente scelto di non lavorare e non ha provato di essere iscritta all'ufficio di collocamento o di aver cercato lavoro, anche in relazione a quelle attività per le quali non è richiesta una specifica professionalità e le possibilità di assunzione sono più agevoli.

2. Il ricorso è infondato.

Secondo un orientamento più volte espresso da questa Corte e che il collegio condivide e intende in questa sede confermare, il diritto all'assegno di divorzio, in linea di principio, non può essere automaticamente negato per il fatto che il suo titolare abbia instaurato una convivenza more uxorio con altra persona, influendo tale convivenza solo sulla misura dell'assegno, ove si dia la prova da parte dell'ex coniuge onerato che essa - pur se non assistita da garanzie giuridiche di stabilità, ma di fatto consolidata e protraentesi nel tempo - influisca in melius sulle condizioni economiche dell'avente diritto, a seguito di un contributo al suo mantenimento da parte del convivente, o quanto meno di apprezzabili risparmi di spesa derivatigli dalla convivenza (Cass. 2006/24056. In senso conforme, cfr. Cass. 2006/1179; 2006/1546).

La Corte di appello - avendo affermato che la tesi dell'appellante, secondo cui la convivenza more uxorio della C. avrebbe avuto carattere di stabilità, comportando in concreto per l'appellata un apprezzabile beneficio economico, soprattutto in termini di incremento di reddito, è rimasta del tutto carente di prova e risulta anzi smentita dalla circostanza che il convivente della C., invalido, dispone “di un modestissimo reddito da pensione di poco superiore a L. 1 milione” - si è uniformata al principio sopra enunciato e resiste pertanto alla infondata censura del ricorrente.

2.1. Non sussiste neppure il vizio di motivazione dedotto dal M., in quanto la Corte di merito, sulla base di esaurienti argomentazioni, prive di vizi logici e confortate da puntuali richiami a specifiche risultanze processuali, ha precisato che «l'assegno assolutamente modesto stabilito dal primo giudice in un'ottica di mera sussistenza» trova giustificazione anche nella carente potenzialità lavorativa della donna, di cui non consta alcuna specifica professionalità nè il concreto svolgimento di attività lavorativa stabilmente remunerata, e nella migliore situazione economica del M. che risulta assegnatario della casa coniugale e non è gravato dall'obbligo di mantenimento dei figli, che risultano fruire di autonoma sistemazione, diversamente da quanto sostenuto dall'appellante.

Le ulteriori doglianze del ricorrente costituiscono censure di merito, con le quali il M. ha inteso contrapporre all'accertamento dei fatti di causa compiuto dal giudice di appello una diversa ricostruzione dei fatti medesimi e una differente interpretazione delle risultanze processuali, così inammissibilmente mirando alla revisione da parte della Corte di legittimità delle valutazioni effettuate e delle conclusioni raggiunte dal giudice di merito (Cass. 2000/5806; 2003/17651; 2004/15675).

Trova applicazione nella specie il principio, più volte enunciato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui i vizi della sentenza posti a base del ricorso per cassazione non possono risolversi nel sollecitare una lettura delle risultanze processuali diversa da quella operata dal giudice di merito (Cass. 2003/12467), o consistere in censure che investano la ricostruzione della fattispecie concreta (Cass. 2001/7476), o che siano attinenti al difforme apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte (Cass. 2007/7972; 2007/13954), spettando soltanto al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all'uno o all'altro mezzo di prova, salvi i casi tassativamente previsti dalla legge (Cass. 2001/4667; 2003/10330; 2003/11918).

3. Le considerazioni che precedono conducono al rigetto del ricorso, ma nulla deve disporsi in ordine alle spese, non avendo l'intimata svolto attività difensiva.


P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 19 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2008

 

La separazione dei coniugi deve essere dichiarata anche quando l’intollerabilità della convivenza è tale solo per uno dei due.

Ciascun coniuge ha il diritto di ottenere la separazione e interrompere la convivenza ove, per fatti obbiettivi, ancorché non dipendenti da "colpa" dell'altro coniuge o propria, tale convivenza sia per lui divenuta "intollerabile", così da essere divenuto impossibile svolgere adeguatamente la propria personalità in quella "società naturale" costituita con il matrimonio che è la famiglia.

Una siffatta interpretazione del disposto contenuto all’art. 151 codice civile, è conforme ai principi costituzionali espressi dagli artt. 2 e 29 Cost. i quali, riconoscendo e tutelando il primo i diritti inviolabili dell'uomo "sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità", e riconoscendo il secondo "i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio", ", implicano per ciascun coniuge il diritto di chiedere e ottenere la separazione Cass. civ. Sez. I, 09-10-2007, n. 21099

Il nuovo testo dell’art. 151 codice civile, prevede che la separazione giudiziale possa essere chiesta quando si verifichino, "anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza".

La norma, innovativa del precedente regime della separazione - nel quale la separazione poteva essere richiesta solo in relazione a fattispecie tipiche, evidenzianti una colpa dell'altro coniuge, e solo dal coniuge incolpevole - è manifestazione di una concezione del matrimonio e della famiglia che, dal tempo dell'emanazione del codice civile, si era andata modificando, rendendone necessaria la riforma.

La possibilità attribuita dal nuovo testo della norma a ciascun coniuge, a prescindere dalle responsabilità o dalle colpe nel fallimento del matrimonio, di richiedere la separazione, ne ha eliminato il carattere sanzionatorio ed ha modificato la posizione giuridica dei coniugi in relazione alla continuazione del rapporto quando l'affectio coniugalis sia venuta meno.

La formula adottata nel nuovo testo si è prestata a un'interpretazione di natura strettamente oggettivistica, che fonda il diritto alla separazione sull'accertamento di fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della convivenza coniugale. Ma si presta anche a un'interpretazione aperta a valorizzare elementi di carattere soggettivo, costituendo la "intollerabilità" un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi.

Questa Corte, partendo da una interpretazione prevalentemente oggettivistica della norma, alla quale ha ancorato il controllo giurisdizionale sulla "intollerabilità" della prosecuzione della convivenza (Cass. 1997, n. 6566; 7 dicembre 1994, n. 10512; 10 gennaio 1986, n. 67; 21 febbraio 1983, n. 1304), ha peraltro già avuto modo di affermare (Cass. 10 giugno 1992, n. 7148) che, pur dovendo, ai sensi del novellato art. 151 c.c., la separazione dei coniugi trovare causa e giustificazione in situazioni di intollerabilità della convivenza oggettivamente apprezzabili e giuridicamente controllabili, per la sua pronuncia non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale di una sola delle parti.

In particolare, con la recente sentenza del 14 febbraio 2007, n. 3356, questa Corte, nel ribadire tale principio, ha affermato che, inuna visione evolutiva del rapporto coniugale - ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge - il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obbiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, la esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità a carico dell'altro, la convivenza.

Ove tale situazione d'intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, questi ha diritto di chiedere la separazione.

 

Cass. civ. Sez. I, 09-10-2007, n. 21099

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella - Presidente

Dott. FIORE Francesco Maria - Consigliere

Dott. FELICETTI Francesco - rel. Consigliere

Dott. SCHIRO' Stefano - Consigliere

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.M., elettivamente domiciliato in ROMA VIA SABOTINO 45, presso l'avvocato ARTURO MARZANO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato GIARDINI UMBERTO, giusta procura speciale a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

S.M.B., elettivamente domiciliata in ROMA VIA VITTORIO VENETO 96, presso l'avvocato CITARELLA LUIGI, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato DIONISIO ANTONIO, giusta procura in calce al controricorso;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 563/04 della Corte d'Appello di TORINO, depositata il 05/04/04;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 17/09/2007 dal Consigliere Dott. Francesco FELICETTI;

udito, per il ricorrente, l'Avvocato UMBERTO GIARDINI che ha chiesto l'accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto procuratore Generale Dott. SCHIAVON Giovanni, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

1. Con ricorso al Tribunale di Torino in data 20 marzo 1998 B. S.M. chiedeva che fosse pronunciata la separazione personale dal marito S.M.. Lo S. si costituiva opponendosi alla separazione e, in subordine, chiedendo che fosse pronunciata con addebito alla moglie. Con sentenza in data 3 dicembre 2002 il Tribunale pronunciava la separazione senza addebito, affidava i figli minori alla madre, disponeva l'esercizio congiunto della potestà parentale, regolando il regime di visite secondo le richieste delle parti, rigettava la domanda di assegno della moglie, stabiliva l'assegno di mantenimento dei minori, a carico del padre, nella misura di Euro 2.065,83 mensili complessivi, da rivalutarsi annualmente. Avverso la sentenza lo S. proponeva appello, insistendo nella richiesta di rigetto della domanda di separazione e nella richiesta di affidamento alternato dei figli.

L'appellata si costituiva chiedendo il rigetto del gravame. La Corte di appello, con sentenza depositata il 5 aprile 2004, notificata il 28 aprile 2004, rigettava l'impugnazione. Avverso tale sentenza lo S. ha proposto ricorso a questa Corte, con atto notificato alla controparte in data 23 giugno 2004, formulando tre motivi. La parte intimata resiste con controricorso notificato il 28 settembre 2004.

Il ricorrente ha anche depositato memoria.

 

1. In via pregiudiziale va dichiarata l'inammissibilità del controricorso, notificato dopo la scadenza del termine di cui all'art. 370 c.p.c..

2. Con il primo motivo si denuncia la nullità della sentenza per violazione degli artt. 112, 706, 164, 183 e 184 c.p.c..

Si deduce al riguardo che, sia nel ricorso introduttivo del giudizio di separazione, sia nella memoria integrativa depositata dinanzi al giudice istruttore, la domanda di separazione era stata formulata in modo del tutto generico, mentre solo successivamente, dopo che il g.i. aveva fissato un doppio termine (20 aprile e 9 maggio 1999) per il deposito di memorie e repliche, con memoria 20 aprile 1999, l'attrice aveva dedotto, chiedendo di darne la prova, una serie di circostanze totalmente nuove. Si lamenta che erroneamente sia il Tribunale, sia la Corte di appello avrebbero rigettato l'eccezione di esso ricorrente, secondo la quale sarebbe stata mutata la causa petendi della separazione, introducendo inammissibilmente nel giudizio fatti del tutto nuovi, in contrasto con il disposto dell'art. 706 c.p.c., a norma del quale il ricorso deve contenere "l'esposizione dei fatti sui quali la domanda è fondata", senza che essi, a norma degli artt. 163 e 164 c.p.c., possano essere successivamente mutati. Si deduce che il ricorse introduttivo era invalido, stante la genericità delle deduzioni formulate a sostegno della domanda di separazione, cosicchè il g.i. avrebbe dovuto fissare un termine per la sua integrazione ai sensi dell'art. 164 c.p.c., comma 5, mentre la sua integrazione non poteva avvenire attraverso una memoria istruttoria, la cui funzione sarebbe unicamente quella di dimostrare la verità di fatti già dedotti e non d'introdurre nel processo fatti nuovi. Si deduce ancora che le prove dedotte non sarebbero comunque pertinenti alle circostanze genericamente indicate nel ricorso introduttivo e che la loro introduzione nel processo avrebbe leso il contraddittorio.

Il motivo è infondato.

Va premesso che, essendo con esso allegate violazioni processuali, questa Corte è tenuta ad esaminare gli atti dei gradi precedenti del giudizio. Come ha rilevato la sentenza impugnata, nel ricorso per separazione l'attrice aveva indicato le ragioni della separazione "nella particolare durezza e intransigenza del marito che si è tradotta in infinite imposizioni circa il regime di vita della famiglia", dolendosi di avere invano "tentato di richiamare l'attenzione del marito sulle difficoltà manifestate dai figli, rispetto alla linea educativa imposta dal padre, invitandolo ad essere un poco più sensibile verso i reali bisogni dei bambini, ma senza alcun risultato". Nel ricorso era stato altresì dedotto che di fronte alle difficoltà manifestate dai figli l'attrice aveva iniziato con i figli un ciclo di "terapia familiare", ma "le resistenze manifestate dal marito a collaborare a tale progetto e le conseguenti difficoltà relazionali fra i coniugi hanno fatto venire definitivamente meno nell'esponente l'affectio maritalis".

Tali deduzioni debbono ritenersi idonee a rendere sufficientemente specifica la domanda. D'altro canto esattamente la sentenza impugnata ha ritenuto che i capitoli di prova formulati con la successiva memoria istruttoria costituissero solo una specificazione degli elementi con essa introdotti, senza che vi sia stato il alcun mutamento della causa petendi allegata a sostegno della domanda di separazione. Infatti sia i capitoli riguardanti direttamente i rapporti personali fra i coniugi, sia quelli riguardanti i rapporti con i figli, attengono tutti al dedotto carattere del marito ed alle imposizioni che ne derivavano per i vari aspetti della vita familiare; mentre nessuna violazione del diritto di difesa si è verificata, essendo stati detti capitoli formulati nella memoria del 20 aprile 1999 ed avendo il g.i. dato termine ad entrambe le parti per replica sino al 9 maggio, ben potendo sino a tale data l'odierno ricorrente formulare prove contrarie o indicare testi in controprova.

2. Con il secondo motivo si denunciano la violazione degli artt. 151, 157, 244 e 253 c.c., nonchè vizi motivazionali.

Con il motivo si deduce che la Corte di appello, motivando la sussistenza delle condizioni per la pronuncia di separazione, ha affermato: a) che la vita di una famiglia abbisogna di "un originario e di un rinnovato accordo di entrambi i coniugi" in mancanza del quale "se non esiste più la capacità di superare i dissidi, anche su aspetti marginali della vita quotidiana", come nel caso di specie, "non esistono più le condizioni per i coniugi di formare una comunità, anche se ciò dipende dalla volontà di un singolo coniuge"; b) che dalle risultanze processuali è emersa una frattura del rapporto di coppia e un graduale ma inesorabile distacco da parte della moglie, a causa di situazioni e comportamenti che hanno nel loro complesso reso intollerabile la convivenza, facendo venir meno quella comunione spirituale e materiale che "deve stare alla base di un rapporto matrimoniale"; c) che in particolare è stata accertata la incapacità del marito "anche di fronte alla decisione della moglie di chiudere il loro rapporto matrimoniale" di ascoltare le richieste emotive più profonde della stessa; d) che la situazione di attrito si è aggravata allorchè il marito si è mostrato "contrario a rapporti sessuali non finalizzati alla procreazione"; e) che causa idonea a determinare la disaffezione e l'estraneità fra i coniugi può essere ritenuta anche "l'intransigenza nell'organizzazione del quotidiano", propria - nel caso di specie - del marito; f) che dalle prove espletate è emerso non solo il sentimento di solitudine e di frustrazione della moglie, "ma anche la mancanza di un dialogo e di un rapporto empatico tra i coniugi"; g) che la stessa vicenda processuale dimostra la incapacità del marito di "comprendere le esigenze personali della moglie e le ragioni che hanno determinato il venir meno dell'affectio coniugalis", nell'assunto la vicenda personale, coniugale e processuale degli "ultimi anni potrebbe essere magicamente cancellata e non ci sarebbero apprezzabili difficoltà nella ripresa di una normale convivenza con la moglie, solo che il giudice lo decidesse".

Secondo il ricorrente la Corte di appello, così motivando, avrebbe violato l'art. 151 c.c., attribuendo natura di fatti idonei a rendere intollerabile la convivenza matrimoniale in parte a fatti palesemente privi di rilevanza, ed in parte al sentimento soggettivo della moglie, erroneamente ricollegando la permanenza degli effetti del matrimonio alla persistenza dell'affectio coniugalis in entrambi i coniugi, cosicchè la disaffezione anche di un solo coniuge costituirebbe fatto idoneo a rendere intollerabile la convivenza e a giustificare la separazione. Tale affermazione sarebbe in contrasto con l'essenza del matrimonio come regolato nel diritto vigente, fondato sul consenso negoziale, che una volta espresso da luogo a un vincolo indipendente dalla volontà del singolo coniuge ed insensibile al mutamento delle inclinazioni effettive, potendo gli obblighi matrimoniali venire a cessare, a norma dell'art. 151 c.c., unicamente in base a fatti obbiettivi che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza. In tal senso si citano le sentenze di questa Corte nn. 4920 del 1990, 10512 del 1994, 3098 del 1995, 6566 del 1997, 12489 del 1998, 8106 del 2000, 6970 del 2003 e si sostiene che una diversa interpretazione si porrebbe in contrasto con gli artt. 29 e 30 Cost..

Secondo il ricorrente, inoltre, la Corte di appello avrebbe attribuito valore probatorio a manifestazioni di giudizio dei testimoni, quali quelle emergenti dalla testimonianza della teste B.B.D., nonchè a testimonianze de relato non suffragate da adeguati riscontri, e pertanto prive, secondo la giurisprudenza, di ogni valenza probatoria (in relazione all'affermata volontà del marito d'intrattenere solo rapporti sessuali finalizzati alla procreazione). Non sarebbe poi adeguatamente motivato, in relazione all'esito delle prove, l'assunto della sentenza impugnata secondo il quale esso ricorrente non era favorevole a che la moglie svolgesse la propria attività lavorativa di medico, non tenendosi, fra l'altro, conto delle deposizioni sul punto di testi che si erano espressi in senso opposto. Nè sarebbero adeguatamente motivati, tenendosi conto di tutte le emergenze processuali al riguardo e dandosene un'esatta interpretazione, vari episodi ritenuti dalla sentenza impugnata dimostrativi della intollerabilità della convivenza.

Secondo il ricorrente, ancora, la Corte di appello avrebbe utilizzato una deposizione estranea ai capitoli di prova (quella del teste N.) e implicante giudizi, ritenendola erroneamente sanata per tardività dell'eccezione, formulata solo nell'udienza successiva all'escussione della teste, e per la sua mancata riproposizione nelle conclusioni: ciò in violazione dell'art. 157 c.p.c..

Secondo il ricorrente, infine, la sentenza avrebbe violato l'art. 116 c.p.c., traendo elementi di prova dell'intollerabilità della convivenza dalla mera circostanza che esso ricorrente si era opposto alla separazione, mentre la norma non consente di desumere elementi di prova dal mero fatto di resistere a una domanda.

3. Al riguardo va premesso che l'art. 151 c.c., nel testo vigente, prevede che la separazione giudiziale possa essere chiesta quando si verifichino, "anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza".

La norma, innovativa del precedente regime della separazione - nel quale la separazione poteva essere richiesta solo in relazione a fattispecie tipiche, evidenzianti una colpa dell'altro coniuge, e solo dal coniuge incolpevole - è manifestazione di una concezione del matrimonio e della famiglia che, dal tempo dell'emanazione del codice civile, si era andata modificando, rendendone necessaria la riforma.

La possibilità attribuita dal nuovo testo della norma a ciascun coniuge, a prescindere dalle responsabilità o dalle colpe nel fallimento del matrimonio, di richiedere la separazione, ne ha eliminato il carattere sanzionatorio ed ha modificato la posizione giuridica dei coniugi in relazione alla continuazione del rapporto quando l'affectio coniugalis sia venuta meno.

La formula adottata nel nuovo testo si è prestata a un'interpretazione di natura strettamente oggettivistica, che fonda il diritto alla separazione sull'accertamento di fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della convivenza coniugale. Ma si presta anche a un'interpretazione aperta a valorizzare elementi di carattere soggettivo, costituendo la "intollerabilità" un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi.

Questa Corte, partendo da una interpretazione prevalentemente oggettivistica della norma, alla quale ha ancorato il controllo giurisdizionale sulla "intollerabilità" della prosecuzione della convivenza (Cass. 1997, n. 6566; 7 dicembre 1994, n. 10512; 10 gennaio 1986, n. 67; 21 febbraio 1983, n. 1304), ha peraltro già avuto modo di affermare (Cass. 10 giugno 1992, n. 7148) che, pur dovendo, ai sensi del novellato art. 151 c.c., la separazione dei coniugi trovare causa e giustificazione in situazioni di intollerabilità della convivenza oggettivamente apprezzabili e giuridicamente controllabili, per la sua pronuncia non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale di una sola delle parti.

In particolare, con la recente sentenza del 14 febbraio 2007, n. 3356, questa Corte, nel ribadire tale principio, ha affermato che, inuna visione evolutiva del rapporto coniugale - ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge - il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obbiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, la esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità a carico dell'altro, la convivenza.

Ove tale situazione d'intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, questi ha diritto di chiedere la separazione.

Nel caso di specie la sentenza della Corte di appello appare conforme a tale interpretazione, che deve ritenersi a sua volta conforme ai principi costituzionali espressi dagli artt. 2 e 29 Cost. i quali, riconoscendo e tutelando il primo i diritti inviolabili dell'uomo "sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità", e riconoscendo il secondo "i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio", implicano per ciascun coniuge il diritto di ottenere la separazione e interrompere la convivenza ove, per fatti obbiettivi, ancorchè non dipendenti da "colpa" dell'altro coniuge o propria, tale convivenza sia per lui divenuta "intollerabile", così da essere divenuto impossibile svolgere adeguatamente la propria personalità in quella "società naturale" costituita con il matrimonio che è la famiglia.

Tale interpretazione non è contraddetta dai doveri verso i figli, sanciti per i genitori dall'art. 30 Cost., i quali permangono in regime di separazione e di divorzio, cosicchè la questione di costituzionalità adombrata in proposito con il motivo appare manifestamente infondata.

La dedotta violazione dell'art. 151 c.c., pertanto, non sussiste.

Nè sussistono le altre violazioni dedotte. Le affermazioni della teste B.B.D. nella sua deposizione, contrariamente a quanto dedotto con il motivo, non costituiscono espressione di giudizi ma di fatti. Mentre le testimonianze de relato relative ai rapporti sessuali fra i coniugi sono state utilizzate solo in correlazione con elementi di riscontro (vedi pagg. 16 e 17 della sentenza) e, nel loro complesso, i fatti posti a base dell'accertamento dell'intollerabilità della convivenza risultano adeguatamente motivati, restando le valutazioni sulla valenza probatoria delle singole circostanze incensurabili nel giudizio dinanzi a questa Corte, rientrando i relativi apprezzamenti nei margini di discrezionalità del giudice di merito incensurabili in questa sede. Quanto, poi, alla deposizione del teste N., correttamente la Corte di appello ha ritenuto di avvalersi degli elementi di fatto da essa emergenti, mentre esattamente ha ritenuto che l'eccezione di nullità della deposizione, per la sua estraneità ai capitoli di prova ammessi, in quanto nullità relativa, poichè non formulata al momento dell'escussione del teste da parte del difensore presente all'espletamento della prova, ma solo nell'udienza successiva e neppure riproposta in sede di precisazione delle conclusioni, doveva ritenersi sanata (Cass. 3 aprile 2007, n. 8358; 1 luglio 2002, n. 9553; 17 dicembre 1996, n. 11253; 16 gennaio 1996, n. 303; Cass. 28 aprile 2006, n. 9935; 29 marzo 2005, n. 6555; 30 luglio 2004, n. 14587; 15 aprile 1999, n. 5925). Quanto, infine, alla violazione dell'art. 116 c.p.c., neanche essa sussiste, avendo la Corte di merito tratto, con apprezzamento discrezionale incensurabile in questa sede, come la norma le consentiva, argomenti di prova dal complessivo e specifico comportamento processuale dell'odierno ricorrente, e non semplicemente dal suo mero opporsi alla domanda di separazione.

4. Con il terzo motivo si deducono vizi motivazionali in ordine all'affidamento dei figli alla madre disposto con la sentenza, respingendosi, secondo il ricorrente, senza adeguata motivazione, sia la domanda di affidamento alternato formulata da esso ricorrente, sia la richiesta di rinnovazione della CTU sul punto.

Anche tale motivo è infondato, risultando la sentenza adeguatamente motivata anche in ordine all'affidamento dei figli, specificandosi che nel caso di specie "il cambiamento periodico della collocazione dei minori e della gestione del quotidiano provocherebbe nei minori la perdita di punti di riferimento stabili e uno sdoppiamento che li obbligherebbe, ogni volta, a adattarsi a situazioni molto diverse, perchè molto diverso, per sensibilità, cultura, carattere, è il modo di rapportarsi di ciascun genitore nei confronti dei figli".

Quanto, poi, al rigetto della richiesta di rinnovazione di consulenza tecnica, trattasi di scelta incensurabile in questa sede, essendo rimessa in via esclusiva al giudice di merito e risultando, dal complesso della motivazione in ordine al regime di affidamento dei figli,adeguatamente motivata.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato e nulla va statuito sulle spese stante l'inammissibilità del controricorso.


P.Q.M.
LA CORTE DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 17 settembre 2007.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2007

 
 
Di Alessandro Gazzea (del 25/05/2008 @ 16:15:49 in Diritto di famiglia, linkato 379 volte)

Aggredire per puro divertimento i propri compagni, anche moralmente in modo arrogante e per schiacciarne la propria personalità, è un reato aggravato dai futili motivi.

 

La recente decisione della Corte di Cassazione pen. Sez. V, (ud. 20-03-2008) del 09.05.2008 n. 19070, è tornata con estrema chiarezza ad affermare che i ragazzi colpevoli di queste violenze, vanno incontro a condanne severe.

 
E’ stata difatti confermata la dichiarazione di colpevolezza del minore S.A. in ordine al reato di concorso in lesione personale, aggravato ai sensi dell'art. 61 c.p., n. 1 dai futili motivi, appunto, in quanto durante il carnevale aveva aggredito un compagno, lanciandogli prima le uova e in seguito prendendolo a calci e pugni dopo la sua reazione.

Cass. pen. Sez. V, (ud. 20-03-2008) 09-05-2008, n. 19070
Svolgimento del processo - motivi della decisione
 
OSSERVA

Con la impugnata sentenza è stata confermata la dichiarazione di colpevolezza del minore S.A. in ordine al reato di concorso in lesione personale, aggravato ai sensi dell'art. 61 c.p., n. 1.

Ricorre per cassazione il difensore deducendo erronea applicazione di legge, carenza ed illogicità della motivazione, error in procedendo nel giudizio di secondo grado.

Il ricorso non merita accoglimento.

In punto di confermata statuizione di responsabilità, propone censure che, in violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, attengono al merito della decisione impugnata, congruamente giustificata con riferimento ad una plausibile ricostruzione dei fatti, fondata su un ben argomentato esame delle dichiarazioni della persona offesa e di un testimone coimputato.

Lamenta inutilmente anche con nuovo motivo il diniego di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale per l'audizione di C.S., la cui deposizione è stata motivatamente ritenuta ininfluente dal giudice d'appello al fine di individuare l'imputato quale autore dell'aggressione sul riflesso che la vittima non aveva incluso il C. nel gruppo di ragazzi che gli avevano riferito le generalità dell'attuale ricorrente.

Incorre in manifesto errore di diritto, allorchè sostiene che alla corte territoriale era inibito integrare la motivazione della decisione di primo grado, carente sul punto dell'aggravante dei futili motivi, e censura infondatamente il giudizio espresso dall'impugnato provvedimento in ordine alla sussistenza di tale aggravante, correttamente ravvisata nell'avere il prevenuto agito, senza essere stato provocato, al solo fine di divertirsi alle spalle della vittima, con ripetuti lanci di uova e, dopo l'altrui protesta, con calci e pugni, ponendo così in essere un comportamento arrogante e gratuitamente umiliante inteso ad annientare l'altrui personalità;

condotta che, diversa mente dal dedotto, non può assumere una diversa e minore valenza in considerazione del "clima carnevalesco" in cui si era inserito l'episodio di violenza.

Il ricorso va pertanto respinto.

 
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 20 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 08/10/2007 @ 16:01:58 in Codice strada, linkato 4134 volte)

Diciamolo chiaro e tondo: questi photored sono apparecchiature che non ci piacciono proprio.

Sono lì fermi, immutabili nella loro ottusità, scattando foto su foto senza essere capaci di distinguere tra chi commette una reale infrazione al codice della strada e chi, invece, è ossequioso delle norme

Eh si, perché in caso di coda di autoveicoli, che non consenta al mezzo che abbia legittimamente impegnato l’incrocio, di attraversarlo tempestivamente, loro la fotografia te la fanno lo stesso.

Certamente, tanto il traffico e la fila di macchine in città è un evento così raro e saltuario, che questa ipotesi è così cavillosa, che solo il pregiudizio di un avvocato poteva idearla.

Le multe elevate tramite photored, sono nulle (quasi) sempre.

La Corte di cassazione civile , sezione II, sentenze n. 23301/2005 e n. 8465/2006, è tornata a ribadire un concetto per noi già conosciuto (evidentemente non per gli Enti comunali ovvero per i Comandi dei vigili urbani) che l’assenza degli agenti nella prossimità dell’apparecchiatura photored, rende del tutto insussistente la rilevazione operata dalla predetta apparecchiatura, poiché la fotografia scattata del presunto passaggio con il semaforo rosso dell’incrocio, non attesta l’effettivo passaggio e violazione delle norme sulla circolazione.

Dice bene la suprema corte, quando ricorda che nel Codice della strada vige la regola generale della contestazione immediata della violazione stradale, ad eccezione dei casi espressamente previsti nello stesso Codice dagli articoli 200 e 201 nonché dall’articolo 384 del Regolamento di esecuzione.

In caso di rilevazione dell’attraversamento dell’incrocio con semaforo rosso determinata da apparecchi photored, l’assenza sul posto degli agenti, determina l’impossibilità della contestazione immediata con ciò violando le norme di legge.

L’art. 384, lettera d, del Regolamento di esecuzione, che prevede il caso di impossibilità della contestazione immediata proprio nel caso di attraversamento dell’incrocio con il semaforo rosso, ha natura regolamentare e pertanto e subordinata alla previsione legislativa della contestazione immediata, ma, soprattutto, è la stessa norma regolamentare a non prevedere la possibilità dell’assenza degli agenti sul posto!

Secondo la Cassazione, quindi, non soltanto quelle multe sono nulle in caso di assenza sul posto degli agenti per contrasto con disposizioni di legge, ma anche per la ragione – non secondaria – che solo loro possono essere in grado di verificare le concrete situazioni in cui opera l’apparecchiatura di rilevamento photored, andando a distinguere, quelle reali situazioni di violazione al Codice della strada, da quelle solo apparenti, dovute, appunto, da situazioni contingenti, come l’eccessivo traffico di transito nell’incrocio interessato.

Infine è da ricordare che per rilevare il transito con semaforo rosso mediante l'apparecchiatura photored, è necessario che siano scattati, per ogni infrazione, almeno due fotogrammi, di cui uno all'atto del superamento della linea d'arresto e l'altro, quando il veicolo trasgressore si trova circa al centro dell'intersezione controllata.

In tal senso, spiega bene il giudice di pace di Taranto.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il giudice di Pace di Taranto, dr. Martino Giacovelli, ha emesso la seguente

SENTENZA

nel ricorso, iscritto al n° R. G. 6534/2003, avente ad oggetto: Opposizione a verbale di contestazione per infrazioni alle norme del C.d.S. per l’importo complessivo di € 147,28, promossa da:

XXXXXX XXXXXX nata a xxxxx (Taranto) il xxxxxxx ed ivi residente alla Via xxxxxx n. 4 elettivamente domiciliato in Massafra, Piazza xxxxx presso lo studio dell'Avv. xxxxxxxx, dal quale è rappresentata e difesa in virtù di mandato a margine dell’atto di opposizione opponente

contro

COMUNE DI XXXXXXX, in persona del sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’avv. xxxxxx xxxxxxx, giusta procura ad lites in calce alla copia del ricorso notificato, conferita in esecuzione della delibera della Giunta Municipale n. 78 dell’11.03.2004, esibita in atti Opposto

Conclusioni per l’opponente:

“ il Giudice di Pace adito, contrariis reiectis, Voglia :a) dichiarare illegittimo l'accertamento effettuato e conseguentemente annullare il verbale di violazione n. PH 3040/2003 redatto dalla Polizia Municipale di xxxxxx in data 22.10.2003, relativo alla violazione al C.d.S. in data 27.07.2003, rendendolo inesigibile e privo di effetti giuridici conseguenti; b) ordinare la cancellazione dei dati immessi nel CED-SDI; c) condannare il Comune di Massafra al pagamento delle spese e competenze di lite all'avv.xxxxxx xxxx anticipatario; d) in subordine confermare la sanzione pecuniaria in misura ridotta senza la segnalazione della patente di guida e la decurtazione dei sei punti sulla patente di guida.”

Conclusioni per il Comune opposto:

“...“...rigetto dell’opposizione proposta perché infondata in fatto e diritto, con ogni conseguenza in ordine alle spese di lite. ”

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto depositato in data 22.12.2003 la sig.ra Xxxxx Xxxxx impugnava il verbale di contestazione di violazione n. PH 3040/2003 redatto dalla Polizia Municipale di Xxxx in data 22.10.2003, relativo alla violazione al C.d.S. in data 27.07.2003, con il quale gli era stata contestata la violazione dell'art. 41 in relazione all'art. 146, comma 3, c.d.s. “ perché il giorno 27.07.2003 alle ore 18,02 con l'auto “ Mitsub. “ targata XXXXXX superava la linea di arresto e proseguiva la marcia nonostanteil semaforo proiettasse luce rossa nella sua direzione .... in seguito alle risultanze fornite dalla doppia documentazione fotografica prodotta dall'apparecchiatura a postazione fissa per il rilevamento automatico delle infrazioni a semaforo rosso Photored F17A, omologata dal Ministero dei Lavori Pubblici con Decreto n. 3653 del 18.11.1996, esteso con decreto n. 430 del 27.10.2000, verificata per quanto attiene il corretto funzionamento e installata presso l'impianto semaforico sito in Xxxxx, intersezione “ Via Taranto -Viale Magna Grecia.”

Detta violazione veniva rilevata a seguito delle fotografie effettuate a mezzo apparecchiatura elettronica “PHOTORED F 17A.”

Eccepiva l’opponente a sostegno della nullità del verbale impugnato diversi motivi: la mancanza della contestazione immediata, la mancata presenza dell'agente accertatore sul luogo della contestazione, l'inefficacia e inidoneità della strumentazione tecnica dì accertamento dellapresunta violazione, la mancata segnalazione all'utente sulla presenza dello strumento di controllo in violazione all’art.77 Reg. cds, l'inattendibilità del rilevamento elettronico, attesa la mancanza di certezza del passaggio dell'autovettura con il segnale rosso, la mancanza degli elementi indispensabili per la validità del verbale, l’inadeguatezza dell’omologazione precedente e la necessità che la Pubblica Amministrazione provvedesse ad effettuare un’omologazione consona alla utilizzata strumentazione tecnica di accertamento remoto; lesione del diritto di difesa, la mancanza degli elementi indispensabili per la validità del verbale, la omessa stesura della relazione di notificazione del verbale.

Disposta la comparizione delle parti, il Comune di Xxxxx si costituiva in giudizio per mezzo dell’Avv. XXX, il quale provvedeva al deposito della documentazione prescritta dall'art. 23 della legge n. 689/81 e ritualmente richiesta con il decreto che fissava la data dell'udienza per la comparizione delle parti e depositava all’udienza del 18.03.2004 una memoria difensiva nella quale contestava tutto quanto dedotto dall'opponente, facendo peraltro particolarmente rilevare: - la legittimità dell'accertamento fatto dal Photored F17A; la mancanza di prova dei fatti dedotti dall'opponente; la non necessaria presenza dell'agente in occasione dell'accertamento dell'infrazione effettuata con lo strumento di controllo de quo, rientrante quest'ultimo nella disponibilità dell'Ente; l'efficace prova dei rilievi fotografici si fini dell'accertamento, giusta sentenza della Corte di Cassazione del 20.3.98, n. 2952 e, quindi il regolare funzionamento dell'apparecchiatura; la presenza nel verbale degli estremi precisi e dettagliati della violazione; l'ininfluenza della mancata contestazione immediata, dato che la contestazione era stata commessa dopo l'emanazione delle nuove disposizioni del decreto-legge n. 151/2003, convertito in legge.

L’opponente ne prendeva atto e insisteva nella sua richiesta di annullamento del verbale impugnato con vittoria di spese

La causa era regolarmente istruita con produzione di documentazione da parte dell’opponente (verbale di infrazione) e da parte della p. a. interessata ( n. due fotogrammi del luogo considerato).

Dopo la discussione, la causa era immediatamente decisa all’udienza del 15 luglio 2004, sulla scorta della documentazione acquisita agli atti, come da separato dispositivo che veniva letto in udienza, riservando la motivazione della sentenza.

motivi DELLA DECISIONE

Si rileva preliminarmente l'ammissibilità del presente ricorso, pur in assenza del versamento della cauzione, attesa l'intervenuta pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato in data 05.04.2004 con sentenza n. 114 1'incostituzionalità dell'art. 204 bis del vigente codice della strada nella parte in cui imponeva il deposito di una cauzione, nel merito l'opposizione è fondata e va, pertanto, accolta.

Il verbale oggetto del presente ricorso e l'accertamento che esso presuppone si fondano esclusivamente sulle risultanze dell'apparecchiatura PHOTORED F 17 A dalle quali non si evince con chiarezza il momento in cui il veicolo del ricorrente abbia superato la linea di arresto con il semaforo che proiettante la luce rossa.

In particolare, non vi è prova certa sulla responsabilità dell’opponente nel caso di specie, atteso che, al momento della contestazione dell’infrazione, il Photored F17 era ancora omologato ai sensi del precedente decreto del 27 gennaio 2000- Prot. 430 del Ministero dei Lavori Pubblici, per il quale era richiesto necessariamente la presenza dell'operatore di Polizia Municipale per la lettura e trascrizione manuale delle targhe .Tra l’altro, con la nuova omologazione del citato strumento ( avvenuta con D.M. 18 marzo 2004 -prot. 1130- Ministero Lavori Pubblici) è necessario che " siano scattati, per ogni infrazione, almeno due fotogrammi, di cui uno all'atto del superamento della linea d'arresto e l'altro, quando il veicolo trasgressore si trova circa al centro dell'intersezione controllata". Ebbene, dalla copia dei fotogrammi prodotti non si evincono tali rilievi: risulta, in particolare, che la presenza dell’autovettura dell’opponente é rilevata nell’area di intersezione con il semaforo proiettante la luce rossa, ma non è certo il momento in cui abbia superato la linea di arresto, non essendo questa riportata nei due rilievi fotografici.

E' evidente, di conseguenza, l’insufficienza della sola documentazione fotografica a costituire piena prova dell'avvenuta violazione dell'art. 146 comma 3° del codice della strada.

Per le suesposte ragioni, ritenuti assorbiti tutti gli altri motivi di nullità eccepiti dall’opponente, il ricorso merita accoglimento con il conseguente annullamento del verbale impugnato e di tutti gli atti dipendenti dal verbale medesimo.

Relativamente alla richiesta di spese avanzate dall’opponente, le stesse per giusti motivi di ordine sostanziale vanno compensate.

La Suprema Corte ha statuito che: “In tema di regolamento delle spese processuali, i giusti motivi per la compensazione delle stesse (art. 92, comma 2 c.p.c.) non solo possono sussistere anche nei confronti della parte totalmente vittoriosa, atteso che essi non presuppongono necessariamente la reciproca soccombenza, ma, corrispondendo ad una valutazione discrezionale del giudice della massima ampiezza, non necessitano di specifiche enunciazioni, con la conseguenza dell'incensurabilità in Cassazione del relativo potere, salvo che, qualora i motivi stessi siano esplicitati, la loro indicazione risulti illogica od erronea. (Cassazione civile sez. lav., 4 .01 1995, n. 79)

Sussistono, quindi, motivi di giustizia sostanziale per la compensazione delle spese in presenza di giusti motivi,

 
P.Q.M.

il Giudice di Pace di Taranto, definitivamente pronunciando sull’atto di opposizione, depositato dalla sig.ra Xxxxx Xxxxx, così decide:

“ 1) accoglie il ricorso proposto dalla sig.ra Xxxxx Xxxxx, depositato il 22.12.2003 avverso il verbale di contestazione di violazione n. PH 3040/2003 redatto dalla Polizia Municipale di Xxxxxx (TA) in data 22.10.2003, relativo alla violazione al C.d.S. in data 27.07.2003;

2) di conseguenza annulla il verbale impugnato;

3) compensa le spese di giudizio integralmente per giusti motivi.

Così deciso a Taranto il giorno 15 luglio 2004 Il Giudice di Pace

 

Una Sig.ra di Reggio Emilia, mentre sostava lungo una via con divieto di fermata e di sosta dei veicoli, veniva multata per divieto di sosta, appunto, da un vigile urbano che al momento della contestazione si trovava a bordo della propria autovettura, non in divisa né impegnato nella regolamentazione del traffico.

Nonostante l’agente fosse lì davanti a lei e la vettura della signora ferma, l’infrazione non veniva contestata immediatamente.

Con sentenza 29/10/2003 il giudice di pace di Reggio Emilia accoglieva l'opposizione della Signora ed annullava il verbale impugnato osservando che a norma dell'art. 183 reg. C.d.S., gli agenti preposti alla regolazione del traffico e gli organi di polizia stradale di cui all'art. 12 del codice citato, quando operano sulla strada devono essere visibili a distanza mediante l'uso di appositi capi di vestiario o dell'uniforme.

Il Comune di Reggio Emilia ricorreva per Cassazione, ma il giudice di legittimità rigettava il ricorso.

Ciòposto va osservato che, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, gli appartenenti alla Polizia Municipale, ai sensi dell'art. 57 cod. proc. civ., hanno la qualifica di agenti di polizia giudiziaria soltanto nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza e limitatamente al tempo in cui sono in servizio e ciò a differenza di altri corpi (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc.) i cui appartenenti operano su tutto il territorio nazionale e sono sempre in servizio. Il riconoscimento di tale qualifica è quindi subordinata alla limitazione spaziale che i detti agenti si trovino nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza ed alla condizione che siano effettivamente in servizio (sentenza 13/4/2001 n. 5538).

Nella specie, come risulta in fatto da quanto riportato nella sentenza impugnata e da quanto ammesso dallo stesso Comune ricorrente, il verbale di contestazione in questione è stato redatto da un agente della polizia municipale di Reggio Emilia "in abiti civili e fuori dal servizio di vigilanza che si trovava a bordo della propria autovettura nel flusso del traffico". Quindi l'agente di polizia municipale nel momento dell'accertamento dell'infrazione contestata alla S. non rivestiva la qualifica di agente della P.G. come invece sostenuto dal Comune nella tesi posta a base del motivo di ricorso in esame che deve di conseguenza essere disatteso.

 

Cass. civ. Sez. II, 03-03-2008, n. 5771

Svolgimento del processo
 

S.S. proponeva opposizione avverso il verbale di contestazione, redatto dalla Polizia Municipale di Reggio Emilia e notificato ad essa opponente quale proprietaria del veicolo, per violazione dell'art. 158 C.d.S.. La S. eccepiva tra l'altro che l'infrazione non era stata immediatamente contestata e che l'agente accertatore si trovava a bordo della propria autovettura in abiti borghesi.

La Polizia Municipale di Reggio Emilia, costituitasi, chiedeva il rigetto dell'opposizione sostenendone l'infondatezza.

Con sentenza 29/10/2003 il giudice di pace di Reggio Emilia accoglieva l'opposizione ed annullava il verbale impugnato osservando: che, a norma dell'art. 183 reg. C.d.S., gli agenti preposti alla regolazione del traffico e gli organi di polizia stradale di cui all'art. 12 del codice citato, quando operano sulla strada devono essere visibili a distanza mediante l'uso di appositi capi di vestiario o dell'uniforme; che, ai sensi della L. n. 65 del 1986, art. 1, Comuni sono obbligati ad adottare un regolamento comunale del servizio di polizia municipale che deve contenere disposizioni intese a stabilire che le attività vengano svolte in uniforme o in abito civile solo se necessario per l'espletamento del servizio e previa autorizzazione; che nella specie la contravvenzione era stata accertata da un agente in abiti civili, fuori dal servizio di vigilanza e che si trovava a bordo della propria autovettura; che pertanto la contravvenzione era stata elevata in violazione delle citate norme per cui doveva ritenersi illegittima.

La cassazione della sentenza del giudice di pace è stata chiesta dal Comune di Reggio Emilia con ricorso affidato a due motivi. L'intimata S.S. non ha svolto attività difensiva in sede di legittimità.

motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso il Comune di Reggio Emilia denuncia violazione dell'art. 183 reg. esec. C.d.S. e della L. n. 65 del 1986, art. 4, nonchè vizi di motivazione, deducendo che l'utilizzo dell'uniforme da parte degli agenti e degli organi di polizia stradale di cui all'art. 12 C.d.S. è richiesto solo durante lo svolgimento delle operazioni e dei servizi previsti dall'art. 11 C.d.S.. Nella specie al momento della contestazione in questione l'agente accertatore e verbalizzante si trovava a bordo della propria autovettura e non era impegnato nella regolamentazione del traffico per cui è del tutto insussistente l'asserita violazione del citato art. 183 reg. esec. C.d.S.. Infatti occorre distinguere le differenti funzioni che gli appartenenti alla polizia municipale rivestono in quanto differente è la relativa disciplina normativa. In particolare la disciplina per l'espletamento della funzione di polizia locale è dettata dalla citata L. n. 65 del 1965, art. 4, che prescrive determinati limiti (tra i quali l'obbligo dell'uniforme nello svolgimento della funzione di polizia locale). Il detto articolo nulla dispone in merito alle differenti funzioni di polizia giudiziaria, di polizia stradale e di pubblica sicurezza svolte dagli appartenenti alla polizia municipale previste dalla L. n. 65 del 1986, art. 5. Gli agenti di polizia municipale sono quindi sempre in servizio senza limiti di tempo quando svolgono le indicate altre funzioni indipendentemente dal fatto che indossino o meno l'uniforme.

Di conseguenza al momento dell'accertamento dell'infrazione in questione l'agente era legittimato alla redazione del verbale opposto in quanto rivestiva la qualifica di agente di polizia stradale e non aveva l'obbligo di indossare la divisa.

Le dette censure sono infondate.

Occorre premettere che effettivamente, in virtù del combinato disposto della L. n. 689 del 1981, art. 13 e L. n. 65 del 1986, art. 1, i vigili della polizia municipale sono competenti all'accertamento di tutte le violazioni punite con sanzioni amministrative: alla polizia municipale sono altresì attribuite, in virtù della L. n. 65 del 1986, art. 5, funzioni di polizia giudiziaria.

Gli agenti ed ufficiali di polizia municipale, pertanto, in conformità della regola generale stabilita dalla L. n. 689 del 1981, art. 13, in tema di accertamento delle sanzioni amministrative pecuniarie, in quanto organi di polizia giudiziaria con competenza estesa all'intero territorio comunale, hanno il potere di accertare le violazioni in materia di circolazione stradale punite con sanzioni amministrative pecuniarie in tutto tale territorio.

Va aggiunto che l'art. 57 c.p.p., indica fra gli agenti e ufficiali di polizia giudiziaria "le guardie dei comuni", con competenza "nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza".

Quanto alle specifiche disposizioni del codice della strada, l'art. 11, al comma 1, elenca così i servizi di polizia stradale: a) prevenzione e accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale; b) rilevazione degli incidenti stradali; c) predisposizione ed esecuzione dei servizi diretti a regolare il traffico; d) scorta per la sicurezza della circolazione; e) tutela e controllo dell'uso della strada.

Lo stesso art. 11, al comma 3, dispone che "ai servizi di polizia stradale provvede il Ministero dell'interno, salve le attribuzioni dei Comuni per quanto concerne i centri abitati. Al Ministero dell'interno compete, altresì, il coordinamento dei servizi di polizia stradale da chiunque espletati".

Il successivo art. 12, al comma 1, demanda l'espletamento dei servizi di polizia stradale, fra gli altri, "ai corpi ed ai servizi di polizia municipale, nell'ambito del territorio di competenza" il quale, come si è detto, ai sensi della L. n. 65 del 1986, art. 4, è costituito dall'intero territorio comunale.

Ciò posto va osservato che, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, gli appartenenti alla Polizia Municipale, ai sensi dell'art. 57 cod. proc. civ., hanno la qualifica di agenti di polizia giudiziaria soltanto nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza e limitatamente al tempo in cui sono in servizio e ciò a differenza di altri corpi (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc.) i cui appartenenti operano su tutto il territorio nazionale e sono sempre in servizio. Il riconoscimento di tale qualifica è quindi subordinata alla limitazione spaziale che i detti agenti si trovino nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza ed alla condizione che siano effettivamente in servizio (sentenza 13/4/2001 n. 5538).

Nella specie, come risulta in fatto da quanto riportato nella sentenza impugnata e da quanto ammesso dallo stesso Comune ricorrente, il verbale di contestazione in questione è stato redatto da un agente della polizia municipale di Reggio Emilia "in abiti civili e fuori dal servizio di vigilanza che si trovava a bordo della propria autovettura nel flusso del traffico". Quindi l'agente di polizia municipale nel momento dell'accertamento dell'infrazione contestata alla S. non rivestiva la qualifica di agente della P.G. come invece sostenuto dal Comune nella tesi posta a base del motivo di ricorso in esame che deve di conseguenza essere disatteso.

Con il secondo motivo il Comune ricorrente denuncia vizi di motivazione deducendo che il giudice di pace non ha esaminato nel merito la fondatezza della contestazione e la sussistenza dei fatti posti a base di tale contestazione.

Dal rigetto del primo motivo deriva logicamente l'infondatezza del secondo posto che correttamente il giudice di pace - annullato il verbale di contestazione impugnato per le ragioni sopra esposte - non ha esaminato nel merito i motivi di opposizione relativi alla sussistenza o meno dei fatti contestati nel verbale in questione.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato. Non si deve provvedere sulle spese perchè l'intimata S.S. non ha svolto attività difensiva in questa sede di legittimità.

P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 5 luglio 2007.

Depositato in Cancelleria il 3 marzo 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 16/09/2008 @ 15:25:48 in Diritto di famiglia, linkato 1567 volte)

Da quando decorre l’estinzione dell’obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne avviato ad una attività lavorativa ancorché preceduta da un periodo di prova?

Dall’inizio del periodo di assunzione in prova.

Questo in estrema sintesi il recente arresto della Corte di Cassazione civile Sez. I che nella sentenza n. 21773 del 28.08.2008, secondo un ragionamento da me condiviso, correttamente individua la cessazione dell’obbligo di mantenimento a favore del figlio maggiorenne dall’assunzione in prova e precisamente “il conseguimento dell'indipendenza economica del figlio non coincide con l'instaurazione effettiva di un rapporto di lavoro giuridicamente stabile, ma con il verificarsi di una situazione tale che sia ragionevole dedurne l'acquisto della autonomia economica”.

Pertanto la cessazione dell’obbligo di mantenimento non decorre dalla data delle domanda giudiziale di modifica delle condizioni di separazione o divorzio, sibbene, previo accertamento dell’avviamento ad una attività di carattere stabile con la percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita, dalla data dell’assunzione anche in prova, perché tale periodo deve essere considerato utile ai fini della interruzione dell’assegno di mantenimento, altrimenti in caso contrario il figlio maggiorenne (ovvero il genitore percipiente) avrebbe goduto sia dello stipendio sia del mantenimento.

 


Cass. civ. Sez. I, 28-08-2008, n. 21773

 

 

Svolgimento del processo

 

Con decreto del 20 agosto 2003 il tribunale di Roma, accogliendo parzialmente la richiesta di S.C., diretta a ottenere, a modifica delle condizioni previste dalla sentenza di divorzio proposta, l'eliminazione del contributo per il mantenimento del figlio P., maggiorenne divenuto economicamente autosufficiente, e l'abolizione o la diminuzione dell'assegno di divorzio di L. 2.800.000, mensili a favore dell'ex coniuge F.F., ha rigettato quest'ultima richiesta e ha revocato l'assegno per il figlio a far data dal dicembre 2002.

Con decreto del 5 luglio 2004 la corte d'appello di Roma ha confermato integralmente la decisione di primo grado, osservando, quanto alla richiesta di revoca o di diminuzione dell'assegno divorzile, che non era stata fornita la prova della sussistenza di circostanze sopravvenute che avessero modificato il rapporto tra le condizioni economiche delle parti. Infatti, anche se nel 2003 il S. aveva percepito un reddito da pensione di anzianità di Euro 57.656,29, annui, inferiore a quello che guadagnava quando ancora lavorava, si trattava di un reddito cospicuo, tenendo anche conto che all'atto del pensionamento aveva incassato la somma di un miliardo di lire, a titolo di capitalizzazione di parte della pensione. Inoltre la situazione economica del ricorrente era migliorata a seguito della revoca del contribuito per il mantenimento del figlio maggiorenne, pari a L. 2.200.000, mensili.

Quanto alla F., la corte territoriale ha osservato che, per effetto del conseguimento dell'autonomia economica da parte del figlio, era venuto meno il suo diritto al godimento esclusivo della ex casa coniugale a lei assegnata, anche se il S. non aveva ancora chiesto la revoca dell'assegnazione stessa. Nè i redditi dell'ex coniuge, risultanti dalle dichiarazioni relative al periodo dal 1999 al 2003, avevano conseguito incrementi apprezzabili a seguito dell'acquisto per successione ereditaria di terreni agricoli e di un fabbricato rurale, non essendo stata provata la consistente redditività degli immobili ereditati, e risultando tale circostanza in contrasto con la documentazione fiscale prodotta.

In relazione al contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne, la corte territoriale ha affermato che bene il tribunale aveva fatto decorrere gli effetti della revoca dalla data del supermento del periodo di prova e cioè dalla data in cui era stato assunto in via definitiva, perchè solo con l'acquisto della certezza della prosecuzione del rapporto di lavoro poteva ritenersi conseguita l'autosufficienza economica. Inoltre l'estinzione del diritto del figlio al mantenimento aveva fatto venir meno automaticamente anche l'obbligo di sostenere le spese per gli studi universitari e i corsi di qualificazione professionale, con la conseguenza che non era necessaria un'espressa pronuncia in merito.

Avverso il decreto della corte d'appello di Roma il S. ha proposto ricorso per cassazione affidato a un unico complesso motivo.

Resiste la F. con controricorso illustrato con memoria.


motivi della decisione

 

1. Con il primo motivo il ricorrente, deducendo la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, artt. 5, 6, 9 e 10, e degli artt. 113, 115 e 116 c.p.c., lamenta che la corte d'appello non abbia valutato gli oneri economici derivanti dalla creazione di un nuovo nucleo familiare.

Sostiene, inoltre, che la F. avrebbe mezzi economici adeguati a consentirle di godere di un tenore di vita analogo a quello matrimoniale in quanto, oltre all'assegno divorzile di L. 2.800.000, mensili, continua a godere dalla casa familiare (una villa di 450 mq con giardino di 10.000 mq). Nè potrebbe prescindersi dalla titolarità di un patrimonio immobiliare per il solo fatto che non è attualmente produttivo di reddito. A parte che non c'è prova della mancanza di redditività, il cui onere gravava sull'ex coniuge, ben avrebbe potuto disporsi c.t.u..

Lamenta poi il ricorrente che sia stato considerato come deterioramento delle condizioni economiche della F. il venir meno dell'assegnazione della casa familiare, circostanza che non era stata dedotta da alcuno: infine, sostiene che la corte territoriale non avrebbe valutato che la F. aveva percepito _ 40.000 del t.f.r. a lui spettante.

Con il secondo motivo, deducendo la violazione e falsa applicazione degli art. 113, 115 e 116 c.p.c., il ricorrente. Premesso che il figlio maggiorenne era stato assunto con contratto a tempo indeterminato il 28 maggio 2002, come pilota, dall'Alitalia, con patto di prova di sei mesi, lamenta che, data l'alta professionalità necessaria per lo svolgimento delle mansioni, il patto di prova era sostanzialmente irrilevante e che, comunque da giugno a dicembre il figlio aveva percepito uno stipendio e l'assegno di mantenimento.

Chiede pertanto che l'obbligo di mantenimento del figlio sia dichiarato cessato dal luglio 2002, mese successivo all'assunzione.

Inoltre il ricorrente lamenta che la corte d'appello abbia omesso di provvedere sulla richiesta di cessazione dell'obbligo di pagare le spese universitarie e di formazione.

2. Il primo motivo non è ammissibile perchè con il ricorso ex art. 111 Cost., nei confronti di decreto pronunciato sulla richiesta di modifica delle condizioni economiche del divorzio, nella disciplina vigente prima dell'applicazione della L. n. 40 del 2006, era deducibile soltanto il vizio di violazione di legge e non quello di motivazione, eccetto il vizio di totale mancanza formale di motivazione o di motivazione talmente viziata da impedire di identificare la ratio decidendo.

Al di là dell'intestazione del motivo come violazione di legge, il ricorrente lamenta l'omessa o erronea valutazione di alcune circostanze di fatto, in tal modo deducendo, se non proprio errori dell'accertamento dei fatti, senza indicazione dei vizi logici e giuridici dai quali sarebbe affetta la relativa motivazione, omissione e/o insufficienza di motivazione, cioè vizi non deducibili in questa sede.

E' poi infondata la censura di omessa pronuncia sulla richiesta di cessazione dell'obbligo di sopportare le spese universitarie e di formazione, perchè la corte d'appello ha espressamente dichiarato cessato tale obbligo.

E' fondata invece la censura relativa alla determinazione della decorrenza della cessazione dell'obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne dal dicembre 2002.

E' costante orientamento di questa corte che l'obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni può ritenersi cessato quando sia fornita la prova (incombente sul genitore onerato) che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica, o è stato posto nelle condizioni concrete per conseguirla, ovvero che il mancato svolgimento di un'attività lavorativa dipende da un atteggiamento del figlio colposo od inerte. Il conseguimento dell'indipendenza economica del figlio non coincide con l'instaurazione effettiva di un rapporto di lavoro giuridicamente stabile, ma con il verificarsi di una situazione tale che sia ragionevole dedurne l'acquisto della autonomia economica, anche se per licenziamento, dimissioni o altra causa tale rapporto venga poi meno, tanto che si è anche ritenuto sufficiente la mera potenzialità del conseguimento di tale autonomia (v. Cass. 23596/06 in una fattispecie di conseguimento della semplice abilitazione per l'esercizio della professione di avvocato all'estero). Peraltro, il contratto di lavoro a tempo indeterminato in cui sia stipulato il patto di prova non costituisce una fattispecie a formazione progressiva, ma un negozio giuridico perfetto ed efficace nel quale è inserito il potere di entrambe le parti di recedere.

La sentenza impugnata che ha fissato il conseguimento dell'autonomia economica alla scadenza del termine previsto per l'esercizio del diritto di recesso pertanto è errata e deve essere cassata.

Poichè non sussistono esigenze di ulteriore accertamento dei fatti può pronunciarsi nel merito, dichiarando cessato l'obbligo del mantenimento al luglio 2002, come richiesto, dal S..

Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese dell'intero giudizio.


P.Q.M.

 

La corte:

Accoglie il ricorso per quanto di ragione.

Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c., dichiara cessato l'obbligo di contribuire al mantenimento del figlio S.P. a carico di S. C. a decorrere dal luglio 2000. Compensa le spese dell'intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione prima civile, il 20 febbraio 2008.

Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2008

 

 

I coniugi separati che per necessità o convenienza tornano per un periodo a vivere insieme, si devono considerare conciliati.

La ripresa della coabitazione, rappresenta un elemento esteriore e obiettivo che ha valenza probatoria circa la dimostrazione dell’avvenuta riconciliazione tra coniugi.

Il giudice del merito, deve attribuire prevalente valore agli elementi esteriori oggettivamente diretti a dimostrare la volontà dei coniugi di ripristinare la comunione di vita, piuttosto che ad elementi psicologici e soggettivi.

Cosicchè essa va accertata attribuendo rilievo preminente ed essenziale alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti posti in essere dai coniugi, valutati nella loro effettiva capacità dimostrativa della disponibilità alla ricostruzione del rapporto matrimoniale, piuttosto che con riferimento al mero elemento psicologico, difficile, se non impossibile, da provare in quanto appartenente alla sfera dei sentimenti e della spiritualità soggettiva.

 

Questi in estrema sintesi i principi affermati dalla recente decisione della Suprema Corte.

Cass. civ. Sez. I, 01-08-2008, n. 21001

 

Svolgimento del processo
 

1. G.M. con ricorso 25 marzo 1999 chiedeva al tribunale di Vicenza che fosse dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio da lui contratto con B.L. il 17 novembre 1969. La B. si costituiva opponendosi alla domanda e deducendo l'avvenuta riconciliazione con il marito successivamente alla separazione giudiziale pronunciata nel 1992, essendo stata fra essi coniugi ripresa la convivenza dal (OMISSIS).

All'esito dell'istruttoria il tribunale accoglieva la domanda. La B. proponeva appello, che la Corte di appello di Venezia, con sentenza depositata il giorno 11 marzo 2005, rigettava.

Avverso tale sentenza la B. ha proposto ricorso a questa Corte con atto notificato al M. in data 23 maggio 2005, formulando due motivi. Il M. resiste con controricorso notificato il 25 giugno 2005.


motivi della decisione
 

1. Con il primo motivo si denunciano vizi motivazionali e la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 3, n. 2, nel testo vigente, e art. 157 c.c.. Si deduce al riguardo che presupposto di legge per l'accoglimento della domanda di divorzio è innanzitutto il decorso di tre anni di separazione legale ininterrottamente protrattasi, calcolati dal momento della comparizione delle parti dinanzi al presidente del Tribunale per il tentativo di conciliazione, mentre nel caso di specie vi era stata una riconciliazione e la ripresa della convivenza. Secondo la ricorrente il giudice di primo grado avrebbe "ingiustamente svalutato" le risultanze testimoniali ed anagrafiche che provavano la ripresa della convivenza coniugale per un periodo di tre anni. In proposito nel motivo si riportano le dichiarazioni di alcuni testi, ritenute prova della ripresa di una stabile convivenza, ingiustamente negata dal tribunale. Quanto alla sentenza di secondo grado, la ricorrente deduce che essa sarebbe incentrata sulla mancanza di prova che fosse stata ricostituita la comunione spirituale fra i coniugi. In proposito si sottolinea che secondo la giurisprudenza di questa Corte la riconciliazione "in quanto appartenente alla sfera intima dei sentimenti, non può che essere provata attraverso i comportamenti posti in essere dalla coppia" ed ha pertanto come suo indefettibile presupposto la ricostituzione del nucleo familiare nell'insieme dei suoi rapporti materiali e spirituali e "va accertata attribuendo rilievo preminente alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti posti in essere dai coniugi, valutati nella loro effettiva capacita dimostrativa della disponibilità alla ricostruzione del rapporto matrimoniale, piuttosto che con il riferimento al mero elemento psicologico". Nel caso di specie, secondo la ricorrente, sarebbero emersi elementi inequivoci che proverebbero la riconciliazione, quali l'assistenza da parte sua al marito quando era in carcere; il trasferimento del marito presso di lei all'uscita dal carcere, con stabilimento della residenza; la durata della rinnovata convivenza, con una interruzione di otto mesi in tre anni, per un litigio dimostrativo esso stesso dell'esistenza di una riconciliazione; la partecipazione con i figli e le loro fidanzate alla vita familiare.

La Corte di appello avrebbe errato nella motivazione nel non dare a detti fatti la dovuta rilevanza quale prova di "fatti riconciliativi che paralizzano la domanda di divorzio.

Con il secondo motivo si denuncia la violazione dell'art. 92 c.p.c., per non essere state compensate le spese processuali.

2. Il primo motivo è fondato.

La L. n. 898 del 1970, art. 3, comma 4, statuisce, fra le condizioni dell'azione, la protrazione della separazione legale "ininterrottamente da almeno tre anni a far tempo dall'avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale". Tale comma statuisce altresì che "l'eventuale interruzione della separazione deve essere eccepita dalla parte convenuta", così addossando su questa la prova dell'interruzione.

Questa Corte, con giurisprudenza risalente e consolidata, ha statuito che, agli effetti della norma su detta, affinchè lo stato di separazione possa ritenersi interrotto a causa di riconciliazione, occorre il ripristino del consorzio familiare attraverso la restaurazione della comunione materiale e spirituale tra i coniugi cessata con la separazione, consistendo la riconciliazione nella volontà di questi ultimi di ricostituire non solo la loro convivenza materiale ma anche quell'unione spirituale che è alla base della convivenza medesima (da ultimo Cass. 25 maggio 2007, n. 12314; 6 dicembre 2006, n. 26165). Ha parimenti statuito, peraltro (Cass. 25 maggio 2007, n. 12314 cit.), che al fine della prova della riconciliazione il giudice di merito deve attribuire prevalente valore agli elementi esteriori oggettivamente diretti a dimostrare la volontà dei coniugi di ripristinare la comunione di vita, piuttosto che ad elementi psicologici e soggettivi. Cosicchè essa va accertata (Cass. 17 giugno 1998, n. 6031) attribuendo rilievo preminente ed essenziale alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti posti in essere dai coniugi, valutati nella loro effettiva capacità dimostrativa della disponibilità alla ricostruzione del rapporto matrimoniale, piuttosto che con riferimento al mero elemento psicologico, difficile, se non impossibile, da provare in quanto appartenente alla sfera dei sentimenti e della spiritualità soggettiva. valore essenziale va attribuito, pertanto - a giudizio di questo collegio - specificamente, agli elementi esteriori inerenti al ripristino dalla convivenza ed alle sue modalità, i quali soltanto possono essere oggetto di prova diretta e costituiscono prova presuntiva, in base ad una conseguenzialità logica dotata di forte valenza dimostrativa, del ripristino della comunione di vita, per cui va dato "rilievo centrale, ai fini del relativo accertamento, agli elementi di fatto ed alle iniziative concrete idonei a lumeggiare l'evento riconciliativo, alla loro durata, alla loro collocazione nel tempo, in sostanza alla loro oggettiva capacità di dimostrare la disponibilità dei coniugi alla ricostituzione del nucleo familiare, prescindendo da irrilevanti riserve mentali" (Cass. 11 ottobre 2001, n. 12428).

3. Nel caso di specie la sentenza impugnata, decidendo sull'appello dell'odierna ricorrente B.L. - la quale lamentava che la sentenza di primo grado avesse pronunciato il divorzio, nonostante che non sussistesse il presupposto della separazione ininterrotta per tre anni, essendovi stata, secondo le prove assunte, riconciliazione - lo ha respinto affermando:

a) che "le deposizioni testimoniali raccolte in primo grado sono sicuramente fra loro contrastanti, sostenendo alcuni testi che il M. coabitava con la nuova compagna, sostenendo altri che era invece tornato a coabitare con la moglie";

b) che ai fini del decidere, peraltro, non era rilevante la prova sulla coabitazione, quanto la prova della restaurazione della comunione materiale e spirituale fra i coniugi, senza la quale non vi è interruzione della separazione;

c) che, pertanto, "quand'anche si ritenessero per buone le testimonianze della parte B. e del tutto infondate quelle opposte di parte M., si dovrebbe affermare che è stata provata, al massimo, una ricostituzione materiale del rapporto di coniugio", mentre "l'appellante avrebbe dovuto provare, per superare l'onere della prova che su di lei gravava, la ricostituzione anche di quella comunione spirituale indispensabile per integrare gli estremi dell'interruzione".

Cosi statuendo, peraltro, la sentenza impugnata non appare adeguatamente motivata, tenuto conto, in base ai principi sopra affermati, della rilevanza sul piano probatorio che - con riferimento alla interruzione della separazione a seguito di riconciliazione - deve essere data alla ripresa della coabitazione, quale elemento esteriore ed obbiettivo avente preminente ed essenziale valenza probatoria, in raccordo con le sue caratteristiche, la sua durata e le sue modalità, della concreta attuazione della volontà dei coniugi di ripristinare la comunione di vita, essendo la ripresa della coabitazione normalmente dimostrativa della disponibilità alla ricostruzione del rapporto matrimoniale e, ove protrattasi nel tempo, di un'avvenuta riconciliazione. La sentenza, infatti, invece di compiere una rivalutazione, a seguito dell'appello, delle contrastanti deposizioni riguardo al ristabilimento della coabitazione, alle sue modalità ed alla sua durata, al fine di desumerne o meno il ricostituirsi della comunione di vita, se ne è completamente sottratta, ritenendo - in contrasto con i principi al riguardo sopra enunciati - che tale prova dovesse essere data aliunde.

Il ricorso, pertanto, deve essere accolto in relazione al primo motivo, con assorbimento del secondo e la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.


P.Q.M.
 

La Corte di cassazione Accoglie il primo motivo. Dichiara assorbito il secondo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 1 luglio 2008.

Depositato in Cancelleria il 1 agosto 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 07/06/2008 @ 14:14:30 in Diritto di famiglia, linkato 456 volte)

Il Codice penale, protegge anche la convivenza more uxorio: anche nelle coppie di fatto, trova applicazione la previsione ex art. 572 c.p. in tema di maltrattamenti in famiglia, in quanto anche il o la convivente, ha diritto a non subire dal proprio partner violenze fisiche e morali.

Eppure, ancora oggi, non è poi così difficile ascoltare chi sostiene che non si può applicare una norma che intende tutelare la famiglia “istituzionale” ossia quella fondata sul matrimonio.

Con la recente decisione Cass. pen. Sez. VI, (ud. 29-01-2008) 22-05-2008, n. 20647, i giudici del “Palazzaccio” sono stati chiamati a rispondere del quesito, se fosse o meno possibile che la disciplina ex art. 572 c.p., potesse essere riferibile anche a rapporti di convivenza.

La questione traeva origine dal fatto che nell’ambito di un rapporto di convivenza, la convivente era stata sottoposto per anni a continue violenze e non soltanto fisiche.

I giudici hanno dato risposta affermativa, sostenendo, appunto, che per la configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia, non ha alcuna rilevanza la circostanza che l’azione criminale sia stata realizzata ai danni di una persona convivente. Infatti, il richiamo contenuto nell'art. 572 c.p., alla "famiglia" deve intendersi riferito ad ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, ricomprendendo questa nozione anche la "famiglia di fatto". Una consolidata giurisprudenza di questa Corte richiede soltanto che si tratti di un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto, instaurato tra due persone con legami di reciproca assistenza e protezione (tra le tante, Sez. 6^, 24 gennaio 2007, n. 21329, Gatto; Sez. 3^, 13 novembre 1985, n. 1691, Spanu; Sez. 6^, 7 dicembre 1979, n. 4084, Segre).

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 29-01-2008) 22-05-2008, n. 20647

 

Svolgimento del processo

 

1. Con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Napoli, quale giudice del riesame, ha confermato l'ordinanza del 27 agosto 2007 con cui il G.i.p. del Tribunale di S. M. Capua Vetere applicava la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di B. A., gravemente indiziato del reato di cui all'art. 572 c.p., per avere sottoposto per anni la convivente, Vincenza Gravino, a continue violenze fisiche e morali.

Secondo i giudici del riesame gli elementi indiziari sono rappresentati dalle dichiarazioni rese dalla persona offesa, riscontrate da quanto riferito dalla figlia minore e dalle lesioni repertate ai danni della stessa G..

L'esigenze cautelari sono state giustificate con la gravità dei fatti e con lo scopo di evitare possibili inquinamenti probatori, in relazione alle dichiarazioni rese dalla minore.

2. L'indagato ha presentato un "ricorso in appello", che il Tribunale ha qualificato ricorso per cassazione, disponendone la trasmissione a questa Corte.

In questo atto B.A., da un lato, chiede la sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari, dall'altro, contesta la sussistenza del reato di cui all'art. 572 c.p., assumendo che si è trattato di un singolo episodio e che nel caso di specie il reato di maltrattamenti non possa configurarsi nei confronti della Gravino, in quanto semplice convivente.

 

motivi della decisione

 

3. Il ricorso è manifestamente infondato.

4. Ai fini della configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia non assume alcun rilievo la circostanza che l'azione delittuosa sia commessa ai danni di persona convivente more uxorio.

Infatti, il richiamo contenuto nell'art. 572 c.p., alla "famiglia" deve intendersi riferito ad ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, ricomprendendo questa nozione anche la "famiglia di fatto". Una consolidata giurisprudenza di questa Corte richiede soltanto che si tratti di un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto, instaurato tra due persone con legami di reciproca assistenza e protezione (tra le tante, Sez. 6^, 24 gennaio 2007, n. 21329, Gatto; Sez. 3^, 13 novembre 1985, n. 1691, Spanu; Sez. 6^, 7 dicembre 1979, n. 4084, Segre).

Nella specie risulta l'esistenza di una vera e propria stabile convivenza di fatto tra il Battiloro e la Gravino, durata oltre dieci anni, dalla quale sono nate due figlie, dando luogo ad una situazione qualificabile come famiglia di fatto, i cui componenti sono ricompresi nella tutela prevista dall'art. 572 c.p..

5. Passando all'esame dell'altro motivo, deve escludersi l'insussistenza del reato per difetto del requisito della reiterazione delle condotte vessatorie.

L'ordinanza impugnata ha messo in chiara evidenza i gravi indizi di colpevolezza a carico dell'indagato, costituiti dalle dichiarazioni della persona offesa che ha riferito di subire da anni episodi di violenza fisica e psicologica da parte del B., sospesi solo da quando lo stesso è stato ristretto in carcere per altro reato, per poi riprendere immediatamente in occasione dell'ultimo permesso, fino all'episodio del 23 agosto 2007, quando vi è stato l'intervento dei Carabinieri, che hanno potuto constatare l'avvenuta aggressione ai danni della G.. Si tratta di dichiarazioni che hanno ricevuto conferma non solo da quanto hanno potuto accertare i Carabinieri, ma anche da B.R., figlia minorenne della coppia, che ha confermato l'episodio dell'ultima aggressione.

Sulla base di questi elementi deve ritenersi che correttamente il Tribunale ha ritenuto, allo stato degli atti, sussistenti i gravi indizi per la configurabilità del reato di maltrattamenti, avendo l'indagato posto in essere una condotta caratterizzata da continui e ripetuti fatti vessatori, concretizzatisi anche in vere e proprie aggressioni fisiche.

6. Del tutto infondato è anche il motivo con cui il ricorrente sembra censurare la ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari.

Sul punto il Tribunale ha fornito un'ampia ed articolata motivazione, mettendo in rilievo non solo la gravità dei fatti contestati al B., ma anche la sua "personalità trasgressiva e spiccatamente incline a commettere gravi reati di elevato allarme sociale", tendenza dimostrata dalla riportata condanna per il delitto di violenza sessuale ai danni di minorenne (artt. 81, 609 bis c.p.).

7. Alla manifesta infondatezza dei motivi consegue l'inammissibilità del ricorso, con la condanna del Battiloro al pagamento delle spese processuali e al versamento in favore della cassa delle ammende di una somma di denaro che si ritiene equo stabilire in Euro 1.000,00.

La Cancelleria provvederà agli adempimenti previsti dall'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

 

P.Q.M.

 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille in favore della cassa delle ammende.

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Così deciso in Roma, il 29 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 14/10/2007 @ 13:58:12 in Diritto di famiglia, linkato 1071 volte)

Un papà particolarmente possessivo con la propria figlia.

Preoccuparsi dei propri figli è una cosa, ma impedire sistematicamente alla propria figlia di frequentare persone di sesso maschile e di uscire di casa se non per andare a scuola o a fare la spesa può addirittura integrare il reato di maltrattamenti in famiglia.

Ancora una volta la suprema corte ritorna su argomenti assai delicati che riguardano la famiglia e i rapporti tra familiari, evidenziando, in particolar modo, come a tutt’oggi sia ancora viva una visione unicamente patriarcale della famiglia.

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 20-02-2007) 12-09-2007, n. 34460

Con il provvedimento indicato in epigrafe la Corte di Appello di Torino ha confermato il giudizio di responsabilità penale formulato dal Tribunale della stessa città nei confronti di Ca.

G. in ordine ai delitti di cui agli artt. 572, 581, 594, 612 e 582 c.p.

I reati anzidetti erano stati commessi in danno di C. C., figlia dell'imputato, e, per quanto concerne le ingiurie e minacce, anche nei confronti di J.A.M..

L'accusa riguarda gli atteggiamenti violenti tenuti per futili motivi dal Ca. nei confronti della propria figliuola C., nata nel (OMISSIS), fin da quando aveva quattro o cinque anni, alla quale, tra l'altro, era stato impedito di frequentare persone di sesso maschile e di uscire di casa se non per andare a scuola o a fare la spesa, e si fonda sulle dichiarazioni rese da costei il (OMISSIS) con specifico riferimento all'intollerabile regime di vita e a quanto avvenuto nella stessa giornata, avallate da quanto riferito dalla cugina J.A.M., anch'essa persona offesa rispetto alle ingiurie e lesioni personali.

Ha proposto ricorso per cassazione il Ca., lamentando sia la mancata assunzione di una prova decisiva, nella specie la deposizione di una persona in grado di riferire circa il consiglio dato alla propria figliuola dal suo difensore perchè sottolineasse la continuità nel tempo dei comportamenti violenti da essa addebitati al genitore, sia il giudizio di attendibilità formulato in ordine alle dichiarazioni accusatorie ancorchè fossero prive di riscontri, sia la mancata qualificazione dell'accaduto come abuso dei mezzi di correzione.

Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile in quanto affidato a doglianze manifestamente infondate.

Così è per quanto concerne la mancata assunzione di una prova decisiva, avendo la Corte territoriale giustificato in maniera quanto mai esauriente la determinazione assunta al riguardo con il riferimento, per un verso, all'omessa specifica indicazione delle circostanze sulle quali i singoli testimoni erano chiamati a riferire, e, per altro verso, alla completezza del materiale probatorio acquisto, che consentiva di decidere allo stato degli atti.

Ad eguali conclusioni si deve pervenire per quanto concerne il giudizio di attendibilità formulato nei riguardi della deposizione della persona offesa, desumendosi dalla sentenza impugnata che la stessa è stata assunta come fonte di prova previa esauriente indagine positiva circa la sua credibilità, accompagnata dalla doverosa valutazione dei riscontri oggettivi desumibili dalle dichiarazioni della teste J.A.M. e in fondo dalle stesse ammissioni dell'imputato.

Inaccettabile è l'ultima critica riguardante la qualificazione dell'accusa contestata, poichè il regime di prevaricazione e violenza cui è stata sottoposta la persona offesa, tale da rendere intollerabili le condizioni di vita, non si concilia con le caratteristiche del delitto di abuso dei mezzi di correzione e disciplina, che presuppone un uso consentito e legittimo dei mezzi correttivi, che, senza attingere a forme di violenza, trasmodi in abuso a cagione dell'eccesso, arbitrarietà o intempestività della misura.

All'inammissibilità del ricorso segue a norma di legge la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma, stimata equa stante il tenore dell'impugnazione, di Euro 1000,00 alla Cassa delle Ammende

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 20 febbraio 2007.

Depositato in Cancelleria il 12 settembre 2007

 
Di Teresa Lagreca (del 19/06/2008 @ 13:40:57 in Codice strada, linkato 490 volte)

E’ possibile pretendere dal conducente di un ciclomotore alla guida senza casco, che il vigile urbano a piedi, dunque senza vettura di servizio a disposizione o altro mezzo equivalente, debba inseguirlo – evidentemente di corsa – per procedere alla contestazione immediata dell’art. 171 C.d.S. ossia guida senza l’uso del casco protettivo ?

 

Direi proprio di no !

 

Il Prefetto di Caserta sostiene che le ipotesi previste dal Codice della strada di impossibilità alla contestazione immediata, non sono casi da intendersi in forma tassativa e che pertanto, nel caso di specie, era impensabile l'inseguimento di un conducente di ciclomotore - circolante senza l'uso del casco - da parte dell'agente accertatore operante a piedi; che era pertanto infondata la tesi dell'opponente secondo il quale il verbale impugnato era illegittimo per la mancata contestazione immediata.  

Eppure il caso arriva fino agli ermellini di Piazza Cavour a Roma.

Cass. civ. Sez. II, 21-05-2008, n. 12865
Svolgimento del processo

C.D. ha impugnato per cassazione la sentenza 25/10/2002 con la quale il Giudice di pace di Caserta rigettava l'opposizione proposta da esso ricorrente avverso l'ordinanza ingiunzione emessa dal Prefetto di Caserta contenente l'irrogazione di sanzione amministrativa pecuniaria per violazione dell'art. 171 C.d.S., accertata dalla Polizia Municipale di Caserta. Con la detta sentenza il Giudice di pace osservava: che la fattispecie in esame rientrava tra i casi di materiale impossibilità di contestazione immediata dell'infrazione elencati dall'art. 384 reg. C.d.S., a norma dell'art. 201 C.d.S.; che, infatti, era impensabile l'inseguimento di un conducente di ciclomotore - circolante senza l'uso del casco - da parte dell'agente accertatore operante a piedi; che era pertanto infondata la tesi dell'opponente secondo il quale il verbale impugnato era illegittimo per la mancata contestazione immediata.

L'intimato Prefetto di Caserta non ha svolto attività difensiva in sede di legittimità.


motivi della decisione
 

Con i due motivi di ricorso C.D. denuncia:

a) violazione dell'art. 132 c.p.c., n. 4, e dell'art. 118 disp. att. c.p.c., deducendo che la motivazione della sentenza impugnata è inesistente, insufficiente e contraddittoria con riferimento al punto decisivo della controversia relativo alla possibilità della contestazione immediata dell'infrazione. Ad avviso del ricorrente l'agente accertatore, al contrario di quanto ritenuto dal Giudice di pace, ben avrebbe potuto fermare il trasgressore intimando l'alt con il fischietto in dotazione. Nella specie, peraltro, si trattava di fermare un ciclomotore - che non può superare 45 km. orari - per cui non era impossibile fermare il veicolo tenuto anche conto delle caratteristiche di tempo e di luogo della asserita infrazione;

b) violazione dell'art. 200 C.d.S., e art. 384 reg. C.d.S., sostenendo che le notifica del verbale di contestazione di infrazioni al C.d.S., è legittima solo quando la contestazione immediata è impedita da particolari circostanze indicate nello stesso verbale e del tutto imprevedibili al momento dell'organizzazione del servizio di vigilanza. Irrilevante è quindi che l'agente accertatele si trovi a piedi non rientrando tale circostanza tra quelle indicate nell'art. 384 reg. C.d.S.. Il verbale deve comunque contenere l'indicazione delle circostanze del caso concreto impeditive della contestazione immediata. Nella specie tali circostanze non sono state indicate nel verbale nel quale si fa solo riferimento alla necessità di garantire la sicurezza della circolazione stradale. L'agente accertatore ben avrebbe potuto fermare il ciclomotore in questione senza il sorgere di alcun pericolo. Il Giudice di pace si è inoltre posto contro una precedente sentenza di altro Giudice di pace di Caserta il quale in una fattispecie simile ha annullato il verbale per non essere stata immediatamente contestata l'infrazione. Si è così creata una disparità di trattamento in violazione dell'art. 3 Cost..

La Corte rileva l'infondatezza delle dette censure che possono essere esaminate congiuntamente per la loro stretta connessione ed interdipendenza riguardando tutte, quale più quale meno e con riferimento anche al profilo motivazionale, la stessa questione della sussistenza o meno nel caso di specie delle ipotesi di esenzione dell'obbligo della contestazione immediata.

Occorre premettere che, in tema di violazioni del C.d.S., la contestazione immediata imposta dall'art. 201 C.d.S., ha un rilievo essenziale per la correttezza del procedimento sanzionatorio e svolge funzione strumentale alla esplicazione del diritto di difesa del trasgressore; la limitazione del diritto di conoscere subito l'entità dell'addebito può trovare giustificazione solo in presenza di motivi che la rendano impossibile: pertanto tali motivi devono essere espressamente indicati nel verbale.

Infatti, a norma dell'articolo 201 C.d.S., "qualora la violazione non possa essere immediatamente contestata, il verbale, con gli estremi precisi e dettagliati della violazione e con la indicazione dei motivi che hanno reso impossibile la contestazione immediata, deve, entro centocinquanta giorni dall'accertamento, essere notificato all'effettivo trasgressore o.........".

Peraltro l'art. 385 reg. C.d.S., dispone testualmente: "Modalità della contestazione non immediata (art. 201 C.d.S.). 1 Qualora la contestazione, nelle ipotesi di cui all'art. 384, non abbia potuto aver luogo all'atto dell'accertamento della violazione, l'organo accertatele compila il verbale con gli elementi di tempo, di luogo e di fatto che ha potuto acquisire specificando i motivi per i quali non è stato possibile procedere alla contestazione immediata......".

Va aggiunto che l'individuazione, contenuta nell'art. 384 reg. esec. C.d.S., delle ipotesi in cui è consentita la mancata contestazione immediata della infrazione - che costituisce requisito di legittimità dei successivi atti del procedimento sanzionatorio - non ha carattere tassativo ma esemplificativo, sicchè ben possono ricorrere casi ulteriori in cui una tale impossibilità sia ugualmente ravvisabile purchè la circostanza impeditiva addotta risulti dal verbale di accertamento ed abbia una sua intrinseca logica. Dunque nessun vizio di legittimità è riscontrabile nel caso di sussistenza di un'impossibilità di contestazione immediata dell'infrazione non rientrante in una delle ipotesi espressamente indicate nel citato art. 384.

Nella specie, come riportato in fatto nello stesso ricorso, nel verbale di contestazione notificato al C. venne espressamente precisato che la contestazione immediata dell'accertata infrazione non era stata possibile in quanto "il veicolo non poteva essere fermato in tempo utile e nei modi regolamentari, al fine di garantire la sicurezza della circolazione stradale".

Si tratta - come ineccepibilmente e ragionevolmente ritenuto dal giudice di pace con argomenti coerenti e logici, sia pur sintetici, collegati alle concrete modalità del fatto come riportate nel verbale impugnato - di una motivazione valida e logicamente plausibile e non meramente apparente oltre che basata sulla valutazione di una situazione in fatto ( agente accertatore non motorizzato) e su un giudizio sulla possibilità di fermare o di inseguire il veicolo in questione (in considerazione della detta situazione ) rimessi al Giudice del merito e che non è possibile formulare in sede di legittimità.

Va poi osservato - con riferimento a quanto sostenuto dal C. nel secondo motivo di ricorso in relazione all'obbligo di organizzare il servizio di vigilanza in modo tale da rendere possibile in ogni momento, in tempo utile e in modo regolamentare la contestazione immediata della violazione accertata - che, come questa Corte ha avuto modo di affermare in tema di violazioni del C.d.S., e di mancata contestazione immediata della violazione, non è consentito al giudice un apprezzamento al riguardo dell'organizzazione del servizio come predisposta in concreto dagli agenti accertatori, risolvendosi una tale valutazione in una inammissibile ingerenza nel "modus operandi" della p.a., in linea di principio non sindacabile dal Giudice ordinario (sentenze 1/2/2007 n. 2206; 7/11/2003 n. 16713).

E' appena il caso di evidenziare infine l'assoluta irrilevanza del richiamo operato dal ricorrente ad altra pronuncia di segno contrario - emessa da diverso magistrato dell'ufficio del Giudice di pace di Caserta - che nessuna influenza o incidenza neanche indiretta può avere nella controversia in esame.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato. Non si deve provvedere sulla spese perchè l'intimata Prefettura di Caserta non ha svolto attività difensiva in questa sede di legittimità.


P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 11 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 09/03/2008 @ 12:51:12 in Codice strada, linkato 1738 volte)

Ho letto finalmente una sentenza intelligente.

Una sentenza coraggiosa.

Disapplicazione da parte del giudice ordinario, dell'atto amministrativo vigente al momento dell'accertamento dell'infrazione, in quanto viziato da eccesso di potere e, perciò, illegittimo in virtù del famoso All. E) artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248

Saranno anni che parlo dell’Allegato E) nelle aule di giustizia e della possibilità di disapplicazione dell’atto amministrativo, ma …. niente … come se parlassi al vento.

E allora veniamo al fatto.

Il Giudice di Pace di Tortona Marco Tiby, accogliendo le ragioni della ricorrente, decide di annullare la sanzione irrogata dalla Polizia Stradale Provinciale di eccesso di velocità rilevata tramite Traffiphot III Sr-Phoptor & Project Automation.

La questione, invero, non attiene tanto al rilevatore autovelox ovvero alla sua taratura, quanto alla Ordinanza del Sindaco del Comune con la quale si era stabilito che il limite di velocità per quella strada provinciale, percorsa, appunto, dalla ricorrente, fosse stabilito in Km/h 50 ritenendo sussistenti "gravi rischi per l'incolumità degli utenti stradali in conseguenza della purtroppo frequente rilevata indisciplina nella condotta di guida pur in presenza di esplicita segnaletica stradale";

Di lì a poco, venivano installati due apparecchi fissi per il rilevamento della velocità denominati Traffiphot con lo scopo di accertare le violazioni in entrambi i sensi di marcia (direzione Alessandria e direzione Tortona).

Gli abitanti della zona, tuttavia, davano vita ad un comitato attraverso il quale svolgere un’opera di sensibilizzazione delle istituzioni e delle forze politiche affinché il limite di velocità venisse rivisto, sia perché ritenuto alquanto difficile da rispettare in relazione alle condizioni della strada e delle stesa segnaletica, sia per la sua complessiva irragionevolezza.

In virtù di queste rimostranze, la Provincia di Alessandria, a seguito di un sopralluogo svoltosi nel mese di giugno 2007 alla presenza dei responsabili di tutti i corpi di polizia (Polizia Provinciale, Polizia Stradale, Polizia Municipale, Carabinieri) e dei tecnici e funzionari dell'ente, a partire dal 5.11.2007, avrebbe elevato il limite di velocità a 70 Km/h, cosa in effetti avvenuta con Ordinanza n. 772 del 31.08.2007 i cui effetti sarebbero iniziati a decorrere dal 5.11.2007.

Nella domanda proposta al Giudice di Pace, la ricorrente osserva che in merito a detto provvedimento lo stesso dispone l'innalzamento del limite senza particolari motivazioni che non siano quelle di una semplice e asettica verifica dei limiti di velocità esistenti; non vi è dubbio quindi che la stessa risulti adottata per mere ragioni di opportunità proprio perché sfugge ad una pur minima possibilità di essere riconducibile ad elementi obiettivi di fatto (es. si pensi, ad esempio, ad un intervenuto mutamento dello stato dei luoghi, ad eventuali modifiche della strada o dell'ambiente circostante, come la costruzione di un sottopasso od un cavalcavia che elimini l'incrocio regolato da semaforo, ad un allargamento della carreggiata, etc.). Pertanto, chi legga l'ordinanza e la raffronti con quella precedente (che, tra l'altro, non risulta sia stata preceduta da un concertato sopralluogo con i massimi esponenti delle forze dell'ordine e della polizia), non può non domandarsi del perché di questo innalzamento e concludere che, fermo e immutato lo stato dei luoghi, il superamento del limite in allora in vigore, ancorché abbia comportato una violazione della segnaletica stradale, non possa essere più ritenuto un comportamento sostanzialmente riprovevole in quanto non aveva le potenzialità di mettere in pericolo i beni tutelati dal codice della strada.

In altre parole, se percorrere quel tratto di strada ad una velocità non superiore a 70 Km/h non comporta, attualmente, alcun pericolo per la circolazione stradale, allo stesso modo, rimasta invariata la situazione di fatto, non lo comportava neppure in epoca anteriore.

Viceversa, se l'innalzamento del limite di velocità fosse stato motivato con riferimento a dati di fatto obiettivi, come il mutamento della situazione concreta in relazione allo stato dei luoghi (si pensi, tanto per fare un altro esempio, alla chiusura di un edificio scolastico e al conseguente venir meno della presenza di bambini lungo l'asse viaria), nessuno sarebbe potuto giungere alla predetta conclusione.

Se quindi la revoca della precedente Ordinanza (atto che ben esprimerebbe, secondo alcuni, il c.d. ius poenitendi della P.A.) non è stata la conseguenza di circostanze nuove e sopravvenute che abbiano modificato lo stato dei luoghi, ma frutto di una valutazione che può dirsi "nuova" soltanto perché intervenuta in un momento successivo a quella che aveva condotto all' adozione della prima ordinanza, non c’è ragione di “punire” soltanto i cittadini nella vigenza della prima ordinanza e mandare esenti tutti gli altri per il medesimo fatto proprio per l' assenza - allora come adesso - di sufficienti ragioni di pubblico interesse che spingessero, attraverso questa via, alla tutela della sicurezza della circolazione stradale.

Detta ordinanza deve considerarsi tamquam non esset con la conseguenza che, tra i 50 e i 70 Km/h non risulta integrata alcuna violazione al C.d.s. poiché il venire meno degli effetti del provvedimento rende la condotta pienamente lecita, e fa degradare l'eventuale illiceità della stessa nell'ambito della meno grave sanzione di cui al c. 7 dell'art. 142 C.d.s. qualora l'attuale limite sia stato superato per non più di dieci Km/h;

Sotto il profilo più strettamente procedurale va infine osservato come il potere di disapplicazione dell'atto viziato ben può essere esercitato d'ufficio dal giudice (cfr. artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248 All. E), prescindendo dalle deduzioni formulate dal ricorrente, né può ritenersi precluso dalla mancata allegazione di specifico motivo di ricorso tendente, ad esempio, alla dimostrazione della irragionevolezza del limite, tanto più se si considera che il giudizio di opposizione alle sanzioni amministrative non configura un" impugnazione dell'atto amministrativo con limitata cognizione del giudice di pace alle dedotte ragioni della illegittimità dell'accertamento, ma introduce un giudizio sui fondamenti stessi della pretesa sanzionatorio.


Giudice di pace Tortona, 08-11-2007

Svolgimento del processo
 

- Con il verbale meglio descritto in oggetto della Polizia Stradale Provinciale, l'odierna ricorrente, in qualità di proprietaria, veniva sanzionata ai sensi dell'art. 142 comma 8 Cds poiché il giorno 18.12.2006 alle ore 22,50 l'autoveicolo targato DC276BR circolava sulla Ex SS 10 Padana Inferiore, all'altezza del Km 110+339 in direzione Alessandria, in cui vige il limite di velocità di Km/h 50, alla velocità legale (tenuto conto della tolleranza di legge) di Km/h 68, superando così il limite imposto di Km/h 18;

- l'eccesso di velocità veniva rilevato tramite Traffiphot III Sr-Phoptor & Project Automation omologato con decreto ministeriale n. 4130 del 24.12.2004;

- a sostegno della nullità del verbale la ricorrente ha dedotto: a) mancata contestazione immediata e difetto di motivazione in ordine alla mancata contestazione; b) difetto di taratura dello strumento rilevatore;

- l'autorità opposta si è costituita in cancelleria mediante deposito di comparsa di costituzione e risposta chiedendo il rigetto del ricorso e la conferma del verbale;

- all'udienza del 08.11.2007 l'opposizione, previa acquisizione delle ordinanze relative alla fissazione dei limiti di velocità, senza alcuna necessità di istruttoria e sullo stato degli atti, veniva decisa mediante lettura del dispositivo;

 
motivi della decisione
 

- Il principio informatore della circolazione stradale, sancito dal Codice della Strada all'art. 140 in apertura del Titolo quinto, "Norme di Comportamento" è il seguente: "Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale";

- le norme che seguono fissano i singoli comportamenti, a cominciare dalla regolazione della velocità (art. 141) e imponendo i c.d. limiti minimi e massimi (art. 142);

- entrambe le disposizioni mettono in evidenza la finalità del Legislatore che, quanto all'obbligo di regolare la velocità, tenuto conto delle caratteristiche sia del veicolo che della strada e del traffico, è quella di evitare "ogni pericolo per la sicurezza delle persone ed ogni altra causa di disordine per la circolazione" e, per quanto riguarda l'imposizione dei limiti, la "sicurezza della circolazione e della tutela della vita umana";

- l'art. 142 Cds, che ricollega alla mancata osservanza dei limiti di velocità una serie di conseguenze sanzionatorie diverse (e gradualmente più gravi) a seconda dell'entità del superamento, consente agli enti proprietari della strada (cfr. comma 2) di fissare limiti minimi anche diversi da quelli stabiliti in generale, per meglio adeguare le generali prescrizioni alla varietà dei casi particolari;

- proprio in applicazione del secondo comma dell'art. 142 Cds, la Provincia di Alessandria, quale ente proprietario della ex S.S. 10 "Padana Inferiore", con ordinanza 25.01.2006 del dirigente settore LL.PP. e Viabilità, fissava tra la Progr. Km. 110+130 e la Progr. Km. 110+520 il limite di 50 Km/h, ritenendo sussistenti "gravi rischi per l'incolumità degli utenti stradali in conseguenza della purtroppo frequente rilevata indisciplina nella condotta di guida pur in presenza di esplicita segnaletica stradale";

- di lì a poco, venivano installati due apparecchi fissi per il rilevamento della velocità denominati Traffiphot con lo scopo di accertare le violazioni in entrambi i sensi di marcia (direzione Alessandria e direzione Tortona);

- a partire dal momento della loro installazione ad oggi, stando alle notizie di cronaca e dall'elevatissimo numero di ricorsi fino ad oggi pervenuti a questo ufficio (più di trecento), i Traffiphot hanno rilevato moltissime violazioni provocando accese proteste da parte dell'utenza che ben presto, per meglio far sentire la propria voce, ha dato vita ad un comitato attraverso il quale è iniziata un'intensa opera di sensibilizzazione delle istituzioni e delle forze politiche affinché il limite di velocità venisse rivisto, sia perché ritenuto alquanto difficile da rispettare in relazione alle condizioni della strada e delle stesa segnaletica, sia per la sua complessiva irragionevolezza;

- a distanza di poco tempo, si sono così registrate informali promesse di rivisitazione da parte dell'ente proprietario della strada (cfr. La Provincia: l'autovelox di Torre? Limite rivedibile, lettera al direttore degli assessori Prete e Demicheli pubblicata su Sette Giorni del 16.6.2007) che si sono poi concretizzate nella definitiva abrogazione del limite di velocità dei 50 Km/h (Autovelox: limite dei 70 orari all'incrocio di Torre Garofoli - Dopo centinai di multe, accolte le richieste degli automobilisti, articolo pubblicato su La Stampa, 9.9.2007; "Finalmente i 70 Km/h a Torre Garofoli", pubblicato su Sette Giorni del 8.9.2007; "Autovelox, il limite da 50 a 70 Km orari", pubblicato su La Stampa del 5.11.2007 quando l'ordinanza è divenuta operativa a tutti gli effetti);

- le cronache avevano reso noto, in particolare, che la Provincia di Alessandria, a seguito di un sopralluogo svoltosi nel mese di giugno 2007 alla presenza dei responsabili di tutti i corpi di polizia (Polizia Provinciale, Polizia Stradale, Polizia Municipale, Carabinieri) e dei tecnici e funzionari dell'ente, a partire dal 5.11.2007, avrebbe elevato il limite di velocità a 70 Km/h;

- ed infatti con ordinanza n. 772 del 31.08.2007, "preso atto della verifica dei limiti di velocità lungo la ex S.S. n° 10 "Padana Inferire" effettuata in data 04.06.2007" veniva istituito, a far data dal 5.11.2007, l' elevazione del limite massimo di velocità a 70 Km/h;

- in merito a detto provvedimento si osserva che lo stesso dispone l'innalzamento del limite senza particolari motivazioni che non siano quelle di una semplice e asettica verifica dei limiti di velocità esistenti; non vi è dubbio quindi che la stessa risulti adottata per mere ragioni di opportunità proprio perché sfugge ad una pur minima possibilità di essere riconducibile ad elementi obiettivi di fatto (es. si pensi, ad esempio, ad un intervenuto mutamento dello stato dei luoghi, ad eventuali modifiche della strada o dell'ambiente circostante, come la costruzione di un sottopasso od un cavalcavia che elimini l'incrocio regolato da semaforo, ad un allargamento della carreggiata, etc.);

- pertanto, chi legga l'ordinanza e la raffronti con quella precedente (che, tra l'altro, non risulta sia stata preceduta da un concertato sopralluogo con i massimi esponenti delle forze dell'ordine e della polizia), non può non domandarsi del perché di questo innalzamento e concludere che, fermo e immutato lo stato dei luoghi, il superamento del limite in allora in vigore, ancorché abbia comportato una violazione della segnaletica stradale, non possa essere più ritenuto un comportamento sostanzialmente riprovevole in quanto non aveva le potenzialità di mettere in pericolo i beni tutelati dal codice della strada;

- in altre parole, se percorrere quel tratto di strada ad una velocità non superiore a 70 Km/h non comporta, attualmente, alcun pericolo per la circolazione stradale, allo stesso modo, rimasta invariata la situazione di fatto, non lo comportava neppure in epoca anteriore;

- viceversa, se l'innalzamento del limite di velocità fosse stato motivato con riferimento a dati di fatto obiettivi, come il mutamento della situazione concreta in relazione allo stato dei luoghi (si pensi, tanto per fare un altro esempio, alla chiusura di un edificio scolastico e al conseguente venir meno della presenza di bambini lungo l'asse viaria), nessuno sarebbe potuto giungere alla predetta conclusione;

- va a questo punto osservato che, come giustamente rilevato dalla difesa della Provincia, il principio del favor rei, stante il disposto legislativo di cui all'art. 1 L. 689/81 siccome interpretato dalla giurisprudenza di legittimità, non trova cittadinanza nel campo delle sanzioni amministrative;

- questo però non impedisce di considerare la questione sotto un diverso punto di vista che concentra l'attenzione sui rapporti tra i due atti amministrativi e sulla legittimità del primo in rapporto al secondo;

- nessuno vuol mettere in discussione la discrezionalità dell'ente proprietario nella determinazione dei limiti di velocità, ma è chiaro che se l'esercizio di tale potere rimane del tutto svincolato da parametri controllabili e, per di più, si pone in contraddizione con quello esercitato a distanza di poco tempo, possono sorgere dei seri dubbi sulla legittimità dell'ordinanza in forza della quale sono in discussione i numerosi accertamenti;

- intanto, la Provincia, elevando il limite senza nessun motivo apparente, ha di fatto riconosciuto che la prima ordinanza (la n. 555 del 25.01.2006) era da considerarsi inopportuna (perché questo è l'unico senso, come si è detto, che può attribuirsi ad un provvedimento del tutto svincolato da parametri oggettivi), finendo per disporne il suo ritiro mediante sostituzione con un'altra;

- certamente questo atto implicito di ritiro non viene e non può essere considerato un annullamento, ma bensì una semplice revoca di quella che ha fissato il limite dei 50 Km/h;

- le conseguenze, come noto, sono rilevanti, dal momento che l'annullamento fa venir meno l'atto annullato a partire dalla sua emanazione; per contro, la revoca produce effetti solo ex nunc e ciò in considerazione del fatto che l'atto che sopravviene è compiuto in base ad una "nuova" valutazione, non potendosi escludere che quella precedente, sottesa all'atto revocato, non fosse adeguata alla situazione da regolare;

- e qui si impone una prima considerazione: la Provincia, limitandosi ad elevare il limite di velocità nell'ambito di una semplice rilettura e rifissazione dei limiti di velocità lungo quel tratto di strada, non ha certo ritenuto affetta da un vizio di legittimità l'ordinanza 25.1.2006, ma l'ha semplicemente revocata;

- ma la revoca (atto che ben esprimerebbe, secondo alcuni, il c.d. ius poenitendi della P.A.) non è stata, come si è già detto, la conseguenza di circostanze nuove e sopravvenute che abbiano modificato lo stato dei luoghi, ma frutto di una valutazione che può dirsi "nuova" soltanto perché intervenuta in un momento successivo a quella che aveva condotto all' adozione della prima ordinanza;

- tanto è che, con riferimento a fattispecie analoghe, una parte minoritaria della dottrina amministrativa aveva ritenuto che alla revoca "per inopportunità originaria" dovessero ricollegarsi effetti ex tunc (e non semplicemente ex nunc);

- si tratta di un" opinione che, per quanto suggestiva, è rimasta isolata ma che, pur non potendo essere seguita in tutte le sue conseguenze, induce ad approfondire la questione, ai fini della presente decisione, sotto un ulteriore angolo di visuale che risulta invece, a parere di questo giudice, determinante ai fini della decisione: quello, cioè, della disapplicazione, da parte del giudice ordinario, dell'atto amministrativo vigente al momento dell'accertamento dell'infrazione in quanto viziato da eccesso di potere e, perciò, illegittimo (cfr. artt 4 e. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248 All. E);

- in particolare, con riferimento al caso di cui si tratta, si possono individuare almeno quattro figure sintomatiche di questo tipico vizio di legittimità: a) la contraddittorietà tra più atti; b) l'erronea e/o superficiale valutazione dei fatti; c) l'ingiustizia grave e manifesta; d) la violazione del procedimento sanzionatorio nel suo complesso;

- a) con riferimento al primo aspetto, non occorre insistere più di tanto sulla più volte rilevata contraddittorietà tra la prima ordinanza e quella adottata in un secondo momento: oltre al fatto che la situazione dei luoghi è rimasta del tutto immutata, i due provvedimenti sono stati adottati a breve distanza l'uno dall'altro;

- b) ciò induce a pensare che la valutazione sottesa alla prima ordinanza circa la pericolosità del tratto di strada interessato (non preceduta dal concertato sopralluogo di cui si è detto) debba considerarsi erronea e superficiale se poi, a distanza di poco tempo, il limite viene alzato di ben 20 Km/h senza che nulla sia cambiato;

- vi è dunque la dimostrazione che quel limite innanzi fissato non aveva proprio ragione d'essere (era, cioè, del tutto irragionevole e anacronistico), come indirettamente comprovato dal fatto che, pur avendo avuto l'ente proprietario tutte le possibilità di lasciare inalterato il limite dei 50 Km/h, il problema della pioggia delle multe poteva essere risolto collocando il rilevatore in altro tratto stradale (ad esempio poco più indietro, dove il limite è di 70 Km/h);

- così facendo invece (o meglio, non facendo), la Provincia stessa ha finito per svuotare di contenuto antigiuridico la condotta dei moltissimi utenti della strada che hanno violato il limite successivamente modificato;

- c) va poi sottolineato che, da una rapida osservazione della casistica pervenuta all'ufficio, a parte episodi rarissimi, la stragrande maggioranza riguarda eccessi di velocità contenuti nell'arco che va dai 65 ai 75 Km/h orari, violazioni che, stante il ribassato limite, comportano tuttavia la sanzione prevista dal comma 8 dell'art. 142 Cds (Euro 143,00 e due punti di penalità sulla patente di guida, ora aumentati a cinque a seguito della Legge 2.10.2007 n. 60);

- non solo: considerato l'elevato numero di soggetti che hanno proposto ricorso (come si è detto, più di trecento) per i più svariati motivi, ci si sarebbe dovuti attendere (stante la prova provata delle ripetute e innumerevoli violazioni) un corrispondente e proporzionale innalzamento dei dati riguardanti l'infortunistica stradale lungo il tratto di strada interessato;

- si hanno invece buone ragioni di ritenere che così non è assolutamente avvenuto (altrimenti la Provincia non avrebbe elevato il limite) con la conseguenza che il limite di velocità imposto dalla prima ordinanza sia stato uno strumento ultroneo e del tutto sproporzionato in rapporto allo scopo di rendere più sicura la circolazione stradale in previsione della tutela della incolumità pubblica;

- con queste premesse, stante l'evidente scompenso tra fini e mezzi, era quindi evidente che l'interesse dei singoli utenti venisse compresso in modo ingiustificato per l' assenza (allora come adesso) di sufficienti ragioni di pubblico interesse che spingessero, attraverso questa via, alla tutela della sicurezza della circolazione stradale;

- d) a ben vedere, è quindi tutto il procedimento sanzionatorio, fondato sull'ordinanza che fissa il limite dei 50 Km/h e completato dalla decisione di installare proprio in quel tratto il rilevatore fisso, ad apparire viziato;

- esso, tra l'altro, non risulta essere stato preceduto e accompagnato da una concertata, obiettiva e ponderata valutazione dello stato dei luoghi in rapporto a tutti gli elementi tipici della sede stradale, tanto più che, proprio per le particolari conseguenze sanzionatorie che sarebbero derivate dagli accertamenti elettronici della velocità, il tutto avrebbe meritato certamente più attenzione che non la successiva elevazione a 70 Km/h;

- alla luce di quanto sopra, pertanto, l'ordinanza n. 555 del 25.01.2006 dev" essere disapplicata in quanto illegittima, unitamente al procedimento sanzionatorio che dalla stessa ha tratto origine;

- detta ordinanza deve considerarsi tamquam non esset con la conseguenza che, tra i 50 e i 70 Km/h non risulta integrata alcuna violazione al C.d.s. poiché il venire meno degli effetti del provvedimento rende la condotta pienamente lecita, e fa degradare l'eventuale illiceità della stessa nell'ambito della meno grave sanzione di cui al c. 7 dell'art. 142 C.d.s. qualora l'attuale limite sia stato superato per non più di dieci Km/h;

- sotto il profilo più strettamente procedurale va infine osservato come il potere di disapplicazione dell'atto viziato ben può essere esercitato d'ufficio dal giudice, prescindendo dalle deduzioni formulate dal ricorrente, né può ritenersi precluso dalla mancata allegazione di specifico motivo di ricorso tendente, ad esempio, alla dimostrazione della irragionevolezza del limite, tanto più se si considera che il giudizio di opposizione alle sanzioni amministrative non configura un" impugnazione dell'atto amministrativo con limitata cognizione del giudice di pace alle dedotte ragioni della illegittimità dell'accertamento, ma introduce un giudizio sui fondamenti stessi della pretesa sanzionatoria;

- venendo al caso di specie, tenuto conto che il limite da prendere in considerazione è quello fissato dalla seconda ordinanza e che la velocità c.d. legale rilevata dal Traffiphot (dedotta cioè la tolleranza di legge) era inferiore al limite attuale di 70 Km/h, la sanzione va dunque annullata;

- assorbiti i motivi dedotti, nulla si deve disporre in punto spese atteso che il ricorrente si è difeso in giudizio senza ministero di difensore.

 
Visto l'art. 23 l. 689/81

- accoglie il ricorso e annulla la sanzione opposta;

- nulla per le spese.
Tortona, 08.11.2007
Il Giudice di Pace
Marco Tiby

 

La recente decisione della Suprema Corte - Cassazione penale Sentenza, Sez. IV, 28/07/2008, n. 31448 – torna a ribadire un orientamento maggiormente rigoroso prospettando l’ipotesi di furto consumato(Cass. pen. Sez. IV, 11/12/2002, n. 4824), rispetto a quello prevalentemente sostenuto dalla giurisprudenza di merito, secondo cui non può affermarsi che l’autore del furto abbia realizzato anche l’impossessamento del veicolo sottratto, allorquando il proprietario dell’auto munita di antifurto satellitare è in grado di conoscere, in ogni momento, dove l'auto si trovi, grazie, appunto, al sistema di rilevamento satellitare

 

Di diverso avviso è stata la Cassazione.

Secondo la Corte, infatti, decisivo è il rilievo che nel momento della sottrazione e del conseguente allontanamento con la res furtiva il soggetto attivo del reato instaura una relazione diretta con il bene, al di fuori della sfera di controllo dell'offeso, a prescindere dalla possibilità di recupero, che costituirà un reimpossessamento.

Né il c.d. antifurto satellitare consente un costante ed ininterrotto controllo del bene, che potrebbe far ipotizzare la permanenza del rapporto reale.

La Corte ha messo in luce le peculiarità di funzionamento del cd. sistema satellitare - congegnato in modo che il segnale, recepito presso la sede centrale del sistema Viasat in Roma, viene attivato e rilevato in relazione ad una determinata auto solo su richiesta - per affermare che dal momento in cui il soggetto attivo del reato si allontana dalla sfera di controllo materiale del detentore fino all'attivazione della rilevazione su richiesta conseguente al fatto, il bene sottratto non può dirsi neanche rientrante nella sfera di un controllo giuridico, che ben potrebbe esser esercitato a mezzo di un soggetto diverso dal detentore: è dunque evidente che il rapporto tra detentore e bene s'interrompe, che non ha luogo una costante vigilanza durante le fasi dell'azione illecita, sì che il successivo rilevamento satellitare ha una funzione recuperatoria di un bene ormai uscito definitivamente dalla sfera del titolare.

La successiva conoscenza del luogo in cui si trova il bene sottratto, quindi, non incide sulla consumazione del furto. Conclusivamente, la Corte ha affermato che si è ormai varcata la soglia del tentativo “allorché la cosa esce dalla sfera materiale e giuridica del soggetto passivo, pur se, a seguito di successiva azione, del tutto equiparabile a quella delle forze dell'ordine, sia pur con avanzatissima tecnologia, si possa essere in grado di recuperare la cosa

 
 
 

Cassazione penale Sentenza, Sez. IV, 28/07/2008, n. 31448
Svolgimento del processo

 

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Torino confermava la condanna di R.A., alle pene di mesi sei di reclusione ed Euro 180,00, di multa, per il reato di furto. L'antifurto satellitare aveva consentito di localizzare l'escavatore sottratto ad R.A..

Alla guida del mezzo era stato trovato l'imputato, il quale aveva ammesso di averlo "rubato su commissione".

La Corte territoriale, condividendo la valutazione compiuta dal giudice di primo grado, affermava che il furto era da considerarsi consumato, non semplicemente tentato.

L'imputato si era, invero, ormai impossessato del mezzo e l'immediata attivazione dell'antifurto aveva soltanto consentito di localizzarlo, quando ormai era uscito dalla sfera di vigilanza e di controllo del proprietario.

2. Avverso l'anzidetta sentenza, ha proposto ricorso per cassazione l'imputato, per mezzo del difensore, chiedendone l'annullamento.

Deduce l'erronea applicazione degli artt. 56 e 624 c.p., ribadendo che il reato non aveva oltrepassato lo stadio del tentativo.

Sostiene in proposito che il sistema di antifurto satellitare operante sull'escavatore avrebbe consentito al proprietario di continuare ad esercitare la vigilanza sulla res, atteso che, scattato l'allarme, l'operatore VIASAT aveva subito localizzato il mezzo.


motivi della decisione
 

3. Il ricorso è manifestamente infondato.

Il reato di furto è, invero, consumato, come d'altra parte questa Corte ha già avuto modo di affermare in una vicenda analoga (cfr.

Cass. 4^ 11 dicembre 2002, p.m. in c. Talal Ali, RV 223484) . 3.1. Il delitto di furto si consuma nel momento in cui l'agente, dopo avere sottratto la cosa, ne consegue la disponibilità autonoma al di fuori della sorveglianza dell'avente diritto.

Non è, di riflesso, da ritenersi consumato quante volte l'avente diritto sorvegli le fasi dell'azione furtiva, sempre che possa interromperla in ogni momento, atteso che, in tal caso, la cosa non è ancora uscita dalla sua sfera di vigilanza.

3.2. Nel caso in esame, è dunque decisivo il rilievo che, nel momento della sottrazione e del conseguente allontanamento con la res furtiva, il soggetto attivo del reato avesse instaurato una relazione diretta con il bene, al di fuori della sfera di controllo dell'avente diritto, benchè oggetto della sottrazione fosse un veicolo munito di sistema di antifurto satellitare.

Tale strumento non esclude che il soggetto passivo perda, almeno fino al momento di attivazione del sistema di rilevazione satellitare, il controllo materiale e giuridico sulla cosa sottrattagli.

Il sistema satellitare è congegnato, invero, in modo tale che la segnalazione sia recepita dalla "centrale servizi".

La centrale, peraltro, non segue permanentemente gli spostamenti di tutti i veicoli dotati del sistema.

In altre parole, il sistema non assicura una costante vigilanza durante l'intera fase dell'azione illecita.

La possibilità di individuare il veicolo e di rilevarne gli spostamenti è, infatti, correlata ad una richiesta dell'interessato alla centrale servizi, cosicchè la successiva localizzazione attiva la possibilità di "recupero" di un bene ormai uscito dalla sfera di controllo del possessore.

4. Segue, a norma dell'art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e, non emergendo ragioni di esonero, al pagamento a favore della Cassa delle ammende, a titolo di sanzione pecuniaria, di somma che si stima equo fissare in Euro 1.000,00, (mille/00).


P.Q.M.
 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 1.000,00, (mille/00).

Così deciso in Roma, il 25 giugno 2008.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2008

 

 

L’ex coniuge divorziato obbligato al versamento dell’assegno divorziale in favore dell’altro ex coniuge, quando eredita beni che aumentano il valore del proprio patrimonio personale, non è obbligato ad aumentare proporzionalmente l’importo dell’assegno divorzile.

La successione ereditaria ricevuta dopo lo scioglimento del matrimonio, è di per sé inidonea a giustificare automaticamente l’aumento dell’assegno divorzile. Tale incremento, semmai, concorre soltanto nella valutazione della capacità economica di colui che è obbligato al versamento, a pagare l’assegno già in atto.

Soltanto nell’ipotesi in cui il beneficiario dell’assegno divorzile dimostri di trovarsi oggettivamente in una situazione di peggiorata situazione economica, potrebbe richiedere un adeguamento dell’importo da versare in virtù della maggiore capacità economica dell’ex coniuge dovuta, appunto, alla accettazione dell’eredità.


 

Cass. civ. Sez. I, 30-05-2007, n. 12687


Svolgimento del processo

1. Q.C., con ricorso 20 ottobre 2000 al Tribunale di Roma, chiedeva la modifica delle condizioni di divorzio stabilite con la sentenza n. 2795/91, revocando l'assegno divorzile posto a suo carico ed attribuito alla ex moglie B.C. - pari a L. 1.281.000, rivalutabili annualmente secondo gl'indici ISTAT - o quanto meno ridurlo, eliminando o riducendo l'ipoteca concessa a garanzia di detto assegno. La B., con autonomo ricorso depositato il 10 novembre 2000, chiedeva a sua volta l'aumento dell'assegno divorzile. Riuniti i ricorsi il Tribunale, con decreto 25 febbraio 2002, riduceva l'importo dell'ipoteca a garanzia dell'assegno e rigettava tutte le altre domande di entrambe le parti.

Avverso il decreto la B. proponeva reclamo, al quale resisteva il Q. proponendo a sua volta impugnazione incidentale. La Corte di Appello, con Decreto 29 gennaio 2004, notificato il 20 febbraio 2004, aumentava l'assegno divorzile ad Euro 800,00 mensili, a partire dal gennaio 2001, confermando per il resto il decreto impugnato. Avverso il provvedimento della Corte di Appello il Q. ha proposto ricorso a questa Corte ex art. 111 Cost., con atto notificato il 10 marzo 2004, formulando tre motivi. La parte intimata resiste con controricorso notificato il 27 aprile 2004 e memoria.

motivi della decisione

1. Con il primo motivo si denuncia la violazione della L. n. 898 del 1970, artt. 5 e 9. Si deduce che la Corte di Appello avrebbe errato, violando detti articoli, nel ritenere la sopravvenienza di motivi idonei a giustificare la modifica delle condizioni di divorzio nella successione ereditaria conseguente al decesso della madre di esso ricorrente, avvenuta il (OMISSIS), in quanto fatto prevedibile e rientrante nella normalità della vita familiare, come tale idoneo a influire sul tenore di vita prospettico dei coniugi e, quindi, anche sull'assegno di divorzio. Secondo il ricorrente tale affermazione non sarebbe conforme al disposto degli articoli sopra indicati, che non consentirebbero di tenere conto, ai fini della riquantificazione dell'assegno di divorzio, di un'eredità sopravvenuta dopo dieci anni dal divorzio, e violerebbe anche l'art. 179 cod. civ., non rientrando i beni ereditari nella comunione legale fra i coniugi. Pertanto nessuna aspettativa successoria poteva avere la moglie divorziata sull'eredità materna del ricorrente, tenuto anche conto che l'art. 458 cod. civ., impedirebbe di nutrire aspettative sui beni di soggetti in vita. Si cita in proposito la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale l'accertamento della spettanza dell'assegno di divorzio va effettuato con riferimento al tenore di vita "analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio".

Tenore di vita al quale sarebbe estraneo l'apporto di beni ereditati dopo il divorzio, non influendovi ogni incremento reddituale o patrimoniale dei coniugi, ma solo quelli sui quali ciascun coniuge poteva fare ragionevole affidamento. In proposito il ricorrente sottolinea che con il divorzio il matrimonio si scioglie, e quindi la solidarietà economica fra i coniugi viene meno, cosicchè mentre le successioni ereditarie intervenute durante la separazione sono idonee a determinare la modifica dell'assegno di separazione, non possono esserlo quelle che si verificano dopo il divorzio. La Corte, tenendo conto dell'eredità ricevuta dalla madre del ricorrente durante il giudizio di modifica delle condizioni di divorzio, e ritenendola fatto sopravvenuto idoneo a determinare la modifica dell'assegno di divorzio, avrebbe rideterminato tale assegno sulla base della valutazione comparativa delle condizioni attuali delle parti, mentre doveva tenere conto delle potenzialità economiche dei coniugi durante il matrimonio.

Il motivo è fondato.

2. Va premesso che l'orientamento di questa Corte, interpretativo della L. n. 898 del 1970, art. 9, nel testo modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 13 (si è formato in correlazione con quello della stessa L. n. 898 del 1970, art. 5, come modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10. Secondo tale articolo, l'accertamento del diritto all'assegno di divorzio va effettuato verificando innanzitutto "l'inadeguatezza dei mezzi (o l'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive), raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio". L'assegno che sarebbe necessario per assicurare detto tenore costituisce l'assegno massimo liquidabile. La liquidazione in concreto dell'assegno, peraltro, ove sia ritenuto dovuto non essendo il coniugo richiedente in grado di mantenere con i propri soli mezzi detto tenore di vita, va compiuta tenendo conto, sempre a norma dell'art. 5, delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. Tali elementi funzioneranno normalmente come criteri di riduzione dell'assegno, come sopra stabilito, e potranno anche portare ad escluderlo. In particolare, dovrà tenersi conto dei comportamenti che hanno determinato la fine della comunione spirituale e materiale della famiglia, cosicchè l'assegno per il coniuge che ne sia responsabile potrà essere ridotto, nonchè della durata del matrimonio la quale, quanto più sia protratta, tanto più legittimerà la conservazione all'avente diritto del livello di vita acquisito durante il matrimonio, e quanto meno si sia protratta, tanto più ne legittimerà la riduzione (Cass. SS.UU. 29 novembre 1990, n. 11490, alla quale si è conformata, consolidandosi, la successiva giurisprudenza di questa Corte).

In correlazione a ciò si è tratta la conseguenza che la revisione dell'assegno in senso più favorevole all'avente diritto, prevista dall'art. 9 sopra citato per il sopravvenire "di giustificati motivi", è uno strumento volto ad assicurare all'ex coniuge, con riferimento all'assegno già liquidato, la permanente disponibilità di quanto necessario, nel tempo, per fruire di un tenore di vita adeguato alla pregressa posizione economico-sociale, tenendo conto dei mutamenti in negativo e in positivo della situazione economica di ciascun coniuge.

La rilevanza dei fatti sopravvenuti va considerata, quindi, con riguardo alla suddetta funzione dell'assegno divorzile e comporta una rinnovata valutazione comparativa della rispettiva situazione economica delle parti (Cass. 13 febbraio 2006, n. 3018). Con la specificazione che il tenore di vita al quale deve farsi riferimento non è solo quello riconducibile ai mezzi economici che i coniugi avevano durante il matrimonio, ma anche alla sopravvenienza di miglioramenti di reddito "che si configurino come ragionevole sviluppo di situazioni e aspettative presenti al momento del divorzio" (Cass. 4 aprile 1997, n. 5720) e siano quindi rapportabili "all'attività all'epoca svolta, e-o al tipo di qualificazione professionale" dell'onerato (Cass. 28 gennaio 2000, n. 958; 8 gennaio 1996, n. 2273), ovvero, comunque, alla prevedibile evoluzione economica (Cass. 16 novembre 1993, n. 11326) delle attività svolte in costanza di matrimonio.

Ciò non implica che in sede di revisione dell'assegno di divorzio debba essere compiuta una nuova determinazione della misura dell'assegno sulla base di tutti i criteri indicati della L. n. 898 del 1970, art. 5, in quanto il riferimento alla sopravvenienza dei giustificati motivi (contenuto nell'art. 9 della stessa Legge) comporta la valorizzazione, unicamente, delle variazioni reddituali intervenute successivamente al divorzio (Cass. 26 novembre 1998, n. 12010) e, quindi, della loro idoneità a mutare il pregresso assetto patrimoniale realizzato con il provvedimento attributivo dell'assegno (o con un precedente provvedimento di modifica), ferme rimanendo tutte le altre valutazioni compiute ai sensi del su detto art. 5 nella liquidazione dell'assegno.

Non si ravvisano ragioni per discostarsi da tale indirizzo interpretativo, che appare in linea con l'esigenza di tutela delle aspettative del coniuge economicamente più debole, sorte durante il matrimonio e pregiudicate dagli effetti della sua cessazione, alle quali la L. n. 74 del 1987, ha inteso dare particolare tutela.

In tale ottica interpretativa, come questa Corte ha già affermato (Cass. 28 gennaio 2000, n. 958), il legislatore, subordinando la revisione dell'assegno alla sopravvenienza di giustificati motivi nel senso sopra detto, non ha inteso stabilire un automatismo fra i miglioramenti della situazione economica del coniuge obbligato, successivi al divorzio, e l'aumento dell'assegno. Ciò in primo luogo perchè, ove la richiesta di modifica venga a fondarsi unicamente su tali miglioramenti, è necessario che si valuti se ed in quale misura il coniuge che richiede la rivalutazione dell'assegno possa ritenersi titolare di un affidamento a un tenore di vita correlato a detti miglioramenti, in relazione alla loro natura. In particolare, occorre accertare se detti miglioramenti siano rapportabili all'attività svolta, in costanza di matrimonio, o al tipo di qualificazione professionale dell'onerato.

Tra tali incrementi questa Corte ha già affermato (Cass. 18 marzo 1996, cit.) che non possono ricomprendersi i miglioramenti dovuti ad eredità ricevute dall'onerato dopo il divorzio, e questo collegio ritiene di dovere confermare tale indirizzo, risultando i relativi incrementi reddituali privi di collegamento con la situazione economica dei coniugi durante il matrimonio e con il reciproco contributo datosi nel corso di esso. Le aspettative ereditarie sono infatti, sino al momento dell'apertura della successione, prive, di per sè, di valenza sul tenore di vita matrimoniale e giuridicamente inidonee a fondare affidamenti economici. Con la conseguenza che, mentre le successioni ereditarie che si verifichino in costanza di convivenza coniugale, incidendo sul tenore di vita matrimoniale, concorrono a determinare la quantificazione dell'assegno dovuto dal coniuge onerato, quelle che si verifichino dopo non sono idonee ad essere valutate, sotto detto profilo, secondo i principi sopra indicati.

3. Nel caso di specie l'odierna resistente aveva richiesto la modifica dell'assegno di divorzio sia sotto il profilo del peggioramento della propria situazione economica, sia sotto il profilo del miglioramento di quella dell'ex marito, per avere egli ereditato alcuni beni immobili dalla madre. La Corte di Appello ha respinto la domanda in relazione al dedotto peggioramento della situazione economica della ex moglie, ritenendo insussistenti le condizioni per accoglierla in relazione agli elementi allegati. L'ha accolta, invece, in relazione all'avvenuto miglioramento della situazione economica dell'ex marito in correlazione all'eredità ricevuta, respingendo implicitamente la domanda del coniuge onerato di soppressione o riduzione dell'assegno.

Con riferimento a tali statuizioni la Corte di Appello dovrà pertanto rivalutare la situazione sulla base del principio secondo il quale "le successioni ereditarie ricevute dopo il divorzio dal soggetto onerato del pagamento di un assegno divorzile, in mancanza di un peggioramento della situazione economica del soggetto beneficiario dell'assegno, non sono idonee a giustificare l'aumento dell'assegno, concorrendo il relativo incremento patrimoniale unicamente nella valutazione della capacità economica dell'obbligato a pagare l'assegno già in atto".

Ne deriva l'accoglimento del primo motivo.

4. Con il secondo motivo si denuncia l'assoluta carenza di motivazione del provvedimento impugnato in relazione alla conferma dell'importo dell'ipoteca a garanzia dell'assegno divorzile stabilito dal Tribunale.

Anche tale motivo è fondato. La Corte di merito ha infatti omesso di valutare la censura formulata al riguardo dall'appellante, non avendo preso in considerazione la richiesta di riduzione dell'ipoteca, rispetto alla quale appare del tutto incongrua l'immotivata statuizione secondo la quale "l'ammontare dell'ipoteca, come determinato dal Tribunale" è "comunque sufficiente". 5. Con il terzo motivo si denuncia la violazione dell'art. 112 cod. civ.; per avere la Corte di Appello omesso di statuire in ordine al motivo dell'appello incidentale con il quale si chiedeva la soppressione o la riduzione dell'assegno di divorzio, in relazione alla sopravvenuta invalidità di esso ricorrente ed alla riduzione dei suoi redditi, quali risultanti dalle denunce fiscali.

Deve ritenersi che la Corte di Appello, accogliendo il gravame dell'odierna resistente B.C., abbia implicitamente rigettato la richiesta di soppressione o riduzione dell'assegno.

L'accoglimento del primo motivo del ricorso per Cassazione comporta peraltro l'assorbimento del motivo, dovendo la Corte di rinvioriesaminare, in relazione a detto accoglimento, l'intera situazione.

Vanno pertanto accolti il primo e il secondo motivo, con assorbimento del terzo, e la sentenza impugnata va cassata con rinvio, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione


P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE Accoglie il primo e il secondo motivo. Dichiara assorbito il terzo.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 4 aprile 2007.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2007

 
Di Alessandro Gazzea (del 05/06/2008 @ 11:59:27 in Computer crime, linkato 720 volte)

Corte di Appello di Bologna

sentenza del 28 marzo 2008

La Corte non ritiene che la norma incriminatrice, posta come premesso a tutela del domicilio informatico, possa essere interpretata con tale effetto riduttivo di tutela; la lettera dell’art. 615-ter c.p. infatti richiede unicamente l’abusività dell’accesso al sistema, ovvero la permanenza contro lo ius prohibendi del titolare, ma non pretende l’effettiva conoscenza, da parte dell’agente, dei dati protetti.

Avuto riguardo alle specificità dei sistemi informatici e delle trasmissioni telematiche, […] introdurre in via interpretativa l’ulteriore requisito della conoscenza effettiva dei dati manipolati, a corredo esplicativo della nozione di <>, equivarrebbe a una sostanziale vanificazione della ratio incriminante


Questa decisione è molto importante.


Cambia un orientamento della giurisprudenza il quale, ancorché non consolidato, riteneva alcune volte non penalmente rilevante l’accesso abusivo, ossia l’accesso senza autorizzazione all’interno di un sistema informatico terzo (ad esempio il proprio pc), qualora l’agente non avesse dovuto “superare”, perché assenti, barriere di sicurezza a protezione del medesimo sistema informatico e non avesse, altresì, preso conoscenza dei dati personali altrui.


Sono due, quindi, i principi affermati dalla recente sentenza di appello, per sostenere la penale responsabilità ex art. 615-ter C.P. a carico di colui che abusivamente penetra in un sistema informatico di terze persone:


  1. le misure di sicurezza informatiche, devono essere intese in senso ampio, tanto da ricomprendervi anche le ordinarie impostazioni di difesa di un programma standard come quelle presenti nel browser Internet Explorer;


  1. non è necessaria l’effettiva conoscenza dei dati personali di terzi al momento in cui l’agente ne entra in possesso.


Facciamo un brevissimo passo indietro e ricordiamo che nel 1993, anno in cui è stato introdotto l’art. 615 ter del Codice penale e negli anni immediatamente seguenti, questo stesso fatto avrebbe avuto, molto probabilmente, un esito completamente diverso, di assoluzione dall’addebito penale.


Cosa è cambiato, allora, da ieri ad oggi ?


La mentalità.

Un uso della tecnologia maggiormente consapevole da parte nostra.


Un giovane veicola attraverso l’invio di una e-mail, un programma “infetto”, il così detto virus informatico.

Attacca il server di Tiscali e attraverso questo, raggiunge circa un migliaio di frequentatori del noto provider, riuscendo ad entrare nei rispettivi sistemi informatici. Come spesso accade in questi casi, il virus è autoreplicante: attacca il gestore della posta elettronica del malcapitato, si appropria di tutti gli indirizzi e-mail salvati nel computer, ed invia automaticamente a tutti i destinatari presenti nella lista, all’insaputa dello stesso titolare, una nuova e-mail “infetta” come allegato.

Aperto l’allegato dal destinatario dell’e-mail, il quale non è più di tanto preoccupato visto che la stessa e-mail gli giunge da un nominativo a lui conosciuto, il gioco è fatto ovvero il danno è fatto: il proprio computer sarà “infettato” con perdita o danneggiamento dei propri dati.


Il virus in questione, attaccava soltanto due programmi, peraltro di ampia diffusione: il browser Internet Explorer e il gestore di posta Outlook.


Non può certamente sottacersi, che le opzioni internet che questi programmi offrono all’utente e che lo stesso può, pur marginalmente, settare in base alle proprie esigenze,

sono misure di sicurezza assai elementari e facilmente aggirabili, ciò nonostante esse manifestano ineludibilmente l’intenzione dello stesso titolare del sistema informatico, che non desidera affatto alcun accesso senza la propria autorizzazione all’interno del proprio computer da parte di terzi sconosciuti.


In poche parole, questi settaggi, che spesso l’utente della rete lascia inalterati, dai giudici bolognesi non sono stati più considerati come delle normali impostazioni del software che ognuno può personalizzare, ma delle vere e proprie misure di sicurezza ancorché storicamente rudimentali.


Probabilmente è questa la principale considerazione che dobbiamo trarre dal ragionamento seguito dalla Corte bolognese.

Non importa, dunque, che le misure di sicurezza siano di particolare efficienza o complessità, è sufficiente che esse siano comunque presenti, pur semplici e modeste come quelle, appunto, gratuite offerte dalla Microsoft con i propri programmi.

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte d'Appello di Bologna
SECONDA Sezione Penale


1 - Dr. Guarino Salvatore PRESIDENTE
2 - Dr. Ricchi Jolanda CONSIGLIERE
3 - Dr.Pasquariello Domenico CONSIGLIERE
Udita la relazione della causa fatta alla pubblica udienza odierna dal consigliere relatore Dr. Pasquariello Domenico
Inteso l'appellante
Inteso il Procuratore Generale, dr. Posini
ed i difensori, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa penale
CONTRO

XXXX
nato a XXXX

con domicilio dichiarato: XXXXXXXX

agli artt. 110 cp. 615 ter e quinquies ep, 81 cpv, poiché in concorso tra loro, creando un "virus" (programma atto a danneggiare sistemi informatici) denominato "vierika" trasmesso in via informatica al provider "Tiscali" e tramite questo a circa 900 utilizzatori del provider, si introducevano nei sistemi informatici di tali utenti e acquisivano dati anche riservati contenuti nei loro personal computers - tra i quali indirizzari e-mail - a loro insaputa, inoltre per mezzo del virus danneggiavano i programmi contenuti nei personal computers e ne pregiudicavano il corretto funzionamento.


In Bologna l'imputato: XXXX

avverso la sentenza emessa dal TRIBUNALE MONOC. di BOLOGNA in data 21/07/2005 che ha pronunciato il seguente dispositivo:
Visti artt. cpp, dichiara XXXX colpevole del reato continuato ascrittogli e concesse le attenuanti generiche, valutate equivalenti rispetto all'aggravante contestata al più grave reato ex art 615 ter cp in forma aggravata, lo condanna alla pena di mesi sei di reclusione, sostituita ai sensi dell'art. 53 L. 689/81 con la corrispondente pena pecuniaria di euro 6.840,00 di multa. Non menzione ai sensi dell'art. 1 cp.
Visto l'art. 544 terzo comma cpp indica in 90 giorni il termine per il deposito della motivazione.

MOTIVAZIONE

Sentenza impugnata

Con sentenza n. 1823 del 21.7.0S il Tribunale di Bologna, in composizione monocratica, ha giudicato XXXXX e YYYYY per i delitti p. e p. dagli artt 615 ter e 61S quinquies CP.
Secondo l'imputazione essi avevano creato un cosiddetto "virus", cioè un programma dall'unica funzione di introdursi e danneggiare sistemi informatici, da loro chiamato "Vierika", e l'avevano trasmesso in via informatica al provider "Tiscali"; attraverso questo il virus si era introdotto nei sistemi di circa 900 utenti, acquisendo dati riservati nei relativi personal computers, danneggiandone i programmi e pregiudicandone il corretto funzionamento; in Bologna "nel corso del 2001".
Nell'accertamento compiuto in sentenza "Vierika" è un "internet worm" programmato in Visual Basic Script, i cui effetti derivano dalla integrazione di due script differenti (gli script sono stringhe di comandi, ed il visual basic è un linguaggio di programmazione).
Il primo script (la prima parte del virus) era inviato come attachment ad una email, dall'oggetto "Vierika is here", cui era appunto allegato il file "infettante" Vierika.jpg.vbs; nella mail ricevuta dal destinatario appariva però solo il nome Vierika.jpg, dall'estensione (".jpg") ingannevole in quanto caratterizzante files di immagini.
Il destinatario della mail, accettando l'allegato, mascherato con il nome che suggeriva l'immagine di Vierika, installava invece a sua insaputa nel proprio computer il file Vierika.jpg.vbs.
Questo era in realtà un file di programma, che agiva sul registro di configurazione del sistema Windows (di massiccia diffusione, come è noto), riconfigurando al livello minimo di protezione il browser Internet Explorer ed inserendo come home page predefinita la pagina web con indirizzo

http://vveb.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.httlll.
Il secondo script in Visual basic (la seconda parte del virus) era costituito dal suddetto documento Vindex.html; l'utente, avviando la navigazione in Internet, veniva inviato al suddetto indirizzo, automaticamente apriva il documento e "scaricava" quella che era invece una stringa di comandi.

Per effetto di questo secondo script nel disco rigido dell'utente veniva creata una specifica partizione, in cui veniva annidata la prima parte del codice virale; successivamente, sempre in maniera occulta, il programma installato produceva un comando di mass-mailing, inviando a tutti gli indirizzi del sistema di posta elettronica Outlook una e-mail contenente l'allegato virale Vierika.jpg.vbs, con diffusione esponenziale del virus ed effetto autoreplicante.

A questo accertamento si era arrivati in quanto l'email virale "Vierika is here", contenente l'allegato suddescritto Vierika.jpg.vbs, era arrivata anche ad un indirizzo in uso alla Guardia di Finanza di Milano.

Le indagini erano proseguite attraverso l'acquisizione di documenti riepilogativi di tracce informatiche conservate nel server del gestore Tiscali, che dimostravano che XXXX, di professione consulente informatico, con il nick name "Krivoj" con il quale egli si era registrato presso detto provider, era l'amministratore (cioè colui che aveva creato e gestito) del sito con indirizzo http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html contenente la seconda scritta del programma virale.
Nel corso di perquisizione e sequestro presso l'abitazione dei fratelli XXXX e YYYYY (il secondo era risultato essere l'intestatario dell'utenza telefonica usata per i collegamenti al web) il primo riconobbe di essere il creatore di "Vierika" (come del resto fece in seguito in sede di esame) e collaborò con la polizia giudiziaria, indicando egli stesso i files di programmazione di Vierika contenuti nel disco rigido del proprio personal computer, e masterizzandone copie, che erano sottoposte a sequestro.
Il suddetto meccanismo di funzionamento del virus Vierika, i cui files di programmazione sono stati così acquisiti agli atti, è stato riportato in sede dibattimentale dal M.llo Forte, all'epoca dei fatti in servizio presso il Nucleo Crimini Informatici della GdF Milano.

Il giudice ha ritenuto esaustive le risultanze probatorie così sommariamente ora riassunte, senza ravvisare la necessità di accertamenti peritali, richiesti dalla difesa sin dalla fase predibattimentale, ed esplicati con memoria tecnica prodotta all'udienza del 23.6.04, giacché sostanzialmente la stessa difesa non aveva messo in discussione il funzionamento del programma come sopra descritto, ma ne aveva offerto in definitiva una lettura non penalmente rilevante.

Per altro profilo la sentenza di primo grado motivatamente si discostava da certo orientamento di legittimità che proprio in materia pare indicare necessaria la perizia, in ragione dell'accertamento di natura tecnica imprescindibile per la ricognizione delle fattispecie dei "computer's crimes".

Pertanto il Tribunale di Bologna, accertata la materiale estraneità ai fatti di YYYYY, riteneva il coimputato XXXXX responsabile di entrambi i reati a lui ascritti, con l'aggravante - ritenuta di fatto esplicitata nell'imputazione - di cui all'art. 615 ter, c.2 nn. 2 e 3) (violenza sulle cose e danneggiamento del sistema o dei suoi dati, od alterazione parziale di funzionamento), che comporta la procedibilità d'ufficio.
Quanto al reato p. e p. dall'art. 615 ter CP, il counter del sito http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html aveva registrato 829 visite, che corrispondevano ad altrettante pregresse installazioni della prima stringa di Vierika, altrettante abusive introduzioni in sistemi informativi dei personal computers di utenti, altrettante elusioni di sistemi di protezione ed altrettante "infezioni", con correlativa integrazione della fattispecie in contestazione.

Le aggravanti erano ravvisate integrate dalla alterazione dell'ordinario funzionamento del browser Explorer, integrante violenza sulle cose, e dagli effetti di allungamento dei tempi di connessione, con aggravio di spese telefoniche, per effetto dell'occulto mass mailing, nonché dal danno non patrimoniale della veicolazione di informazioni private (invio agli utenti in rubrica) e dell'apparire mittente di mail con allegati virali, integranti danneggiamento di sistema e di dati.

Quanto al reato p. e p. dall'art. 615 quinquies Cp Vierika, inizialmente inviato dall'imputato - per sua espressa ammissione - ad alcuni indirizzi di posta elettronica reperiti sulla bacheca virtuale del sito www.sexualcyber.com alterava la funzionalità telematica del sistema infettato, per effetto della alterazione dei parametri di protezione del browser, all'oscuro dell'utente, e dell'invio automatico e massiccio di email, con ciò integrandosi anche detta fattispecie.

Per tali motivi il giudice irrogava la pena di mesi sei di reclusione, previa:
- concessione di attuanti generiche in valutazione di equivalenza con le aggravanti ad effetto speciale;
- pena base di mesi tre di reclusione per il reato art. 615 ter;
- aumento di pena ex art. 81 cpv CP di mesi uno per la continuazione interna e di mesi due per la plurima commissione del reato concorrente.
La pena veniva sostituita con la sanzione pecuniaria nella misura corrispondente ex art. 53 L. 689\81, con il beneficio della non menzione.

motivi d'appello

Il difensore di XXXXX ha proposto appello, eccependo, con il primo motivo, la nullità del decreto di citazione a giudizio per indeterminatezza della imputazione, in ragione della omessa indicazione delle identità delle 900 presunte parti offese, nonché della descrizione "cumulativa" della condotta, effettuata con riferimento a due diverse norme incriminatici, e con la conseguente incertezza circa la riferibilità del fatto ad una specifica norma di legge asserita violata.

Con secondo motivo è stata impugnata 1'ordinanza, resa all'udienza 27.11.03, di diniego di pronuncia ex art. 129 CPP sulla richiesta di declaratoria di improcedibilità per difetto di querela in relazione al reato di cui all'art. 615 ter CP, contestato espressamente non aggravato.

Con il terzo motivo è stata dedotta l'inutilizzabilità di annotazioni di servizio della GdF, costituenti nella sostanza accertamenti tecnici ripetibili.
Con il quarto motivo sono stati denunciati il percorso motivazionale della sentenza impugnata, viziato da ricostruzione tecnico informatica priva di fondamento peritale, ed il correlativo ingiustificato diniego dell'espletamento di perizie, chieste dalla difesa, sulle modalità di generazione e conservazione dei log (registri di collegamento), acquisiti presso il gestore Tiscali ed Infostrada, nonché sull'originale del codice sorgente del software per cui è causa.
Con il quinto motivo, connesso ed in parte reiterativo del precedente, si è protestata la imprescindibilità per l'accertamento dei fatti e per la decisione dell'espletamento delle perizie suddette, che avrebbero permesso altresì di verificare le tesi difensive sull'effettivo funzionamento del software, e su quali fossero gli applicativi (ad esempio Outlook, e non il più diffuso Outlook Express) con i quali Vierika era in grado di interagire, nonché sulla integrità dei dati telematici raccolti nel corso delle indagini.
Con il sesto motivo si è argomentato che la condotta, pur nella denegata ricostruzione dei fatti operata in sentenza, non integra il reato di cui all'art. 615 ter CP.
Secondo la prospettazione difensiva infatti non è ravvisabile il requisito essenziale del reato 615 ter, costituito dall'accesso al sistema dell'utenza, giacché realizzato dal programma, ma non da XXXXX, nel senso che questi rimaneva all'oscuro degli utenti, dei computers che scaricavano il programma e dei dati in essi contenuti.
Altro elemento caratterizzante la fattispecie incriminatrice, e non integrato, è costituito dall'assenza di elusione di misure di sicurezza informatiche, tali non potendo definirsi semplici opzioni di configurazione di un applicativo.
Con il settimo motivo si è dedotta l'assenza di prova circa la effettiva introduzione nei sistemi delle pretese 900 parti offese, nessuno dei quali era stato individuato ed esaminato.
Con l'ottavo motivo è stata dedotta l'insussistenza delle aggravanti; il programma Vierika, che è semplicemente autoreplicante, non provoca alcuno degli eventi richiesti per la sussistenza delle aggravanti, quali alterazioni, danneggiamenti o distruzioni di programmi informatici.
Esso si installa e si diffonde, senz'altro risultato che questo, ricercato per motivi di studio dall'appellante, programmatore di professione; la corretta terminologia informatica intende per modificazione (posto che la distruzione non è in questione) di un programma l'accesso ai codici sorgente del programma per l'alterazione del funzionamento.
Nessun pregiudizio, o variazione, di funzionamento era inoltre percepibile dall'utente.
Con il nono motivo, attinente la fattispecie di cui all'art. 615 quinquies CP, sono state richiamate le precedenti argomentazioni, rilevanti anche per escludere la sussistenza del danneggiamento, o dell'alterazione di funzionamento, dei sistemi, dati o programmi, richiesti dalla norma incriminatrice.
Vierika insomma non era stato progettato per danneggiare, ed era stato scritto proprio nella consapevolezza della innocuità, il che anche si rifletteva sull'elemento soggettivo del reato.
Con il decimo motivo è stata dedotta la non correlazione tra fatto contestato e fatto ritenuto in sentenza, in violazione del disposto dell'art. 521 CPP, in quanto la prima condotta di ritenuta diffusione del preteso virus, attraverso la posta elettronica, era del tutto assente nella contestazione.
Per tali motivi l'appellante ha chiesto:

in via principale l'assoluzione con la miglior formula;

in gradato subordine:

declaratoria di nullità del decreto di citazione a giudizio;

nullità della sentenza impugnata per violazione dell'art. 521 CPP;

rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, con espletamento di perizie;
- declaratoria di improcedibilità per il reato di cui all'art. 615 ter cpp per difetto di querela, e rideterminazione della pena, ferme la sua conversione e la non menzione.

Decisione della Corte

All'esito dell'odierna udienza, svoltasi in contumacia dell'imputato XXXXX, pronunciando sulle conclusioni delle parti che sono trascritte in epigrafe la Corte ha deliberato la presente sentenza di parziale riforma della sentenza impugnata.
Nullità del decreto di citazione a giudizio, dedotta violazione dell'art. 521 cpp
L'eccezione di nullità del decreto di citazione a giudizio è fondata sui rilievi della mancata indicazione dell'identità delle parti offese e della descrizione "cumulativa" della condotta incriminata.
In proposito si deve ritenere che nella descrizione della condotta incriminata, come esplicitata nella imputazione, nessun equivoco sul fatto storico contestato o sulle norme di legge violate, né alcuna indeterminatezza nella imputazione, né alcuna vulnerazione della possibilità di comprendere l'accusa e di adeguatamente potersi difendere, è dato rinvenire.

Avuto riguardo alla specificità del reato in esame, in danno di un numero indiscriminato e potenzialmente esponenziale di soggetti (suscettibile di cosiddetto danno diffuso), l'indicazione delle generalità, anziché del solo numero complessivo delle parti lese, è del tutto irrilevante ai fini defensionali e di comprensione dell'oggetto del giudizio penale circoscritto dalla contestazione, elementi questi di esauriente rilievo per valutare la nullità dell'atto, secondo quanto disposto dall'art. 429, c.1 lett. c), e c.3, CPP.
Identiche considerazioni si impongono in relazione alla censura della descrizione cumulativa, e riferita a due norme incriminatici, della condotta, stante il parziale concorso formale (ovvero coincidenza in fatto degli elementi costitutivi essenziali previsti dalle fattispecie astratte). L'eccezione di nullità del decreto di citazione in giudizio va pertanto disattesa.

Parimenti non è ravvisabile alcuna violazione della necessaria correlazione tra fatto contestato e fatto ritenuto in sentenza; nella prospettazione dell'appellante ciò sarebbe dovuto alla mancata esplicitazione, nella imputazione, dell'invio in rete della e-mail con l'allegato contenente la prima parte di Vierika.

Si ritiene di osservare, in proposito, che ciò invero attiene ad elementi di dettaglio della condotta non riferibili ad elementi costitutivi essenziali delle fattispecie incriminatici (condotta di abusivo accesso a sistema informatico, elusione di misure di protezione, diffusione di programma avente determinati scopi od effetti vietati), in ordine ai quali debba esser condotto il giudizio di corrispondenza imposto dall'art. 512 CPP.
Sull'accertamento istruttorio
Nel corso del dibattimento di primo grado (udienza 23.9.04) con l'accordo delle parti, sono state acquisite ex art. 493, c.3, CPP, e dichiarate utilizzabili per la decisione le annotazioni di polizia giudiziaria (Guardia di Finanza) del 13.3.01, 19.3.01, 28.3.01, 15.5.01.
Già il rilievo dell'acquisizione con dichiarazione di utilizzabilità, avvenuta con l'espresso consenso della difesa, è esaustivo della infondatezza dei motivi di impugnazione in proposito, relativi alla natura di accertamento tecnico non ripetibile delle annotazioni.
Va aggiunto che, comunque, l'attività di accertamento compiuta è stata ripercorsa, con analogo risultato di acquisizione di fonti di conoscenza del fatto, nel corso delle deposizioni testimoniali degli ufficiali di polizia giudiziaria D. Rasetti, G. De Filippo, G. Mazzaraco (udienza 27.11.03), D. Forte e di C. Broi, responsabile di Tiscali SpA per i rapporti con l'autorità giudiziaria (udienza 27.5.04).
Anche dalle suddette deposizioni risulta univocamente ricostruibile, nel termini descritti nella sentenza impugnata e sopra riportati, il funzionamento del programma informatico "Vierika"; è d'obbligo rilevare che si è trattato di testimoni (ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti al Nucleo Crimini Informatici, forniti di specifica preparazione e formazione in materia informatica) che, in forza della ricordata particolare preparazione tecnica, hanno risposto su fatti e circostanze concernenti la loro attività professionale d'indagine.
In tema di prova testimoniale, va aggiunto, il divieto di esprimere apprezzamenti personali non vlge qualora il testimone sia persona particolarmente qualificata, in conseguenza della preparazione professionale, quando i fatti in ordine ai quali viene esaminato siano inerenti alla sua attività, in quanto, in tal caso, l'apprezzamento diventa inscindibile dal fatto, dal momento che quest'ultimo è stato necessariamente percepito attraverso il "filtro" delle conoscenze tecniche e professionali del teste (vedi Casso n. 12942 de116/01/2007).

Pertanto sia le annotazioni di polizia giudiziaria, anche nelle parti relative ad accertamenti ripetibili, per effetto del ricordato consenso dibattimentale, e sia le deposizioni sono pienamente utilizzabili quali fonti di conoscenza per la decisione.
Altra questione è, all'evidenza, costituita dalla esaustività ed attendibilità di dette fonti di conoscenza, questione connessa alla dedotta necessità di accertamento peritale, negato dal giudice di prime cure.

Anche in proposito i motivi d'appello non paiono fondati.
La prima questione è relativa alla "correttezza" della acquisizione delle cosiddette "tracce informatiche" o delle prove documentali di natura informatica.
In proposito è necessario previamente precisare, richiamando espressamente quanto esattamente osservato nella sentenza impugnata, che non è compito del giudicante determinare una sorta di protocollo delle procedure informatiche forensi, ma solo verificare se nella fattispecie l'acquisizione probatoria sia fidefaciente, o se abbia subito alterazioni.
E nella specie, quanto alla tracce informatiche, i dati consegnati alla polizia giudiziaria dal provider Tiscali, relativi agli interventi di manutenzione ed amministrazione del sito con indirizzo http://web.tiscalinetit/krivojrog/vierika/Vindex.html ed alla individuazione dell'utente con username "Krivoj" sono stati confermati dalle dichiarazioni dello stesso XXXXX.

Questi ha espressamente e correttamente riconosciuto (vedi verbale esame delegato del 7.9.01) di aver realizzato "Vierika", di averlo diffuso, di aver creato il sito web con il nome "Krivoj".

Non si vede come possa esser messa in dubbio la fidefacienza di una risultanza documentale (tale è la traccia telematica, seppur necessitante di appositi strumenti per la fruibilità), coincidente con le ammissioni dello stesso imputato.
Identica considerazione va svolta in relazione alla prova costituita dal sequestro informatico eseguito presso l'abitazione di XXXXX; come ricordato nella circostanza fu questi stesso - così evitando il sequestro dell'hardware - ad indicare alla polizia giudiziaria i files dì programma rilevanti per l'accertamento, masterizzandone la copia ora in atti.
I rilievi mossi alla metodologia del sequestro informatico peraltro mai sono stati attinenti all'effettivo funzionamento e scopo del programma "Vierika", come accertato nella sentenza impugnata e sopra ripercorso, in realtà mai messi in discussione, neppure nelle memorie "tecniche" depositate dalla difesa; in esse, e del pari nei motivi di appello, mai è allegato o prospettato un funzionamento del programma diverso da quello sopra descritto. Le stesse richieste di perizia attengono ad aspetti non rilevanti per l'accertamento del funzionamento di Vierika, quali le modalità di generazione e conservazione dei log (registri di collegamento), acquisiti presso il gestore Tiscali ed Infostrada (rilevanti per individuare le generalità di "Krivoj", fatto non in discussione, od il numero di accessi al sito infettante), ovvero concernono l'originale del codice sorgente del programma e pertanto (atteso che esso era nel 2001 nella memoria del computer dell'imputato) non più espletabili, oltre che non necessarie.
Nel difetto di effettive necessità istruttorie - secondo il parametro dell'assoluta necessità richiesto dall' art. 507 CPP - volte a colmare lacune o contraddizioni nell'accertamento dei fatti, va confermata l'ordinanza del Tribunale di rigetto della richiesta di integrazione probatoria; per i medesimi motivi, riportati anche al disposto dell'art. 603 CPP, va disattesa la richiesta di assunzione della prova nel giudizio di appello.
Reato di cui all'art. 615 ter CP

La norma, come è noto, è posta a tutela del cosiddetto "domicilio informatico", inteso sia come spazio fisico in cui sono contenuti dati informatici personali, sia quale spazio ideale di pertinenza della sfera individuale e privata.

L'accertamento istruttorio condotto nel giudizio di primo grado offre piena contezza di come XXXXX, creando il programma "Vierika" e poi diffondendolo occultamente per mezzo di mass mailing e del sito web …Vindex.html, secondo il meccanismo sopra descritto, abbia integrato il reato in contestazione.

In proposito vanno richiamate le puntuali osservazioni svolte nella sentenza impugnata, relative alla sussistenza degli elementi costitutivi e tipizzanti del delitto di accesso abusivo a sistema infonnatico.

In primo luogo si pongono indubbie la materialità dell'accesso attraverso il worm "Vierika" e la diffusione indiscriminata del medesimo.

Esse sono state provate dalle deposizioni citate Broi, Rasetti e Forte, in merito alle segnalazioni sulla diffusione del virus effettuate da alcune società di informatica (F-Secure Corporation, Symbolic SpA), alle lamentele pervenute al provider Tiscali poiché il programma era annidato sugli spazi web da esso gestiti, nonché dal counter del sito http://web.tiscalinet.it/krivojrog/vierika/Vindex.html dal quale risultavano
829 accessi (vedi annotazione GdF 13.3.01); agli accessi corrispondono necessariamente altrettante ricezioni della mnail "Vierika is here", altrettante installazioni automatiche, immediate ed occulte degli script contenuti nell'attachment alla mail, altrettante occulte riconfigurazioni di registro di Windows, altrettante involontarie ed indesiderate "navigazioni" al sito suddetto, scaricando il secondo script di programma.
Tale meccanismo ha indubbiamente il carattere dell'abusività richiesto dalla norma incriminatrice, ravvisabile prima nella fraudolenta induzione in errore dell'utente che riceveva la mail "Vierika is here", ingannato dall'estensione ".jpg" dell'attachment, che indicava un file immagine, il quale conteneva invece la prima stringa di comandi, e poi nel sistema occulto di scarico del secondo script, realizzato attraverso la riconfigurazione occulta della protezione, e la reimpostazione della home page del browser, il tutto sempre all' insaputa dell'utente.

Sempre all'insaputa dell'utente, e contro la sua volontà, il programma "clandestino" insediato nel sistema informatico provvedeva ad inviare a tutti gli indirizzi della rubrica della posta elettronica (se gestita con l'applicativo "Outlook", peraltro di larga diffusione) l'email con l'allegato vitale Vierika.jps.vbs, con il cosiddetto effetto autoreplicante.
Prova ne sia che, in brevissimo tempo, dall'invio da parte di XXXXX della mail virale a pochi indirizzi trovati sulla bacheca virtuale del sito sexualcyber.com (come da quegli riconosciuto), il sito "trappola" ….Vindex.html era stato involontariamente aperto da oltre 800 utenti "infettati" del provider Tiscal (si aggiunga che la mail virale, presumibilmente, era stata ricevuta da un numero molto maggiore di indirizzi e sistemi informatici).

L'appellante deduce che, anche nella denegata ipotesi d'accusa, nel descritto funzionamento, autoreplicante ma non "virale", non sarebbe ravvisabile requisito essenziale del reato 615 ter, costituito dall'accesso al sistema dell'utenza, giacché comunque XXXXX, stante l'effetto autoreplicante automatico, rimaneva ignaro degli indizi informatici raggiunti e dei dati contenuti nelle memorie dei computers che scaricavano il programma.

L'argomento è di particolare rilievo.

La Corte non ritiene che la norma incriminatrice, posta come premesso a tutela del domicilio informatico, possa essere interpretata con tale effetto riduttivo di tutela; la lettera dell'art. 615 ter infatti richiede unicamente l'abusività dell'accesso al sistema, ovvero la permanenza contro lo jus prohibendi del titolare, ma non pretende l'effettiva conoscenza, da parte dell'agente, dei dati protetti.
Avuto riguardo alle specificità dei sistemi informatici e delle trasmissioni telematiche, che consentono la manipolazione e l'uso di un enorme numero di dati senza la diretta interlocuzione con ognuno di essi da parte dell'agente, introdurre in via interpretativa l'ulteriore requisito della conoscenza effettiva dei dati manipolati, a corredo esplicativo della nozione di "accesso abusivo", equivarrebbe ad una sostanziale vanificazione della ratio incriminante.

Nella fattispecie le modalità dell'azione (ovvero la creazione del programma autoreplicante ed il suo "lancio" nel web) erano univocamente dirette ad inviare ed installare occultamente e fraudolentemente il programma, di cui XXXXX ha ammesso la paternità, ad una comunità indiscriminata ed inconsapevole di utenti, usandone i dati personali della rubrica di posta.

Ciò appare sufficiente per integrare la nozione di "accesso abusivo" penalmente rilevante, giacché è nel prelievo indesiderato dei dati personali dal domicilio informatico che va individuato il vero bene personalissimo protetto dalla norma, e non tanto nella conoscenza o conoscibilità di quelli da parte del soggetto agente.
In altri termini alla specificità dei sistemi informatici, che consentono l'uso di dati senza la "conoscenza" di essi, come tradizionalmente intesa, da parte dell'operatore, va correlata l'interpretazione della nozione di accesso posta dalla norma incriminante.
Nella prospettazione difensiva dell'appellante altro elemento caratterizzante la fattispecie incriminatrice, e non integrato, è costituito dall'assenza di elusione di misure di sicurezza informatiche, tali non potendo definirsi semplici opzioni di configurazione di un applicativo. In proposito si presentano totalmente condivisibili, ad avviso della Corte, le valutazioni svolte dal giudice di prime cure (pag. 18 della sentenza impugnata), da richiamarsi integralmente.

Come detto il programma Vierika, per potersi installare, modificava occultamente (con il primo script di comandi) le impostazioni di protezione di Internet Explorer; ciò non è posto in discussione dalla difesa, che le qualifica piuttosto come opzioni di configurazione del sistema.

Nella sostanza le "impostazioni di protezione" regolano l'esecuzione automatica di download e contenuti attivi durante la navigazione Internet, permettendo di configurare diversi livelli di protezione, con richiesta o meno di conferma da parte dell'utente e con eventuali barriere automatiche per determinati programmi o contenuti attivi.
Esse quindi non possono che rientrare nella nozione di "misure di sicurezza" a protezione del sistema; misure elementari, facilmente aggirabili, già predisposte nell'applicativo, ma comunque qualificabili misure di protezione, giacché esse attinenti esclusivamente non alla configurazione di Explorer (modalità di fruizione) ma alla maggiore o minore interazione passiva del sistema informatico, connesso al web, dall'esterno verso il suo interno.

Va pertanto confermato il giudizio di sussistenza del reato in esame, condotto nella sentenza impugnata.

La Corte ritiene peraltro fondati i motivi gradati di appello, relativi alla insussistenza delle aggravanti ritenute - in motivazione, giacché l'imputazione è priva di espressa contestazione ed il dispositivo fa riferimento ad una sola aggravante - dal giudice monocratico del Tribunale. Queste, pur non richiamate attraverso specifica indicazione delle norme di legge violate, sono state valutate contestate in fatto nel riferimento espresso, contenuto nella descrizione della condotta incriminata, "danneggiamento di programmi" ed al "pregiudizio per il corretto funzionamento" degli stessi (integranti le previsioni poste ai nn. 2 e 3 del comma 2 dell'art. 615 ter CP).
Invero non è ravvisabile, nelle modalità di installazione e di funzionamento del worm Vierika, in primo luogo alcun "danneggiamento" dei programmi del sistema dell'utente, né alcuna "modificazione" in senso informatico.

Quelli, infatti, anche dopo l'installazione occulta di Vierika, rimanevano perfettamente operativi, come in precedenza, con le stesse caratteristiche di fruizione e di scopi, senza alcuna modificazione di dati, ambiente, interazione, programma; in effetti Vierika si limitava ad usare occultamente i suddetti programmi (in particolare gli applicativi di navigazione web Explorer e di posta elettronica Outlook) ed i dati della rubrica di posta elettronica, senza alcuna modificazione (ovvero diversa quali non era stato progettato; data la duttilità e versatilità funzionale dei programmi applicativi più diffusi, deve invece ritenersi che "alterare" un programma significhi anche manipolarlo in modo che compia azioni non volute dall'utente, ovvero modificarne i parametri di funzionamento, anche secondo opzioni e possibilità previste nel programma stesso, contro la volontà dell'utilizzatore.

Ciò è quanto ha realizzato, diffusamente, il programma Vierika.
Non altrimenti che alterazione è definibile l'azione occulta ed indesiderata di modificazione del registro di di Windows, attraverso i comandi di programma Vierika "HKEY_CURRENT_USER" etc, che modificavano l'home page predefinita del browser, ed abbassando al livello minimo le protezioni; non altrimenti che alterazione di funzionamento sono definibili il comando e l'azione occulte di mass mailing.
Per conseguenza ne deriva compiutamente integrata la fattispecie delineata e punita dall'art. 615 quinquies CP, e per tale parte va confermata la sentenza di condanna di primo grado.
Per effetto della parziale riforma del giudizio di condanna va rideterminata la pena da infliggersi all'appellante.

Tenuti fermi il riconoscimento delle attenuanti generiche, la sostituzione della pena detentiva ex art. 53 L. 689\81 e la concessione del beneficio della non menzione della condanna, si reputa equo ed adeguato determinare la pena in mesi due di reclusione ed euro 2000 di multa (pena base di mesi tre ed euro 3.000), con pena detentiva sostituita con la pena pecuniaria corrispondente di Euro 2.280 di multa.
Titolo di reato e data di commissione consentono di condonare la pena ex L. 241\06.
Nel resto va confermata la sentenza appellata.

PQM

Visto l'art. 605 CPP, in parziale riforma della sentenza del Tribunale Monocratico di Bologna in data 21.7.05, dichiara l'appellante XXXXX responsabile del reato di cui all'art. 615 quinquies CP e con le già concesse attenuanti generiche determina la pena in mesi due di reclusione ed euro 2.000 di multa, sostituendo la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria di euro 2.280 di multa, e così complessivamente euro 4.280 di multa, che dichiara interamente condonata ex L. 241\06.
Dichiara non doversi procedere nei confronti dell' appellante XXXXX in ordine al reato di cui all' art. 615 ter CP, perché, esclusa l'aggravante, lo stesso è improcedibile per difetto di querela.

Conferma nel resto.

Indica in giorni 60 il termine per il deposito della sentenza.
Bologna, 30.1.08

Il Consigliere est.
Dott. Domenico Pasquariello
Il Presidente
Dott. Salvatore Guarino
Depositata in cancelleria il 27.03.2008

 
Di Teresa Lagreca (del 17/06/2008 @ 11:57:09 in Codice strada, linkato 396 volte)

"Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo od intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale".

E' censurabile, in relazione alla finalità perseguita dall'art. 140 D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Codice della strada), l'uso del cellulare per la ricerca di un numero telefonico nella relativa rubrica o per qualsiasi altra operazione dall'apparecchio stesso consentita, in quanto determina non solo una distrazione in genere (implicando lo spostamento dell'attenzione dalla guida all'utilizzazione dell'apparecchio stesso), ma anche l'impegno di una delle mani sull'apparecchio, con temporanea indisponibilità e, comunque, consequenziale ritardo nell'azionamento, ove necessario, dei sistemi di guida, ritardo non concepibile ove si consideri che le esigenze della conduzione del veicolo possono richiedere tempi psicotecnici di reazione immediati.

Questa la recente decisione della Cass. civ. Sez. II, 27-05-2008, n. 13766.

 

M.V.E. impugna per cassazione la sentenza 24.10.05 con la quale il G.d.P. di Alessandria ne ha respinto l'opposizione proposta avverso il verbale di contestazione n. 351821219 redatto nei suoi confronti dai Carabinieri di Spinetta Marengo per violazione dell'art. 173 C.d.S., comma 2, accertata il 14.4.05.

Parte intimata non svolge attività difensiva.

Attivatasi procedura ex art. 375 c.p.c., il Procuratore Generale invia requisitoria scritta nella quale, concordando con il parere espresso nella nota di trasmissione, conclude con richiesta di rigetto del ricorso.

Al riguardo le considerazioni svolte dal Procuratore Generale e la conclusione cui è pervenuto sono senza dubbio da condividere.

Si duole il ricorrente - denunziando violazione dell'art. 173 C.d.S., comma 2, - che il giudice a quo non abbia ritenuto valide le difese svolte, con le quali aveva evidenziato che non stava usando il telefono cellulare per conversare ma per prelevarne dati dalla rubrica, ed operato un'indebita interpretazione estensiva della norma, diretta, invece, a sanzionare il solo uso del telefono cellulare a fini di conversazione.

Il motivo è manifestamente infondato.

La ratio della norma - che costituisce una delle specificazioni alle quali rinvia dell'art. 140 C.d.S., comma 2, dopo aver posto, al comma 1, il principio generale per cui "Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo od intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale" così stabilendo a priori l'illegittimità d'una condotta di guida genericamente pericolosa riconducibile a ciascuna delle prescrizioni di seguito singolarmente dettate - è, infatti, intesa, come dimostra una coordinata lettura del suo testo integrale per cui "è consentito l'uso di apparecchi viva voce o dotati di auricolare ... che non richiedono per il loro funzionamento l'uso delle mani", a prevenire comportamenti tali da determinare, in generale, la distrazione dalla guida ed, in particolare, l'impegno delle mani del guidatore in operazioni diverse da quelle strettamente inerenti alla guida stessa.

Pertanto, l'uso del cellulare per la ricerca d'un numero telefonico nella relativa rubrica o per qualsiasi altra operazione dall'apparecchio stesso consentita, risulta, in relazione alla finalità perseguita dalla norma, censurabile sotto entrambi gli evidenziati profili, in quanto determina non solo una distrazione in genere, implicando lo spostamento dell'attenzione dalla guida all'utilizzazione dell'apparecchio e lo sviamemento della vista dalla strada all'apparecchio stesso, ma anche l'impegno d'una delle mani sull'apparecchio con temporanea indisponibilità e, comunque, consequenziale ritardo nell' azionamento, ove necessario, dei sistemi di guida, ritardo non concepibile ove si consideri che le esigenze della conduzione del veicolo possono richiedere tempi psicotecnici di reazione immediati.

Il giudice a quo non ha dunque, operato un'indebita interpretazione estensiva, bensì si è attenuto ad una lettura non solo logica ma anche letterale della norma.

L'esaminato motivo non meritando accoglimento, il ricorso va, dunque, respinto.

Parte intimata non avendo svolto attività difensiva, il ricorrente evita le conseguenze della soccombenza.

La Corte:
Respinge il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 febbraio 2008.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2008

 

 
Seconda ed ultima parte parte

Altri giudici di pace hanno sostenuto la necessità della taratura dell’apparecchio autovelox: G.d.P. Teano, 18.12.2000; G.d.P. Rovigo, 23.9.2004; G.d.P. Gonzaga, 9.12.2003; G.d.P. Porretta Terme, 6.12.2004; G.d.P. Taranto, 27.10.2004; Trib. Lodi, 22.5.2000. Tali pronunce hanno sancito l’applicazione della l. n. 273/1991 agli autovelox ed il conseguente obbligo della loro taratura.

E ancora: G.d.P. Ovada, 3.3.2006, Il quale dichiarò nulla la sanzione inflitta per eccesso di velocità rilevato mediante autovelox (nella specie modello 104/C-2) non sottoposto a taratura: non sussistevano sufficienti elementi di prova circa la correttezza e l’attendibilità della misurazione.

Nello stesso senso G.d.P. Lendinara, 22.4.2005, n. 96, e G.d.P. Genova, sez. II, 22.9.2006, anche se in quest’ultimo caso il giudice respinge il ricorso, ma per diversi motivi.

La taratura è quindi necessaria, in quanto è l’unico metodo con cui si può assicurare la riferibilità a campioni nazionali riconosciuti per legge: è l’unico sistema per verificare la presenza di errori sistematici rispetto a tali campioni, sia al momento della consegna dello strumento da parte del fabbricante sia durante l’uso.Qualsiasi strumento di misura, soprattutto di tipo elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovuti ad invecchiamento dei componenti, urti, vibrazioni, shock meccanici, shock termici, variazioni della tensione di alimentazione, etc.

Lo stesso manuale d’uso dell’autovelox modello 104/C-2, prescrive e raccomanda che debbano essere evitati urti, vibrazioni eccessive, cadute, l’esposizione a temperature superiori a 40°C ed inferiori a -10°C o a campi magnetici o elettrici, situazioni, queste, che possono alterarne il corretto funzionamento

Il giudice di pace di Lendinara, 22.4.2005, n. 96, ricorda, inoltre, che in virtù della legge n. 273/1991 la “taratura” degli autovelox può essere eseguita soltanto dai centri accreditati denominati “Sit”, ma a tutt’oggi nel nostro paese non esistono laboratori accreditati dal Sit per la taratura di strumenti misuratori della velocità di autoveicoli denominati autovelox

Ne consegue, che allo stato, in violazione di quanto stabilito dalla legge italiana (l. n. 273/1991) ed internazionale (UNI 30012), nessun autovelox viene assoggettato a tarature periodiche cosicché in Italia tutte le apparecchiature di rilevazione della velocità, sia quelle gestite direttamente dagli agenti di polizia, sia quelle a postazione fissa funzionanti in automatico cioè senza la presenza di personale, sono illegittimamente utilizzate.

Il Giudice di Pace di Lendinara, nella sua sentenza, per la normativa internazionale e italiana, annulla la multa di euro 148,85 dovuta a eccesso di velocità inflitta ad un avvocato di Rovigo che viaggiava ad una velocità di km/h 92, eccedendo di km/h 17 il limite massimo stabilito dall’ente proprietario della strada in km/h 70 (considerando la tolleranza prevista dal codice della strada, ovvero la riduzione della velocità del 5% con un minimo di 5 km/h. L’avvocato chiese al giudice di dichiarare la «nullità del verbale di contestazione per omessa taratura dell’apparecchiatura autovelox 104/C-2 prima dell’uso» e la «nullità del verbale per mancanza di prova della omologazione dell’apparecchio rilevatore per l’utilizzo senza operatore».

I motivi vennero ampiamente accolti dal magistrato onorario che, con un’articolata motivazione, spiegò come nel caso di specie «le risultanze dell’autovelox, sprovvisto di regolare certificato di taratura Sit, sono completamente inattendibili». In altre parole, l’autovelox in questione «non solo non era dotato di specifica omologazione per essere utilizzato senza operatore, ma non risultava essere mai stato tarato o sottoposto a revisione o manutenzione». Quindi, non c’era nessuna garanzia che la «velocità segnalata di 92 km/h corrispondesse a quella effettivamente tenuta dal ricorrente».

Tra l’altro, non va neppure trascurato che la presunta infrazione è stata rilevata alle ore 16.13 del 1.7.2004 dopo che l’apparecchio, rinchiuso in un contenitore di metallo, era da molte ore sottoposto ad irraggiamento solare raggiungendo molto probabilmente una temperatura superiore ai 40°C. La circostanza inficia ancor più l’attendibilità della rilevazione posto che il manuale d’uso sconsiglia proprio l’uso prolungato di autovelox in presenza di temperatura superiore ai 40°C.

 

Va, dunque, riaffermato il principio di diritto secondo cui l'obbligo, penalmente sanzionato, di corrispondere i mezzi vitali permane finchè lo "status" dell'avente diritto non muti a seguito di sentenza passata in giudicato, in quanto si tratta di obbligazione ex lege a tutela dell'interesse primario del familiare in stato di bisogno, rafforzata dalla procedibilità d'ufficio. Ne consegue che l'eventuale controversia sul vincolo parentale non costituisce questione pregiudiziale rispetto all'accertamento degli obblighi in questione e non legittima la sospensione del relativo procedimento penale (Sez. 6^, 13 luglio 2005, dep. 11 novembre 2005, n. 41018).

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 14-04-2008) 03-07-2008, n. 27051

 

Dopo la separazione, un padre viene a conoscenza che quello che credeva essere suo figlio invero non lo era.

Gravato dell’obbligo di mantenimento nei confronti del minore, decide di interrompere il versamento mensile.

Per questo fatto verrà chiamato a rispondere - e ritenuto colpevole – del delitto di violazione degli obblighi di assistenza famigliare, per avere fatto mancare i necessari mezzi di sussistenza al figlio minore, atteso che tali obblighi cessano solamente nel momento in cui è passata in giudicato la sentenza di disconoscimento di paternità ed i cui effetti si dispiegano con efficacia ex nunc, dunque soltanto dal momento dell’avvenuta decisione.

Ai fini della sussistenza del reato, il disconoscimento di paternità, sebbene accertato con sentenza passata in giudicato, opera ex nunc e non ex tunc. Il rapporto, cui fa riferimento la fattispecie incriminatrice relativa alla violazione degli obblighi di assistenza al "discendente di età minore", è collegato a una situazione ex lege, non alla filiazione naturale, e, pertanto, l'elemento materiale del reato non è cancellato dal successivo accertamento dell'inesistenza del rapporto di filiazione; situazione, è ovvio, che ha effetti giuridici a decorrere dalla definitività della sentenza di disconoscimento in virtù della quale lo status di "discendente", sotto il profilo naturale e ex lege, viene meno.

 

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 14-04-2008) 03-07-2008, n. 27051


Svolgimento del processo
 

1. R.P. impugna la sentenza in epigrafe indicata che, in parziale riforma della decisione del primo giudice, lo dichiarò responsabile del delitto di violazione degli obblighi di assistenza famigliare, per avere fatto mancare i necessari mezzi di sussistenza al figlio minore Pa..

2. Ad avviso della Corte d'appello, nonostante la moglie di R. abbandonò il figlio F. e porto con sè l'altro figlio Pa. e andò a vivere con il padre naturale del bambino, vi è comunque il reato allorchè la mancanza dei mezzi di sussistenza si riferisca a periodo anteriore al passaggio in giudicato della sentenza di disconoscimento di paternità. Pertanto, R.P. si è reso responsabile del reato contestato, senza che possa rilevare che all'assistenza abbia provveduto altri nè tanto meno avrebbe potuto operarsi una sorta di compensazione per la condotta di abbandono del figlio minore F. da parte della moglie G.A..

3. Il difensore di R. deduce:

- la erronea applicazione della legge penale e difetto di motivazione in relazione agli artt. 48 e 570 c.p., in quanto la Corte d'appello non ha tenuto conto della paggio in giudicato della sentenza di disconoscimento di paternità e dell'effetto ex tunc del disconoscimento di paternità. Il giudice d'appello avrebbe dovuto applicare l'art. 48 c.p., perchè certo di non essere il padre del piccolo Pa., tenuto con sè dalla madre e inserito nel suo stato di famiglia, ha pensato ragionevolmente di non essere obbligato al mantenuto anche in base alla lettera ricevuta dalla moglie con la quale confessava l'adulterio.

Inoltre, risulta accertato che il piccolo Pa. è stato mantenuto dalla madre e dal convivente e padre legittimo.

- la violazione di legge e il difetto di motivazione in relazione alla mancata concessione dei doppi benefici, sospensione della pena e non menzione della condanna.

4. Tale è la sintesi ex art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1 dei termini delle questioni poste.


motivi della decisione
 

1. Non è da revocare in dubbio che la persona tenuta agli obblighi di assistenza familiare non può liberarsi dagli stessi adducendo che il minore cui si fanno mancare i mezzi di sussistenza non sia figlio proprio. Ciò fino a quando la paternità non sia disconosciuta nelle forme di legge, ossia fino a quando non sia passata in giudicato la sentenza del giudice civile che accolga la relativa domanda giudiziale. E' da tale momento che viene meno il dovere, penalmente sanzionato, di provvedere all'assistenza del minore.

Il principio di diritto discende dalla generale regola iuris secondo cui, in tema di assistenza familiare l'obbligo, penalmente sanzionato, di corrispondere i mezzi vitali permane finchè lo "status" dell'avente diritto non muti a seguito di sentenza passata in giudicato. E invero si tratta di obbligazione ex lege a tutela dell'interesse primario del familiare in stato di bisogno, rafforzata dalla procedibilità d'ufficio. Ne consegue che l'eventuale controversia sul vincolo parentale non costituisce questione pregiudiziale rispetto all'accertamento degli obblighi in questione (Sez. 6^, 7 gennaio 1999, dep. 12 marzo 1999, n. 3292).

Ai fini della sussistenza del reato, il disconoscimento di paternità, sebbene accertato con sentenza passata in giudicato, opera ex nunc e non ex tunc. Il rapporto, cui fa riferimento la fattispecie incriminatrice relativa alla violazione degli obblighi di assistenza al "discendente di età minore", è collegato a una situazione ex lege, non alla filiazione naturale, e, pertanto, l'elemento materiale del reato non è cancellato dal successivo accertamento dell'inesistenza del rapporto di filiazione; situazione, è ovvio, che ha effetti giuridici a decorrere dalla definitività della sentenza di disconoscimento in virtù della quale lo status di "discendente", sotto il profilo naturale e ex lege, viene meno.

Va, dunque, riaffermato il principio di diritto secondo cui l'obbligo, penalmente sanzionato, di corrispondere i mezzi vitali permane finchè lo "status" dell'avente diritto non muti a seguito di sentenza passata in giudicato, in quanto si tratta di obbligazione ex lege a tutela dell'interesse primario del familiare in stato di bisogno, rafforzata dalla procedibilità d'ufficio. Ne consegue che l'eventuale controversia sul vincolo parentale non costituisce questione pregiudiziale rispetto all'accertamento degli obblighi in questione e non legittima la sospensione del relativo procedimento penale (Sez. 6^, 13 luglio 2005, dep. 11 novembre 2005, n. 41018).

2. Il secondo motivo è infondato.

La configurabilità del reato non è infatti esclusa dalla circostanza che altri vi abbia provveduto.

Come noto, ai fini della configurabilità del delitto di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, l'obbligo di assicurare i mezzi di sussistenza ai figli minori di età grava su entrambi i genitori e permane indipendentemente dalle vicissitudini dei rapporti coniugali, nè l'assolvimento del predetto obbligo da parte di uno dei genitori o anche da altri congiunti esenta in alcun modo l'altro (Sez. 6^, 21 settembre 2001, dep. 17 ottobre 2001, n. 37419; id. 12 novembre 2002, dep. 8 gennaio 2003, n. 57).

3. Il terzo motivo è fondato.

Il giudice d'appello, nonostante specifico motivo sul punto, non si è pronunciato sull'applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna nel certificato penale. Su tale punto avrebbe dovuto pronunciarsi, anche se la pena detentiva è stata convertita in quella pecuniaria ex L. n. 689 del 1981.

Come noto, la L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 57, comma 2, nel disciplinare gli effetti delle pene sostitutive, stabilisce che la pena pecuniaria si considera sempre tale, anche se sostitutiva di quella detentiva. Da ciò consegue che la condanna alla reclusione, sostituita con la pena pecuniaria, non è ostativa ai fini della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna nel certificato penale.

4. La sentenza impugnata va dunque annullata con rinvio alla Corte d'appello di Reggio Calabria affinchè provveda sulla richiesta di applicazione della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna sul certificato penale.

Il ricorso va rigettato nel resto.


P.Q.M.
 

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla pronuncia sull'applicazione dei benefici di legge e rinvia per nuovo giudizio sul punto alla Corte d'appello di Reggio Calabria; rigetta nel resto il ricorso.

Così deciso in Roma, il 14 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 3 luglio 2008

 

 
Di Teresa Lagreca (del 26/02/2008 @ 11:20:37 in Diritto di famiglia, linkato 603 volte)

Delicato argomento per le famiglie e non solo, mi rendo conto.

Dopo lunghe oscillazioni giurisprudenziali, si è pronunciato il Giudice delle leggi a Sezioni unite con la decisione Cass. civ. Sez. Unite, Ord., 05-02-2008, n. 2656.

La scuola può autonomamente decidere se svolgere l'educazione sessuale in classe, indipendentemente dall’eventuale disaccordo della famiglia del minore.

Il papà esercente la potestà genitoriale sul figlio minore W., alunno della quinta classe della scuola elementare di Bronzolo (BZ), conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Bolzano detto Istituto, la direttrice H.Q.R., l'insegnante H.H.V. e l'intendente scolastico di Bolzano S.W., chiedendo che si dichiarasse che i medesimi non avevano il diritto di svolgere lezioni di educazione sessuale in classe senza il consenso dei genitori di detto alunno e che quindi si vietasse lo svolgimento di tali lezioni durante l'orario dell'obbligo, con condanna al risarcimento del danno nel caso di avvenuta effettuazione.

Il ricorrente invocava principi costituzionali correlati a diritti fondamentali del cittadino, ed in particolare al diritto - dovere dei genitori, sancito dagli artt. 29 e 30 Cost., di provvedere all'educazione dei figli, così assumendo che una regola giuridica di ordine costituzionale imponga di escludere la sussistenza di un potere dell'amministrazione in grado di incidere sul bene protetto, secondo una prospettiva volta a configurare il fatto in sè dell'educazione sessuale come espressione di immoralità ed ateismo, ossia di valori antitetici a quelli coltivati nell'ambito familiare, e prima ancora ad attribuire al nucleo familiare una funzione esclusiva e totalizzante nel processo di crescita, educazione e maturazione dei figli.

 

La Corte di Cassazione rigettava la domanda attorea sulla scorta della incompetenza del giudice ordinario di provvedere (e dunque di rivolgersi, semmai, per la medesima domanda al giudice amministrativo) e sull'erroneo presupposto che esista nell'ordinamento un principio o una norma che riservi esclusivamente al giudice ordinario la tutela dei diritti costituzionalmente protetti, ma soprattutto non considera che il diritto fondamentale dei genitori di provvedere alla educazione ed alla formazione dei figli trova il necessario componimento con il principio di libertà dell'insegnamento dettato dall'art. 33 Cost. e con quello di obbligatorietà dell'istruzione inferiore affermato dall'art. 34 Cost..

"E' pertanto certamente ravvisabile un potere della amministrazione scolastica di svolgere la propria funzione istituzionale con scelte di programmi e di metodi didattici potenzialmente idonei ad interferire ed anche eventualmente a contrastare con gli indirizzi educativi adottati dalla famiglia e con le impostazioni culturali e le visioni politiche esistenti nel suo ambito non solo nell'approccio alla materia sessuale, ma anche nell'insegnamento di specifiche discipline, come la storia, la filosofia, l'educazione civica, le scienze, e quindi ben può verificarsi che sia legittimamente impartita nella scuola una istruzione non pienamente corrispondente alla mentalità ed alle convinzioni dei genitori, senza che alle opzioni didattiche così assunte sia opponibile un diritto di veto dei singoli genitori."

 

Cass. civ. Sez. Unite, Ord., 05-02-2008, n. 2656

Con atto di citazione notificato il 22 aprile 2002 M. A., esercente la potestà genitoriale sul figlio minore W., alunno della quinta classe della scuola elementare di Bronzolo, afferente all'Istituto Comprensivo Scolastico di lingua tedesca di L., conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Bolzano detto Istituto, la direttrice H.Q.R., l'insegnante H.H.V. e l'intendente scolastico di Bolzano S.W., chiedendo che si dichiarasse che i medesimi non avevano il diritto di svolgere lezioni di educazione sessuale in classe senza il consenso dei genitori di detto alunno e che quindi si vietasse lo svolgimento di tali lezioni durante l'orario dell'obbligo, con condanna al risarcimento del danno nel caso di avvenuta effettuazione.

Si costituivano in giudizio i convenuti e la Provincia autonoma di Bolzano, intervenuta spontaneamente, i quali deducevano tra l'altro il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, trattandosi di attività tipicamente discrezionale dell'Amministrazione scolastica relativa alla organizzazione del servizio.

Il M. proponeva quindi ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione, chiedendo la declaratoria di giurisdizione del giudice ordinario.

Resisteva con controricorso illustrato da successiva memoria la Provincia autonoma di Bolzano. Le altre parti intimate non svolgevano attività difensiva.

Il pubblico ministero nelle sue conclusioni scritte chiedeva dichiararsi la giurisdizione del giudice ordinario.

motivi della decisione
 

Va in primo luogo rilevata l'infondatezza dell'eccezione proposta dalla Provincia di Bolzano di inammissibilità del ricorso per mancanza di procura.

Ed invero detta procura risulta ritualmente apposta in calce all'originale del ricorso depositato dal ricorrente, notificato alle parti del giudizio instaurato dinanzi al Tribunale di Bolzano, Peraltro la prova della sua anteriorità rispetto alla notificazione è agevolmente desumibile dalla dichiarazione dell'ufficiale giudiziario attestante la provenienza della richiesta di notifica dalla parte e dal suo difensore avvocato Hofer di Bolzano.

Per quanto attiene alla questione di giurisdizione, va osservato che, come risulta dalla esposizione in fatto che precede, il M. ha chiesto in via principale una statuizione di carattere inibitorio, consistente nel divieto di impartire lezioni di educazione sessuale al figlio durante l'orario dell'obbligo, a tutela del proprio diritto, cui attribuisce il carattere della esclusività, alla educazione della prole, ed in via subordinata, per l'ipotesi di avvenuta effettuazione di dette lezioni, la condanna al risarcimento del danno. La domanda così proposta investe in via diretta ed immediata il potere dell'Amministrazione in ordine all'organizzazione ed alle modalità di prestazione del servizio scolastico, nel cui ambito trova esplicazione la decisione della direttrice dell'istituto e dei docenti di inserire l'educazione sessuale nel programma di insegnamento delle scienze naturali, e quindi attiene ad una scelta riconducibile, pur nella complessità delle implicazioni e nella rilevanza e delicatezza degli interessi coinvolti, alla potestà organizzatoria della istituzione scolastica, esercitata con disposizioni riconducibili alla pubblica amministrazione autorità.

Trova pertanto applicazione ai fini della giurisdizione il D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, art. 33, del sostituito dalla L. 21 luglio 2000, n. 205, art. 7, nel testo risultante dalla sentenza n. 204 del 2004 della Corte Costituzionale (e con le puntualizzazioni contenute nella successiva sentenza n. 191 del 2006), che nella materia dei pubblici servizi attribuisce al giudice amministrativo la giurisdizione esclusiva se in essa la pubblica amministrazione agisce esercitando il suo potere autoritativo, ovvero si avvale della facoltà riconosciutale dalla legge di adottare strumenti negoziali in sostituzione del potere autoritativo. Nell'alternativa tra l'esercizio di un potere inesistente da parte della pubblica amministrazione quale fonte di lesione di un diritto del privato ed oggetto della giurisdizione ordinaria e l'erroneo esercizio del potere quale oggetto di giurisdizione amministrativa ove fonte di pregiudizio, la situazione dedotta in controversia si colloca nella seconda sfera, non potendo contestarsi il potere dell'amministrazione scolastica di interferire con la sfera giuridica dell'attore, in relazione alla funzione essenziale della scuola non solo di istruire, ma anche di formare ed educare i fanciulli, in una prospettiva non antagonista, ma complementare a quella della famiglia.

A fronte dei provvedimenti adottati dall'istituto il ricorrente invoca principi costituzionali correlati a diritti fondamentali del cittadino, ed in particolare al diritto - dovere dei genitori, sancito dagli artt. 29 e 30 Cost., di provvedere all'educazione dei figli, così assumendo che una regola giuridica di ordine costituzionale imponga di escludere la sussistenza di un potere dell'amministrazione in grado di incidere sul bene protetto, secondo una prospettiva volta a configurare il fatto in sè dell'educazione sessuale come espressione di immoralità ed ateismo, ossia di valori antitetici a quelli coltivati nell'ambito familiare, e prima ancora ad attribuire al nucleo familiare una funzione esclusiva e totalizzante nel processo di crescita, educazione e maturazione dei figli.

Tale tesi difensiva non solo muove dall'erroneo presupposto che esista nell'ordinamento un principio o una norma che riservi esclusivamente al giudice ordinario la tutela dei diritti costituzionalmente protetti, ma soprattutto non considera che il diritto fondamentale dei genitori di provvedere alla educazione ed alla formazione dei figli trova il necessario componimento con il principio di libertà dell'insegnamento dettato dall'art. 33 Cost. e con quello di obbligatorietà dell'istruzione inferiore affermato dall'art. 34 Cost..

Il quadro costituzionale di riferimento pone con chiarezza, in relazione al processo formativo degli alunni della scuola pubblica, una esigenza di bilanciamento e coordinamento tra i diritti e doveri della famiglia e quelli della scuola, i quali peraltro trovano esplicazione nell'ambito dell'autonomia delle istituzioni scolastiche, che la L. 15 marzo 1997, n. 59, art. 21, sulla semplificazione amministrativa inserisce al primo comma nel processo di realizzazione dell'autonomia e della riorganizzazione dell'intero sistema formativo e che al nono comma identifica nella scelta libera e programmata di metodologie, strumenti, organizzazione e tempi di insegnamento, da adottare nel rispetto della possibile pluralità di opzioni metodologiche, e in ogni iniziativa che sia espressione di libertà progettuale.

E' pertanto certamente ravvisabile un potere della amministrazione scolastica di svolgere la propria funzione istituzionale con scelte di programmi e di metodi didattici potenzialmente idonei ad interferire ed anche eventualmente a contrastare con gli indirizzi educativi adottati dalla famiglia e con le impostazioni culturali e le visioni politiche esistenti nel suo ambito non solo nell'approccio alla materia sessuale, ma anche nell'insegnamento di specifiche discipline, come la storia, la filosofia, l'educazione civica, le scienze, e quindi ben può verificarsi che sia legittimamente impartita nella scuola una istruzione non pienamente corrispondente alla mentalità ed alle convinzioni dei genitori, senza che alle opzioni didattiche così assunte sia opponibile un diritto di veto dei singoli genitori.

Peraltro la verifica in concreto della legittimità delle determinazioni operate dalla istituzione scolastica nell'articolazione dei programmi e nella assunzione di metodi didattici, nel quadro dei principi costituzionali richiamati ed in attuazione del principio generale di autonomia affermato dalla legge statale, nonchè, in relazione alla fattispecie in esame, nel rispetto dei limiti della libertà di insegnamento riaffermata dalla Legge Provinciale 29 giugno 1987, n. 12, art. 18, e delle direttive specificamente attinenti alla materia sessuale contenute nella successiva Legge Provinciale 30 dicembre 1988, n. 64, di approvazione dei programmi didattici per la scuola primaria della Provincia di Bolzano, inerendo alla materia della organizzazione del servizio pubblico, appartiene - come già osservato - alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo. Tale giurisdizione si estende alla consequenziale domanda risarcitoria proposta, secondo il disposto del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 35, comma 1, sostituito dalla L. n. 205 del 2000, art. 7.

Sussistono giusti motivi, in relazione alla natura della controversia ed alla peculiarità degli interessi coinvolti, per compensare integralmente tra le parti le spese processuali di questo giudizio di cassazione e di quello pendente dinanzi al Tribunale di Bolzano.

P.Q.M.
 

La Corte di Cassazione, a sezioni unite, pronunciando sul ricorso, dichiara la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

Compensa le spese dell'intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili, il 15 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2008

 

La Suprema Corte con la decisione 30-01-2008, n. 4730, ha confermato la sentenza di condanna per violenza sessuale, pronunciata dalla Corte di Appello di Bologna, nei confronti di una madre che non aveva impedito al proprio coniuge di perpetrare degli abusi sessuali nei confronti delle figlie minori.

Nel caso in cui un genitore non impedisce all'altro genitore di abusare sessualmente delle figlie è penalmente responsabile del reato di violenza sessuale aggravata e continuata in quanto la funzione di "garanzia" verso i figli attribuita ai genitori dall'art. 147 c.c. comporta l'obbligo di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari ponendo in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa.

Il genitore esercente la potestà sui figli minori, come tale investito, a norma dell'art. 147 cod. civ., di una posizione di garanzia in ordine alla tutela dell'integrità psico - fisica dei medesimi, risponde, a titolo di causalità omissiva di cui all'art. 40 cpv. cod. pen., degli atti di violenza sessuale compiuti dal coniuge sui figli allorquando sussistano le condizioni rappresentate: a) dalla conoscenza o conoscibilità dell'evento; b) dalla conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul "garante"; c) dalla possibilità oggettiva di impedire l'evento.

 

Cass. pen. Sez. III, (ud. 14-12-2007) 30-01-2008, n. 4730

Svolgimento del processo

 

1 - La Corte di Appello di Bologna, con sentenza in data 2/3/2007, confermava la pronuncia del Tribunale di quella città in data 11/11/2004 con la quale B.V. era stata condannata, in concorso di attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, alla pena di anni sei di reclusione, siccome ritenuta responsabile del reato ascrittole, qualificato ai sensi dell'art. 40 c.p., comma 2, art. 609 bis c.p., comma 1 e art. 609 ter c.p., comma 1, nn. 1 e 5, e art. 81 cpv. c.p., per non aver impedito la commissione, da parte del marito Z.A., di abusi sessuali perpetrati sulle figlie minori V. e M. - abusi commessi, quanto a V., in (OMISSIS) dal (OMISSIS); quanto a M., dal (OMISSIS) fino al (OMISSIS).

Abusi per i quali il coniuge Z.A. era stato condannato, con sentenza irrevocabile, alla pena di anni dieci di reclusione.

1.2 - La Corte territoriale, nella sentenza impugnata, rispondendo a precisa censura sollevata dalla difesa, osservava:

1) che certamente l'imputata era venuta a conoscenza dei fatti oggetto del procedimento il 5/9/2000, a seguito delle rivelazioni fattele dalle figlie;

2) che le "cautele" adottate dalla B. successivamente a tale data, per evitare il ripetersi dei turpi comportamenti del coniuge, erano consistiti nell'espellere il marito dalla camera da letto, nel ridurre al minimo la propria permanenza fuori casa, nel rientrare a "sorpresa" nell'abitazione, nel non eseguire turni in ospedale durante le ore notturne, esercitando la prevenuta l'attività di medico chirurgo, geriatra. Comportamenti - questi - ritenuti dalla Corte di merito non solo del tutto inutili, ma, soprattutto, altamente frustranti per le figlie, tanto da indurre le stesse ragazze, dopo circa una settimana dalle rivelazioni fatte alla madre, "visto che non cambiava niente", a "ritrattare", a fare come se nulla fosse accaduto, confidando nella promessa del padre di recedere da simili atteggiamenti, promessa peraltro mantenuta solo per un mese.

Per contro - osservava la Corte di Appello - dalle dichiarazioni delle vittime era risultato che "intorno al 2000", ai rapporti completi, che non avvenivano alla presenza della prevenuta, si erano anche aggiunte "convocazioni" domenicali nel letto matrimoniale, durante le quali, lo Z., mentre consumava un rapporto con la moglie, "toccava" anche le figlie, fatte posizionare ai lati.

Era, pertanto, evidente la consapevolezza della donna, anche in epoca antecedente al 5/9/2000, circa i comportamenti del marito in danno delle minori, comportamenti che mai ella aveva contrastato in modo serio e risolutivo in difesa delle stesse. In sostanza, ad avviso dei Giudici del merito, la dottoressa B. aveva consapevolmente creato, con la reiterata omissione di contegni doverosi, lasciando che il marito continuasse a vivere nella stessa casa e per molte ore da solo con V. e M., le condizioni affinchè l'uomo continuasse indisturbato ad abusare delle minori, quotidianamente, con le raccapriccianti modalità disvelate dalle ragazze e confermate dalle intercettazioni.

2 - Avverso la sentenza della Corte di Appello ha proposto ricorso per Cassazione la B. a mezzo dei propri difensori, articolando a sostegno tre motivi.

2.1 - Con il primo, si deduce l'erronea applicazione dell'art. 40 c.p., comma 2.

I Giudici del merito avevano attribuito alla ricorrente una condotta omissiva "dolosa": per contro, l'atteggiamento omissivo della prevenuta era stato causato dall'erronea (e, quindi, "colposa") valutazione circa l'idoneità delle cautele da lei poste in essere al fine di evitare il protrarsi della condotta criminosa del marito.

Ella aveva, in buona sostanza, ritenuto di poter risolvere la situazione a livello endofamiliare, "facendo tutto da sola". A tale riguardo era mancata - da parte della Corte di merito - un'indagine approfondita sulle "cautele" adottate dalla ricorrente e sul perchè del loro fallimento, al fine di verificare se questo fosse dovuto alla dolosa volontà della B. di assecondare i crimini del marito o se, invece, si fosse trattato di tentativi - poi rivelatisi colposamente inidonei - volti ad evitare i delittuosi comportamenti.

2.2 - Con il secondo motivo di ricorso si deduceva difetto ed illogicità della motivazione laddove la Corte di merito nulla aveva motivato in ordine alla affermata sussistenza, in capo alla prevenuta, dell'elemento psicologico del dolo. A tale riguardo, la difesa, in ossequio all'art. art. 606 c.p.p., lett. e), come novellato dalla L. n. 46 del 2006, indicava i punti essenziali della decisione vulnerati da tali vizi, anche in considerazione del fatto che la Corte bolognese non aveva in alcun modo spiegato quali ulteriori cautele la donna avrebbe dovuto attuare dopo la "ritrattazione" delle figlie che, alle continue interrogazioni della madre, rispondevano in modo tranquillizzante, sia in relazione al periodo in cui il padre aveva interrotto la sua turpe condotta, sia avuto riguardo al periodo in cui l'aveva ripresa.

2.3 - Con il terzo motivo di ricorso si censurava il difetto di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche in forma prevalente sull'aggravante nonchè in punto di mancato riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 114 c.p..

3 - In data 27/11/2007 venivano depositati dall'Avv. Coppi motivi "nuovi", con i quali si ribadiva quanto precedentemente esposto nel ricorso e si sottolineava come la Corte di Appello non avesse colto alcune discrasie nel racconto delle ragazze. Ad esempio, appariva assolutamente inverosimile che, se effettivamente la donna fosse stata a conoscenza delle turpi abitudini del marito per le più volte ricordate "pratiche domenicali", risalenti - secondo M. e V. - ad epoca pregressa rispetto al 5/9/2000, la stessa avesse poi manifestato dolore e disperazione allorchè le figlie le avevano raccontato di essere state oggetto di violenza da parte del padre.

Per contro, la sentenza impugnata aveva fatto ricorso ai luoghi comuni, del tipo "non poteva non sapere", senza nulla motivare nè in ordine alla consapevolezza, in capo alla donna, dell'esistenza di un obbligo giuridico di impedire l'evento, nè in punto di chiara rappresentazione della possibilità del verificarsi dell'evento quale conseguenza della propria omissione.

Si insisteva nella richiesta di annullamento della sentenza.


motivi della decisione

 

4 - Il gravame va rigettato, essendo infondate le censure che lo sorreggono.

Di assoluta centralità, nell'economia della presente vicenda processuale, è la questione della sussistenza dei requisiti richiesti dalla giurisprudenza per l'applicabilità del principio della causalità cd. omissiva di cui all'art. 40 cpv. c.p., in relazione alle plurime condotte di violenza sessuale in danno delle figlie minori, contestate al marito della ricorrente, Z. A., separatamente giudicato.

Va premesso che il genitore esercente la potestà sui figli minori, in quanto investito di una posizione di "garanzia" in ordine alla tutela della integrità psico-fisica degli stessi, risponde penalmente degli atti di violenza sessuale compiuti dal coniuge sui figli, quando sussistano le condizioni costituite:

a) dalla conoscenza o conoscibilità dell'evento;

b) dalla conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul "garante";

c) dalla possibilità oggettiva di impedire l'evento.

Ai sensi del citato art. 40 c.p., l'equiparazione tra il non impedire un evento, che si abbia l'obbligo giuridico di impedire, ed il cagionarlo, consente di configurare la stessa equiparazione tra fattispecie commissive ed omissive improprie, tutte le volte che l'ordinamento giuridico ponga in capo al soggetto attivo dell'illecito il dovere di assicurare il rispetto del bene penalmente protetto.

In tal caso, infatti, l'inosservanza dell'obbligo di garantire la protezione del bene determina una situazione giuridica di parificazione al comportamento di colui che lo distrugge o lo danneggia (cfr. Cass. Sez. 3^, 19/1/2006 n. 4331, P.G. in proc. Biondillo ed altri).

La giurisprudenza di questa Corte, in ordine alla portata della previsione dell'art. 40 c.p., comma 2, ha ormai accolto, in modo pressochè univoco, quella formalistica, in contrapposizione a quella sostanzialistica, individuando l'origine dell'obbligo in oggetto in fonti formali, quali la legge, sia essa penale o extrapenale. La fonte dell'obbligo giuridico incombente sulla ricorrente va ravvisato nell'art. 147 c.c., che, nell'ambito dei doveri che gravano sui genitori, prevede, in particolare, l'obbligo di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei figli minori contro eventi naturali o altrui aggressioni ed - al successivo art. 330 - stabilisce che "il Giudice può pronunziare la decadenza dalla potestà quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri, con grave pregiudizio del figlio". 4.1 - In tal modo delineata, sotto un profilo giuridico, la responsabilità della ricorrente, occorre verificare se - nel caso nel caso sottoposto al vaglio della Corte - sussistano le tre condizioni poc'anzi richiamate per ritenere la colpevolezza dell'imputata, ai sensi del capoverso dell'art. 40 c.p..

4.2 - a) conoscenza o conoscibilità dell'evento.

A tale riguardo, i Giudici del merito, con motivazione congrua e giuridicamente corretta, hanno in primo luogo ritenuto che la attendibilità delle giovanissime vittime, già rigorosamente vagliata e posta a fondamento della sentenza irrevocabile di condanna nei confronti del padre, non potesse più essere messa in discussione.

Tanto premesso, la Corte territoriale ha esattamente ritenuto cha la data del disvelamento alla madre, da parte di V. e M., degli abusi subiti, dovesse essere fissata al 5 settembre 2000, data a partire dalla quale nessun dubbio, sull'accadimento dei fatti, poteva più essere nutrito dalla dottoressa B., ma che comunque, proprio sulla base di quanto narrato dalle due ragazze, la sua diretta partecipazione a significativi agiti sessuali in danno delle figlie durante lo squallido "rituale" domenicale, non poteva lasciarle margini di dubbio sui rapporti, completi o non che fossero, tra lo Z. e le minori.

D'altronde, la stessa linea difensiva della ricorrente, che non ha negato di sapere, ma ha soltanto affermato di aver creduto "di riuscire a fare tutto da sola", è stata, giustamente, ritenuta la migliore riprova della attendibilità delle figlie. Obietta la difesa che la circostanza che, dopo il 5/9/2000, sia V. che M. avessero rassicurato la madre, affermando che nulla, dopo quel giorno, era più accaduto, aveva sicuramente contribuito a rafforzare nella B. il convincimento di aver adottato tutte le precauzioni necessarie e sufficienti per evitare la reiterazione degli abusi. Al contrario, la Corte di merito, con motivazione esaustiva ed immune da discrasie logiche, ha bene evidenziato non solo come la donna avesse intuito che la "ritrattazione" delle figlie era avvenuta solo per porre fine ai litigi in famiglia e che, in realtà, il turpe copione posto in essere dallo Z. aveva ripreso vigore, dopo una brevissima interruzione (basti ricordare che la prevenuta, rientrando in casa, aveva più volte avuto modo di notare il letto disfatto, sporco di sangue e di sperma), ma ha anche evidenziato l'assoluta modestia, per non dire inconsistenza, delle cautele adottate, in quanto, in realtà, anche i rientri "a sorpresa" posti in essere, non erano poi tali ed, anzi, furono avvertiti dalle ragazze come un'ulteriore "presa in giro" (cfr. pag. 10 sent. impugnata), dal momento che il coniuge lasciava la chiave nella serratura e la B., per entrare in casa, era costretta a bussare alla porta.

L'atteggiamento ambiguo della donna e la sua volontà di proteggere comunque l'aguzzino delle sue figlie, stante l'intenso legame che la legava allo Z., sono stati desunti dalla Corte di Appello, con argomentazioni logiche e coerenti e, dunque, sottratte allo scrutinio di legittimità, dai colloqui telefonici - oggetto di captazione - tra la B. ed il Legale Avv. Lenzi (nel corso dei quali la prevenuta al di là delle più scontate emergenze processuali, si professava all'oscuro, di ogni accadimento) e dagli stessi sentimenti di pietà che la ricorrente, parlando del marito, cercava di suscitare nelle figlie per indurle ad accontentare il padre: "poverino, come fa?.., non può tornare in carcere (facendo riferimento ad una precedente condanna per parricidio riportata dallo Z. (n.d.r.)... si impicca (con ciò riferendosi ad un gesto di autolesionismo che l'uomo, in precedenza, aveva posto in essere).

4.3 - b) conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul "garante".

Sul punto, la Corte territoriale ha condivisibilmente affermato che la donna, medico ospedaliere, persona colta ed agiata, oltre che dotata di significativi mezzi economici, non avrebbe incontrato difficoltà - se solo lo avesse voluto - a rivolgersi a colleghi ed psicologici per farsi consigliare, dare supporto alle figlie e, nel contempo, trovare la strada migliore per agire, oltre che a tutela della sua onorabilità, soprattutto, nel rispetto della integrità psico-fisica delle minori.

Tanto premesso, i Giudici del merito hanno ineccepibilmente affermato che una donna di tale autonomia intellettiva, sociale ed economica non potesse essere una "vittima" sprovveduta ed indifesa nella manidi un uomo - qual'era lo Z. - non solo già condannato per un reato gravissimo, ma anche nullafacente e "mantenuto" dalla moglie. Tale "sudditanza" della B. nei confronti del coniuge era, dunque, frutto di una scelta di vita, di una precisa volontà di comunione, di uno scellerato legame che univa i due in modo indissolubile, anche a scapito delle primarie esigenze di salvaguardia della integrità fisica e morale delle figlie.

4.4 - c) possibilità oggettiva di impedire l'evento.

L'imputata, proprio in ragione di una situazione professionale ed economica sicuramente privilegiata, avrebbe avuto ogni possibilità - quanto meno una volta venuta "ufficialmente" a conoscenza degli abusi - di evitare il ripetersi di tali gravissimi fatti.

La prevenuta, compreso, per quanto sopra affermato, che la "ritrattazione" delle figlie non era affatto veritiera, ma dettata soltanto da ragioni di opportunità (la stessa sentenza di primo grado riferisce, a pag. 23, un passo della deposizione di V., secondo cui la madre non aveva affatto creduto alla ritrattazione delle ragazze, ma l'aveva quasi assecondata in modo liberatorio "Va bene, non è successo e basta"), constatate de visu, ripetutamente, le tracce evidenti di quei turpi rituali (sangue e liquido seminale rinvenuti nel letto matrimoniale), non si sarebbe dovuta accontentare - come esattamente rilevato dai Giudici del merito, con motivazione non censurabile in quanto del tutto logica e coerente - dei banali "accorgimenti domestici" posti in essere, non solo sperimentatisi del tutto inutili ed insufficienti, ma ancor più percepiti dalle figlie come frustranti, proprio in ragione della loro acclarata inutilità.

Per contro, la posizione di garanzia verso i propri figli, costituita dall'art. 147 c.c., in capo al genitore, comporta l'obbligo per costui di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari, adottando anche le misure più drastiche in vista del raggiungimento di tale scopo.

Tra i suddetti "doverosi" interventi rientrano anche i rimedi estremi, quali la denuncia dell'autore del reato ed il suo allontanamento dall'abitazione coniugale. La posizione di "garanzia" del genitore impone, infatti, a questi di porre in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa, posto che quell'obbligo di tutela del minore, che la legge affida al genitore, ha natura assolutamente prioritaria rispetto a qualsivoglia altra esigenza. Del resto, una corretta interpretazione esegetica del secondo comma dell'art. 40 c.p., laddove recita che "non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo", non indulge a considerazioni meno rigorose, posto che il principio della causalità equivalente - che grava sul soggetto "garante" - fa discendere la sua responsabilità penale non da qualsiasi omissione, ma solo dalla mancata adozione di comportamenti in grado di assicurare (in modo efficace) il rispetto del bene giuridicamente protetto.

5 - Le brevi considerazioni sopra esposte comportano la infondatezza dei primi due motivi di ricorso nonchè dei motivi "nuovi", essenzialmente fondati sulla tematica dell'erronea - e, dunque, colposa - valutazione, da parte della ricorrente, sia della propria capacità ad evitare il protrarsi degli atti di abuso, sia della ritenuta idoneità dei "rimedi" apprestati.

6 - Destituito di fondamento è anche il terzo motivo, relativo al difetto di motivazione in ordine al diniego dell'attenuante di cui all'art. 114 c.p., nonchè delle attenuanti generiche in forma prevalente rispetto alle contestate aggravanti.

La Corte territoriale, con motivazione esaustiva e giuridicamente corretta, ha sottolineato (cfr. pag. 12 sent. impugnata) che l'alta significatività delle aggravanti non consentiva di modificare, nel senso più favorevole richiesto dalla difesa, il giudizio di comparazione effettuato con le riconosciute attenuanti generiche e "generosamente attestato in termini di equivalenza". Il trattamento sanzionatorio) appariva, pertanto, insuscettibile di riduzione, anche perchè determinato in misura di poco superiore al minimo edittale.

7 - Circa l'invocata attenuante di cui all'art. 114 c.p., peraltro richiesta in modo assolutamente generico, va rammentato che la stessa costituisce un'eccezione alla regola di equiparazione delle varie forme di concorso di persona nel reato, fondata sul principio monistico del reato concorsuale.

Ne consegue che essa è configurabile soltanto quando l'opera prestata da taluno dei concorrenti sia stata non solo minore rispetto a quella dei correi, ma addirittura minima, sì da aver esplicato un'efficacia eziologia del tutto marginale e pressochè irrilevante nella produzione dell'evento.

La suddetta attenuante presuppone, dunque, un apporto differenziato nella preparazione o nell'esecuzione materiale del reato stesso:

essa, pertanto, non può ritenersi applicabile ai reati omissivi, in quanto il "non facere" è concetto ontologicamente antitetico alla sussistenza dei requisiti richiesti per il suo riconoscimento.

8 - Il proposto ricorso va, conclusivamente, rigettato.

Segue, a norma dell'art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, mentre, in ragione del contenuto dell'impugnazione, non si ritiene di applicare anche la sanzione amministrativa in favore della Cassa delle Ammende.


P.Q.M.

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2007.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 05/05/2008 @ 10:48:50 in Diritto di famiglia, linkato 649 volte)

Una mamma con il proprio bambino di tre anni ed un gruppo di familiari, si recano tutti insieme nella piscina di uno stabilimento balneare.

Pur presente il bagnino, il bimbo tragicamente affoga.

La mamma è stata ritenuta colpevole di omicidio colposo a causa della sua negligenza e distrazione per avere omesso, per colpa, di esercitare la necessaria vigilanza sul figlio minore.

La situazione era caratterizzata dalla presenza nello stabilimento balneare di numerosi familiari (il padre era assente), ma la madre aveva acconsentito genericamente che il bambino si accompagnasse al gruppo invece di affidarlo ad una persona specificamente individuata e incaricata della custodia.

Cass. pen. Sez. IV, (ud. 30-01-2008) 03-04-2008, n. 13939

Non costituisce causa sopravvenuta idonea ad escludere il rapporto di causalità e quindi la responsabilità del genitore – che, titolare di una posizione di garanzia per la protezione del figlio, per negligenza ha violato i suoi obblighi di vigilanza sul minore, poi deceduto per annegamento in una piscina – la condotta negligente dei gestori di uno stabilimento, tenuti a garantire la sicurezza dei bagnanti, in quanto la disattenzione del personale e la disorganizzazione della struttura non possono in alcun modo essere qualificati come accadimenti abnormi e assolutamente imprevedibili alla stregua del contenuto dell'art. 41, comma 2, cod. pen.

 

Svolgimento del processo - motivi della decisione

 
OSSERVA

1) Con sentenza 1^ dicembre 2004 del Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Salerno B.V. veniva condannata alla pena di anni uno di reclusione perchè ritenuta responsabile del delitto di cui all'art. 591 c.p., commi 1, 3 e 4 per aver abbandonato il figlio minore C.A. di anni tre che, il (OMISSIS), annegava in una piscina sita all'interno dello stabilimento balneare annesso all'hotel (OMISSIS). Il giudice di primo grado riteneva l'imputata responsabile del reato ascrittole perchè non aveva custodito adeguatamente il figlio.

La Corte d'assise di appello di Salerno, con sentenza 5 giugno 2007, ha parzialmente riformato quella di primo grado riqualificando l'imputazione originaria e ritenendo l'esistenza del reato di omicidio colposo di cui all'art. 589 c.p.; ha rideterminato anche la pena inflitta dal primo giudice riducendola a mesi cinque e giorni dieci di reclusione, ha concesso il beneficio della non menzione e ha ridotto l'entità della provvisionale concessa alla parte civile.

Il giudice di secondo grado, nell'esaminare l'imputazione elevata alla madre del bambino, ha escluso che nella condotta della medesima fosse ravvisabile l'elemento soggettivo richiesto, cioè il dolo generico costituito dalla consapevolezza dell'abbandono. Ha invece ritenuto che la madre fosse in colpa perchè, in una situazione caratterizzata dalla presenza nello stabilimento balneare di numerosi familiari (il padre era assente), aveva acconsentito genericamente che il bambino si accompagnasse al gruppo invece di affidarlo ad una persona specificamente individuata e incaricata della custodia.

La conseguenza era stata che nessuno dei parenti aveva seguito i movimenti del bambino e, anche per l'incuria del personale dello stabilimento e la disorganizzazione che lo caratterizzava per quanto riguarda la tutela della sicurezza delle persone (contro i responsabili si è proceduto separatamente) nessuno si era accorto che il bambino era caduto nella piscina e si era attivato per salvarlo.

2) Contro la sentenza d'appello ha proposto ricorso B. V. che ha dedotto, come primo motivo di censura, la violazione degli artt. 521 e 522 c.p.p.; secondo la ricorrente la Corte di merito non si sarebbe limitata ad una mera riqualificazione del fatto originariamente addebitatole ma avrebbe operato uno "stravolgimento" dell'originaria imputazione; dalla verifica della mancanza del dolo richiesto per ritenere esistente l'ipotesi di reato prevista dall'art. 591 c.p. non poteva che derivare l'assoluzione dal reato contestato nè poteva il fatto essere diversamente qualificato trattandosi di fatto diverso.

Secondo la ricorrente la sentenza impugnata avrebbe confuso l'evento con il fatto tipico senza tener conto che diversa era la condotta contestata, diverso l'elemento soggettivo e diversa la tipologia di reato (l'abbandono reato di pericolo; l'omicidio colposo reato di evento). Ciò avrebbe comportato una lesione del diritto di difesa ben diverse essendo le strategie processuali per difendersi da un'ipotesi di reato di natura dolosa rispetto ad un'ipotesi di natura colposa.

Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione dell'art. 41 c.p., comma 2 con riferimento all'esclusione dell'ipotesi che l'evento fosse riconducibile ad una causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinarlo con particolare riferimento - anche a voler ritenere esistente la colpa dell'imputata - alle inadempienze che caratterizzavano la gestione della struttura da ritenere del tutto eccezionali ed imprevedibili.

3) Il primo motivo, che si riferisce alla violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza di condanna, è infondato.

Com'è noto la giurisprudenza di legittimità si ispira, nel verificare la mancata corrispondenza tra accusa contestata e fatto ritenuto in sentenza, al principio secondo cui il parametro che consente di verificare, nel caso in cui sia accertato lo scostamento indicato, l'esistenza della violazione del principio in questione è costituito dal rispetto del diritto di difesa nel senso che l'imputato deve avere avuto, in concreto, la possibilità di difendersi dall'addebito contestatogli.

Si ha dunque il rispetto del principio nei casi in cui della violazione poi ritenuta in sentenza si sia trattato nelle varie fasi del processo ovvero in quelli nei quali sia stato lo stesso imputato ad evidenziare il fatto diverso quale elemento a sua discolpa (si vedano in questo senso, da ultimo, Cass., sez. 4, 15 gennaio 2007 n. 10103, Granata, rv. 236099; sez. 2, 23 novembre 2005 n. 46242, Mignatta, rv. 232774; sez. 4, 17 novembre 2005 n. 2393, Tucci, rv.

232973; 10 novembre 2005 n. 47365, Codini, rv. 233182; 25 ottobre 2005 n. 41663, Canonizzo, rv. 232423; 4 maggio 2005 n. 38818, De Bona, rv. 232427; sez. 1, 10 dicembre 2004 n. 4655, Addis, rv.

230771).

Naturalmente non deve trattarsi di fatto completamente diverso ed eterogeno in cui l'imputazione venga immutata nei suoi elementi essenziali (v. Cass., sez. 1, 14 aprile 1999 n. 6302, Iacovone; sez. 6, 14 gennaio 1999 n. 2642, Catone).

E' inoltre indiscusso che, se effettivamente verificatasi, la nullità è di ordine generale a regime intermedio e deve essere dedotta nei limiti previsti dagli artt. 180 e 182 c.p.p. (in questo senso v. Cass., sez. 2, 17 maggio 2006 n. 19585, Antonuccio, rv.

234199; sez. 4, 29 novembre 2005 n. 14180, Pelle, rv. 233952; sez. 5, 28 settembre 2005 n. 44008, Di Benedetto, rv. 232805).

Ma il caso in esame è caratterizzato da una circostanza particolarmente significativa: l'ipotesi di accusa cristallizzata nel capo d'imputazione era in realtà, pur essendo indicata la sola ipotesi di reato prevista dall'art. 591 c.p., riferita a due ipotesi di reato, quella anzidetta e quella prevista dal reato di cui all'art. 589 c.p. poi ritenuta dal giudice di secondo grado. Anzi può tranquillamente affermarsi che, al di là della mera affermazione di una condotta riferibile all'ipotesi di reato contestata ("lo abbandonava") tutte le condotte indicate nel capo d'imputazione sono riferibili ad un'ipotesi colposa e non certo dolosa.

A conferma della correttezza di questa valutazione espressa dalla sentenza d'appello (che parla di "ossimoro logico") è sufficiente leggere il capo d'imputazione che, dopo aver enunciato l'ipotesi di reato, esordisce con l'espressione "per negligenza e distrazione omettendo di esercitare la necessaria vigilanza sul figlio A." e quando fa riferimento all'abbandono prosegue affermando che il bambino si trovava "in sua compagnia sotto l'ombrellone e in assenza di altre persone idonee alla necessaria sorveglianza, lo abbandonava, trattenendosi a parlare sotto l'ombrellone con le amiche e non preoccupandosi di avvisare alcun congiunto per l'espletamento, in sua vece, di adeguata vigilanza, nonostante l'avesse visto dirigersi da solo verso l'area delle piscine e nonostante la nonna... l'avesse preavvertita che si recava a cambiarsi, e non preoccupandosi di cercarlo...".

Alcuna lesione del diritto di difesa si è dunque verificata perchè, a fronte della mera enunciazione dell'abbandono, la condotta contestata all'imputata era esclusivamente colposa (omissione di vigilanza, disattenzione, mancato avviso ai congiunti, negligente considerazione della circostanza che il bambino si allontanava da solo e che la nonna si era recata altrove).

E' dunque corretta la valutazione del secondo giudice che si è limitato a modificare il titolo di reato ma in alcun modo ha immutato l'imputazione o i fatti contestati limitandosi ad attribuire ai medesimi la corretta qualificazione giuridica e ravvisando il solo titolo di reato ipotizzabile per le condotte contestate.

4) L'esistenza delle condotte descritte e la loro natura colposa non formano oggetto delle censure contenute nel ricorso.

Erronea sarebbe invece, secondo la tesi della ricorrente che ne fa oggetto del secondo motivo di ricorso, la motivazione contenuta nella sentenza impugnata per quanto si riferisce all'esclusione che le condotte colpose dei terzi separatamente giudicati (in buona sostanza i gestori della struttura) potessero essere qualificate come cause sopravvenute da sole sufficienti a determinare l'evento.

Questa censura ripropone uno dei temi di maggior complessità del diritto penale che riguarda l'interpretazione dell'art. 41 c.p., comma 2 secondo cui "le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l'evento".

Si tratta di una norma di fondamentale importanza all'interno dell'assetto normativo che il codice ha inteso attribuire al tema della causalità e lo scopo della norma, secondo l'opinione maggiormente seguita, è quello di temperare il rigore derivante dalla meccanica applicazione del principio generale contenuto nell'art. 41 c.p., comma 1 in esame che si ritiene abbia accolto il principio condizionalistico o dell'equivalenza delle cause ("condicio sine qua non"). Anzi, secondo taluni autori questa norma escluderebbe che il codice abbia voluto accogliere integralmente la teoria condizionalistica essendo, il concetto di causa sopravvenuta, estraneo a questa teoria così come è da ritenere estraneo alla teoria della causalità adeguata.

E' stato affermato in dottrina che se il secondo comma in esame venisse interpretato nel senso che il rapporto di causalità dovesse ritenersi escluso solo nel caso di un processo causale del tutto autonomo verosimilmente si tratterebbe di una disposizione inutile perchè, in questi casi, all'esclusione si perverrebbe con la mera applicazione del principio condizionalistico previsto dall'art. 41 c.p., comma 1.

Deve pertanto trattarsi, secondo questo condivisibile orientamento, di un processo non completamente avulso dall'antecedente, di una concausa che deve essere, appunto, "sufficiente" a determinare l'evento. Ma questa sufficienza non può essere intesa come avulsa dal precedente percorso causale perchè, altrimenti, torneremmo al caso del processo causale del tutto autonomo per il quale il problema è risolto dall'art. 41 c.p., comma 1.

Su questa affermazione di principio deve ritenersi raggiunto un sufficiente consenso in quanto gli orientamenti (peraltro, a quanto risulta, quasi esclusivamente dottrinali) che sostenevano la tesi della completa autonomia dei processi causali non sembrano essere state più riproposte negli ultimi decenni.

In base alla ricostruzione che va sotto il nome della teoria della causalità "umana" si parte dalla premessa che, oltre alle forze che l'uomo è in grado di dominare ve ne sono altre - che parimenti influiscono sul verificarsi dell'evento - che invece si sottraggono alla sua signoria. Può dunque essere oggettivamente attribuito all'agente quanto è da lui dominabile ma non ciò che fuoriesce da questa possibilità di controllo.

Quali sono gli elementi esterni controllabili? Innanzitutto quelli dotati da carattere di normalità, cioè quelli che si verificano con regolarità qualora venga posta in essere l'azione. Ma non solo queste conseguenze si sottraggono al dominio dell'uomo ma altresì quelle che si caratterizzano per essere non probabili o non frequenti perchè comunque possono essere prevedute dall'uomo.

Che cosa sfugge invece al dominio dell'uomo? Ciò che sfugge a questo dominio - secondo l'illustre Autore che ha formulato la teoria - "è il fatto che ha una probabilità minima, insignificante di verificarsi: il fatto che si verifica soltanto in casi rarissimi... nei giudizi sulla causalità umana si considerano propri del soggetto tutti i fattori, esterni che concorrono con la sua azione, esclusi quelli che hanno una probabilità minima, trascurabile di verificarsi; in altri termini esclusi i fattori che presentano un carattere di eccezionalità".

Per concludere che per l'imputazione oggettiva dell'evento sono necessari due elementi, uno positivo e uno negativo: quello positivo "è che l'uomo con la sua condotta abbia posto in essere un fattore causale del risultato, vale a dire un fattore senza il quale il risultato medesimo nel caso concreto non si sarebbe avverato; il negativo è che il risultato non sia dovuto al concorso di fattori eccezionali (rarissimi). Soltanto quando concorrono queste due condizioni l'uomo può considerarsi autore dell'evento".

Perchè possa parlarsi di causa sopravvenuta idonea ad escludere il rapporto di causalità (o la sua interruzione come altrimenti si dice) si deve dunque trattare, secondo questa ricostruzione, di un percorso causale ricollegato all'azione (od omissione) dell'agente ma completamente atipico, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale; di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta.

E' noto l'esempio riportato nella relazione ministeriale al codice penale: l'agente ha posto in essere un antecedente dell'evento (ha ferito la persona offesa) ma la morte è stata determinata dall'incendio dell'ospedale nel quale il ferito era stato ricoverato.

Il che, appunto, non solo non costituisce il percorso causale tipico (come, per es., il decesso nel caso di gravi ferite riportate a seguito del ferimento) ma realizza una linea di sviluppo della condotta del tutto anomala, oggettivamente imprevedibile in astrattoe imprevedibile per l'agente che non può anticipatamente rappresentarla come conseguente alla sua azione od omissione (quest'ultimo versante riguarda l'elemento soggettivo ma il problema, dal punto di vista dell'elemento oggettivo del reato, si pone in termini analoghi).

Va infine rilevato che sia l'Autore che l'ha proposta che tutti coloro che l'hanno condivisa, compresa la giurisprudenza di legittimità e di merito, hanno affermato che la teoria della causalità "umana" - richiamata anche dalla sentenza delle sezioni unite 10 luglio 2002 n. 30328, Franzese, rv. 222138 in tema di causalità - è applicabile anche ai reati omissivi impropri.

5) Alla luce della ricostruzione che precede la tesi della ricorrente appare non condivisibile e i motivi proposti del tutto infondati avendo logicamente e motivatamente escluso, la sentenza impugnata, che possa ritenersi realizzata, nel caso di specie, l'ipotesi prevista dall'art. 41 c.p., comma 2.

Non è infatti possibile qualificare come inopinata, abnorme, assolutamente imprevedibile la condotta di coloro che gestivano lo stabilimento e che erano tenuti a garantire la sicurezza dei frequentatori ed in particolare la sicurezza dei bagnanti che utilizzavano la piscina. Eventi dannosi del tipo di quello verificatosi in concreto sono prevedibili anche in strutture adeguatamente protette e l'assenza di un bagnino addetto alla tutela dei bagnanti, o una sua incuria o disattenzione, non fuoriescono certo dalla sfera degli accadimenti ragionevolmente ipotizzabili da parte di una persona dotata di senso comune.

E' sgradevole affermarlo in una vicenda che ha già così duramente colpito i familiari del bambino ma la madre, titolare di una posizione di garanzia per la protezione del figlio, avendo violato per negligenza i suoi obblighi di vigilanza sui movimenti del minore - in particolare omettendo di affidarlo ad una persona espressamente incaricata della protezione o controllandolo personalmente e continuativamente - era in grado di prevedere che da questa condotta negligente potesse derivare un evento dannoso ed in particolare che, lasciato solo, il bambino potesse cadere nella piscina o entrarvi per il bagno senza essere adeguatamente protetto.

Insomma è la stessa natura insidiosa dei luoghi che rende non eccezionale l'evento verificatosi e, purtroppo, disattenzione del personale e disorganizzazione della struttura costituiscono fatti altrettanto prevedibili non idonei quindi ad interrompere la sequenza causale che ha portato al tragico evento.

Anche questo motivo deve pertanto essere ritenuto infondato.

6) Alle considerazioni svolte consegue il rigetto del ricorso con la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Ritiene la Corte che sussistano giusti motivi (in particolare l'esistenza dei rapporti familiari tra l'imputata e le parti civili costituite) per l'integrale compensazione delle spese tra le parti private del presente giudizio di legittimità.

 
P.Q.M.
 

la Corte Suprema di Cassazione, Sezione Quarta Penale, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali; dichiara interamente compensate tra le parti le spese di lite.

Così deciso in Roma, il 30 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 3 aprile 2008

 

Nel caso di successione nel contratto di locazione legge n. 392 del 1978, ex art. 6, nel momento in cui il coniuge separato ed assegnatario della casa coniugale sia subentrato nel contratto di locazione in sostituzione del coniuge, precedentemente titolare "ex latere conductoris", si è verificata una sorta di riconsegna (in senso del tutto figurativo e virtuale) dell'immobile al locatore da parte del vecchio conduttore, con contestuale consegna della cosa locata (sempre in senso figurativo) al nuovo conduttore, per cui la data di decorrenza del termine di cui al successivo art. 79 della legge n. 392 del 1978 ( È nulla ogni pattuizione diretta a limitare la durata legale del contratto o ad attribuire al locatore un canone maggiore rispetto a quello previsto dagli articoli precedenti ovvero ad attribuirgli altro vantaggio in contrasto con le disposizioni della presente legge. Il conduttore con azione proponibile fino a sei mesi dopo la riconsegna dell'immobile locato, può ripetere le somme sotto qualsiasi forma corrisposte in violazione dei divieti e dei limiti previsti dalla presente legge) va individuata - in linea di principio - in quella del provvedimento giudiziale di separazione personale dei coniugi, data dalla quale il conduttore non assegnatario cessa di essere tale, pur dovendosi far salva a suo favore la possibilità - a fronte di eventuale eccezione di decadenza - di dimostrare che l'effettivo rilascio dell'immobile sia avvenuto in data successiva a quella del provvedimento stesso.

Il provvedimento del giudice della separazione determina una cessione "ex lege" del contratto a favore del coniuge assegnatario che succede, pertanto, nella posizione di conduttore della casa coniugale con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non é più suscettibile di reviviscenza neppure nell'ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore. Peraltro, nel momento in cui si realizza detta successione, si verifica, altresì, in senso del tutto figurativo e virtuale, una sorta di riconsegna dell'immobile al locatore da parte del vecchio conduttore, con contestuale consegna, sempre in senso figurativo, della cosa locata al nuovo conduttore. Ne consegue che il termine semestrale di decadenza dall'azione di ripetizione delle somme corrisposte in violazione dei divieti e dei limiti della legge n. 392 del 1978, e di cui al secondo comma dell' art. 79 della medesima legge, comincia a decorrere dalla data del provvedimento giudiziale di separazione personale dei coniugi, fatta salva, per il coniuge conduttore non assegnatario, la possibilità di dimostrare che l'effettivo rilascio dell'immobile sia avvenuto in un momento successivo al provvedimento stesso.

Cass. civ. Sez. III, 17-07-2008, n. 19691


Svolgimento del processo


Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l'1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore Ba.Da. contro il conduttore B.G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L.R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell'art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 79.
Proposto dal Ba. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d'Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell'impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del Ba. per intervenuta decadenza.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il Ba..

motivi della decisione

Con l'unico motivo il ricorrente deduce la violazione della L. n. 392 del 1978, art. 79, comma 2, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell'immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.
Il motivo è infondato.
Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l'esercizio dell'azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi della L. n. 392 del 1978, citato art. 79.
Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il Ba., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell'assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:
1) il semestre L. n. 392 del 1978, ex art. 79 decorre - come sostiene la sentenza impugnata - dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perchè è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l'altro coniuge, assegnatario, mentre nell'ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell'originario conduttore, di un effettivo rilascio dell'immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;
2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell'effettivo rilascio da parte dell'originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall'interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;
3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell'immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall'azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.
L'ultima tesi va senz'altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dalla L. n. 392 del 1978, art. 79, comma 2.
La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l'esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l'inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell'immobile locato, nel senso cioè che esso "viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore" (Cass. 22.3.2005 n. 6152).
Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione ®riconsegna", utilizzata nell'art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l'immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell'immobile, intesa quest'ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.
E' ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l'inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma della L. n. 392 del 1978, art. 79 che sia strettamente vincolata al dato testuale.
E' però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell'immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.
In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 6, allorquando quest'ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un'ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario "con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell'ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore" (v. Cass. n. 10890/1993).
Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall'azione ex art. 79 della legge sull'equo canone dal fatto della riconsegna dell'immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.
In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l'esercizio di un proprio diritto dipenda dall'elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l'agente sia divenuto totalmente estraneo.
E' comunque innegabile che, nel caso di successione nel contratto di locazione L. n. 392 del 1978, ex art. 6, nel momento in cui il coniuge separato ed assegnatario della casa coniugale sia subentrato nel contratto di locazione in sostituzione del coniuge, precedentemente titolare ex latere conductoris, si sia verificata una sorta di riconsegna (in senso del tutto figurativo e virtuale) dell'immobile al locatore da parte del vecchio conduttore, con contestuale consegna della cosa locata (sempre nel senso figurativo sopra specificato) al nuovo conduttore.
Conseguentemente, in questa ipotesi, la data di decorrenza del semestre va individuata - in linea di principio - in quella del provvedimento giudiziale di separazione personale dei coniugi, data dalla quale il conduttore non assegnatario cessa appunto di essere tale, pur dovendosi far salva a suo favore (come abbiamo anticipato nella premessa) la possibilità - a fronte di eventuale eccezione di decadenza - di dimostrare che l'effettivo rilascio dell'immobile sia avvenuto in data successiva a quella del provvedimento stesso.
Deve, dunque, ritenersi che, coerentemente con le ragioni sistematiche sopra evidenziate, nel caso di specie la Corte di merito abbia correttamente ritenuto che il provvedimento di omologazione della separazione consensuale dei coniugi B.- L., emesso in data 5.2.97 dal Tribunale di Bergamo, abbia estinto definitivamente il rapporto di locazione in capo al B. medesimo e che quest'ultimo abbia da quel momento perduto la qualità di conduttore, con la conseguenza che da quella data iniziava a decorrere, per il B., il termine di proponibilità di eventuali azioni per la ripetizione di somme versate per canoni contra legem.
Si aggiunga che nella specie, risultando dallo stesso ricorso per separazione dei coniugi predetti che il marito aveva già abbandonato la casa coniugale al momento della proposizione della domanda, ne deriva che non si rende necessario alcun accertamento circa la data dell'effettivo rilascio dell'immobile da parte del B., dovendosi far coincidere l'inizio della decorrenza del semestre con la data del provvedimento giudiziale di separazione.
Per completezza di motivazione, si rileva che la validità delle argomentazioni che precedono non resta inficiata dalla considerazione, fatta propria dal primo giudice, che - ove si facesse decorrere il termine di decadenza previsto dalla L. n. 392 del 1978, art. 79 dal subentro di un nuovo conduttore nel contratto di locazione, ai sensi dell'art. 6 della stessa legge - l'esercizio dell'azione di ripetizione da parte dell'ex conduttore avrebbe esposto quello subentrante al rischio di ritorsioni ad opera del locatore, in quanto, come ha giustamente rilevato la Corte di merito, la soluzione della quaestio iuris qui accolta risulta la sola che appaia coerente con l'esigenza primaria di certezza dei rapporti giuridici che è connaturata all'istituto stesso della decadenza e postula una sua preminenza rispetto all'altra esigenza, pur essa legittima, che investe la tutela del contraente più debole nel contratto di locazione ed era stata ritenuta più cogente dal giudice di prime cure.
Il ricorso va, pertanto, rigettato, mentre ricorrono, considerata la novità della questione dibattuta, giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Spese del giudizio di Cassazione.
Così deciso in Roma, il 27 maggio 2008.

Depositato in Cancelleria il 17 luglio 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 28/05/2008 @ 09:51:40 in Codice strada, linkato 549 volte)

Proprio ieri ne stavamo parlando.

Confermato l’orientamento secondo cui, in caso di rifiuto di sottoporsi al test dell’etilometro, troverà applicazione soltanto la pena meno grave ex art. 186 comma 2 lett. a) C.d.S.

Non solo.

Per verificare le ipotesi più gravi previste dall'art. 186 C.d.S. è necessario l' accertamento tecnico del livello effettivo di alcol nel sangue.

Cass. pen. Sez. IV, 11-04-2008, n. 19486

Relativamente alla fattispecie di reato di guida in stato di ebbrezza, il giudice ben può formare il suo libero convincimento in base ad elementi probatori acquisiti, a prescindere dall'accertamento tecnico del livello effettivo di alcol contenuto nel sangue, in forza dei principi generali in materia di prova e ciò in particolare, allorché il guidatore si rifiuti di sottoporsi a detti esami. In tal caso gli agenti verbalizzanti devono indicare nella notizia di reato, ai sensi dell'art. 347 cod. proc. pen., le circostanze sintomatiche (alito vinoso, alterazione della deambulazione, eloquio sconnesso ed altro) dell'esistenza dello stato di ebbrezza desumibili dallo stato del soggetto e dalla condotta di guida. La possibilità per il Giudice di avvalersi, ai fini dell'affermazione della sussistenza dello stato di ebbrezza, delle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatori va circoscritta alla fattispecie meno grave, quella di cui all'art. 186, comma 2, lett. a), D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Cod. Strad.), imponendosi per le ipotesi più gravi l'accertamento tecnico del livello effettivo di alcol nel sangue.

 

Svolgimento del processo - motivi della decisione

 

1. Il P.M. presso la Procura della Repubblica di Bergamo chiedeva l'emissione di decreto penale di condanna nei confronti di S. R., per il reato di guida in stato di ebbrezza alcolica e per rifiuto di sottoporsi al test con l'etilometro (fatto avvenuto il 18.4.2007).

Il GIP non accoglieva la richiesta, ma pronunciava sentenza, in data 31.8.2007, ai sensi dell'art. 129 c.p.p. di proscioglimento con la formula "il fatto non sussiste" per il reato ex art. 186 C.d.S., commi 2 e 6, e con la formula "il fatto non è previsto dalla legge come reato" per la fattispecie di rifiuto all'esecuzione degli accertamenti. Rilevava il Giudice che il D.L. 3 agosto 2007, n. 117 aveva depenalizzato il fatto di rifiuto; altresì, il nuovo testo dell'art. 186 C.d.S., richiedeva uno specifico accertamento tecnico del valore del tasso alcolemico, con pene progressivamente in aumento in relazione al maggiore valore riscontrato; per cui, doveva ritenersi esclusa la configurabilità del reato nel caso di mancanza di detto accertamento, come avvenuto nella fattispecie.

2. Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Brescia proponeva ricorso per Cassazione contestando l'interpretazione adottata dal GIP, intesa ad escludere l'accertamento dello stato di ebbrezza del guidatore in base ad elementi sintomatici esterni, essendo la sanzione penale, ora stabilita dal legislatore, collegata a precisi livelli alcolemici.

3. Il Procuratore presso la Corte di Cassazione chiedeva l'accoglimento del ricorso, con l'annullamento con rinvio della sentenza.

L'imputato presentava memoria instando per il rigetto del ricorso.

4. Il ricorso va accolto perchè fondato.

Si osserva che il precetto penale cui fa riferimento l'art. 186 C.d.S., è riportato al primo comma di detto articolo nel senso che "è vietato guidare in stato di ebbrezza in conseguenza dell'uso di bevande alcoliche". Al riguardo, la giurisprudenza formatasi sotto la formulazione dell'articolo precedente alle modifiche apportate dal D.L. n. 117 del 2007 (poi, convertito in L. 2 ottobre 2007, n. 160) riteneva che il dato sintomatico esterno (alito vinoso, alterazione della deambulazione, eloquio sconnesso ed altro) era, comunque, idoneo a comprovare lo stato di ebbrezza. D'altro canto, il nuovo testo legislativo non esclude di per sè che il Giudice formi il suo libero convincimento in base ad elementi probatori acquisiti, a prescindere dall'accertamento tecnico del livello effettivo di alcol contenuto nel sangue, ai sensi dei principi generali in materia di prova (v. art. 187 c.p.p. e segg.; in specie l'art. 192 c.p.p.).

Ciò appare possibile, in particolare, allorchè il guidatore si rifiuta di sottoporsi a detti esami, nel qual caso la norma regolamentare tuttora in vigore (art. 379 c.p.p.) impone agli agenti verbalizzanti di indicare nella notizia di reato, ai sensi dell'art. 347 c.p.p., le circostanze sintomatiche dell'esistenza dello stato di ebbrezza desumibili dallo stato del soggetto e dalla condotta di guida.

Del resto, una diversa interpretazione determinerebbe un "vulnus" essenziale al sistema di repressione e controllo disposto da legislatore a fronte del grave fenomeno della guida in stato di alterazione per l'uso di alcol, comportante sempre maggiori situazioni di pericolo per gli utenti della circolazione stradale;

difatti, nel caso di rifiuto del soggetto di sottoporsi al test, la sua condotta non sarebbe in alcun modo penalmente sanzionabile.

Deve solo aggiungersi che la possibilità per il Giudice di avvalersi, ai fini dell'affermazione della sussistenza dello stato di ebbrezza, delle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatoli va circoscritta alla fattispecie meno grave, quella di cui all'art. 186 C.d.S., comma 2, lett. a), imponendosi per le ipotesi più gravi l'accertamento tecnico del livello effettivo di alcol nel sangue.

5. Pertanto, la sentenza impugnata va annullata con rinvio al Tribunale di Bergamo, che si uniformerà al principio di diritto enunciato.

 
P.Q.M.
 

La Corte di Cassazione Sezione Quarta Penale annulla il provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale di Bergamo.

Così deciso in Roma, il 11 aprile 2008 Depositato in Cancelleria il 15 maggio 2008

 
Di Teresa Lagreca (del 15/09/2007 @ 09:49:54 in Codice strada, linkato 661 volte)

La taratura dell'apparecchio autovelox, garantisce la corrispondenza originaria dell'apparecchio al modello previsto dalla legge, ed è l'unica operazione che, effettuata con cadenza periodica, è in grado di assicurare la funzionalità dell'apparecchio, accertando la persistente conformità delle misurazioni a campioni metrologici nazionali depositati presso gli enti preposti.

La chiarezza e logicità della motivazione, nella decisione del Giudice di pace Catania, 01-06-2007

Giudice di pace di Catania

Con ricorso depositato in Cancelleria in data 21/12/06, T.C. si opponeva al verbale di contestazione n 43506/06 elevato dai V.V.U.U. di Misterbianco in data 18/07/06 per la violazione dell'art. 142 comma 8 del C.d.S.

La ricorrente, con il proposto ricorso deduceva vari motivi, in accoglimento dei quali, chiedeva la declaratoria di nullità di detto verbale.

Si costituiva in giudizio il Comune di Misterbianco, mediante deposito di comparsa, eccependo, preliminarmente, la carenza di legittimazione attiva della ricorrente chiedendo, nel merito, il rigetto del presente ricorso per la sua infondatezza in fatto ed in diritto.

motivi della decisione

Il presente ricorso deve essere accolto per la motivazione di seguito esposta.

Preliminarmente deve evidenziarsi, con riferimento all'eccezione preliminare del Comune di Misterbianco, che la ricorrente è legittimata a proporre opposizione al presente verbale, atteso che, dalla documentazione prodotta in atti, risulta comproprietaria, unitamente a T.G., del veicolo Ford KA tg BS.

La ricorrente, tra le varie doglianze, deduce l'omessa taratura dell'apparecchio con il quale è stata effettuata la misurazione della velocità del veicolo poi contravvenzionato.

Avuto riguardo delle prove documentali versate in atti, è agevole rilevare la fondatezza del motivo di opposizione concernente la illegittimità del verbale opposto per non affidabilità dei rilievi effettuati, tali da rendere il calcolo non sicuro per mancanza del periodico controllo tecnico dell'apparecchiatura impiegata.

Infatti, la taratura, che garantisce la corrispondenza originaria dell'apparecchio al modello previsto dalla legge, è l'unica operazione che, effettuata con carenza periodica, è in grado di assicurare la funzionalità dell'apparecchio, accertando la persistente conformità delle misurazioni a campioni metrologici nazionali depositati presso gli enti preposti.

Come è noto, i presupposti dell'accertamento della velocità consistono nell'uso di sofisticate apparecchiature tecniche, le quali hanno bisogno, di una idonea certificazione riguardante il loro buon funzionamento.

Degna di nota è da ritenere la sentenza n. 363/00 del Tribunale di Lodi, il quale facendo proprie le risultanze della CTU, disposta in corso di causa su autovelox e redatta dal Dott. P.S., direttore dell'Istituto Galileo Ferrarsi di Torino, ha statuito che nessuna tolleranza forfetaria, neppure quella del 5% di cui all'art. 345 reg. CdS può sostituire la taratura, unica operazione in grado di rilevare errori sistematici, che non può essere sostituita da alcun sistema di autodiagnosi.

La sentenza ha accertato inoltre che i possibili errori di misura derivanti dalla mancanza di taratura possono portare a valori dell'incertezza di misura dal +/- 14,7% al 15,9% ed ha altresì precisato che "in tema di determinazione dell'osservanza dei limiti di velocità, non possono essere considerate fonti di prova le risultanze delle apparecchiature solamente omologate, ma è necessario che tali risultanze siano riferibili a strumenti la cui funzionalità ed affidabilità siano preventivamente e periodicamente certificate e documentate dagli enti preposti a tali controlli al fine di eliminare qualsiasi dubbio sulla certezza ed attendibilità della misurazione".

Nel caso in esame, il certificato di conformità emesso dalla S. S.P.A., e prodotto dal resistente, non risulta essere emesso in conformità con quanto prescritto dalla legge 273/91 (istitutiva del Sistema nazionale di taratura e dei centri di taratura S.I.T. istituzionalmente competenti alla taratura degli strumenti di misura nonché al rilascio di certificati periodici in conformità alle norme OIML della quale l'Italia fa parte) e dalle norme comunitarie UNI EN 30012, successivamente integrate nelle UNI EN 10012, dove si afferma che "alla presente norma europea deve essere attribuito lo status di norma nazionale, o attraverso pubblicazione di un testo identico mediante notifica di adozione, entro Aprile 1994 e, entro tale data, le norme nazionali in contrasto, devono essere ritirate".

E' innegabile, nel caso in questione, che a causa del malsicuro ed inattendibile risultato della misurazione del preteso eccesso di velocità, mancano, ai sensi dell'art. 23 L. 689/81, le prove sufficienti della responsabilità dell'opponente. Per le suesposte ragioni il ricorso va accolto, e conseguentemente va annullato l'impugnato verbale di contestazione n. 43506 dai V.V.U.U. di Misterbianco in data 18/07/06.

L'accoglimento del sopra descritto motivo di ricorso comporta l'assorbimento delle censure residue in quanto di carattere subordinato rispetto alla superiore doglianza.

Ricorrono motivi di giustizia sostanziale ex art. 92 c.p.c. per compensare integralmente tra le parti le spese di causa in considerazione delle discordanti pronunce giurisprudenziali in questa materia.

P.Q.M.

Il Giudice di Pace, Dott. Antonio Lentulo, definitivamente pronunciando, sul ricorso proposto T.C., ogni contraria istanza eccezione e difesa disattesa, così provvede:

per la causale di cui in motivazione, accoglie il ricorso e, per l'effetto, annulla il verbale di contestazione n. 43506 elevato dai V.V.U.U. di Misterbianco in data 18/07/06.

Compensa integralmente tra le parti le spese del presente giudizio.

Così deciso in Catania addì 28 maggio 2007.

Depositata in Cancelleria l'1 giugno 2007.

 

Nota a sentenza, Cass. civ. Sez. III, 07-10-2008, n. 24752.

A seguito di un grave sinistro stradale, con decesso di una delle vittime, l’assicurazione del veicolo autore del sinistro, era stata condannata dal Tribunale di Roma, in solido con gli autori del fatto materiale, a risarcire i danni da sinistro stradale.

Invero, il Tribunale adito, aveva statuito un provvedimento di condanna in solido della Nuova Tirrena, ma tale risarcimento era stato limitato al massimale di legge, pari all’epoca dei fatti anno 1999 a lire 1.500.000.000, in quanto aveva ritenuto natura indennitaria e non risarcitoria la prestazione dovuta dall’assicurazione.

 La Corte di Appello confermava la decisione.

Gli eredi dell’assicurato ricorrevano per Cassazione.

La recente decisione della Suprema Corte, confermando la decisione della Corte di Appello, ha espresso il seguente principio di diritto, secondo cui

Per i danni conseguenti alla circolazione stradale, l'obbligazione dell'assicuratore è contenuta nei limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione in quanto la solidarietà fra assicurato ed assicuratore ha natura atipica (cosidette obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo, volte a rafforzare un debito principale), e perciò l'unicità della prestazione, non mutando nei confronti dell'assicurazione la natura indennitaria, trova un limite nel titolo che la costituisce a carico dell'assicuratore e cioè la L. n. 990 del 1969, art. 18, secondo cui il danneggiato può agire direttamente nei confronti dell'assicurazione del responsabile del danno entro i limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione avendo la sua iniziativa l'unico effetto di mutare coattivamente il beneficiario della prestazione che anzichè l'assicurato diviene il danneggiato, ma non muta l'oggetto del contratto di assicurazione della responsabilità civile da circolazione dei veicoli che è l'indennizzo, mentre il debito del danneggiante, essendo risarcitorio, è illimitato.

Cass. civ. Sez. III, 07-10-2008, n. 24752

 

Svolgimento del processo

La s.p.a. Nuova Tirrena con atto del 4 marzo 1999, si opponeva al precetto per il pagamento di L. 2.388.822.304 intimatole da T. V. e S.Q., D., M., C., A. e Vi.. deducendo che il dispositivo del titolo esecutivo, costituito dalla sentenza del Tribunale di Roma del 13 gennaio 1999 che l'aveva condannata, in solido agli eredi del suo assicurato N.A., a risarcire i danni da sinistro stradale, era stato corretto, a norma dell'art. 287 c.p.c., con ordinanza dell'11 marzo 1999, e con questo provvedimento la condanna in solido della Nuova Tirrena era stata limitata al massimale di legge, pari a L. 1.500.000.000.

Successivamente detta assicurazione si opponeva ai pignoramenti del 9 e del 21 aprile 1999.

Il Tribunale di Roma, riunite le opposizioni, dichiarava cessata la materia del contendere per l'opposizione a precetto e all'esecuzione al primo pignoramento ed accoglieva l'opposizione al secondo pignoramento dichiarando che il credito azionato era pari a L. 1.515.000.000, e che l'azione esecutiva non poteva eccedere il massimale di legge.

Interponevano appello i creditori opposti deducendo che il Tribunale, senza alcuna motivazione, aveva escluso il loro diritto a procedere esecutivamente per il pagamento dell'intero debito indennitario quale risultante dal titolo esecutivo. In particolare infatti il Tribunale, basandosi sulla correzione del dispositivo, non aveva considerato la differenza tra vincolo di responsabilità e vincolo di solidarietà, così violando l'art. 1292 c.c., secondo cui soltanto nei rapporti interni tra assicuratore e assicurato vi è il vincolo di responsabilità e rileva il massimale di polizza, mentre nei confronti del danneggiato il debito del danneggiante e dell'assicuratore sono legati da vincolo di solidarietà per l'intero ammontare.

 

Con sentenza del 25 settembre 2003 la Corte di appello di Roma respingeva il gravame perchè l'interpretazione del titolo esecutivo effettuata dal Giudice di primo grado, integrato dall' ordinanza di correzione del dispositivo con cui espressamente era stata limitata la responsabilità solidale dell'assicurazione nei confronti dei danneggiati entro il massimale di legge, era giuridicamente corretta in quanto conforme non solo alla loro domanda introduttiva del giudizio sostanziale, ma anche alla L. n. 990 del 1969, art. 18, che costituisce un'obbligazione solidale atipica. Ricorrono per cassazione Q., V., V., T., M., C., A., S.D. e T.V. cui resiste la Nuova Tirrena Assicurazioni s.p.a. Quest' ultima ha depositato memoria.

 

motivi della decisione

Con il primo motivo deducono: "Violazione e falsa applicazione dell'art. 1292 c.c., e dell'art. 2055 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3".

 

La Corte di appello, nell'interpretazione del titolo esecutivo, ha disatteso il principio secondo cui il vincolo di responsabilità tra assicuratore e assicurato danneggiante è atipico (c.d. obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo): infatti quella dell'assicurazione è contrattuale e quella del danneggiante è aquiliana e quindi sono entrambi responsabili per l'intero ammontare verso il danneggiato, che può agire in executivis per l'intero anche nei confronti soltanto dell'assicurazione (artt. 1292 e 2055 c.c.) che avrà poi il regresso nei confronti dell'effettivo responsabile per la quota eccedente. L'azione diretta risarcitoria nei confronti dell'assicurazione conferita dalla L. n. 990 del 1969, art. 18, è autonoma dal rapporto interno di assicurazione e quindi le eccezioni ai sensi della cit. L. art. 18,comma 2, dell'assicuratore sono inopponibili al terzo.

 

E se l'assicuratore, ai sensi della cit. L. art. 18, risponde nei limiti del massimale, quale responsabile civile ai sensi dell'art. 1292 c.c., risponde per l'intero e quindi non opera il principio della parziarietà e divisibilità dell'unica prestazione (art. 1314 c.c.), nè la diversità della fonte della responsabilità incide sulla solidarietà, ovvero rileva L. n. 990 del 1969, art. 23, ed infatti l'art. 2055 c.c., tutela pienamente il danneggiato, tanto più se da sinistro stradale, la cui normativa è di ordine pubblico per la Corte Costituzionale e attua le esigenze di solidarietà sociale.

 

Il motivo, ammissibile perchè volto a censurare i criteri logico - giuridici mediante i quali il Giudice dell'opposizione all'esecuzione ha interpretato il titolo esecutivo e la correzione del medesimo, è infondato.

 

Ed infatti, in tale operazione ermeneutica, resasi necessaria perchè la controversia di opposizione all'esecuzione è incentrata sul significato da attribuire alla correzione del titolo, posto in esecuzione come se non fosse stata apportata, non è ravvisabile nessun errore logico o giuridico perchè le espressioni letterali usate, diversamente dalla tesi dei creditori opposti, sono state interpretate alla luce delle regole sostanziali che disciplinano la responsabilità civile obbligatoria dell' assicurazione, secondo le quali, per i danni conseguenti alla circolazione stradale, l'obbligazione dell'assicuratore è contenuta nei limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione in quanto la solidarietà fra assicurato ed assicuratore ha natura atipica (cosidette obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo, volte a rafforzare un debito principale), e perciò l'unicità della prestazione, non mutando nei confronti dell'assicurazione la natura indennitaria, trova un limite nel titolo che la costituisce a carico dell'assicuratore e cioè la L. n. 990 del 1969, art. 18, secondo cui il danneggiato può agire direttamente nei confronti dell'assicurazione del responsabile del danno entro i limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione avendo la sua iniziativa l'unico effetto di mutare coattivamente il beneficiario della prestazione che anzichè l'assicurato diviene il danneggiato, ma non muta l'oggetto del contratto di assicurazione della responsabilità civile da circolazione dei veicoli che è l'indennizzo, mentre il debito del danneggiante, essendo risarcitorio, è illimitato.

 

Pertanto i Giudici di appello hanno ritenuto corretta l'interpretazione del titolo effettuata dai Giudici del Tribunale, e poichè i vizi di interpretazione denunciati sono infondati, il motivo va respinto.

 

Con il secondo motivo deducono: In ogni caso la violazione degli artt. 1292 e 2055 c.c., di cui al presente motivo, può essere qualificata come omessa o insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, prospettato dalla parte ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.

 

I Giudici di merito non avevano compreso che l'azione esecutiva era stata avviata nei confronti della Nuova Tirrena, per la parte eccedente il massimale, quale anticipataria del danneggiante - assicurato, impregiudicata la rivalsa nei confronti di quest'ultimo, ed in tali limiti era legittima la procedura esecutiva.

 

Questa censura è inammissibile.

 

Ed infatti, posto che il potere di cognizione del Giudice dell'opposizione all'esecuzione è limitato all'accertamento della portata esecutiva del titolo posto a fondamento dell'esecuzione, le ragioni di merito incidenti sulla formazione di esso - quali il prospettato obbligo dell'assicurazione di pagare, indipendentemente dalla sua mala gestio, il danno da sinistro stradale per l'intero, senza il limite del massimale, quale anticipataria, per la parte eccedente, dell'obbligo risarcitorio del danneggiante - devono esser fatte valer unicamente impugnando la sentenza costituente titolo esecutivo, unitamente alla parte corretta, a norma dell'art. 288 c.p.c., u.c..

 

Concludendo il ricorso va respinto.

 

I ricorrenti vanno condannati al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti a pagare le spese del giudizio di cassazione pari ad Euro 7.100,00, di cui Euro 100,00, per spese, oltre spese generali e accessori di legge.

 

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 7 ottobre 2008
 

La Corte di appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Tempio Pausania in data 27 maggio 2003, che confermava nel resto, così disponeva:

a. dichiarava che la separazione personale dei coniugi L.N. e M.P.C. era addebitabile alla moglie e che, per l'effetto, la medesima non aveva diritto a percepire dal coniuge un assegno di mantenimento, rigettando anche la domanda della L. di condanna del marito alla somministrazione in suo favore degli alimenti;

b. regolamentava gli incontri tra il padre e la figlia minore E.;

c. poneva a carico del M., a titolo di contributo per il mantenimento della figlia minore, il pagamento della somma di Euro 1.000,00 a decorrere dalla data di pubblicazione della sentenza;

d. condannava l'appellante L.N. alle spese del doppio grado di giudizio.

La Suprema Corte riformava la decisione (Cass. civ. Sez. I, 3 ottobre 2008, n. 24574)

In una causa di scioglimento di matrimonio, non può ipotizzarsi l'addebito della separazione a carico di un coniuge in seguito alla violazione dell'obbligo di convivenza qualora le due parti non avessero preventivamente e in modo definitivo fissato una stabile residenza familiare e non potendosi di conseguenza considerare definitiva una località, a causa della mancanza di una volontà concordata e conforme tra i coniugi. L'allontanamento della moglie pertanto, nella specie, non è da considerarsi come causa determinante e definitiva della fine del rapporto coniugale, dovendosi, in aggiunta, tenere conto dell'apporto causale fornito dalla condotta del marito, il quale, oltre a non opporsi al comportamento della moglie, rimanendo egli, in una perdurante situazione di indifferenza, le aveva negato assistenza morale e materiale in occasione della nascita della figlia e le aveva impedito di godere della propria agiatezza economica.

Svolgimento del processo

 

1. Con sentenza n. 603 del 17 novembre 2004, la Corte di appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari - in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Tempio Pausania in data 27 maggio 2003, che confermava nel resto - così disponeva:

a. dichiarava che la separazione personale dei coniugi L.N. e M.P.C. era addebitabile alla moglie e che, per l'effetto, la medesima non aveva diritto a percepire dal coniuge un assegno di mantenimento, rigettando anche la domanda della L. di condanna del marito alla somministrazione in suo favore degli alimenti;

b. regolamentava gli incontri tra il padre e la figlia minore E.;

c. poneva a carico del M., a titolo di contributo per il mantenimento della figlia minore, il pagamento della somma di Euro 1.000,00 a decorrere dalla data di pubblicazione della sentenza;

d. condannava l'appellante L.N. alle spese del doppio grado di giudizio.

2. A fondamento di tale decisione, l'adita Corte di appello, per quel che rileva nel presente giudizio di cassazione, così motivava:

2.a. la domanda di addebito, reiterata dalla L. non poteva trovare accoglimento, in quanto le risultanze istruttorie non avevano dimostrato l'esistenza dell'asserito accordo dei coniugi - che avevano stabilito la residenza familiare in (OMISSIS), dove il M. svolgeva la professione di medico - circa la fissazione di detta residenza a (OMISSIS) o comunque nel (OMISSIS), emergendo invece dagli atti soltanto la prova di un progetto futuro, subordinato alla concreta fattibilità, e non di un vero e proprio accordo immediatamente vincolante, la cui inosservanza potesse essere considerata come violazione, conseguente ad una condotta dolosa o colposa del M., di uno specifico dovere nascente dal matrimonio e quindi come motivo di addebito della separazione;

2.b. le risultanze istruttorie non consentivano neppure di accertare, quale concausa del fallimento dell'unione coniugale, le percosse, che, secondo la L., le sarebbero state inflitte dal marito;

2.c. generico era l'ulteriore motivo di addebito, individuato nella “compressione materiale e spirituale” subita dalla L. in conseguenza del carattere iroso e prevaricatore del M., asseritamente dotato di personalità nevrotica; parimenti generica e non confortata da elementi probatori era l'accusa al marito di non aver fatto godere alla moglie lo stato di agiatezza economica in cui egli versava, accusa anzi smentita da produzioni documentali comprovanti che il conto corrente bancario del M. era intestato anche alla L., che poteva di conseguenza effettuare autonomi prelievi;

2.d. era invece fondata l'istanza di addebito riproposta dal M., in quanto era rimasto provato, anche per dichiarazione della L., che la moglie si era allontanata definitivamente dall'abitazione familiare di (OMISSIS) per trasferirsi con la figlia a (OMISSIS) dalla propria madre nell'(OMISSIS), dopo che già in precedenza durante il matrimonio la medesima aveva preso a trascorrere nella capitale lunghi periodi; tale allontanamento non appariva giustificato, non essendo emersi comportamenti del marito contrari ai doveri nascenti dal matrimonio, e pertanto la condotta della moglie si era posta in aperta violazione dell'obbligo di coabitazione derivante dal matrimonio, come stabilito dall'art. 143 c.c., comma 2, ed appariva causa della definitiva rottura del rapporto coniugale; di conseguenza non poteva essere riconosciuto alla L. l'assegno di mantenimento a norma dell'art. 156 c.c., comma 1;

2.e. non poteva essere accolta la domanda subordinata della L. di condanna del marito alla prestazione degli alimenti ai sensi dell'art. 433 c.c., non avendo l'interessata dimostrato la sussistenza dei necessari presupposti oggetti vi, ossia il proprio stato di bisogno e l'impossibilità di provvedere autonomamente al proprio mantenimento;

2.f. era fondata la domanda di aumento del contributo paterno al mantenimento della figlia minore, in considerazione del reddito mensile netto del M., pari a circa Euro 2.200,00 nel 1999 e verosimilmente nel frattempo aumentato, e del suo considerevole patrimonio immobiliare, nonchè delle esigenze della figlia, iscritta a (OMISSIS) presso una scuola materna privata; tale contributo doveva essere determinato, a decorrere dalla data di pubblicazione della sentenza di appello, nell'importo mensile di Euro 1.000,00, comprensivo di tutte le spese ordinarie afferenti alla minore, non essendo stata documentata la necessità di spese straordinarie.

3. Per la cassazione di tale sentenza L.N. ha proposto ricorso sulla base di dieci motivi e memoria. Il M. ha resistito con controricorso. Il Procuratore generale presso Corte di appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari, benchè intimato dalla ricorrente, non ha svolto attività processuale in questa fase.


motivi della decisione

 

1. Con il primo motivo la L. - denunciando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 143, 144, 146, 151 e 156 c.c., e degli artt. 115, 116 e 244 c.p.c., nonchè vizio di motivazione - si duole che la Corte di appello abbia respinto la domanda di addebito della separazione al M., formulata con riferimento alla mancata fissazione della residenza familiare dei coniugi fuori dalla (OMISSIS) e, in particolare, alla fissazione di detta residenza in (OMISSIS) in assenza di una volontà comune e concordata dei coniugi medesimi.

A tale riguardo, la ricorrente deduce che:

1.1. l'art. 144 c.c., rimette la scelta della fissazione della residenza familiare - che rientra nel più ampio impegno di concordare l'indirizzo della vita familiare - alla volontà concordata di entrambi i coniugi, con la conseguenza che tale fissazione deve costituire il frutto dell'intesa coniugale; la Corte di merito, invece, pur riconoscendo che l'esistenza delle istanze di trasferimento fuori dalla Sardegna avanzate dal M. erano idonee ad avvalorare la volontà concordata dei coniugi di stabilirsi fuori dalla Sardegna, ha poi illogicamente sviato dal dettato normativo e dalle risultanze istruttorie, considerando tale accordo un progetto futuro non immediatamente vincolante; la Corte inoltre, con ulteriore e contraddittoria argomentazione, dopo aver escluso che l'intesa fra i coniugi rientrasse tra le prescrizioni di cui all'art. 144 c.c., ha comunque giustificato la mancata realizzazione di tale intesa, così implicitamente considerando l'intesa stessa come accordo assunto ai sensi dell'art. 144 c.c.;

1.1.1. non risponde al vero che la iniziale volontà del M. di trasferirsi fuori dalla Sardegna abbia trovato oggetti vi impedimenti e non sia successivamente mutata rispetto all'intesa raggiunta con la moglie; infatti, dalla mera presentazione di istanze di trasferimento - che pure costituiva prova idonea a dimostrare l'accordo tra le parti - la Corte di appello non poteva ragionevolmente trarre la conseguenza che il M. avesse fatto tutto quanto rientrava nelle sue possibilità per realizzare l'intesa coniugale in ordine alla fissazione della residenza familiare nel Lazio, o comunque fuori dalla Sardegna, e che egli non avesse invece radicalmente mutato la propria volontà sul punto; ciò in quanto l'occupazione lavorativa del M. non poteva costituire ostacolo alla realizzazione dell'accordo tra i coniugi, atteso che, secondo consolidato orientamento giurisprudenziale, non è affatto necessario che il domicilio e la residenza personale dei coniugi coincidano con la residenza familiare; di conseguenza la mancata impugnazione dei punteggi attribuiti per il trasferimento, o del mancato inserimento in graduatoria (che per l'anno 1997 risultava errata per tabulas), costituiscono la dimostrazione di un'indubbia volontà oppositiva da parte del M.;

1.1.2. la Corte territoriale ha erroneamente considerato che talune dimostrate circostanze di fatto - quali la presentazione da parte del M. di istanze di inserimento del proprio nominativo negli elenchi dei medici convenzionati del Lazio e della Toscana, oppure il collegamento tra l'istituzione della temporanea residenza ad (OMISSIS) con lo svolgimento della professione di medico del marito, ovvero la rinuncia della L. al rapporto di lavoro con la Confcommercio di Roma e le pressanti richieste del marito affinchè la medesima facesse definitivo rientro in (OMISSIS) - costituissero elementi che deponevano coerentemente a favore della concorde fissazione della residenza familiare ad (OMISSIS) e del consenso della moglie a tale soluzione e non già un mero contributo da parte della medesima alla conservazione del rapporto coniugale, già intimamente tradito dal marito, che convincendo la moglie della temporaneità della abitazione di (OMISSIS) attraverso la presentazione delle istanze di trasferimento l'aveva poi condotta ad una situazione completamente diversa dalle intese coniugali che avevano fondato la scelta matrimoniale; al contrario le pressanti richieste del marito alla L. di far definitivo ritorno in (OMISSIS) dimostrano l'esistenza tra i coniugi di volontà divergenti, che escludevano la concorde intesa prevista dall'art. 144 c.c.; erroneamente, inoltre, la Corte di appello ha attribuito alle dimissioni dal lavoro della L. il significato di un suo consenso a trasferirsi definitivamente in (OMISSIS), anzichè di un tentativo di salvare il matrimonio, così imputando soltanto ad un coniuge l'onere di salvaguardare l'unità familiare;

1.1.3. la sentenza di appello si pone inoltre in aperta violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” fra i coniugi, fissato dall'art. 29 Cost., comma 2, e dall'art. 143 c.c., comma 1, per effetto del quali è la regola del consenso ad informare la dinamica dei rapporti coniugali, come stabilito anche dall'art. 144 c.c., a garanzia della stabilità della famiglia; invero i giudici di appello, nel ritenere che le preminenti esigenze della famiglia, ai sensi dell'art. 144 c.c., fossero ragionevolmente identificate nella salvaguardia dell'attività professionale del marito, in quanto meglio retribuita e più vantaggiosa per la famiglia, hanno del tutto trascurato tale principio, prescindendo dal tener conto di qualsiasi volontà concordata tra i coniugi e dal valutare le esigenze di tutta la famiglia e quindi anche della L., omettendo in particolare di considerare che il M., alla luce di una corretta interpretazione dell'art. 144 c.c., e in un'ottica di rispetto delle esigenze della famiglia, ben avrebbe potuto e dovuto fissare la residenza familiare in (OMISSIS) o nel (OMISSIS), continuando a lavorare in (OMISSIS), così da permettere alla moglie di conservare il proprio lavoro, e affrontando quel pendolarismo già sostenuto per due anni dalla L..

2. Con il secondo motivo la ricorrente - denunciando violazione e/o falsa applicazione dell'art. 151 c.c., e artt. 112, 115, 116 e 244 c.p.c., nonchè vizio di motivazione - si duole che la Corte di merito, ignorando la complessiva produzione documentale in atti, erroneamente valutando come generica la prova testimoniale e negando l'espletamento della consulenza medicopsichiatrica sulla persona del M., abbia escluso l'addebito della separazione al M. medesimo e, in particolare, abbia ritenuto non provati gli atti di violenza fisica da questo compiuti ed erroneamente considerato non rilevanti, ai fini dell'addebito, comportamenti tenuti dal marito successivamente al provvedimento presidenziale di separazione, omettendo altresì di pronunciarsi sui maltrattamenti verbali posti in essere dal M., da lei denunciati in sede di separazione nell'udienza presidenziale e riferiti da una teste.

3. Con il terzo motivo la L. prospetta la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2, 29 e 32 Cost., artt. 143, 144, 146 e 151 c.c., e artt. 115, 116 e 244 c.p.c., nonchè vizio di motivazione - per avere la Corte di merito escluso l'addebito della separazione al M., avendo ritenuto sfornita di prova la “compressione materiale e spirituale” asseritamente subita dalla L. stessa da parte del marito. In particolare la ricorrente censura la valutazione delle prove testimoniali e delle complessive risultanze processuali da parte della Corte territoriale, la quale non ha escluso che il M. ha mancato di fornire alla moglie il proprio sostegno morale e psicologico in occasione della nascita del figlio, ma si è preoccupata di giustificare il comportamento del marito, arrivando a ritenere ingiustificata la scelta della L. di trattenersi a (OMISSIS) sia durante la gravidanza che dopo la nascita della figlia, negando così alla moglie il diritto di scegliere il medico di fiducia e imputandole di non aver preferito affidarsi ai criteri e alle scelte del marito, medico convenzionato con la ASL di (OMISSIS).

4. Con il quarto motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 143 e 151 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, e si deduce che la Corte di merito si è pronunciata in modo insufficiente, illogico e contraddittorio in ordine al motivo di addebito della separazione, contestato dall'appellante con riferimento all'agiatezza economica del M. che questi non le avrebbe consentito di godere. La ricorrente deduce in particolare che la Corte di appello avrebbe dovuto far riferimento, oltre che alla cointestazione del conto corrente bancario, anche alla consistenza di tale conto, tanto più che, dalla documentazione versata in atti, era risultato che su tale conto veniva depositata soltanto la retribuzione del marito percepita dalla ASL e che il M. era proprietario di appartamenti ed aveva investito somme liquide attraverso un servizio di gestione patrimoniale, che provvedeva a regolari gli accrediti presso un proprio conto fiduciario.

5. Con la successiva censura la L. lamenta la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 143, 151 e 156 c.c., e artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, e critica la sentenza per averle i giudici di appello addebitato la separazione, così negandole il diritto all'assegno di mantenimento. In particolare la ricorrente deduce che non può ipotizzarsi a suo carico la violazione dell'obbligo di convivenza, non avendo i coniugi mai fissato una stabile residenza familiare e non potendosi ragionevolmente considerare tale l'abitazione temporanea di (OMISSIS), a causa della mancanza di una volontà concordata e conforme tra i coniugi; inoltre il suo trasferimento a (OMISSIS) non poteva essere ritenuto causa determinante e definitiva della fine del rapporto coniugale, dovendosi tener conto dell'apporto causale fornito dalla condotta del marito, il quale, oltre a non opporsi al comportamento della moglie, rimanendo per svariati mesi in una posizione di sostanziale indifferenza e acquiescenza alla situazione di fatto venutasi a creare, le aveva negato assistenza morale e materiale in occasione della nascita della figlia e le aveva impedito di godere della propria agiatezza economica, e considerato che il proprio allontanamento da (OMISSIS) si era verificato una volta che era divenuta intollerabile la vita in comune dei coniugi.

6. Con il sesto motivo la ricorrente - denunciando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 433, 438 e 2697 c.c., e artt. 115, 116 183 e 184 c.p.c., nonchè vizio di motivazione - deduce che la Corte le ha erroneamente e illogicamente negato l'assegno alimentare previsto dall'art. 433 c.c., senza consentirle di svolgere le proprie difese e di allegare idoneo materiale probatorio, respingendo, nell'unica udienza tenutasi nel giudizio di appello, la sua richiesta di deposito di note e documenti e così impedendo la dimostrazione del suo stato di bisogno e dell'impossibilità di provvedere al proprio mantenimento. In particolare, la L. lamenta che le prove prese in considerazione dai giudici di appello per negare l'esistenza dei presupposti per il riconoscimento dell'assegno alimentare erano quelle assunte nel giudizio di primo grado, e quindi riferite ad un periodo di tempo di molto anteriore alla domanda spiegata in sede di giudizio di appello, laddove la Corte di merito, una volta preso atto dell'appello incidentale svolto dalla L. in udienza, avrebbe dovuto consentire la prova dell'esistenza dei menzionati presupposti con riferimento alla situazione esistente nel momento in cui la relativa domanda era stata formulata.

7. Con il settimo motivo la ricorrente, denunciando vizio di omessa pronuncia nonchè violazione e/o falsa applicazione degli artt. 148 e 155 c.c., critica la sentenza impugnata, per non avere i giudici di appello provveduto sulla sua richiesta di ottenere il pagamento delle spese straordinarie necessarie per il mantenimento delle figlia minore.

8. Con l'ottavo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 91 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, e si deduce che erroneamente e illogicamente la L. è stata considerata totalmente soccombente e condannata alla refusione integrale delle spese del doppio grado di giudizio, senza considerare che alcune sue domande sono state accolte in primo grado ed altre in sede di appello; in particolare nel giudizio di secondo grado sono state integralmente accolte le domande da lei formulate in ordine all'affidamento della figlia, all'assegno di mantenimento della medesima e alla modifica delle modalità di visita del padre.

9. Con il nono motivo - denunciandosi violazione e falsa applicazione degli artt. 183, 184, 126, 112 113, 115 163 e 167 c.p.c., nonchè vizio di motivazione - si critica la sentenza impugnata per avere la Corte territoriale respinto l'eccezione di decadenza del M. dalle richieste istruttorie sollevata dalla L.. Afferma la ricorrente che il M. non ha articolato mezzi di prova, nemmeno avanzando istanze o riserve in tale senso, nè nella comparsa di costituzione, nè nelle successive note autorizzate, e non ha richiesto i termini di cui all'art. 183 e 184 c.p.c., e che neppure all'udienza fissata dal giudice ex art. 184 c.p.c., la difesa del M. ha formulato istanze istruttorie, con la conseguenza che non avrebbero potuto essere ammessi mezzi di prova da lui mai richiesti e che, a seguito dell'istanza avanzata dalla difesa della L. ex art. 184 c.p.c., il M. avrebbe potuto ottenere solo un termine per replicare, ma non per formulare per la prima volta richieste istruttorie.

10. Con il decimo motivo, denunciandosi violazione degli artt. 99, 100, 101, 115, 116, 183, 184 e 345 c.p.c., art. 24 Cost., e art. 2697 c.c., si critica la decisione impugnata, per non avere la Corte di merito consentito alla L. lo svolgimento di alcuna delle attività istruttorie richieste con l'atto di appello e per aver deciso la controversia sulla base di documentazione non aggiornata, erroneamente respingendo anche le istanze di acquisizione di documenti formulate ex art. 213 c.p.c..

11. Il primo e il quinto motivo vanno opportunamente esaminati congiuntamente, in quanto attinenti a questioni strettamente connesse. Rileva al riguardo il collegio che, mentre è privo di fondamento il motivo con il quale la ricorrente si duole che la Corte di appello abbia respinto la domanda di addebito della separazione al M., con riferimento alla fissazione della residenza familiare in (OMISSIS), e comunque alla mancata fissazione di detta residenza fuori dalla (OMISSIS), in assenza di volontà comune e concordata dei coniugi, merita accoglimento, nei termini qui di seguito precisati, la doglianza con la quale la L. critica la sentenza per averle addebitato la separazione.

11.1. Quanto all'addebito della separazione al M. in conseguenza della fissazione della residenza familiare in (OMISSIS), la Corte di appello, con idonea motivazione immune da vizi logici, ha accertato in fatto che, diversamente da quanto sostenuto dalla L., le risultanze istruttorie non avevano dimostrato l'esistenza di un asserito accordo dei coniugi circa la fissazione della residenza familiare a (OMISSIS), o comunque nel (OMISSIS), anzichè in (OMISSIS) dove il M. svolgeva la professione di medico, emergendo invece dagli atti soltanto la prova di un progetto di futuro trasferimento fuori dalla (OMISSIS), a (OMISSIS) o a (OMISSIS), “purchè compatibile con le esigenze professionali del marito” e quindi subordinato alla sua concreta fattibilità, e non di un vero e proprio accordo immediatamente vincolante, la cui inosservanza potesse essere considerata come violazione, conseguente ad una condotta dolosa o colposa del M., di uno specifico dovere nascente dal matrimonio e quindi come motivo di addebito della separazione al marito, del quale era rimasta altresì provata, mediante produzioni documentali e prove testimoniali, la volontà di attuare tale progetto, attraverso la presentazione di domande di partecipazione a graduatorie pubbliche di medici del (OMISSIS) e della (OMISSIS) e in particolare presso alcune ASL di (OMISSIS).

11.1.1. Sulla base di tale compiuto e motivato accertamento, non sussiste la violazione da parte della Corte di merito delle norme del codice civile indicate dalla ricorrente, correttamente applicate dai giudici di appello, che hanno escluso, attraverso le risultanze processuali acquisite, la violazione da parte del M. di specifici doveri in ordine alla fissazione della residenza familiare.

Le ulteriori doglianze sollevate al riguardo dalla L. si risolvono in censure di fatto all'accertamento computo dalla Corte di appello, al quale la ricorrente ha contrapposto una propria e diversa valutazione delle risultanze processuali, così inammissibilmente mirando alla revisione da parte della Corte di legittimità delle valutazioni effettuate e delle conclusioni raggiunte dal Giudice di merito (Cass. 2000/5806; 2003/17651; 2004/15675).

Trova applicazione nella specie il principio, più volte enunciato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui i vizi della sentenza posti a base del ricorso per cassazione non possono risolversi nel sollecitare una lettura delle risultanze processuali diversa da quella operata dal giudice di merito (Cass. 2003/12467), o consistere in censure che investano la ricostruzione della fattispecie concreta (Cass. 2001/7476) o che siano attinenti al difforme apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte (Cass. 2007/7972; 2007/13954), spettando soltanto al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all'uno o all'altro mezzo di prova, salvi i casi tassativamente previsti dalla legge (Cass. 2001/4667; 2003/10330; 2003/11918).

11.2. Per quanto riguarda le critiche mosse dalla ricorrente alla sentenza impugnata nella parte in cui le è stato confermato l'addebito della separazione, osserva il collegio che la dichiarazione di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l'art. 143 c.c., pone a carico dei coniugi, ma implica la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri nascenti dal matrimonio di uno o di entrambi i coniugi, ovverosia che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell'intollerabilità della ulteriore convivenza; pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai predetti doveri tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa efficiente del fallimento della convivenza, legittimamente viene pronunciata la separazione senza addebito (Cass. 2001/12130; 2005/12383; 2006/14840).

In particolare l'abbandono della casa familiare non costituisce causa di addebitabilità della separazione, quando tale abbandono sia intervenuto nel momento in cui l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto (Cass. 2001/10682; 2005/12373).

11.2.1. La Corte di appello - nell'affermare che il definitivo allontanamento della L. dall'abitazione familiare di (OMISSIS) per trasferirsi con la figlia a (OMISSIS) dalla propria madre nell'(OMISSIS), dopo che già in precedenza durante il matrimonio la medesima aveva preso a trascorrere nella capitale lunghi periodi, configurava una condotta della moglie in aperta violazione dell'obbligo di coabitazione derivante dal matrimonio, come stabilito dall'art. 143 c.c., comma 2, e costituiva causa della definitiva rottura del rapporto coniugale, in quanto non giustificato da comportamenti del marito contrari ai doveri nascenti dal matrimonio - non si è uniformata ai principi sopra enunciati in tema di addebito della separazione.

Invero nella fattispecie - caratterizzata, secondo quanto emerge dalla stessa sentenza impugnata, da un originario, forte e non composto dissenso tra i coniugi in ordine alla individuazione della località dove fissare la residenza familiare - l'oggetto dell'accertamento demandato ai giudici di appello non riguardava l'esistenza di una causa di giustificazione in ordine all'allontanamento della moglie dalla residenza familiare, conseguente a comportamenti del marito contrari ai doveri derivanti dal matrimonio, ma l'esistenza di un nesso di causalità tra la condotta addebitata alla L. e il determinarsi dell'intollerabilità della ulteriore convivenza tra i coniugi. Tale accertamento è completamente mancato da parte del giudice di secondo grado, sebbene dalla stessa sentenza impugnata risultino circostanze - non specificamente valutate dalla Corte di merito in funzione dell'accertamento medesimo, con conseguente carenza di motivazione su circostanze di fatto decisive ai fini della decisione della controversia - potenzialmente idonee a dimostrare sia l'esistenza di un originario e mai risolto dissenso tra i coniugi sull'individuazione del luogo dove fissare la residenza familiare, sia il progressivo degenerare del rapporto tra i coniugi stessi in conseguenza di detto dissenso e il determinarsi di una irreversibile crisi coniugale, tale da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza. Infatti i giudici di appello, pur escludendo l'esistenza tra la L. e il M. di un accordo direttamente e immediatamente vincolante in ordine alla fissazione della residenza familiare a (OMISSIS) o nel (OMISSIS), e comunque fuori dalla (OMISSIS), hanno accertato l'esistenza di un progetto futuro in tal senso, a cui lo stesso M. ha cercato nel tempo di dare attuazione senza successo, così evidenziando un mai sopito interesse della L. a non consolidare come residenza familiare quella fissata in (OMISSIS), interesse confermato anche dai suoi frequenti trasferimenti a (OMISSIS), presso la madre, sia dopo il matrimonio che successivamente alla nascita della figlia, e dalle “pressanti richieste del marito perchè la stessa facesse definitivo rientro in (OMISSIS)”. 11.2.2. Nel contesto di tali accertate circostanze di fatto, assume rilievo il principio fissato dall'art. 144 c.c., secondo cui la scelta della residenza familiare è rimessa alla volontà concordata di entrambi i coniugi, con la conseguenza che tale scelta non deve soddisfare soltanto le esigenze economiche e professionali del marito, ma deve soprattutto salvaguardare le esigenze di entrambi i coniugi e quelle preminenti della serenità della famiglia (cfr. Cass. 1981/4067). La Corte di appello, nell'affermare, a sostegno della decisione impugnata, che le preminenti esigenze della famiglia, ai sensi dell'art. 144 c.c., dovevano “essere ragionevolmente identificate con l'esigenza di salvaguardare l'attività professionale del marito, presumibilmente meglio retribuita e quindi di fatto più vantaggiosa per la famiglia medesima (tanto più che poco tempo dopo il matrimonio la L. aveva scoperto di essere incinta)”, non ha correttamente applicato il disposto dell'art. 144 c.c., nel senso sopra enunciato, trascurando di valutare, ai fini dell'accertamento della sussistenza o meno del nesso di causalità tra il comportamento della L. e il determinarsi dell'intollerabilità della ulteriore convivenza tra i coniugi, le complessive esigenze della famiglia, nell'ottica imposta dalla citata disposizione, anche alla luce di quelle personali della moglie, proprio in relazione al suo stato di gravidanza e di successiva maternità e quindi alle conseguenti prospettive del nucleo familiare allargato.

12. L'accoglimento, nei termini esposti nel precedente paragrafo, del ricorso della L. nella parte relativa alle censure mosse all'addebito nei suoi confronti della separazione comporta l'assorbimento delle doglianze relative al mancato riconoscimento in favore della stessa ricorrente di un assegno di mantenimento (seconda parte del quinto motivo) e di un assegno alimentare (sesto motivo), nonchè di quella, peraltro genericamente proposta, relativa al mancato accoglimento delle richieste istruttorie formulate dalla L. con riferimento alla richiesta di concessione di detti assegni (decimo motivo), e della ulteriore doglianza relativa alla regolamentazione delle spese del doppio grado del giudizio di merito (ottavo motivo).

13. Sono invece inammissibili, alla luce dei principi enunciati al precedente paragrafo 11.1.1., le censure mosse nel secondo, terzo e quarto motivo del ricorso, con le quali la L. critica la decisione della Corte di appello, che ha escluso l'addebito della separazione al M. anche sotto gli ulteriori profili contestati con riferimento agli atti di violenza fisica e ai maltrattamenti verbali asseritamente posti in essere dal marito, alla, “compressione materiale e spirituale” subita della stessa L. in conseguenza del comportamento del M. e al mancato godimento da parte della moglie dello stato di agiatezza economica in cui versava il marito.

Rileva infatti il collegio che, con accertamento di fatto congruamente motivato e immune da vizi logici, la Corte di appello ha escluso la sussistenza dei presupposti dedotti dall'appellante a fondamento delle proprie contestazioni, o comunque ha ritenuto non provate le circostanze indicate al riguardo dalla L.. Non sussiste pertanto la dedotta violazione delle norme di diritto indicate dalla ricorrente, correttamente applicate dai giudici di appello sulla base degli accertamenti compiuti, mentre le censure della ricorrente attengono ad una diversa ricostruzione e valutazione delle risultanze processuali, così mirando ad una non consentita revisione da parte della Corte di legittimità delle conclusioni raggiunte dal Giudice di merito.

14. E' invece priva di fondamento la censura articolata con il settimo motivo, risultando dalla sentenza impugnata che i giudici di appello, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente, hanno puntualmente preso in considerazione la domanda dell'appellante di porre a carico del M. anche le spese straordinarie riguardanti la figlia e si sono espressamente pronunciati su tale domanda, rigettandola in quanto non risultava documentata la necessità di spese straordinarie (v. pag. 20 della sentenza impugnata).

15. Parimenti infondata è la doglianza sollevata con il nono motivo di ricorso, risultando dalla sentenza impugnata e dal contenuto della stessa censura che il M. ha legittimamente articolato i propri mezzi istruttori nel rispetto del termine fissato a pena di decadenza dall'art. 184 c.p.c., comma 1, e concesso dal Giudice istruttore su istanza di parte. Non sussiste pertanto la violazione processuale dedotta dalla ricorrente.

16. Le considerazioni che precedono conducono all'accoglimento del ricorso, nei termini indicati nei precedenti paragrafi 11.2., 11.2.1. e 11.2.2., con riferimento alle censure mosse dalla L. all'addebito nei suoi confronti della separazione. La sentenza impugnata deve essere pertanto annullata in relazione alle censure accolte e la causa va rinviata ad altro giudice, individuato nella Corte di appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari, in diversa composizione, che provvedere anche a regolare le spese del giudizio di cassazione.


P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione. Cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 1 luglio 2008.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2008

 

Scorrendo vecchi appunti di qualche anno fa, ho ritrovato una sentenza dell'anno 2000, precisamente la n. 266 del 12 gennaio 2000 della I sezione civile della Suprema Corte di Cassazione, che, tra le altre pregevoli argomentazioni di diritto processuale e sostanziale, era intervenuta in particolare sulla annosa questione della assegnazione della casa coniugale ad uno dei coniugi e della sua valutazione economica ai fini della quantificazione del contributo a titolo di mantenimento da versare in favore della prole e del coniuge.

Oggi, la nuova formulazione dell’art. 155 quater c.c., prevede espressamente che il giudice debba tener conto, nella regolazione dei rapporti economici, dell’assegnazione della casa coniugale, considerato l’eventuale titolo del diritto di proprietà.

 

Ad oggi non vi sono ancora pronunce, né da parte delle corti di merito né da parte della Corte di Cassazione, che si siano espresse sulla particolare questione della valutazione economica dell’assegnazione della casa coniugale.

 

Questa decisione rappresenta un importante spartiacque, antesignana della novellata disposizione di cui all’art. 155 quater, laddove viene evidenziato come l’importo del contributo di mantenimento, eventualmente dovuto dal coniuge proprietario in favore dell’altro coniuge e dei figli, debba tenere conto del sacrificio economico patito in conseguenza dell’impossibilità di utilizzare l’immobile per la durata dell’esigenza che ne ha comportato l’assegnazione.

 


Cass. civ. Sez. I, 12-01-2000, n. 266

 

1 Giovanni Paolangelo, con ricorso 10 novembre 1993 al Tribunale di Bari, esponeva di essere separato dalla moglie Camilla Cagnazzi in forza di sentenza del Tribunale di Brindisi. Ricorrendone i presupposti di legge, chiedeva che fosse pronunciata la cessazione degli effetti civili del matrimonio da essi contratto, determinandosi in lire 500.000 l'assegno di mantenimento per la ex moglie. Chiedeva altresì lo scioglimento della comunione relativa alla casa sita in Santeramo in Colle, via Stazione n. 65/C.

Il Tribunale di Bari, con sentenza parziale, pronunciò la cessazione degli effetti civili del matrimonio, e successivamente, con sentenza definitiva del 10 giugno 1997, determinò in lire 500.000 l'assegno di divorzio in favore della Cagnazzi, assegnandole la casa su detta e dichiarando inammissibile la domanda di scioglimento della comunione su di essa. Compensò le spese di causa.

Il Paolangelo propose appello, deducendo

che non essendovi figli minori la su detta casa, in comproprietà fra gli ex coniugi, non poteva essere assegnata alla Cagnazzi;

che inoltre essa non era la casa coniugale, essendovisi la Cagnazzi trasferita durante il giudizio di separazione;

che la domanda di divisione era ammissibile, in quanto accessoria a quella di dichiarazione della cessazione degli effetti civili del matrimonio;

che le spese non dovevano essere compensate.

La Cagnazzi si costituì chiedendo il rigetto del gravame e proponendo appello incidentale condizionato, con il quale chiese che nel caso di accoglimento della domanda di scioglimento della comunione l'assegno fosse congruamente aumentato.

La Corte di Appello di Bari, con sentenza depositata il 7 luglio 1998, rigettò l'appello principale, dichiarando assorbito quello incidentale.

Avverso tale sentenza il Paolangelo ha proposto ricorso a questa Corte, con atto notificato il 16 settembre 1998, formulando due motivi di gravame ai quali la Cagnazzi resiste con controricorso e ricorso incidentale condizionato, notificati il 26 ottobre 1998. Al ricorso incidentale il Paolangelo ha replicato con altro controricorso ed ha anche depositato note di udienza.

motivi della decisione

 

1 I ricorsi vanno riuniti per essere esaminati congiuntamente ai sensi dell'art. 335 c.p.c., riguardando entrambi la stessa sentenza.

2 Con il primo motivo si denuncia la violazione dell'art. 191 cod. civ. e dell'art. 4 della legge n. 898 del 1970, come modificato dalla legge n. 74 del 1987, nonché dell'art. 40 c.p.c.

Si deduce specificamente che la Corte di Appello avrebbe errato nel ritenere improponibile in sede di divorzio la domanda di divisione della casa abitata dalla moglie, in comproprietà fra i coniugi, perché incompatibile con il rito camerale, con ciò violando l'art. 40, comma 3, c.p.c. che regola la connessione fra più cause disponendo che ove per una sia previsto un rito speciale e per un'altra il rito ordinario, entrambe debbono essere trattate con il rito ordinario.

Il motivo è infondato.

Secondo la disciplina esistente nel vigore del previgente testo dell'art. 40 c.p.c., non era possibile la trattazione congiunta di cause sottoposte a riti diversi, ancorché connesse, ostandovi la diversità del rito, trovando la specialità di questo per una o più di esse la sua ratio in scelte legislative non derogabili per ragioni di connessione senza esplicita previsione del legislatore.

L'art. 40 c.p.c., nel testo in vigore dal 1° gennaio 1993, applicabile alla fattispecie, ha introdotto al riguardo una modifica legislativa che consente la trattazione congiunta di cause sottoposte a riti diversi, nei casi e secondo le regole da esso espressamente previste.

Per quanto riguarda le cause sottoposte a rito ordinario e speciale, l'art. 40, al comma 3, ne prevede peraltro la trattazione congiunta nei soli casi previsti negli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c., disponendo che esse debbano essere trattate con il rito ordinario, salvo che una di tali cause rientri tra quelle indicate negli artt. 409 e 442 c.p.c., applicandosi in tal caso per tutte il rito speciale.

La trattazione congiunta, in base a tale norma, può quindi avvenire solo con riferimento alle cause accessorie (art. 31), di garanzia (art. 32), agli accertamenti incidentali che è necessario decidere con efficacia di giudicato (art. 34), all'eccezione di compensazione (art. 35), nonché alle domande riconvenzionali "che dipendono dal titolo dedotto in giudizio dall'attore o a quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione" (art. 36).

Per quanto attiene al caso di specie - rispetto al quale non può considerarsi precedente la sentenza 19 settembre 1997, n. 9313 di questa Corte, che non ha affrontato il problema dello spostamento del rito, non essendo stata la relativa questione formulata nel motivo esaminato - fra la domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio e quella di scioglimento della comunione su un bene comune dei coniugi, esattamente la Corte di Appello non ha ravvisato alcuna connessione, dovendosi confermare che le rispettive causae petendi sono del tutto diverse, autonome e distinte, mentre l'oggetto ne è completamente diverso.

Ne consegue l'infondatezza del motivo.

3 Con il secondo motivo si denunzia la violazione dell'art. 1350, n. 4, cod. civ.; dell'art. 329 c.p.c.; dell'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 e successive modificazioni, in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 5.

Si deduce specificamente al riguardo che la Corte di Appello, pur avendo ritenuto che la casa assegnata alla Cagnazzi dal Tribunale non era "casa coniugale", ne ha confermato l'assegnazione nell'ambito della regolamentazione dei rapporti patrimoniali fra i coniugi, ritenendo che a tale assegnazione il Paolangelo avesse prestato acquiescenza, non avendo impugnato sul punto la sentenza di separazione, né essendosi opposto ai provvedimenti presidenziali che avevano confermato tale assegnazione.

Si contesta che il Tribunale e la Corte di Appello potessero farlo, così costituendo un diritto reale di abitazione al di fuori delle ipotesi di legge che richiedono al riguardo un contratto scritto (art. 1350, n. 4, cod. civ.); si contesta parimenti che la mancata impugnazione sul punto della sentenza di separazione potesse costituire acquiescenza, ostativa di una diversa soluzione in sede di divorzio; si deduce che l'assegnazione in sede di divorzio non può costituire integrazione dell'assegno, né avere luogo in mancanza di figli minori e su una casa che non sia - come nel caso di specie - casa coniugale.

In proposito va osservato che la Corte di Appello ha confermato l'assegnazione della casa in questione alla Cagnazzi, disposta dal Tribunale, in quanto:

a) nessuna opposizione o contestazione specifica era stata proposta nel giudizio di primo grado dal Paolangelo su tale assegnazione, già disposta in sede di separazione e confermata in sede di provvedimenti provvisori in limine al giudizio di divorzio, come si evinceva, tra l'altro, dalle conclusioni del giudizio di primo grado e dalla comparsa conclusionale depositata in Tribunale;

b) sul punto vi sarebbe stata pertanto acquiescenza dell'odierno ricorrente;

c) non può ritenersi precluso che in sede di regolazione dei rapporti personali fra i coniugi, il giudice possa provvedere, in presenza dell'implicito assenso dell'altro coniuge, ad assegnare l'uso di una casa di abitazione, anche diversa da quella coniugale, della quale l'altro coniuge sia comproprietario, il coniuge economicamente più debole, tenendo conto della incidenza economica del beneficio in sede di determinazione dell'assegno di mantenimento, fino alla divisione del bene.

Di fronte a tale contesto motivazionale il secondo motivo del ricorso principale appare fondato nei sensi appresso indicati.

Deve ritenersi esatto che l'assegnazione della casa coniugale, e tanto più di altra casa in comproprietà fra i coniugi, in assenza di figli conviventi, non possa essere disposta dal giudice (Cass., 8 novembre 1997, n. 11030; S.U. 28 ottobre 1995, n. 11297) ai sensi dell'art. 6 della legge n. 898 del 1970, nel testo sostituito dalla legge n. 74 del 1987.

Deve peraltro considerarsi che nel caso di specie la Corte di Appello non ha confermato l'assegnazione alla Cagnazzi della casa in questione sulla base della norma su detta, bensì ravvisando una sorta di tacito accordo, del quale il Paolangelo sarebbe stato partecipe, a che detta casa restasse assegnata alla ex moglie quale componente dell'assegno di mantenimento. Al riguardo deve ritenersi che, trattandosi di diritti disponibili, né l'art. 5, comma 6, né l'art. 6, comma 6, della legge n. 898 del 1970 e successive modificazioni, vietano che il coniuge nei cui confronti l'assegno venga richiesto dia il proprio assenso, anche tacito, a che all'altro coniuge resti assegnata una casa in comproprietà, tenendosi conto del valore economico di tale assegnazione nella liquidazione dell'assegno di divorzio.

Non sussiste, pertanto, la dedotta violazione dell'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, come modificato dalla legge n. 74 del 1987.

Né può sussistere alcuna violazione dell'art. 1350, n. 4, cod. civ., per l'assorbente ragione che con detta assegnazione la Corte di Appello non ha inteso costituire un diritto reale di uso o di abitazione sulla casa, avendone attribuita all'assegnatario unicamente la disponibilità, quale componente dell'assegno di divorzio, e quindi secondo il regime che regola quest'ultimo, anche in relazione alle sue eventuali modificazioni per fatti sopravvenuti.

Il motivo è peraltro fondato, limitatamente alla parte con la quale si denunciano vizi motivazionali relativi all'accertamento del su detto accordo, apparendo la sentenza impugnata viziata sotto tale profilo, in quanto si appalesa del tutto incongruo avere desunto detto accordo dalla mancata impugnazione da parte dell'odierno ricorrente della sentenza di separazione - che aveva disposto tale assegnazione, ma in relazione al regime di separazione e non a quello di divorzio - nonché dal non avere il ricorrente richiesto la modifica dei provvedimenti presidenziali, che l'avevano confermata, e dal non avere mosso esplicite contestazioni sul punto nel corso del giudizio di primo grado, tenuto anche conto che in correlazione a tali elementi non si pone in evidenza alcuna proposta di accordo della controparte a che l'assegnazione della casa costituisse componente dell'assegno divorzile e fosse assoggettata al correlativo regime, nonché in presenza di una domanda (ancorché improponibile in quella sede) di divisione della casa in questione.

Ne deriva che, in accoglimento del motivo per quanto di ragione, la sentenza va cassata con rinvio.

3 Il ricorso incidentale condizionato - con il quale si deduce che in caso di accoglimento del motivo inerente all'assegnazione della casa quale componente dell'assegno, quest'ultimo dovrà essere rideterminato - contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente principale deve ritenersi ammissibile, poiché pur riguardando una questione non esaminata dalla Corte di appello in quanto dichiarata assorbita, il ricorrente incidentale aveva interesse alla sua proposizione, al fine di impedire che la sentenza potesse essere cassata - in ordine all'assegnazione della casa in questione - senza rinvio, con pregiudizio della sua domanda, per tale evenienza, di rideterminazione dell'assegno.

Detto ricorso, peraltro, venendo la sentenza cassata con rinvio, deve essere dichiarato assorbito, riguardando una questione non esaminata dalla Corte di Appello, la quale dovrà essere esaminata in sede di rinvio, ove l'assegnazione alla Cagnazzi della casa in questione non venga confermata, con il conseguente riesame della congruità dell'assegno divorzile liquidato.

Rigettato il primo motivo del ricorso principale, accolto il secondo per quanto di ragione, e dichiarato assorbito il ricorso incidentale, la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e la causa rimessa ad altra Sezione della Corte di Appello di Bari che deciderà anche sulle spese.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione, riuniti i ricorsi, rigetta il primo motivo del ricorso principale. Accoglie il secondo per quanto di ragione. Dichiara assorbito il ricorso incidentale. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese ad altra sezione della Corte di Appello di Bari.

Così deciso in Roma il 22 settembre 1999, nella camera di consiglio della prima sezione civile.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IN DATA 12 GENNAIO 2000.

 

 
Di Teresa Lagreca (del 24/06/2008 @ 07:56:08 in Diritto di famiglia, linkato 473 volte)

E' noto che l'art. 32 del Dlgs n. 151/2001 prevede che il lavoratore possa astenersi dal lavoro nei primi otto anni di vita del figlio, percependo solo una parte minima della retribuzione, erogata in questo caso dall'Inps.


Nella recente decisione della Cassazione - Sezione lavoro - sentenza - 16 giugno 2008, n. 16207, la norma sul congedo parentale è stata interpretata in senso restrittivo rispetto a quella giurisprudenza evolutiva della Corte di Appello di Brescia, la quale aveva accolto le ragioni del ricorrente sostenendo che unica condizione per l'esercizio del diritto al congedo parentale è il suo collegamento con le esigenze organizzative della famiglia nei primi anni di vita del bambino e che era del tutto irrilevante accertare se il lavoratore si fosse occupato anche della cura della figlia essendo l'attività lavorativa del padre svolta durante il congedo finalizzata a soddisfare un'esigenza della famiglia


I giudici di legittimità hanno “criticato” le scelte evolutive della Corte di Appello, ribaltandone, di fatto, la decisione ancorando il diritto al congedo parentale esclusivamente all'effettivo perseguimento della finalità di sviluppare in modo armonico la personalità del bambino favorendone l'inserimento nella famiglia.


"L'art. 32, comma 1, lett. b), del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, nel prevedere - in attuazione della legge-delega 8 marzo 2000, n. 53 - che il lavoratore possa astenersi dal lavoro nei primi otto anni di vita del figlio, percependo dall'ente previdenziale un'indennità commisurata ad una parte della retribuzione, configura un diritto potestativo che il padre-lavoratore può esercitare nei confronti del datore di lavoro, nonché dell'ente tenuto all'erogazione dell'indennità, onde garantire con la propria presenza il soddisfacimento dei bisogni affettivi del bambino e della sua esigenza di un pieno inserimento nella famiglia; pertanto, ove si accerti che il periodo di congedo viene invece utilizzato dal padre per svolgere una diversa attività lavorativa, si configura un abuso per sviamento dalla funzione propria del diritto, idoneo ad essere valutato dal giudice ai fini della sussistenza di una giusta causa di licenziamento, non assumendo rilievo che lo svolgimento di tale attività (nella specie, presso una pizzeria di proprietà della moglie) contribuisca ad una migliore organizzazione della famiglia"

Cassazione - Sezione lavoro - sentenza - 16 giugno 2008, n. 16207 Presidente De Luca - Relatore Balletti Pm Riello - difforme - Ricorrente E. Home Products Italy Spa - Controricorrente M.

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 25 febbraio 2003, il Tribunale di Monza, in funzione di giudice del lavoro, respingeva il ricorso di Giuseppe M. inteso ad impugnare il licenziamento per giusta causa intimatogli dalla datrice di lavoro s.p.a. E. Zanussi per avere fatto uso improprio del periodo di astensione facoltativa dal lavoro, di cui alla legge n. 53 del 2000. In particolare, il Tribunale rilevava che era rimasto provato che il M. avesse utilizzato l'astensione facoltativa per occuparsi della pizzeria con asporto appena acquistata dalla moglie, e non per accudire la propria figliola, e riteneva che tale circostanza valesse a configurare la giusta causa di recesso, sul presupposto che la legge non tutela ex se l'astensione dal lavoro, cioè a prescindere dall'uso che ne faccia il lavoratore.

Tale decisione veniva impugnata dal M. , il quale contestava la valutazione delle prove operata dal Tribunale e sosteneva che, comunque, non v'era alcun divieto di svolgere attività di lavoro nel periodo di congedo; deduceva, in subordine, che la sanzione espulsiva non era proporzionata rispetto al fatto contestato. Costituitasi la società datrice di lavoro, che resisteva al gravame, la Corte d'appello di Milano, con sentenza depositata il 30 agosto 2004, in riforma della sentenza di primo grado annullava il licenziamento e ordinava la reintegrazione del M. nel posto di lavoro, condannando la E. a corrispondere al medesimo le retribuzioni arretrate e compensando fra le parti le spese di giudizio. I giudici d'appello osservavano che unica condizione per l'esercizio del diritto al congedo parentale è il suo collegamento con le esigenze organizzative della famiglia nei primi anni di vita del bambino, dovendosi considerare, al riguardo, la diversità della situazione in esame rispetto all'ipotesi del lavoratore assente per malattia che presti attività lavorativa in favore di terzi e, al contrario, la sua analogia con la ipotesi del lavoratore in permesso sindacale, caratterizzata semplicemente dalla connessione del permesso con l'attività sindacale. Con questi presupposti, era del tutto irrilevante accertare se il lavoratore si fosse occupato anche della cura della figlia e se l'attività da lui svolta nell'azienda intestata alla moglie fosse non continuativa, essendo comunque tale attività finalizzata a soddisfare un'esigenza della famiglia, sì da integrare, per ciò solo, il legittimo esercizio del congedo; il licenziamento, pertanto, si rivelava privo di giusta causa e meritevole di annullamento.

Di questa sentenza la società E. Home Products Italy s.p.a. (già E. Zanussi s.p.a.) domanda la cassazione con ricorso affidato a sei motivi, illustrati anche con memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c. Il M. resiste con controricorso.

motivi della decisione

1. Il ricorso contiene sei motivi di impugnazione.

1.1. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 1 ss. legge n. 53 del 2000 e degli art. 1 ss. e 32 ss. D.Lgs. n. 115 del 2003, erronea interpretazione della legge ex art. 12 preleggi e difetto di motivazione. Si lamenta che la Corte d'appello abbia male interpretato la normativa sul congedo parentale, ritenendo erroneamente che quest'ultimo debba essere concesso in un caso non contemplato dalla legge e non giustificato da alcuna ragione, e si sostiene che, in base alla stessa direttiva europea che ha promosso l'intervento del legislatore nazionale (direttiva 96/34/CE) nonché alla stregua dell'intervento della Corte costituzionale (in particolare, con la sentenza n. 104 del 2003), l'attribuzione del diritto all'astensione facoltativa anche al padre lavoratore è condizionata all'effettivo perseguimento della finalità di sviluppare in modo armonico la personalità del bambino favorendone l'inserimento nella famiglia e nella società, mentre la sentenza impugnata - a dire della ricorrente — ha individuato una ratio legis, cioè l'esigenza di aiutare l'organizzazione familiare, del tutto assente nella normativa in esame, che, al contrario, e soprattutto con riferimento alla disciplina di cui al D.Lgs. n. 151 del 2001 applicabile nella controversia in esame, intende tutelare, piuttosto, la paternità assicurando al padre un sostegno economico per l’accudimento diretto della prole.

1.2. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli art. 437 e 112 c.p.c. e dell'art. 2697 cc, nonché vizio di motivazione. Si deduce che il lavoratore aveva in primo grado sostenuto esclusivamente di avere utilizzato il congedo per assistere la propria bambina e solo in appello, a seguito delle sfavorevoli acquisizioni istruttorie al riguardo, aveva dedotto di avere comunque contribuito alle esigenze familiari, cosi operando una inammissibile modifica della domanda, che erroneamente - secondo la ricorrente - non è stata rilevata dal giudice d'appello, in violazione del divieto di proposizione di nuove domande e del principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato; il medesimo giudice, peraltro, è incorso anche nella violazione dell'art. 2697 cc, avendo mancato di rilevare che nessuna prova il lavoratore aveva offerto in ordine alla sussistenza delle dedotte esigenze familiari, soprattutto in relazione al ruolo e alla presenza della moglie all'interno della famiglia.

1.3. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2104 c.c. e vizio di motivazione, lamentandosi che la Corte di merito abbia erroneamente ritenuto che la richiesta di congedo escluda di per sé ogni possibile controllo in ordine alla corrispondenza causale fra ragioni dell'assenza dal lavoro e attività da lui svolta.

1.4. Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2106 c.c. e vizio di motivazione, deducendosi che la illiceità del comportamento del M. ha integrato una giusta causa di licenziamento, avendo determinato il venir meno della fiducia datoriale e il pericolo di disincentivazione degli altri dipendenti.

1.5. Il quinto motivo denuncia violazione della legge n. 604 del 1966 e difetto di motivazione, per non avere i giudici di merito esaminato — anche d'ufficio - la sussistenza, almeno, di un giustificato motivo di licenziamento, sotto il profilo della gravità dell'inadempimento del contratto di lavoro.

1.6. Il sesto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 1227 c.c. e vizio di motivazione, lamentandosi, in subordine, che la Corte territoriale nella determinazione del risarcimento non abbia tenuto conto di compensi e retribuzioni percepiti dal M. prima e dopo del licenziamento.

2. Per ordine logico deve esaminarsi dapprima il secondo motivo, che involge la stessa ammissibilità in appello delle questioni decise dalla Corte di merito.

Il motivo non è fondato.

La sentenza impugnata, nell'accogliere l'appello del M. , ha ritenuto che questi avesse legittimamente esercitato il diritto al congedo parentale, alla stregua di un'interpretazione della relativa disciplina normativa che riconnette tale diritto esclusivamente ad un'esigenza di organizzazione familiare. Così ritenendo, i giudici d'appello hanno conseguentemente escluso la sussistenza della giusta causa di licenziamento - identificata appunto, secondo la contestazione datoriale, nella illecita utilizzazione di tale congedo - a prescindere da ogni accertamento relativo alla durata, all'orario e alle modalità dell'attività svolta dal lavoratore, nel periodo di congedo, presso la pizzeria intestata alla moglie. Tale interpretazione è stata dunque ammissibilmente operata dal giudice d'appello nell'ambito del principio jura novit curia e, perciò, prescindendo dalla tempestività e novità della relativa allegazione della parte interessata; e, peraltro, nessuna violazione del principio dell'onere della prova risulta verificata, poiché la controversia è stata decisa solo in punto di diritto, con assorbimento delle questioni riguardanti la valutazione delle prove in ordine alla presenza del M. e della moglie presso l'azienda di quest'ultima.

3. Il primo e il terzo motivo, congiuntamente esaminati perché intimamente connessi, sono invece fondati non potendosi condividere la predetta interpretazione fornita dalla Corte territoriale.

3.1. Una sommaria ricognizione del contesto normativo riguardante le prestazioni previdenziali e assistenziali connesse alla protezione sociale della famiglia consente di rilevare, anzitutto, che la giurisprudenza costituzionale ha affermato, fin dagli anni ottanta, l'operatività della garanzia costituzionale - precipuamente riferita all'art. 31 Cost. — anche in situazioni indipendenti dall'evento della maternità naturale, riferibili anche alla paternità, sul presupposto che la tutela assolve anche alle esigenze di carattere relazionale ed affettivo che sono collegate allo sviluppo della personalità del bambino (e che vanno soddisfatte anche nel caso dell'affidamento, garantendo una paritetica partecipazione di entrambi i coniugi alla cura ed educazione della prole, senza distinzione o separazione dei ruoli fra uomo e donna) (cfr. Corte cost. n. 1 del 1987; n. 179 del 1993).

La successiva evoluzione del quadro normativo, secondo le linee indicate da questa giurisprudenza, ha portato — in base alla delega contenuta nella legge 8 marzo 2000, n. 53 — alla introduzione del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al D.lgs. 26 marzo 2001, n. 151. L'art. 1, lett. a), della legge n. 53 del 2000 prevede l'istituzione dei congedi dei genitori in relazione alla generale finalità di promuovere il sostegno della maternità e della paternità. L'art. 32 del D.Lgs. n. 151 del 2001 prevede i congedi parentali e dispone che per ogni bambino, nei suoi primi otto anni di vita, ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro; tale diritto compete: alla madre lavoratrice, trascorso il periodo di congedo di maternità, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi (comma 1, lett. a); al padre lavoratore, dalla nascita del figlio, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi (comma 1, lett. b). Il congedo parentale spetta al genitore richiedente anche qualora l'altro genitore non ne abbia diritto (comma 4); ai fini dell'esercizio del diritto il genitore è tenuto, salvi i casi di oggettiva impossibilità, a preavvisare il datore di lavoro secondo modalità e criteri definiti dai contratti collettivi, e comunque con un periodo di preavviso non inferiore a quindici giorni (comma 3). Per i periodi di congedo parentale alle lavoratrici e ai lavoratori è dovuta un'indennità, calcolata in misura percentuale sulla retribuzione secondo le modalità previste per il congedo di maternità (art. 34, commi 1 e 4).

Alla stregua di tale disciplina, il congedo parentale - nella specie, spettante al padre lavoratore - si configura come un diritto potestativo costituito dal comportamento con cui il titolare realizza da solo l'interesse tutelato e a cui fa riscontro, nell'altra parte, una mera soggezione alle conseguenze della dichiarazione di volontà. Tale diritto, in particolare, viene esercitato, con il solo onere del preavviso, sia nei confronti del datore di lavoro, nell'ambito del contratto di lavoro subordinato, con la conseguente sospensione della prestazione del dipendente, sia nei confronti dell'ente previdenziale, nell'ambito del rapporto assistenziale che si costituisce ex lege per il periodo di congedo, con il conseguente obbligo del medesimo ente di corrispondere l'indennità. 3.2. Come riconoscono gli stessi giudici di appello, la configurazione di tale diritto non esclude la verifica delle modalità del suo esercizio, per mezzo di accertamenti probatori consentiti dall'ordinamento, ai fini della qualificazione del comportamento del lavoratore negli ambiti suddetti (quello del rapporto negoziale e quello del rapporto assistenziale). Tale verifica, che nella fattispecie è stata compiuta soprattutto in base alle stesse dichiarazioni del lavoratore e secondo acquisizioni la cui validità non è in contestazione fra le parti, trova giustificazione, sul piano sistematico, nella considerazione che - precipuamente nella materia in esame - anche la titolarità di un diritto potestativo non determina mera discrezionalità e arbitrio nell'esercizio di esso e non esclude la sindacabilità e il controllo degli atti - mediante i quali la prerogativa viene esercitata - da parte del giudice, il cui accertamento può condurre alla declaratoria di illegittimità dell'atto e alla responsabilità civile dell'autore, con incidenza anche sul rapporto contrattuale. La configurazione e i limiti di questo controllo giudiziale sono stati oggetto di una precisa evoluzione nella giurisprudenza di questa Corte, che, in virtù della crescente valorizzazione dei principi di correttezza e buona fede e della operatività di essi in sinergia con il valore costituzionale della solidarietà (in particolare con riferimento ai rapporti di credito e debito nascenti dal negozio: cfr. Cass. n. 10511 del 1999 e Cass., sez. un., n. 18128 del 2005, in materia di determinazione e riduzione della clausola penale), ha anche segnato limiti e criteri dell'esercizio del diritto nell'ambito del processo, identificando forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell'interesse sostanziale, che l'ordinamento riconosce al titolare del diritto e che costituisce la ragione dell'attribuzione al medesimo titolare della potestas agendi (cfr. Cass., sez. un., n. 23726 del 2007, in materia di frazionamento della domanda di adempimento di un'unica pretesa creditoria). 3.3. Ma, più in generale, si deve osservare che l'individuazione, sempre più frequente nel c.d. diritto applicato, di singole fattispecie riconducibili a tale sviamento, derivanti dallo sviluppo del quadro normativo e dalla complessità delle tutele riconosciute ai soggetti, anche in relazione all'attuazione di principi costituzionali e all'incidenza di norme e criteri di diritto internazionale che interagiscono con l'ordinamento interno, richiede - come la dottrina non ha mancato di rilevare — una concezione dei diritti soggettivi, e di tutte le prerogative che sono oggetto di riconoscimento normativo, fondata ormai sulla precisa identificazione delle sostanziali funzioni che la norma positiva attribuisce al diritto soggettivo e delle conseguenze, non meramente risarcitorie, che ricadono sul rapporto giuridico per effetto della deviazione da tali funzioni, secondo una costruzione ben diversa da quella tradizionalmente adottata, che colloca invece il predetto sviamento fuori dall'ambito del diritto soggettivo e finisce per qualificarlo come un normale illecito, in quanto integrante un eccesso dal diritto.

Orbene, si deve ritenere in generale che quante volte esista un diritto soggettivo si configura necessariamente una corrispondenza oggettiva fra il potere di autonomia conferito al soggetto e l'atto di esercizio di quel potere, secondo un legame che è ben evidente nella c.d. autonomia funzionale i cui poteri sono positivamente esercitati in funzione della cura di interessi determinati, come avviene normalmente nell'autonomia pubblica ma come avviene anche, sempre più diffusamente, nell'autonomia privata, ove l'esercizio del diritto soggettivo non si ricollega più alla attuazione di un potere assoluto e imprescindibile ma presuppone un'autonomia, libera, comunque collegata alla cura di interessi, soprattutto ove si tratti - come nella specie - di interessi familiari tutelati nel contempo nell'ambito del rapporto privato e nell'ambito del rapporto con l'ente pubblico di previdenza, si che il non esercizio o l'esercizio secondo criteri diversi da quelli richiesti dalla natura della funzione può considerarsi abuso in ordine a quel potere pure riconosciuto dall'ordinamento. E ben s'intende come la immanenza di una siffatta funzione in ogni diritto, e massimamente in quelli che corrispondono a interessi, non meramente economici, costituzionalmente protetti, non richiede una previsione specifica, con una positiva regolamentazione: e ciò spiega perché, in via eccezionale, tale specificità sia stata invece richiesta, con il divieto di atti emulativi previsto dall'art. 833 del codice civile, in relazione alla ampiezza e al contenuto del diritto di proprietà e alla correlativa esigenza di riconoscere un limite funzionale a un potere tradizionalmente illimitato, imprescrittibile e comprensivo dello jus abutendi, sino alla costituzionalizzazione della sua funzione sociale (art. 42 Cost.).

L'abuso del diritto, così inteso, può dunque avvenire sotto forme diverse, a seconda del rapporto cui esso inerisce, sicché, con riferimento al caso di specie, rileva la condotta contraria alla buona fede, o comunque lesiva della buona fede altrui, nei confronti del datore di lavoro, che in presenza di un abuso del diritto di congedo si vede privato ingiustamente della prestazione lavorativa del dipendente e sopporta comunque una lesione (la cui gravità va valutata in concreto) dell'affidamento da lui riposto nel medesimo, mentre rileva l'indebita percezione dell'indennità e lo sviamento dell'intervento assistenziale nei confronti dell'ente di previdenza erogatore del trattamento economico.

3.4. In base al descritto criterio della funzione, deve ritenersi verificato un abuso del diritto potestativo di congedo parentale, di cui all'art. 32, comma 1, lett. b), del D.Lgs. n. 115 del 2001, allorché il diritto venga esercitato non per la cura diretta del bambino, bensì per attendere ad altra attività di lavoro, ancorché incidente positivamente sulla organizzazione economica e sociale della famiglia. Anche per tale congedo, infatti, si configura una ratio del tutto analoga a quella delineata dalla Corte costituzionale nelle pronunce che, come s'è visto, hanno storicamente influenzato le scelte del legislatore nella emanazione della legge delega del 2000 e del successivo testo unico del 2001 : in particolare, con le sentenze n. 104 del 2003, n. 371 del 2003 e n. 385 del 2005 i giudici costituzionali hanno ribadito come la tutela della paternità si risolva in misure volte a garantire il rapporto del padre con la prole in modo da soddisfare i bisogni affettivi e relazionali del bambino al fine dell'armonico e sereno sviluppo della sua personalità e del suo inserimento nella famiglia; tutte esigenze che, richiedendo evidentemente la presenza del padre accanto al bambino, sono impedite dallo svolgimento dell'attività lavorativa e impongono pertanto la sospensione di questa, affinché il padre dedichi alla cura del figlio il tempo che avrebbe invece dovuto dedicare al lavoro.

Si comprende, allora, che una siffatta conversione delle ore di lavoro, se pure non deve essere intesa alla stregua di una rigida sovrapponibilità temporale, non può però ammettere un'accudienza soltanto indiretta, per interposta persona, mediante il solo contributo ad una migliore organizzazione della vita familiare, poiché quest'ultima esigenza può essere assicurata da altri istituti (contrattuali o legali) che solo indirettamente influiscono sulla vita del bambino e che, in ogni caso, mirano al soddisfacimento di necessità diverse da quella tutelata con il congedo parentale, il quale non attiene ad esigenze puramente fisiologiche del minore ma, specificamente, intende appagare i suoi bisogni affettivi e relazionali onde realizzare il pieno sviluppo della sua personalità sin dal momento dell'ingresso nella famiglia. Con questi presupposti, si rivela insostenibile, nella controversia in esame, la tesi della realizzazione di tali esigenze della figlia minorenne attraverso lo svolgimento di attività lavorativa, da parte del padre in congedo, nella pizzeria della moglie. Al contrario, esclusa tale possibilità e considerato che il legittimo esercizio del congedo postula la presenza del padre accanto alla propria bambina, sarebbe stato necessario valutare le risultanze istruttorie acquisite in giudizio onde accertare se e con quali modalità tale presenza si sia realizzata e come siano state utilizzate, in concreto, le ore della giornata rese disponibili per effetto del congedo.

3.5. Devono accogliersi, perciò, le censure della società ricorrente contenute nel primo e nel terzo motivo, mentre restano assorbite le censure di cui ai motivi quarto, quinto e sesto.

3.6. La sentenza impugnata va dunque cassata in relazione ai motivi accolti e la causa va rinviata ad altro giudice d'appello, designato nella Corte d'appello di Brescia, il quale procederà a nuovo esame della controversia attenendosi al seguente principio di diritto: "L'art. 32, comma 1, lett. b), del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, nel prevedere - in attuazione della legge-delega 8 marzo 2000, n. 53 - che il lavoratore possa astenersi dal lavoro nei primi otto anni di vita del figlio, percependo dall'ente previdenziale un'indennità commisurata ad una parte della retribuzione, configura un diritto potestativo che il padre-lavoratore può esercitare nei confronti del datore di lavoro, nonché dell'ente tenuto all'erogazione dell'indennità, onde garantire con la propria presenza il soddisfacimento dei bisogni affettivi del bambino e della sua esigenza di un pieno inserimento nella famiglia; pertanto, ove si accerti che il periodo di congedo viene invece utilizzato dal padre per svolgere una diversa attività lavorativa, si configura un abuso per sviamento dalla funzione propria del diritto, idoneo ad essere valutato dal giudice ai fini della sussistenza di una giusta causa di licenziamento, non assumendo rilievo che lo svolgimento di tale attività (nella specie, presso una pizzeria di proprietà della moglie) contribuisca ad una migliore organizzazione della famiglia".

Il medesimo giudice di rinvio pronuncerà altresì sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo e il terzo motivo di ricorso, rigetta il secondo e dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d'appello di Brescia anche per le spese del giudizio di cassazione.


 

Con la novella del D.L. 27 giugno 2003 n. 151 art. 6, conv. nella L. 1° agosto 2003, n. 214, la quale ha attribuito al tribunale la competenza per materia in ordine alla contravvenzione di guida sotto l'influenza dell'alcool di cui all’art. 186 del Codice della strada, la Suprema Corte, con la recente sentenza Cass. pen. Sez. IV, (ud. 15-01-2008) 23-09-2008, n. 36476, ha ulteriormente chiarito che deve ritenersi sussistente la competenza del tribunale anche per la contravvenzione di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, di cui all’art. 187 del Codice della strada e non quella del Giudice di Pace.

La Corte ha dunque annullato la sentenza del giudice di pace di Anagni, il quale aveva ritenuto erroneamente di essere competente sul reato di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, rinviando alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

Cass. pen. Sez. IV, (ud. 15-01-2008) 23-09-2008, n. 36476

Il Giudice di pace di Anagni, con sentenza resa il 17/4/2007, ritenuta la propria competenza a decidere per il reato di cui all'art. 187 C.d.S. (D.Lgs. 9 ottobre 1992, n. 285) e ritenuta la responsabilità dell'imputato, applicava la pena ritenuta di giustizia.

Contro così fatto provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione S.G. per ottenere per l'annullamento del provvedimento impugnato.

All'udienza pubblica del 15/1/2008, la Corte, compiuti gli adempimenti prescritti dal codice di rito, ha deciso il ricorso proposto.

 
motivi della decisione
 
Il ricorso denunzia:

erronea applicazione e interpretazione della legge penale in relazione all'art. 187 C.d.S. e art. 21 c.p.p. e ss.

Incompetenza del giudice di pace. Conclude per l'annullamento della sentenza impugnata.

Questa Corte rileva che Cassazione Penale Sent. n. 17003 del 18.05.2006, ha affermato che non può negarsi che tutto il trend legislativo di una precedente fine di legislatura (L. 24 dicembre 2003, n. 350, L. 5 dicembre 2005, n. 251, D.L. 30 dicembre 2005, n. 272, convertito in legge con modificazioni dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49) è caratterizzato da un maggior rigore in genere sull'uso di sostanze stupefacenti, sicchè sembrerebbe eccentrica ed ingiustificata la previsione di un regime sanzionatorio e di una disciplina differenziata per la guida in stato di ebbrezza e di alterazione da sostanze psicotrope e stupefacenti.

Non sembra neppure richiamabile una nota ordinanza della Corte Costituzionale (n. 277 del 2004), con la quale si sono giustificate le differenti modalità tecniche di accertamento dei due reati suddetti sulla base del necessario riscontro con analisi di laboratorio alla luce delle attuali conoscenze tecnico-scientifiche, introducendo una prova legale" per la contravvenzione ex art. 187 C.d.S., giacchè nella medesima ordinanza non solo si assume la concretizzazione di una condotta di pericolo per la circolazione nella guida di un veicolo sotto l'effetto di sostanze stupefacenti, ma anche si esclude ogni valore al dato quantitativo, rilevante invece per la guida in stato di ebbrezza, anche se ora sfumato ad appena 0,5 gr., sicchè, sotto questo aspetto, la prima contravvenzione appare, addirittura, nella considerazione del legislatore, più grave dell'altra. Inoltre proprio l'innovativa normativa su indicata ha richiesto l'obbligatorio accertamento anche per la guida di un veicolo sotto l'effetto dell'ingestione di sostanze alcoliche, sicchè sembrano ulteriormente ridursi le caratteristiche differenziali dei due reati (non è fonte di diritto la circolare 29 dicembre 2005 n. 300/A1/42175/109/42 del Ministero dell'interno, che evidenziando le comuni caratteristiche dei due reati afferma, però, la competenza del giudice di pace), mentre proprio il pericolo per la circolazione e la possibilità di incidenti derivanti da dette situazioni ha indotto il legislatore a prevedere in entrambi i reati il traino del veicolo nel luogo indicato dall'interessato o fino alla più vicina autorimessa, sicchè l'equiparazione tra le due situazioni appare sempre più pregnante con un'eguale, se non maggiore, rilevanza dell'alterazione psicofisica, dovuta all'ingestione di droghe o di sostanze psicotrope.

Pertanto, ad avviso del collegio, una differente competenza a giudicare detti due reati, comportando una diversità del regime sanzionatorio e della disciplina processuale molto marcati farebbe sorgere non infondati dubbi di costituzionalità in relazione al principio di ragionevolezza e di eguaglianza, sicchè deve prediligersi un'esegesi ampia del richiamo all'art. 186 C.d.S., comma 2, contenuta nell'art. 187 C.d.S., comma 7, includendo non solo il riferimento al regime sanzionatorio in senso stretto, ma anche all'organo competente all'"irrogazione della pena".

La sentenza impugnata deve essere per le ragioni fin qui richiamate, annullata senza rinvio e gli atti devono essere trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

 
P.Q.M.
 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone.

Così deciso in Roma, il 15 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2008

 

Da alcuni anni a questa parte si assiste con maggiore frequenza, a domande giudiziali di separazione nelle quali, oltre alle classiche scambievoli accuse e rivendicazioni di obbligo di mantenimento, assegnazione della casa coniugale, addebito, etc., almeno uno dei ricorrenti sollecita l’intervento del giudice affinché esamini e si pronunci sulla posizione giuridica del figlio maggiorenne non economicamente indipendente convivente con l’altro coniuge, se abbia ancora diritto o meno all’assegno di mantenimento, e se si in che misura, qualora il mancato o ritardato ingresso nel mondo del lavoro del giovane, sia attribuibile alla volontà dello stesso.

 

Il Tribunale di Trani Sezione civile, sentenza 18 marzo - 4 aprile 2008, n. 440, affronta la tematica sopra accennata con argomentazioni logiche e condivisibili, pur non avendo, invero, e spiace dirlo, il “coraggio” di portarle a termine con una decisione che sia la naturale conseguenza di quei passaggi argomentativi.

 

La questione nasceva dal fatto che la figlia maggiorenne convivente con la mamma separata, aveva conseguito il diploma di laurea in Lingua e Letteratura Straniera da epoca anteriore al 2005, sicché erano già trascorsi più di tre anni senza che la stessa avesse conseguito alcuna attività lavorativa, di qualsiasi genere anche in settori eventualmente diversi da quelli del turismo, che le potesse consentire l’indipendenza economica.

Non va trascurato, tuttavia, quanto già ricordato dal giudice istruttore nel suo provvedimento del 22 febbraio 2005 e cioè che nella determinazione dell’assegno di mantenimento in favore del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente deve aversi riguardo non solo al fatto oggettivo dell’assenza di una occupazione lavorativa, ma anche alla diligenza del figlio nella ricerca dell’occupazione una volta terminati gli studi; con ciò si vuol dire che fatto nuovo ai fini di una modificazione dell’assegno di mantenimento non è soltanto l’eventuale acquisizione di un posto di lavoro fisso, ma anche il semplice decorrere del tempo senza che il figlio, che pure ne avrebbe le attitudini e possibilità, abbia trovato una collocazione lavorativa, onde evitare che il mantenimento del genitore separato diventi sine die e debba essere condizionato dalla sostanziale inerzia del figlio.

 
 
motivi della decisione

Nel merito, la dichiarazione di separazione personale presuppone soltanto l’accertamento dell’esistenza di fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della vita coniugale o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole e ciò anche indipendentemente dalla volontà di una o entrambe le parti; nella fattispecie, invero, le reciproche deduzioni delle parti e le scambievoli accuse costituiscono inequivoca corrispondenza della cessazione di ogni affectio maritalis; pertanto, preso atto che è preclusa la possibilità di prosecuzione della convivenza, deve essere disposta la separazione personale dei coniugi, ai sensi dell’art. 151, comma 1° c.c..
Le domande di addebito formulate reciprocamente dalle parti in giudizio (a volere considerare tale la richiesta di accertamento di responsabilità formulata dall’attrice nel ricorso introduttivo) sono rimaste del tutto sfornite di sostegno probatorio, giacché i testi escussi hanno dato atto di un evidente insanabile contrasto tra i coniugi e di un carattere particolarmente ed insolitamente forte della D. F. M., ma non hanno riferito di alcun episodio o condotta particolare (tranne quelli successivi alla separazione, in quanto tali, irrilevanti ai fini della valutazione di addebito) cui ricondurre la responsabilità del fallimento dell’unione coniugale.
D’altro canto la questione sulla quale le parti si sono particolarmente affrontate è stata quella del mantenimento in favore della figlia C. che, maggiorenne sin dalla comparizione dei coniugi dinanzi al Presidente del Tribunale, ha sempre coabitato con la madre.
Ciò che il resistente ha contestato è il raggiungimento della indipendenza economica della figlia, cui legava l’eliminazione ovvero la drastica riduzione dell’assegno di mantenimento a suo carico.
In particolare, nel corso del giudizio è emerso che la C. L. ha conseguito il diploma di Laurea, ma è rimasto anche accertato che ciò non le ha consentito a tutt’oggi di raggiungere l’autosufficienza economica.
Invero, l’ultima verifica è stata eseguita dal giudice istruttore che con il provvedimento del 22 febbraio 2005 ha preso in considerazione tutti i dati allegati dal convenuto per concludere nel senso di una riduzione dell’assegno ad Euro 313,00 mensili.
Dal febbraio 2005 ad oggi non sono emersi elementi nuovi che inducano a rivedere la posizione assunta dal giudice istruttore.
Non va trascurato, tuttavia, quanto già ricordato dal giudice istruttore nel suo provvedimento del 22 febbraio 2005 e cioè che nella determinazione dell’assegno di mantenimento in favore del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente deve aversi riguardo non solo al fatto oggettivo dell’assenza di una occupazione lavorativa, ma anche alla diligenza del figlio nella ricerca dell’occupazione una volta terminati gli studi; con ciò si vuol dire che fatto nuovo ai fini di una modificazione dell’assegno di mantenimento non è soltanto l’eventuale acquisizione di un posto di lavoro fisso, ma anche il semplice decorrere del tempo senza che il figlio, che pure ne avrebbe le attitudini e possibilità, abbia trovato una collocazione lavorativa, onde evitare che il mantenimento del genitore separato diventi sine die e debba essere condizionato dalla sostanziale inerzia del figlio.
Nel caso di specie, la figlia C. ha conseguito il diploma di laurea in Lingua e Letteratura Straniera (come essa stessa ha precisato) da epoca anteriore al 2005, sicché sono già trascorsi tre anni abbondanti senza che la stessa abbia recuperato una attività lavorativa che le consenta l’indipendenza economica.
Ritiene il Collegio che, allo stato, non vi siano i presupposti per ritenere tale ritardo addebitabile ad inerzia della stessa C. L., che, all’età di trent’anni, ha dimostrato di svolgere attività di stages e di avere conseguito l’ammissione a borse di studio, essendo il detto ritardo presumibilmente riconducibile alle oggettive difficoltà del mercato del lavoro in questo momento per i giovani laureati (anche in un settore in crescita quale quello delle lingue straniere – ad es. nel ramo turistico -), sicché la valutazione non può che essere effettuata all’attualità e non è certamente destinata ad essere immodificabile.
Da ultimo, per la verità, parte convenuta ha depositato copie fotostatiche di un numero del Bollettino Ufficiale della Regione Puglia ed altri documenti provenienti sempre dalla Regione Puglia, da cui sembrerebbe che la C. L. sia stata inserita in un progetto che comporta l’assegnazione di una borsa di studio universitaria dell’importo di circa ventinovemila Euro.
Ebbene, ritiene il Collegio che a prescindere dalla mancanza di prova circa la effettiva percezione della somma (soltanto stanziata), in ogni caso, la stessa, di carattere decisamente occasionale, non può far conseguire alla C. L. la indipendenza economica che giustificherebbe l’eliminazione dell’assegno di mantenimento a carico del padre.
L'andamento dei fatti di causa e la natura della decisione giustificano la compensazione integrale delle spese.

 
P.Q.M.
 
Il Tribunale di Trani, Sezione Civile, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta, con ricorso depositato in data 16 maggio 2002, da D. F. M. nei confronti di L. F., con l'intervento in causa del P.M., così provvede:
1) dispone la separazione personale dei coniugi D. F. M., e L. F. ai sensi dell'art. 151, comma 1° c.c.;
2) assegna la casa coniugale alla D. F. M. ad eccezione del box auto che viene assegnato al L.;
3) fa obbligo al L. F. di versare alla D. F. un assegno mensile, a titolo di mantenimento per la figlia C. di Euro 350,00, così determinato all’attualità, con decorrenza dall’aprile 2008, con adeguamento ISTAT annuale e da corrispondersi entro il giorno 10 di ogni mese presso il domicilio della madre;
4) rigetta le domande di addebito reciprocamente formulate;
5) compensa interamente le spese tra le parti.

 

In caso di furto di autovettura, e ritrovata dai Carabinieri nello stesso giorno ma in condizioni disastrose in conseguenza di incidente stradale occorso al ladro e rivenduta ad un prezzo "poco più che simbolico", la compagnia assicuratrice è tenuta ad indennizzare l'assicurato di tutti i danni conseguenti al furto, compresi quelli subiti dall'autoveicolo nel periodo di spossessamento, corrispondendo il valore che il veicolo aveva prima del furto, al netto del valore residuo del rottame.

Cassazione civile Sentenza, Sez. III, 23/04/2008, n. 10596

Svolgimento del processo
 

La Intercontinentale Ass.ni indennizzò un proprio assicurato per il furto della sua autovettura, avvenuto nell'autorimessa del D. B..

La Winterthur Ass.ni (incorporante dell'Intercontinentale) chiese in rivalsa al D.B. la somma pagata a titolo d'indennizzo al proprio assicurato. Il D.B. versò la somma alla compagnia ma poi agì contro di questa per la ripetizione, sostenendo di aver pagato l'indebito, in quanto la vettura in questione era stata rinvenuta dai Carabinieri poche ore dopo il furto ed immediatamente restituita al proprietario, benchè danneggiata a seguito di un incidente stradale.

Il Tribunale di Milano respinse la domanda, con sentenza poi confermata dalla Corte della stessa città.

Il D.B. propone ricorso per la Cassazione della sentenza della Corte d'appello di Milano a mezzo di tre motivi.

Si difende con controricorso la Aurora Ass.ni, già Winterthur Ass.ni. Ambedue le parti hanno depositato memorie per l'udienza.

motivi della decisione
 

Con il primo motivo il ricorrente - nel censurare la violazione dell'art. 210 c.p.c. ed i vizi della motivazione - sostiene: che il giudice avrebbe errato nel ritenere che la mancata esibizione dei documenti richiesti alla Winterthur (in particolare, la polizza assicurativa) fosse giustificato, dal lungo tempo trascorso e dall'incorporazione della soc. Intercontinentale nella Winterthur;

che, invece, la compagnia avrebbe potuto comunque produrre quei documenti e che "dalla mancata esibizione ne è derivato che oneri e doveri delle parti sono caduti nel nulla".

Il motivo è inammissibile per difetto di specifica censura. La doglianza, così come formulata, sembra piuttosto diretta a rimproverare la controparte per non aver ottemperato all'ordine d'esibizione. Se, invece, vuoi ritenersi che il ricorrente si dolga del fatto che il giudice non abbia desunto argomenti di prova dal comportamento della compagnia, basta dire che la valutazione della mancata esibizione rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, che in questo caso è stato esercitato con motivazione congrua e logica.

Con il secondo motivo - violazione art. 1884 c.c. e ss., art. 1916 c.c. e ss., art. 2033 c.c., e segg., vizi della motivazione - il ricorrente sostiene che la compagnia non avrebbe dovuto risarcire il danno in quanto l'assicurato aveva riottenuto la vettura lo stesso giorno nel quale era stata rubata.

La questione attiene a circostanze di fatto in relazione alle quali il giudice ha fornito una logica e congrua motivazione, spiegando, in particolare, che è pur vero che il veicolo fu presto ritrovato, ma in condizioni disastrose a seguito di un incidente stradale nel quale era incorso mentre si trovava in possesso del ladro e che, comunque, fu rivenduto ad un prezzo "poco più che simbolico". Sicchè, la compagnia aveva il dovere di indennizzare tutti i danni conseguenti al furto, compresi quelli subiti dall'autoveicolo nel periodo di spossessamento, corrispondendo il valore che il veicolo aveva prima del furto, al netto del valore residuo del rottame.

Alle stesse considerazioni deve pervenirsi con riguardo al terzo motivo, in quanto nessuna contraddizione può essere rilevata nel ragionamento svolto in sentenza.

In conclusione, il ricorso deve essere respinto, con condanna del ricorrente a rivalere la controparte delle spese sopportate nel giudizio di Cassazione.

P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro 2600,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 1 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 23 aprile 2008

 

La salvaguardia delle formalità prima di tutto, ci mancherebbe altro !

Un veterinaio livornese corre con la propria vettura verso l'ambulatorio per eseguire una operazione urgente su di un cane in fin di vita che era stato poco prima portato nel medesimo ambulatorio.

Contravvenzionato per eccesso di velocità ai sensi dell'art. 142 comma 9 C.d.S., il medico impugna il verbale di accertamento elevato dalla Polizia Stradale di Livorno e il G.d.P. di cecina (LI) accoglie le doglianze del ricorrente “sul rilievo della convinzione della guidatrice di dover arrivare in ambulatorio il prima possibile per salvare un essere vivente da un pericolo grave non altrimenti evitabile"

Il Ministero dell'Interno e la Prefettura ricorrono ai supremi giudici.

Con la decisione Cass. civ. Sez. II, 05-09-2008, n. 22365, la Corte accoglie il ricorso, condannando il medico anche al pagamento delle spese di giudizio.

 

il secondo motivo, con cui si denuncia violazione dell'art. 54 c.p. , è manifestamente fondato, atteso che lo stato di necessità definito dalla norma invocata (la quale integra la previsione dell'esimente contenuta nella L. n. 689 del 1981, art. 4, comma 1) è riferito esclusivamente al danno grave "alla persona", e dunque agli esseri umani, non a qualunque "essere vivente", compresi gli animali, come erroneamente ritenuto dal Giudice di pace

 

Cass. civ. Sez. II, 05-09-2008, n. 22365

Svolgimento del processo

che il Sig. B.V. propose opposizione, ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 22, avverso verbale di accertamento elevato nei suoi confronti dalla Polizia Stradale di Livorno per violazione dell'art. 142 C.d.S., comma 9 (eccesso di velocità), invocando l'esimente dello stato di necessità in quanto alla guida del veicolo di sua proprietà si trovava la figlia, di professione veterinaria, diretta al proprio ambulatorio per eseguire un' operazione urgente;

che l'adito Giudice di pace di Cecina, instaurato il contraddittorio con il Ministero dell'Interno, ha accolto l'opposizione sul rilievo della convinzione della guidatrice di dover arrivare in ambulatorio il prima possibile "per salvare un essere vivente da un pericolo grave non altrimenti evitabile";

che il Ministero e la Prefettura indicati in epigrafe hanno proposto ricorso per due motivi, cui non ha resistito l'intimato.

motivi della decisione

che il primo motivo di ricorso, con cui si deduce l'omesso rilievo dell'inammissibilità dell'opposizione per mancanza dei motivi, è manifestamente infondato, avendo l'opponente chiaramente invocato l'esimente dello stato di necessità;

che il secondo motivo, con cui si denuncia violazione dell'art. 54 c.p., è manifestamente fondato, atteso che lo stato di necessità definito dalla norma invocata (la quale integra la previsione dell'esimente contenuta nella L. n. 689 del 1981, art. 4, comma 1) è riferito esclusivamente al danno grave "alla persona", e dunque agli esseri umani, non a qualunque "essere vivente", compresi gli animali, come erroneamente ritenuto dal Giudice di pace;

che la sentenza impugnata va dunque cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., con il rigetto dell'opposizione;

che le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza dell'intimato, mentre non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di merito, non essendosi l'amministrazione avvalsa di patrocinio professionale.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l'opposizione; condanna l'intimato alle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 400,00 oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2008

 

 

 

 
Di Teresa Lagreca (del 26/09/2008 @ 07:24:07 in Codice strada, linkato 675 volte)

 

Particolare clamore ha suscitato la recente decisione della Suprema Corte - Cass. pen. Sez. II, (ud. 22-05-2008) 08-09-2008, n. 34836 - la quale ha confermato la sentenza di condanna per il reato di “truffa continuata” emessa dalla Corte di Appello di Milano nei confronti di un automobilista il quale, in numerose occasioni, riusciva ad evitare di pagare il pedaggio autostradale, accodandosi a vettura munita di "telepass" nell'apposita corsia riservata, riuscendo a passare anch'egli prima che la sbarra si richiudesse.

In questo caso, quindi, è stato ravvisato il delitto di “truffa aggravata”, condannato l’imputato a sette mesi di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore della Società Autostrade e negando, addirittura, di riconoscere sussistente l’attenuante della modesta entità del danno economico patito dalla vittima.

 
Eppure.
 

In altre occasione, per i medesimi fatti, la Corte Suprema aveva deciso in modo diverso, affermando la sussistenza del reato meno grave di “insolvenza fraudolenta” (ipotesi maggioritaria) o addirittura riconoscendo l’irrilevanza penale della vicenda (ipotesi minoritaria).

Con sentenza del 26 settembre 2007, la Corte di appello di Bologna confermava la sentenza pronunciata dal Tribunale di Rimini il 6 maggio 2004, con la quale l’imputato era stato dichiarato responsabile di numerosi fatti di insolvenza fraudolenta nei confronti della società Autostrade s.p.a., per aver omesso di effettuare il pagamento dei pedaggi autostradali utilizzando i varchi Viacard-Telepass, senza essere in possesso dei relativi titoli abilitativi.

(Cass. pen. Sez. II, (ud. 11-07-2008) 17-07-2008, n. 29884)

 

Nel medesimo senso anche il Tribunale di Genova in data 29 marzo 2007: integra gli estremi del reato di “insolvenza fraudolenta” la condotta di colui che dissimulando il proprio stato di insolvenza effettui numerosi percorsi sulla rete autostradale omettendo di corrispondere il dovuto pagamento dei pedaggi transitando fraudolentemente nelle corsie riservate a telepass.

 

Addirittura esente da pena la condotta dell’imputato nel processo avanti al Tribunale di Nola.

Con decreto in data 16.10.2006, il G.I.P. del Tribunale di Nola sull'opposizione della parte offesa, la s.p.a. Autostrade Concessioni e Costruzioni Autostrade, accoglieva la richiesta di archiviazione degli atti del procedimento contro persona da identificare nel conducente dell'autoveicolo. Questi era stato indicato dalla querelante come transitante frequentemente in autostrada sulla pista riservata al TELEPASS senza essere fornito di tale mezzo di pagamento e senza provvedere successivamente ad adempiere l'obbligo di pagamento del pedaggio.

Il G.I.P. osservava che la richiesta doveva essere accolta sia pure per ragioni diverse da quelle indicate dal P.M. (che aveva rilevato profili di invalidità della querela), risultando superflui gli ulteriori temi di indagine indicati dalla persona offesa: ciò in quanto il fatto descritto integrava un mero inadempimento contrattuale, mentre non risultava che detto inadempimento fosse dovuto a un vero e proprio stato di insolvenza (mancanza della possibilità di pagare) del soggetto agente, per cui non era configurabile l'ipotesi di reato di cui all'art. 641 c.p., contestata.( Cass. pen. Sez. II, (ud. 04-05-2007) 13-06-2007, n. 23053)

 

L’ultimo intervento dei Giudici di Piazza Cavour è stato nel senso sopra narrato.

Cass. pen. Sez. II, (ud. 22-05-2008) 08-09-2008, n. 34836

 

Svolgimento del processo
 

B.P., con ricorso del 12-19 marzo 2007, chiede l'annullamento della sentenza della Corte d'Appello di Milano, che ha confermato la condanna inflittagli dal Tribunale di Monza alla pena di 7 mesi di reclusione e 400,00 Euro di multa, nonchè al risarcimento del danno nei confronti della parte civile, per il reato di truffa continuata nei confronti della società "Autostrade".

Il reato di truffa continuata consiste nel fatto che l'imputato, in numerose occasioni, sino al febbraio 2001, riusciva ad evitare di pagare il pedaggio autostradale, accodandosi a vettura munita di "telepass" nell'apposita corsia riservata, riuscendo a passare anch'egli prima che la sbarra si richiudesse.

Il ricorso si articola in tre motivi. Nullità assoluta per mancata corretta verifica della persona che ha commesso le violazioni.

Incompetenza territoriale. Erronea definizione della fattispecie di reato e quantificazione della pena.

Il difensore dell'imputato ha depositato una memoria, che si sofferma sul primo motivo di ricorso, assumendo che gli indizi a carico del B. non sono idonei a fondare la condanna e che la motivazione della sentenza sul punto è viziata da illogicità.


motivi della decisione
 

Il ricorso è manifestamente infondato.

Sul primo e più rilevante motivo, ripreso nella memoria difensiva, deve osservarsi che il ragionamento della Corte non presenta contraddizioni, nè illogicità. Al di là di questo limite, in sede di giudizio di cassazione, non si può andare e quindi non si può entrare nel merito delle valutazioni del giudice in ordine alla identificazione del B..

Quanto all'eccezione di incompetenza territoriale, la sentenza ha spiegato con precisione perchè la stessa è stata formulata tardivamente (svolta solo in sede di appello, quindi oltre i termini previsti dall'art. 21 c.p.p., comma 2).

Anche con riferimento alla mancata applicazione dell'attenuante della particolare tenuità del danno il ragionamento del giudice di merito non presenta incoerenze, fondandosi su di una corretta applicazione del criterio dettato dal codice della strada, posto che risultavano provate le uscite dall'autostrada, ma non erano individuabili le relative entrate.

La manifesta infondatezza comporta l'inammissibilità del ricorso.

All'inammissibilità consegue la condanna della parte privata ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè al pagamento della somma indicata in dispositivo alla Cassa delle ammende.

Quest'ultima condanna si impone in quanto, nel caso in esame, non vi sono ragioni idonee ad escludere la colpa del ricorrente nella proposizione di un ricorso inammissibile.

Segue inoltre, per legge, la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese della parte civile, liquidate come in dispositivo.


P.Q.M.
 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di 1.000,00 Euro alla Cassa delle ammende. Condanna altresì il ricorrente alla rifusione delle spese in favore della parte civile "Autostrade per l'Italia spa", liquidate in 1.050,00 Euro, di cui 1.000,00 Euro per onorari Oltre IVA e Cpa.

Così deciso in Roma, il 22 maggio 2008.

Depositato in Cancelleria il 8 settembre 2008

 

 

 

 
Di Alessandro Gazzea (del 03/12/2008 @ 07:13:03 in Codice strada, linkato 466 volte)

Continua il contrasto tra la giurisprudenza di merito, che vuole la prova dello stato di ebbrezza, a seguito delle modifiche apportate dal D.L. 3-8-2007 n. 117, soltanto con il test alcolimetrico e quella di legittimità, che continua a cassare le decisioni dei giudici di prime cure affermando che ancora oggi, in tema di accertamento dello stato di ebbrezza, è sufficiente anche la sola base dei c.d. elementi sintomatici rilevati dagli agenti in sede di accertamento della violazione.

La recente decisione degli ermellini, Cass. pen. Sez. IV, (ud. 28-10-2008) 19-11-2008 n. 43313, è in ogni caso interessante per la chiarezza sulla nuova struttura del reato di guida in stato di ebbrezza.

Vedi anche:

Cass. pen. Sez. IV, (ud. 28-10-2008) 19-11-2008 n. 43313

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo, sulla richiesta del pubblico ministero di emettere decreto di condanna, proscioglieva, a norma dell'art. 129 c.p.p., G.M. dalle contravvenzioni, commesse in (OMISSIS):

- di guida sotto l'influenza dell'alcool (D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2) perchè il fatto non sussiste (capo 1);

- di rifiuto di sottoporsi al test alcolimetrico (D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 7), perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato (capo 2).

Con riguardo alla contravvenzione di cui al capo 1), il giudice giustificava la propria decisione affermando che le modifiche apportate alla citata disposizione dal D.L. 3 agosto 2007, n. 117 non consentivano più di provare lo stato di ebbrezza sulla sola base dei c.d. elementi sintomatici rilevati dagli agenti in sede di accertamento della violazione.

 

2. Avverso l'anzidetta sentenza, ha proposto ricorso per Cassazione il Procuratore generale presso la Corte di appello di Brescia, chiedendone l'annullamento e rilevando l'erronea interpretazione delle nuove disposizioni.

motivi della decisione

  1. Il ricorso è fondato.

3.1. Prima delle disposizioni modificative introdotte dal D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 5, il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, la cui ultima versione era dovuta alla L. 1 agosto 2003, n. 214, di conversione del D.L. 27 giugno 2003, n. 151, era strutturato, per quanto qui interessa, nei termini seguenti.

Il comma 1 sanciva il divieto di "guidare in stato di ebbrezza in conseguenza dell'uso di bevande alcoliche".

La prima parte del comma 2 delineava la fattispecie incriminatrice di guida in stato di ebbrezza alcolica: chiunque violava il divieto (guidava, cioè, in stato di ebbrezza) era punito con le pene congiunte dell'arresto fino ad un mese e dell'ammenda da Euro 258,00 a Euro 1.032,00.

Il comma 6 stabiliva che, qualora dall'accertamento fosse risultato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), l'interessato era da considerarsi in stato di ebbrezza ai fini dell'applicazione delle sanzioni, penali ed amministrative, di cui al sopra citato comma 2.

La determinazione della soglia anzidetta va fatta risalire al D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 3, convertito in L. 1 agosto 2002, n. 168;

in precedenza (v. nel testo introdotto dal D.Lgs. 15 gennaio 2002, n. 9, art. 186, comma 5), il più elevato limite di 0,8 grammi per litro (g/l) era stabilito (e lo è tuttora per un difetto di coordinamento legislativo) dal regolamento di esecuzione e di attuazione del codice della strada (D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 379).

Questa Corte aveva, comunque, più volte avuto modo di affermare (cfr. Cass. S.U. 27 settembre 1995, Cirigliano, RV 203634; Cass. 4, 4 maggio 2004, Ciacci, RV 229966; Cass. 4, 9 giugno 2004, p.m. in proc. Massacesi, RV 229087) che lo stato di ebbrezza del conducente del veicolo poteva essere, ai fini della configurabilità della contravvenzione in esame, accertato e provato con qualsiasi mezzo, e non necessariamente, nè unicamente, mediante la strumentazione (il c.d. etilometro) e le procedure indicate nel menzionato D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 379.

In particolare, per il principio del libero convincimento, per l'assenza di prove legali e per la necessità che la prova non dipenda dalla discrezionale volontà della parte interessata, il giudice poteva dimostrare l'esistenza dello stato di ebbrezza sulla base delle circostanze sintomatiche, desumibili in particolare dallo stato del soggetto (alterazione della deambulazione, difficoltà di movimento, eloquio sconnesso, alito vinoso, ecc.) e dalla condotta di guida (che i verbalizzanti hanno il compito di indicare nella notizia di reato, ai sensi dell'art. 347 c.p.p.: v. citato art. 379, comma 3).

 

3.2. Il D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 5 ha - come si è detto - riscritto il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, trasformando in illecito amministrativo il rifiuto di sottoporsi all'accertamento, ma non abolendo, neppur in parte, la fattispecie di guida in stato di ebbrezza ed inasprendone anzi l'apparato sanzionatorio.

In particolare, le pene principali sono state differenziate in base alla gravità della violazione:

prima fascia: ammenda da Euro 500,00 a Euro 2000,00 e arresto fino ad un mese se il tasso alcolemico accertato è superiore a 0,5 grammi per litro e non superiore a 0,8 (la previsione dell'arresto è stata, poi, soppressa dalla Legge Conversione 2 ottobre 2007, n. 160 e la contravvenzione è, dunque, tornata ad essere oblabile, questa volta ai sensi dell'art. 162 c.p.);

seconda fascia: ammenda da Euro 800,00 a Euro 3.200,00 ed arresto fino a tre mesi (elevato a sei mesi dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, art. 4, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, convertito dalla L. 24 luglio 2008, n. 125) se il tasso alcolemico accertato è superiore a 0,8 grammi per litro e non superiore a 1,5 terza fascia: ammenda da Euro 1.500,00 a Euro 6.000,00 ed arresto fino a sei mesi (ora da tre mesi ad un anno per effetto dell'intervento dei provvedimenti legislativi da ultimo citati) se il tasso alcolemico accertato è superiore a 1,5 grammi per litro.

 

3.3. Le modificazioni anzidette hanno costretto dottrina e giurisprudenza a cimentarsi con alcune questioni interpretative, in particolare con la questione della natura giuridica delle tre ipotesi di nuovo conio e con il problema, strettamente collegato, sollevato dal ricorrente con l'impugnazione in esame.

Come questa Corte ha già, seppur incidentalmente, avuto modo di affermare (cfr. ad esempio Cass. 4, 16 settembre 2008, Vergori; Cass. 4, 11 aprile 2008, P.G. in proc. Scanziani, non massimate), le tre "fasce" contravvenzionali sopra indicate integrano fattispecie autonome di reato. Non si è in presenza, in altre parole, di una fattispecie "base", quella di cui al D.Lgs. 15 gennaio 2002, n. 9, art. 186, comma 2, lett. a), e di circostanze aggravanti per il caso in cui il tasso alcolemico sia superiore ai limiti fissati alle lettere b) e c) del comma medesimo.

E' sufficiente in proposito osservare, pur dovendosi ammettere che i criteri di identificazione delle circostanze rispetto alle fattispecie autonome di reato pongono di solito problemi interpretativi di complessa soluzione (si veda in proposito il rilevante sforzo di sistemazione della materia compiuto da Cass. S.U. 10 luglio 2002, p.m. in proc. Fedi), che può darsi per acquisito che, ai fini dell'individuazione di una circostanza, condizione necessaria, seppur non sufficiente, è che la stessa si caratterizzi per la presenza di elementi "specializzanti" rispetto alla fattispecie "base".

Nel caso in esame, invece, è di tutta evidenza come non ricorra un rapporto di specialità tra le tre disposizioni.

Esse, disposte - come si è visto - in ordine crescente di gravità, modellata sul tasso alcolemico accertato, sono, invero, caratterizzate da reciproca alternatività, quindi da un rapporto di incompatibilità.

Si tratta, dunque, di fattispecie autonome di reato, destinate a non subire, come tali, il "gioco" del giudizio di bilanciamento tra opposte circostanze che potrebbe vanificare l'applicazione del più rigoroso trattamento sanzionatorio introdotto per le violazioni di maggiore entità.

La conclusione sembra trovare conferma letterale anche nel riferimento, in relazione ad ognuna delle tre ipotesi, all'accertamento del "reato" quale presupposto perchè operi la conseguenza automatica della sospensione della patente di guida.

 

3.4. Ciò detto, non vi è ragione, tuttavia, di ritenere che il nuovo sistema sanzionatorio precluda oggi al giudice di poter dimostrare l'esistenza dello stato di ebbrezza sulla base delle circostanze sintomatiche sopra ricordate (v. 3.1).

Le ragioni che legittimavano quell'orientamento interpretativo (principio del libero convincimento, assenza di prove legali e necessità che la prova non dipendesse dalla discrezionale volontà della parte interessata) non sono, invero, venute meno.

Il tasso alcolemico è elemento costitutivo di ognuna delle tre fattispecie e, come tale, è suscettibile di accertamento secondo le regole che governano il sistema delle prove.

Una volta ammesso che, in linea di principio, lo stato di ebbrezza può desumersi da elementi sintomatici, è agevolmente intuibile che, sul piano probatorio, la possibilità per il giudice di avvalersi, ai fini dell'affermazione della sussistenza dello stato di ebbrezza, delle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatori sarà il più delle volte logicamente da circoscriversi alla sola fattispecie meno grave, imponendosi per le ipotesi più gravi l'accertamento tecnico del livello di alcool nel sangue.

Del tutto ingiustificata è, pertanto, la conclusione cui è pervenuto il Giudice per le indagini preliminari nella sentenza impugnata.

 

4. La decisione impugnata va, in conclusione, annullata senza rinvio, limitatamente al reato anzidetto, con trasmissione degli atti al Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al capo 1) e dispone trasmettersi gli atti al Gip del Tribunale di Bergamo.

Così deciso in Roma, il 28 ottobre 2008.

Depositato in Cancelleria il 19 novembre 2008

 

 

 
Di Teresa Lagreca (del 13/10/2008 @ 07:06:34 in Diritto di famiglia, linkato 422 volte)

Ancora more uxorio.

Dopo l’intervento della Corte di Cassazione penale del 22.05.2008, n. 20647 che ci ha ricordato comeLe coppie di fatto hanno la medesima tutela di quelle sposate”, del commento a sentenza in tema di “Assegno di divorzio e convivenza ex coniuge”, della spinosa questione se Mantiene il diritto al mantenimento il divorziato convivente more uxorio” ed infine la decisione del Tribunale di Bologna del 14.05.2008 in tema di “Convivenza more uxorio stabile e duratura. Diritto di abitazione , la Corte di Cassazione torna sull’argomento dei diritti more uxorio con la recente decisione Cass. civ. Sez. III, 16-09-2008, n. 23725 in tema di diritto al risarcimento da fatto illecito concretatosi in un evento mortale va riconosciuto anche al convivente more uxorio del defunto stesso, quando risulti concretamente dimostrata siffatta relazione caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale. A tal scopo non sono sufficienti ne' le dichiarazioni rese dagli interessati a fine di formazione di un atto di notorietà ne' le indicazioni fornite dalla coppia alla pubblica amministrazione per fini anagrafici.

Cass. civ. Sez. III, 16-09-2008, n. 23725

Svolgimento del processo
 

Il Tribunale di Udine respinse la domanda proposta dalla D.S. e dal T., contro il C. e la Winterthur Ass.ni s.p.a., per il risarcimento dei danni patiti a seguito della morte di T.C., vittima di un incidente stradale mentre era trasportato a bordo del veicolo condotto dal C..

La Corte d'appello di Trieste, parzialmente riformando la prima sentenza, ha condannato i convenuti a risarcire il danno morale in favore di T.M., escludendo il diritto di questo al danno biologico ed al danno patrimoniale, nonchè ogni diritto della D.S., non essendo ella nè coniuge, nè convivente more uxorio della vittima.

La D.S. ed il T. propongono ricorso per la cassazione della Corte di Trieste, svolgendo cinque motivi. Si difende con controricorso la sola compagnia assicuratrice.

motivi della decisione

 

Il primo motivo (violazione L. n. 121 del 1985, art. 8, artt. 2043, 2059, 2056, 1223 c.c., art. 2 Cost.) censura la sentenza per avere negato alla D.S. il diritto al risarcimento del danno nella considerazione che ella aveva contratto con la vittima un matrimonio canonico privo di effetti civili e che non era provata la loro convivenza more uxorio. In particolare, la ricorrente non pone in discussione che un soggetto, a fronte di un matrimonio contratto solo con il rito canonico e trascritto, non possa vantare diritti patrimoniali nei confronti del coniuge defunto; tuttavia - aggiunge - non è giusto che la mancata trascrizione debba privare di rilevanza la affectio maritalis, la comunanza di spirito e di ideali che sicuramente possono avvincere anche due persone che si siano sposate solo religiosamente e che costituiscono il presupposto fondante del riconoscimento del danno morale ove intervenga la morte del congiunto.

Il motivo è infondato.

Da tempo questa Corte ha ammesso che il diritto al risarcimento da fatto illecito concretatosi in un evento mortale va riconosciuto (con riguardo sia al danno morale, sia a quello patrimoniale, che presuppone, peraltro, la prova di uno stabile contributo economico apportato, in vita, dal defunto al danneggiato) anche al convivente more uxorio del defunto stesso, quando risulti concretamente dimostrata siffatta relazione caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale; al guai fine non sono sufficienti nè le dichiarazioni rese dagli interessati a fine di formazione di un atto di notorietà, nè le indicazioni dai medesimi fornite alla pubblica amministrazione per fini anagrafici (cfr. soprattutto Cass. 28 marzo 1994, n. 2988).

Nella specie, è mancata la prova dell'esistenza di una relazione tendenzialmente stabile e di una mutua assistenza morale e materiale tra la D.S. e la vittima. Sicchè, il giudice, facendo applicazione del principio sopra enunciato, ha escluso che la donna potesse vantare diritti risarcitori a cagione della morte dell'uomo.

Il motivo di ricorso in esame - che, pure, tende ad affermare che la comunanza spirituale e materiale tra due persone è presupposto per il riconoscimento del risarcimento del danno - si limita a censurare il fatto che il giudice abbia tratto dal certificato anagrafico la prova dell'inesistenza di una vita familiare tra i due; nulla dice, invece, in ordine alle prove ed alle situazioni di fatto in ragione delle quali, invece, si sarebbe dovuto dedurre siffatto genere di convivenza e, dunque, il diritto al risarcimento del danno.

Infondato è anche il secondo motivo (violazione artt. 2043, 2059, 2056, 1223, 1226 c.c. art. 2 Cost.), laddove ci si duole che l'importo risarcitorio liquidato a titolo di danno morale in favore del T. sia "assolutamente incongruo e scandalosamente inadeguato rispetto all'intero quadro delle circostanze venuto al vaglio dei giudici".

Basti dire in proposito che, è censurabile in sede di legittimità l'esercizio del potere equitativo del giudice di merito in ordine alla determinazione del danno morale solo quando la liquidazione del danno stesso appaia manifestamente simbolica o per nulla correlata con le premesse in fatto in ordine alla natura ed all'entità del danno dal medesimo giudice accertate (Cass. 2 marzo 2004, n. 4186).

Nella specie, la liquidazione è stata nient'affatto simbolica (Euro 60.000) e, per di più, è stata concretamente riferita alla vicenda in esame.

Il terzo motivo lamenta che, benchè sin dall'origine il T. avesse promosso una richiesta risarcitoria onnicomprensiva, il giudice abbia motivato in ordine all'esclusione del danno biologico jure proprio e del danno patrimoniale, ma nulla abbia affermato quanto al danno da rottura del vincolo parentale.

Il motivo è fondato.

E' ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l'incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela "ex" art. 32 Cost., ove risulti intaccata l'integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall'interesse all'integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all'art. 2 Cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l'interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost.. Si tratta di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad una riparazione ai sensi dell'art. 2059 cod. civ. - senza il limite ivi previsto in correlazione all'art. 185 cod. pen. in ragione della natura del valore inciso - vertendosi in materia di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato (cfr. la sentenza pilota, Cass. 31 maggio 2003, n. 8828).

L'onnicomprensiva richiesta risarcitoria del T. includeva anche siffatta voce di danno, sicchè deve essere cassata la sentenza che in ordine ad essa non ha provveduto. Il giudice del rinvio procederà, dunque, alla liquidazione del danno cd. parentale in favore del T., tenendo però presente quanto già liquidato a titolo di danno morale e l'ulteriore principio (pure ricavabile dal già menzionato precedente) secondo cui il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, in quanto ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest'ultimo, senza che ciò implichi, di per se, una duplicazione di risarcimento. Tuttavia, essendo funzione e limite del risarcimento del danno alla persona, unitariamente considerata, la riparazione del pregiudizio effettivamente subito, il giudice di merito, nel caso di attribuzione congiunta del danno morale soggettivo e del danno da perdita del rapporto parentale, deve considerare, nel liquidare il primo, la più limitata funzione di ristoro della sofferenza contingente che gli va riconosciuta, poichè, diversamente, sarebbe concreto il rischio di duplicazioni del risarcimento, e deve assicurare che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo risarcimento.

Altrettanto fondato è il quarto motivo, che censura la sentenza nel punto in cui ha negato al T. il risarcimento del danno patrimoniale nella considerazione che l'unica testimonianza assunta a riguardo non consentiva di ritenere che il figlio potesse fare affidamento sul concreto apporto economico del padre.

L'argomentazione utilizzata dal giudice per negare al T. il diritto al risarcimento del danno patrimoniale per la morte del padre è viziata sia sotto il profilo logico, sia sotto quello giuridico.

Essa contraddice il diritto stesso del figlio a conseguire dal padre le somme necessarie al proprio mantenimento, all'educazione ed all'istruzione ed alle sue aspettative (valutabili anche presuntivamente) di future elargizioni economiche. Sicchè, rimane del tutto ininfluente la circostanza che il superstite conseguisse o meno provviste economiche dal padre (ciò può semmai influire sul quantum risarcitorio), posto che siffatto sostegno il T. aveva il diritto di conseguire anche coattivamente.

Il giudice del rinvio provvederà, dunque, a liquidare in favore del T. il danno patrimoniale subito a causa della morte del padre, pur ricorrendo a presunzioni che tengano conto della concreta fattispecie esaminata.

Inammissibile è il quinto motivo, attraverso il quale i ricorrenti si dolgono del fatto che la sentenza d'appello non abbia riconosciuto il risarcimento jure haereditario del danno biologico sofferto dalla vittima. Si tratta di domanda del tutto autonoma e diversa dalle altre, che non risulta neppure proposta nel giudizio di merito.

In conclusione, respinti i motivi primo, secondo e quinto ed accolti i motivi terzo e quarto, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione a questi ultimi. Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.
 

La Corte rigetta i motivi primo, secondo, e quinto, accoglie i motivi terzo e quarto, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d'appello di Trieste, in diversa composizione, anche perchè provveda sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2008.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2008

 

 

 

Il giudice di pace di Pordenone aveva disatteso le ragioni manifestate dal legale rappresentante della Autoscuola xxxxxx, per non avere ottemperato a norma dell’art. 180 C.d.S., senza giustificazione, all’invito del Prefetto di Pordenone di fornire informazioni sui dati personali e sulla patente di guida della persona che alla guida del suo autoveicolo si era resa responsabile della violazione di cui all'art. 142 C.d.S., comma 9.

Impugnando il provvedimento del giudice onorario, il legale rappresentante della Autoscuola xxxxxx aveva proposto ricorso per Cassazione, sostenendo, tra le altre cose, che la previsione contenuta nell’art. 126 bis C.d.S. non fosse previsione applicabile al caso di specie, essendo l’Autoscuola società priva di personalità giuridica, mentre la fattispecie legale pone l'obbligo di comunicazione delle generalità del conducente dell'autoveicolo al momento della violazione, soltanto a carico del proprietario persona fisica o persona giuridica.

Difesa alquanto fiacca, mi sia lecito affermare e un po’ anacronistica da una autoscuola che per istituzione, ha l’oneroso compito di insegnare ai giovanissimi le regole del rispetto stradale.

Il giudice di Legittimità, rigetterà difatti il ricorso per essere manifestamente infondato.

Tuttavia questa decisione è interessante, per la pur breve, chiara e precisa motivazione.

Cass. civ. Sez. II, 24-04-2008, n. 10786

Svolgimento del processo - motivi della decisione

Con atto notificato il 6. 12. 2005, la Autoscuola Starnoni di Lollo Sara & C. s.n.c., in persona del legale rappresentante S.R., ricorre, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza del giudice di pace di Pordenone del 26.6.2005, che aveva respinto il suo ricorso avverso l'ordinanza ingiunzione con cui il Prefetto di Pordenone le irrogava una sanzione amministrativa pecuniaria per la violazione dell'art. 180 C.d.S., comma 8, per avere, senza giustificato motivo, non ottemperato all'invito di fornire informazioni sui dati personali e sulla patente di guida della persona che alla guida del suo autoveicolo si era resa responsabile della violazione di cui all'art. 142 C.d.S., comma 9.

La Prefettura di Pordenone non si è costituita.

Attivata procedura ex art. 375 c.p.c., gli atti sono stati trasmessi al Procuratore Generale, che ha concluso per la trattazione del ricorso in camera di consiglio e per il suo rigetto per manifesta infondatezza.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Il primo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell'art. 126 bis C.d.S., censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto tale disposizione applicabile alla attuale opponente, società priva di personalità giuridica, nonostante che essa ponga l'obbligo di comunicazione delle generalità del conducente l'autoveicolo al momento della violazione soltanto a carico del proprietario persona fisica o persona giuridica.

La censura, oltre che inammissibile, è palesemente infondata.

Il motivo è inammissibile in quanto proposto per la prima volta in questo grado di giudizio, dal momento che di esso la sentenza non fa alcuna menzione, nè il ricorrente indica, come invece sarebbe suo onere, di averlo sollevato con Fatto di opposizione dinanzi al giudice di pace.

Esso è comunque manifestamente infondato, atteso che la disposizione di cui all'art. 126 C.d.S., comma 2, puntualizza chiaramente l'obbligo di comunicazione, nel caso di mancata individuazione del conducente autore della violazione, in capo al proprietario del veicolo, rimanendo a tal fine indifferenti le sue caratteristiche soggettive di persona fisica ovvero di ente dotato o meno di personalità giuridica, tenuto altresì conto, con riferimento alle società di persone, che ad esse l'ordinamento giuridico riconosce comunque una soggettività giuridica autonoma e distinta dalle persone che vi aderiscono (Cass. n. 6169 del 2003; Cass. n. 5233 del 1999).

Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione del combinato disposto dell'art. 126 bis C.d.S., comma 2, e art. 180 C.d.S., comma 8, censurando la sentenza impugnata per non avere ritenuto insussistente la violazione contestata, nonostante la prova di essa non fosse stata fornita dall'Amministrazione e nonostante la opponente avesse comunque assolto all'obbligo impostole, rispondendo alla richiesta di informazione di non essere in grado di, individuare chi fosse alla guida dell'autoveicolo il giorno e l'ora della presunta violazione.

Il motivo appare manifestamente infondato.

Quanto alla dedotta violazione della regola sull'onere della prova, è sufficiente osservare che - in disparte il rilievo secondo cui, nell'illecito omissivo, la prova di avere posto in essere il comportamento dovuto incombe sull'obbligato - nella specie la prova della violazione risultava in positivo dalla stessa giustificazione fornita dall'opponente, che riconosceva di non avere fornito le generalità ed i dati della patente del presunto trasgressore.

L'argomentazione di avere comunque ottemperato all'obbligo di comunicazione mediante la dichiarazione di non essere in grado di indicare i dati del conducente è parimenti del tutto priva di pregio, basandosi su una lettura della norma incompatibile tanto con il suo tenore letterale, quanto con la sua chiara ratio giustificatrice, rappresentata dall'obiettivo di individuare e quindi sanzionare il trasgressore della violazione, da cui emerge chiaramente che l'obbligo in parola può considerarsi assolto soltanto con la comunicazione completa delle informazioni richieste. Su punto questa Corte ha del resto già avuto modo di precisare che "Il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l'identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell'eventuale incapacità d'identificare detti soggetti necessariamente risponde, nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull'affidamento in guisa da essere in grado d'adempiere ai dovere di comunicare l'identità del conducente" (Cass. n. 13748 del 2007).

Il terzo motivo di opposizione deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione con travisamento dei fatti su un punto decisivo della controversia, censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto inverosimile, data l'attività di autoscuola svolta dalla opponente, la sua giustificazione di non avere potuto fornire le generalità del conducente.

Il motivo è inammissibile, integrando la valutazione censurata un apprezzamento di merito non denunzi abile in sede di legittimità. Il giudizio sulla congruità della giustificazione fornita per l'omessa indicazione delle generalità del trasgressore, che, in quanto ritenuta valida, normativamente esclude la violazione, costituisce infatti un accertamento di mero fatto, demandato al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità, se non per difetto di motivazione, che qui non risulta sollevato in modo specifico. In ogni caso, si osserva che l'obbligo di comunicazione imposto dall'art. 326 bis C.d.S., implica a carico del proprietario che conceda ad altri l'uso del proprio autoveicolo un dovere preliminare di approntare un sistema minimo di organizzazione che lo metta in grado di poterlo assolvere, considerazione che evidentemente rende inadeguate eventuali giustificazioni fondate su non meglio precisate sopravvenute difficoltà o impossibilità di identificazione.

Il ricorso va pertanto respinto. Nulla si dispone sulle spese di giudizio, non avendo l'Amministrazione intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

rigetta il ricorso; nulla sulle spese.

Così deciso in Roma, il 31 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 24 aprile 2008

 

Due coniugi chiedono l'omologazione della loro separazione consensuale, alle condizioni ivi stabilite. All'udienza presidenziale, tuttavia, il marito revoca il consenso alla separazione, deducendo di non avere mai voluto disciplinare la separazione ai patti che contenuti nel ricorso per separazione consensuale, patti che non corrispondono, né hanno mai corrisposto alla sua reale volontà e intendimento, viziata da continue minacce e maltrattamenti riferibili, in modo diretto o indiretto, alla moglie.

La recente decisione della Suprema Corte, Cass. civ. Sez. I Sent., 30/04/2008, n. 10932, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dal marito, ribadisce che in tema di separazione personale fra i coniugi, il decreto omologativo di detta separazione, essendo privo dei caratteri della definitività e della decisorietà, poichè incide su diritti soggettivi, senza tuttavia decidere su di essi e non ha attitudine ad acquistare l'efficacia del giudicato sostanziale, non è impugnabile in cassazione ex art. 111 Cost., con la conseguenza che gli eventuali vizi di legittimità non si convertono in motivi di gravame e sono in ogni tempo deducibili nell'ambito della giurisdizione camerale.

 

Secondo i Giudici del “Palazzaccio” pertanto, il consenso è revocabile soltanto in presenza di errore, dolo o violenza, mentre la parte che ritenga sussistente un ipotetico vizio dell'accordo di separazione è legittimata ad agire con un'azione di annullamento rimessa al giudizio ordinario, con la conseguenza dell'inammissibilità del ricorso per cassazione.

 
 

Per usare parole della Corte, dunque, il decreto di omologazione, costituisce un atto di controllo privo di contenuto decisorio, perché non decide su diritti soggettivi perfetti, non avendo attitudine ad acquistare la efficacia del giudicato sostanziale; gli eventuali vizi di legittimità non si convertono in motivi di gravame e sono in ogni tempo deducibili nell'ambito della giurisdizione camerale; e sono pure eccepibili in un processo ordinario - ad esempio, riguardante lo scioglimento del vincolo matrimoniale-, dove l'esistenza di un valido decreto di omologazione si presenti come imprescindibile condizione di legittimità dell'azione .

 Cass. civ. Sez. I Sent., 30/04/2008, n. 10932

Svolgimento del processo

 

1.- I coniugi S.S. e B.C., con ricorso depositato il 28 dicembre 2002, chiedevano l'omologazione della loro separazione consensuale, alle condizioni nello stesso stabilite.

All'udienza presidenziale del 4 luglio 2003 il difensore dello S., avv. Maria Luisa Maggiolino, nell'assenza dell'assistito, dichiarava di avere rinunciato al mandato, esponendo che il predetto le aveva manifestato la volontà di non accettare l'omologazione delle condizioni sottoscritte.

Alla successiva udienza del 6 ottobre 2003 compariva Salvatore S., assistito dal difensore avv. Carla Brocca, che si riportava alla memoria difensiva e revocava il consenso alla separazione, deducendo di non avere "mai voluto disciplinare la separazione ai patti che leggonsi nel ricorso per separazione consensuale, patti che non corrispondono, nè hanno mai corrisposto alla sua reale volontà e intendimento, viziata da continue minacce e maltrattamenti riferibili -in modo diretto o indiretto - alla moglie".

Il Tribunale di Bari, su conforme parere del P.M., con decreto dell'8 ottobre 2003, omologava la separazione consensuale, ritenendo le ragioni addotte dallo S. a conforto della revoca del consenso prive di elementi di riscontro.

Avverso detto decreto proponeva reclamo S.S., chiedendone la revoca sul presupposto della revocabilità del consenso successivamente al deposito del ricorso congiunto per la separazione consensuale.

Si costituiva B.C., contestando la fondatezza del reclamo.

La Corte d'appello di Bari, con decreto del 28 aprile 2004, rigettava il ricorso, dichiarando compensate tra le parti le spese del procedimento.

In sintesi, la Corte territoriale, all'esito dell'esame delle norme di riferimento, affermava che il consenso prestato alla separazione è revocabile soltanto quando sia viziato da errore, dolo o violenza, escludendo che, nella specie, fosse stata provata la sussistenza di uno di detti vizi.

Il reclamante, nella memoria depositata il 2 ottobre 2003 innanzi al Tribunale, si era infatti limitato a "dedurre genericamente minacce o vessazioni, riferendosi a fatti successivi alla presentazione del ricorso" (quali quelli denunziati ai Carabinieri di Bari-San Paolo il 17 maggio 2003 e l'aggressione asseritamente subita il 25 novembre 2003), nonchè alle proprie difficoltà economiche ed alla condotta della moglie anche in riferimento ai rapporti con le figlie. Inoltre, concludeva il decreto, neppure emergeva la sussistenza di un nesso di causalità immediata e diretta tra tali fatti e la prestazione del consenso alla separazione.

3.- Per la cassazione di detto decreto ha proposto ricorso S. S., affidato a tre motivi, illustrati con memoria; ha resistito con controricorso B.C..


motivi della decisione
 

1.- Il ricorrente, con il primo motivo, denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 101, 112 e 711 c.p.c. e art. 158 c.c., nullità del procedimento e del provvedimento, omessa motivazione su punti decisivi della controversia (artt. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5 e art. 111 Cost.), deducendo che il consenso costituisce presupposto processuale della separazione personale. Pertanto, il consenso potrebbe essere revocato in occasione dell'udienza presidenziale e, in tal caso, il giudice non potrebbe pronunciare l'omologazione.

La mancata applicazione di questa regola comporterebbe la nullità del procedimento e del decreto della Corte d'appello, nella specie sussistente anche per il mancato espletamento del tentativo di conciliazione.

S.S., con il secondo motivo, denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 711 c.p.c. e art. 158 c.c., omessa motivazione su punti decisivi della controversia (artt. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, art. 111 Cost.), nella parte in cui il decreto impugnato ha erroneamente ritenuto irrevocabile il consenso.

A suo avviso, l'omologazione rende efficace la separazione consensuale, essendo a questo fine insufficiente il solo consenso dei coniugi, in virtù del principio stabilito dall'art. 158 c.c., comma 1, (Cass. n. 9287, n. 8712 del 1990).

La comparizione dei coniugi innanzi al giudice sarebbe stata prevista per permettere loro di confermare, ma anche di revocare il consenso, ciò che sarebbe possibile sino all'udienza ex art. 711 c.p.c.. La Corte territoriale ha, invece, erroneamente negato la revocabilità del consenso, senza peraltro decidere il terzo motivo del reclamo, con il quale era stato dedotto che la revoca neppure deve essere giustificata.

Secondo lo S., la tesi dell'irrevocabilità non "trova alcun riscontro normativo nè giurisprudenziale" e pone limiti inammissibili all'esercizio di diritti primari e personali.

Il ricorrente, con il terzo motivo, denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 116, 230 e 244 c.p.c. e art. 1434 ss. c.c., omessa motivazione su punti decisivi della controversia (artt. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, art. 111 Cost.), nella parte in cui il provvedimento ha escluso che egli avesse dedotto e provato il vizio del consenso, in quanto "agli atti" vi sarebbero "sia le copie delle diverse denunzie sporte - corredate dai certificati medici- sia la richiesta di prova orale (interrogatorio formale e prova testimoniale) sulla quale la Corte ha omesso ogni decisione".

Sin dalla memoria depositata il 2 ottobre 2003 aveva eccepito che le condizioni della separazione non corrispondevano alla sua volontà, chiedendo di provare "a mezzo di numerosi testimoni, a titolo esemplificativo, di essere stato vittima di aggressioni, intimidazioni e minacce, finalizzate dapprima a costringerlo alla firma dell'accordo e del ricorso per separazione e di poi ad impedirgli di revocare il consenso estorto" e che la moglie aveva svilito la sua figura agli occhi delle figlie, impedendogli di vederle, così da costringerlo alla separazione consensuale. Inoltre, egli aveva chiesto di provare che la B. non aveva prestato il consenso necessario per consentirgli di recarsi all'estero per lavoro, viveva in un ambiente che le consentiva di avvalersi di proficui consigli per gestire al meglio la situazione ed avrebbe dilapidato il patrimonio familiare, ridicolizzandolo, minacciandolo e costringendolo a vivere in un clima di vessazioni, che aveva viziato il consenso da lui prestato, al punto da rinunciare alla proprietà della casa coniugale e dei relativi arredi, contraendo impegni finanziari insostenibili con la sua precaria situazione economica, comprovata dai documenti prodotti.

Il giudice del merito avrebbe malamente ignorato queste risultanze, negando la rilevanza causale dei fatti descritti, non considerando che le violenze subite "sono in massima parte ben anteriori alla firma del ricorso" e "alcune minacce e violenze sono sì successive al deposito del ricorso, ma anteriori al decreto di omologazione".

In definitiva, la durata e reiterazione delle violenze e delle minacce confermerebbero il vizio denunciato, la cui prova non poteva essere immotivatamente negata dalla Corte territoriale.

2.- Il ricorso è inammissibile.

2.1.- I provvedimenti giurisdizionali emessi in forma diversa dalla sentenza, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, sono impugnabili con ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., soltanto quando presentino, per la loro disciplina ed il loro contenuto, i caratteri della definitività e della decisorietà.

Il carattere della definitività sussiste quando il provvedimento decisivo di - o incidente su - diritti o status non è assoggettabile ad alcun mezzo di riesame (che non deve consistere necessariamente in un mezzo di impugnazione, ma può anche identificarsi nella possibilità che la materia del contendere costituisca oggetto di un'azione giurisdizionale), quindi da luogo a giudicato in senso formale (art. 324 c.p.c.) e "fa stato", nel senso di cui all'art. 2909 c.c. su situazioni soggettive aventi natura sostanziale (Cass. S.U. n. 11026 del 2003).

Il carattere della decisorietà ricorre nel caso in cui il provvedimento decide una controversia su diritti soggettivi o status, incidendo su situazioni soggettive aventi natura sostanziale ed è suscettibile di comportare per le parti un pregiudizio definitivo ed irreparabile (Cass. S.U. n. 4915 del 2006; n. 11026 del 2003; n. 1245 del 2004).

Entrambi i caratteri devono coesistere, affinchè il provvedimento sia ricorribile, ai sensi dell'art. 111 Cost..

La decisorietà è, infatti, irrilevante, qualora il provvedimento sia modificabile e revocabile per una nuova e diversa valutazione delle circostanze precedenti, ovvero per il sopravvenire di nuove circostanze, oppure per motivi di legittimità (art. 742 c.p.c.), poichè in queste ipotesi manca una statuizione definitiva ed un pregiudizio irreparabile ai diritti che vi sono coinvolti (Cass. S.U. n. 11026 del 2003; n. 6220 del 1986).

Siffatti caratteri non connotano, di regola, i provvedimenti di giurisdizione volontaria (in particolare, in materia di famiglia), non suscettibili di ricorso straordinario per cassazione, appunto perchè non decisori, non incidenti su diritti soggettivi e revocabili e modificabili per motivi di legittimità e di merito.

Questi provvedimenti non decidono, infatti, una lite tra due soggetti, attribuendo ad uno di essi un "bene della vita", ma hanno la funzione di controllare e governare determinati interessi (il principio è stato riferito a provvedimenti di volontaria giurisdizione emessi nelle più diverse materie, per tutte, Cass., S.U. n. 11026 del 2006, anche per una analitica indicazione delle fattispecie nelle quali è stato applicato).

2.2.- In applicazione di detti principi, questa Corte ha già deciso la questione della ammissibilità del ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., avverso il decreto che omologa la separazione, escludendola (Cass. n. 3390 del 2001; n. 8712 del 1990; in riferimento al provvedimento che dichiara il "non luogo a procedere" sul ricorso, Cass. n. 4079 del 1979).

A questo orientamento va data continuità, poichè è confortato da argomentazioni meritevoli di essere condivise, non essendo state neppure prospettate ragioni in grado di condurre ad una loro rimeditazione.

In sintesi, è qui sufficiente ricordare che, come affermato nelle suindicate sentenze, il decreto in esame è privo dei caratteri della definitività e della decisorietà, poichè incide su diritti soggettivi, senza tuttavìa decidere su di essi e non ha attitudine ad acquistare l'efficacia del giudicato sostanziale. Il decreto "viene emesso nell'ambito di un procedimento di volontaria giurisdizione e si sostanzia in un provvedimento con il quale il tribunale, esercitato positivamente il proprio controllo sull'osservanza del rito e sulla conformità delle clausole convenzionali sottopostegli dai coniugi alle norme imperative che regolano la materia ed all'ordine pubblico, imprime efficacia giuridica all'accordo intervenuto tra le parti" (Cass. n. 3390 del 2001).

Le specifiche condizioni dell'accordo sono modificabili, per circostanze sopravvenute, attraverso il procedimento di cui all'art. 710 c.p.c., richiamato dall'art. 711 c.p.c.; il provvedimento di omologazione è impugnabile con reclamo alla corte di appello ai sensi degli artt. 739 e ss. c.p.c. (Cass. n. 3390 del 2001), ma è anche "revocabile per vizio proprio di legittimità - dovuto a inosservanza di norme processuali o sostanziali -, in base alle "disposizioni comuni ai procedimenti in camera di consiglio", contenute negli artt. 737-742 bis c.p.c." (Cass. n. 8712 del 1990).

In definitiva, il decreto di omologazione costituisce un atto di controllo privo di contenuto decisorio, perchè incide ma non decide su diritti soggettivi perfetti, non avendo attitudine ad acquistare la efficacia del giudicato sostanziale. Gli eventuali vizi di legittimità non si convertono in motivi di gravame e "sono in ogni tempo deducibili nell'ambito della giurisdizione camerale; e sono pure eccepibili in un processo ordinario - ad esempio, riguardante lo scioglimento del vincolo matrimoniale -, dove l'esistenza di un valido decreto di omologazione si presenti come imprescindibile condizione di legittimità dell'azione" (Cass. n. 8712 del 1990).

2.3.- L'applicabilità del principio al provvedimento in esame, nel quadro di un ordinamento in cui ciascuno dei coniugi ha un diritto costituzionalmente fondato di ottenere la separazione personale e diinterrompere la convivenza, ove tale convivenza sia divenuta per lui intollerabile (Cass. n. 21099 del 2007), neppure è infirmata dalla considerazione che la dichiarazione di addebito può essere richiesta ed adottata soltanto nell'ambito del giudizio di separazione, restando escluso che le parti, qualora siano addivenute a separazione giudiziale senza pronuncia di addebito, ovvero abbiano convenuto una separazione consensuale omologata, possano successivamente chiedere, in un successivo giudizio - per fatti sopravvenuti, ovvero per fatti anteriori alla separazione - una pronuncia di addebito (Cass. n. 7450 del 2008; n. 6625 del 2005; n. 8272 del 1999; cfr. anche Cass. n. 15279 del 2001). Inoltre, neppure realizza un vuoto di tutela e non pregiudica affatto l'esigenza di garantire che sia presidiata la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti.

I delicati problemi relativi alla natura giuridica dell'accordo che sorregge la separazione consensuale, al rapporto tra siffatto accordo ed il decreto di omologazione, alla natura e funzione dell'intervento giurisdizionale, sono stati di recente affrontati e decisi dalla sentenza n. 17607 del 2003, che ha avuto cura di ripercorrere compiutamente l'orientamento di questa Corte, approfondendo diffusamente gli argomenti che lo fondano (anche alla luce degli indirizzi della giurisprudenza di merito e della dottrina, avendo cura di contrastare le ragioni prospettate per confutarlo).

Per la risoluzione delle succitate questioni è, dunque, senz'altro opportuno rinviare a questa sentenza (anche per i richiami di ulteriori pronunce; successivamente, la configurazione accolta dalla pronuncia è stata ribadita da Cass. n. 7450 del 2008; n. 24321 del 2007; n. 6625 del 2005; n. 17902 del 2004; v. anche Cass. n. 23801 del 2006), condividendo il Collegio il complesso percorso nella stessa sviluppato.

In questa sede, va ricordato come la pronuncia abbia sottolineato che "la causa della separazione sta nella volontà dei coniugi, mentre l'omologazione agisce come mera condizione legale di efficacia dell'accordo". Dunque, la separazione "trova la sua unica fonte nel consenso manifestato dai coniugi dinanzi al presidente del tribunale e (...) la successiva omologazione è unicamente diretta ad attribuire efficacia dall'esterno all'accordo di separazione, assumendo la funzione di condizione sospensiva della produzione degli effetti delle pattuizioni stipulate tra i coniugi, già integranti un negozio giuridico perfetto ed autonomo".

L'accordo di separazione costituisce pertanto un "atto essenzialmente negoziale, espressione della capacità dei coniugi di autodeterminarsi responsabilmente", ponendosi come "uno dei momenti di più significativa emersione della negozialità nel diritto di famiglia" (Cass. n. 17607 del 2003, ove completi riferimenti agli ulteriori precedenti).

Posta la distinzione tra consenso alla separazione, quale concorde volontà delle parti di separarsi legalmente, e accordo sulle condizioni della separazione, è stata esclusa la possibilità di "dubitare della natura negoziale dell'atto che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale", poichè in detto "accordo si dispiega pienamente l'autonomia dei coniugi e la loro valutazione della gravità della crisi coniugale, con esclusione di ogni potere di indagine del giudice sui motivi della decisione di separarsi e di valutazione circa la validità di tali motivi, in piena coerenza con la centralità del principio del consenso nel modello di famiglia delineato dalla legge di riforma ed in ragione del tasso di negozialità dalla stessa legge riconosciuto in relazione ai diversi momenti ed aspetti della dinamica familiare".

L'esclusione della natura contrattuale dell'accordo di separazione ed il suo inquadramento nella categoria negoziale comportano la non operatività delle norme proprie del contratto che trovano ragione nella specifica natura di questo e, tuttavia, "non esclude che possano applicarsi, nei limiti della loro compatibilità, le norme del regime contrattuale che riguardano in generale la disciplina del negozio giuridico o che esprimono principi generali dell'ordinamento, come quelle in tema di vizi del consenso e di capacità delle parti (peraltro richiamate in varie norme codicistiche relative alla materia familiare, come in tema di celebrazione del matrimonio e di riconoscimento dei figli naturali)".

In contrario, non può essere valorizzato l'intervento del giudice, in quanto gli adempimenti che questi è chiamato a svolgere, "pur delicati e complessi, non si profilano di tale pregnanza da escludere di per sè un accordo simulatorio o un vizio della volontà delle parti, certamente possibili pur in assenza di segni apparenti della loro esistenza".

Infatti, "il presidente recepisce il consenso espresso dai coniugi nelle forme in cui si manifesta e nella misura in cui può essere percepito attraverso il loro comportamento esteriore". Dunque, "ritenere che il suo intervento fornisca la certezza assoluta ed incontestabile circa la validità e genuinità della volontà manifestata significa attribuire a detto giudice un ruolo di garante non corrispondente alla natura ed ai limiti dell'attività a lui demandata". Inoltre, "l'atto di omologazione non è legato da un rapporto diretto cd. immediato con il negozio di separazione, non investendo l'accordo in sè e non svolgendo una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti: in quanto diretto a controllare (...) la validità dell'iter processuale, a tutelare l'interesse dei figli minori ed a verificare il rispetto delle norme di ordine pubblico", sicchè "non governa l'autonomia dei coniugi e non si confonde, ma si combina in maniera estrinseca con la loro volontà, fissata nell'accordo da omologare". 2.4.- L'esito di siffatta ricostruzione è la applicabilità alla separazione consensuale delle norme generali relative alla disciplina dei vizi della volontà, entro i limiti di compatibilità con la specificità di tale negozio di diritto familiare (Cass. n. 7450 del 2008; n. 6625 del 2005; n. 17902 del 2004; n. 17607 del 2003), che "implica l'estensibilità della normativa sull'annullamento dei contratti per vizi del consenso (artt. 1427 e ss., c.c.) ai negozi di diritto familiare, in quanto parte della disciplina generale del negozio giuridico o espressiva di principi generali dell'ordinamento" (Cass. n. 17902 del 2004), e cioè conduce a ritenere ammissibile l'azione di annullamento disciplinata dagli artt. 1427 ss. c.c. rimessa al giudizio ordinario, anche in relazione a vizi inficianti il consenso dei coniugi nella separazione consensuale omologata (Cass. n. 7450 del 2008; n. 24321 del 2007; n. 6625 del 2005; n. 17902 del 2004).

L'ammissibilità di detta azione, da un canto, conforta l'inesistenza nel provvedimento in esame dei caratteri sopra indicati, indefettibili per la proposizione del ricorso ex art. 111 Cost.

Dall'altro, rende palese che resta salva la possibilità per ciascuno dei coniugi di far valere il proprio diritto e di contestare l'eventuale vizio del consenso non già mediante la via interna del procedimento camerale, bensì in sede di giudizio ordinario, che, come bene è stato osservato, garantisce alle parti le utilità della cognizione piena e permette anche ai terzi di suscitare un controllo da parte del giudice, ove necessario.

In conclusione, il controllo in sede di omologazione dell'accordo non incide in modo irreversibile su alcuna situazione di diritto soggettivo. La parte che ritenga sussistente un ipotetico vizio dell'accordo di separazione può, infatti, agire con un'azione di annullamento, la cui esperibilità presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti e che, tuttavia, resta rimessa al giudizio ordinario, con la conseguenza che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

2.5.- Le spese della presente fase devono essere compensate, sussistendo giusti motivi, tenuto conto della natura della causa e della questione posta con il ricorso.


P.Q.M.
 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; dichiara compensate tra le parti le spese della presente fase.

Così deciso in Roma, il 12 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2008

 
Di Alessandro Gazzea (del 09/10/2007 @ 06:53:24 in Codice strada, linkato 1537 volte)

E’ da segnalare la decisione del giudice di pace di Carinola in quanto, oltre a ribadire principi già espressi dalle recenti decisioni della Corte di cassazione (n. 23301/2005 e n. 8465/2006) in tema di rilevamento delle violazioni al Codice della strada tramite apparecchiature photored in assenza degli agenti sul posto, ricorda il principio sostenuto dalla Cassazione n.21847/2005, secondo il quale è necessaria la prova dell'esistenza di una previa delibera comunale che abbia provveduto all'installazione dell'impianto semaforico.

GIUDICE DI PACE DI CARINOLA
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace, in persona dell’ avv. Pietro Tudino ,all'udienza del 16-12- 05, ha pronunciato la seguente

sentenza

nella causa civile ìscrìtta in epigrafe avente ad oggetto “OPPOSIZIONE ex artt.22, 23 l .689/81”

TRA
OPPONENTE
E

COMUNE DI MONDRAGONE in p. del Sindaco p.t. – el.te dom.ta presso lo studio dell'avv. A Migliore giusta procura generale alle liti allegata alla produizione di parte OPPOSTA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso ritualmente depositato presso questa cancelleria l'opponente ricorreva , ex artt.22., 23 l .689/81 , avverso il verbale di contravvenzione elevato da polizia Municipale di Mondragone e notificato a mezzo del servizio postale, quanto alla violazione dell'art.41 in rel. All'art. 146 comma terzo c.d.s. (transito con semaforo rosso) eccependo violazioni formali e sostanziali delle norme regolatrici della procedura in materia.

All'udienza di discussione questo Giudice, verificata la regolarità dell'instaurazione del presente giudizio, stante la compiuta notificazione dell'avviso alle parti, verificato che dagli atti contenuti nel fascicolo d'ufficio vi fossero sufficienti elementi per giungere ad una decisione di merito, presente il procuratore di parte opposta il quale si riportava alle proprie conclusioni meglio specificate in comparsa di risposta, assegnava la causa a sentenza, pronunciandosi a mezzo di separato dispositivo del quale dava lettura in udienza.

motivi DELLA DECISIONE

Va preliminarmente osservato che non deve procedersi a declaratoria di inammissibilità del ricorso in quanto esso risulta ritualmente depositato, nei termini di legge (60 gg), a firma dell'opponente, presso la cancelleria di questo ufficio, cosi' come la normativa richiede . La mancata cauzione da parte del ricorrente non è piu' condizione di ammissibilità del ricorso ai sensi della recente pronuncia della C cost. n. 114-04, abrogativa dell'art. 204 bis c.d.s.

Cio' detto, è opportuno valutare nel merito l'eventuale fondatezza dell'atto di ricorso proveniente dall'opponente il quale incentra le proprie doglianze sostanzialmente su due profili:

a) la pretesa insufficienza della rilevazione , vista la inidoneità dell'apparecchio tipo “FTR VELOMATIC ” a dimostrare in maniera effettiva la violazione della norma richiamata;

• la mancata omologazione e/o taratura dell'apparecchio circa la possibilità in concreto di accertare gli illeciti contravvenzionali in assenza dei verbalizzanti;

Quanto al punto A , tale rilievo risulta non idoneo a legittimare un effettivo dubbio circa la effettività della rilevazione posto che il macchinario adoperato , del tipo Photored, ha permesso di visualizzare l'effettivo transito del veicolo nelle precisate circostanze di tempo e di luogo, evidenziando, attraverso lo sviluppo di due rilievi fotografici l'oggettiva prosecuzione della marcia da parte dell'autovettura rilevata, dapprima all'atto del passaggio all'intersezione stradale, successivamente al centro della intersezione medesima. Restano cosi' sul punto soddisfatte le condizioni probatorie minime a sostegno della infrazione come rilevata (sul punto cfr. Sent. Giudice di Pace di Taranto del 15.7.04 )

Deve invece esser oggetto di attenta riflessione il motivo subordinato proposto , ancorchè generico, in sede di opposizione laddove si evidenzia la mancata omologazione, in forma aggiornata, dell'apparecchio di rilevazione in concreto utilizzato e la conseguente illegittimità della prassi adoperata in concreto dal Comune in ordine alle regolarità formale delle rilevazione .Tale problematica, di non agevole soluzione interpretativa stante la diffusissima congerie di norme, circolari ministeriali e pronunce giurisprudenziali sia di merito che di legittimità che si sono nel tempo alternate a seguito dell'entrata in vigore delle modifiche al C.d.s. (dapprima attraverso la legge 168-02, successivamente con la novella ex lege 214.03 istitutiva della “patente a punti”) deve , per forza e logica delle cose, passare per una pur breve disamina circa la regolarità del procedimento amministrativo di carattere sanzionatorio adottato nel caso di specie dell'opposto Comune di Mondragone.

Il caso in esame, relativo a c.d. “controllo remoto delle infrazioni” ,resta normativamente disciplinato dall'art. 201 c.d.s. come novellato attraverso decreto legge 151-03, il quale al comma. 1 bis ha consentito la rilevazione elettronica per mezzo di apparecchi di rilevamento direttamente gestiti dall'organo di Polizia e nella loro disponibilità mentre il successivo comma 1 Ter , ha previsto la possibilità che, in deroga al principio della contestazione immediata, alcune infrazioni possano esser accertate anche in assenza dell'organo di Polizia Stradale, purchè il rilevamento avvenga mediante l'utilizzo di apparecchiature debitamente omologate.

Tale innovazione normativa, in evidente controtendenza rispetto alla previgente necessità della contestazione immediata degli illeciti stradali accertati con modalità elettroniche (cfr. la nota sent. Cass. N. 4010-00 “pietra miliare” del riconoscimento dell'immediata contestazione del'illecito stradale) è stata peraltro oggetto di un sostanziale riconoscimento in sede di legitimità proprio di recente con pronuncia della Suprema Corte la quale , con sentenza n. 15348-05 (Prima sezione civile) , ha ribadito il principio di cui sopra , sottolineando che è necessario comunque che i dispositivi elettronici utilizzati siano regolarmente omologati in relazione ai mutati presupposti di applicazione delle norme introdotte ex lege 214.03 . E' evidente infatti che , proprio per la peculiarità di tali meccanismi di rilevazione (funzionanti in assenza del controllo di eventuali operatori) occorre che vi sia assoluta certezza circa l'effettività e la correttezza dell'accertamento , di fatto sottratto ad ogni genere di verifica “umana” e cristallizzato soltanto in un documento fotografico . Sul punto , stante l'obiettiva riferibilità dell'odierno verbale di contravvenzione non già ad attività di accertamento personale degli agenti quanto ad una documentazione di carattere fotografico svolta (come si vedrà in seguito) principalmente, se non esclusivamente, da una società privata , il principale problema che deve porsi è quello della legittimità di tale attività di accertamento e della corrispondenza dello stesso alle regole minime previste per la redazione dell'atto pubblico in materia di diritto pubblico attinente alla sicurezza in tema di circolazione stradale. Nulla questio circa il fatto che al cittadino viene notificato non già il verbale in originale quanto una copia meccanizzata (rectius:informatizzata) e non firmata dello stesso posto che la Suprema Corte sul punto ha avuto modo di chiarire che …” in tema di violazioni al C.D.S…L'autografia della sottoscrizione non è configurabile come requisito di esistenza giuridica del verbale di accertamento…se redatto con sistema meccanizzato…in tal caso la sottoscrizione autografa non puo' non puo' configurarsi quale elemento cronologicamente essenziale per l'esistenza giuridica del verbale in quanto i dati estrinsecati nello stesso contesto del documento consentono di accertare aliunde la sicura attribuibilità dell'atto a chi deve esserrne l'autore secondo le norme positive…” (cfr. Cass. 18150-02 Pres. De Musis) .

Cio' che induce serie perplessità in ordine a tutta l'attività di rilevazione , certificazione e successiva documentazione dell'illecito stradale posta in essere dall'opposto Comune risiede invece nell'esame combinato e comparato delle norme in materia di circolazione stradale con quelle amministrative dirette a rinvenire nel documento notificato gli estremi dell'atto pubblico e della compatibiiltà dello stesso con la normativa a tutela della riservatezza dei dati personali del soggetto destinatario. In tale ambito deve rappresentarsi che la stessa normativa richiamata in materia ( cfr.'art. 4 co. III D.L 121.02 ) , prevede che …” la violazione deve essere documentata con sistemi fotografici…di ripresa video o con analoghi dispositivi che, nel rispetto delle esigenze correlate alla tutela della riservatezza personale, consentano di accertare, anche in tempi successivi, le modalità di svolgimento dei fatti costituenti illecito amministrativo… ”. Il legislatore, in altri termini, già con l'entrata in vigore del D.Legge del 2002 si era posto il problema del coordinamento di tale norma con quella a tutela della riservatezza dei dati sensibili (L. 675- 96 a tutela della“privacy”) e la possibile eventuale lesione dei diritti alla riservatezza dei soggetti coinvolti ,a vario titolo, nella attività di accertamento delle violazioni , specie laddove (come risulta essere il caso di specie) l'attività di documentazione dell'illecito stradale non è svolta direttamente dalla Polizia bensi' delegata a soggetto privato.

Sul punto va richiamato l'autorevole parere del Garante per la protezione dei dati personali il quale in data 19-12-98, ebbe ad affermare che …” nel trattamento dei dati connesso allo svolgimento dei propri compiti , ciascun soggetto pubblico puo' avvalersi del contributo di privati , affidando ad essi determinate attività che rientrano nella sfera di titolarità dell'amministrazione stessa…”. Devono comunque essere rispettate quelle condizioni che la stessa normativa pone a tutela della riservatezza…” Devono pertanto essere rispettate alcune condizioni;

• è necessario che i dipendenti della struttura privata operino in qualità di incaricati di pubblico servizio;

• gli stessi devono agire sotto la diretta sorveglianza e secondo le istruzioni del “titolare” (art. 1 co. 2 lettera D l. 675-96) e del responsabile (art. 1 co. 2 lett. E ed art. 8) del trattamento (art. 8 comma 5) ;

• il ruolo di incaricato del trattamento puo' essere svolto soltanto da una persona fisica;

Orbene, muovendo da tali presupposti per la corretta gestione dei dati personali come previsto dalla normativa di riferimento , risulta a questo GdP la sola circostanza che l'intera attività di documentazione delle contravvenzioni elevate per mezzo del “photored” sarebbero state appaltate dal Comune di Mondragone a società privata (s.a.s. meglio identificata agli atti del procedimento) senza pero' provvedersi ad alcuna individuazione , nella società delegata, delle rispettive qualità di titolare , responsabile e di incaricato del trattamento dei dati personali in capo a distinte persone fisiche nell'ambito del procedimento per la gestione degli stessi.

Ma vi è di piu' : dallo stesso esame della documentazione allegata a sostegno versata dalla oppposta amministrazione, emergerebbe che tutta l'attività di apprensione, di sostituzione e di stampa dei rullini fotografici riproducenti le varie contravvenzioni sarebbero di fatto svolte da un non meglio precisato incaricato della società privata, con cio' dimostrandosi in concreto che l'intera attività di documentazione dell'illecito non è svolta, neppure di riflesso, dalla Polizia (la quale dovrebbe quanto meno presenziare a tali attività, essendo titolare della pretesa punitiva ed organo destinato al controllo della legalità dell'operato dei privati ) bensi' dalla stessa società appaltatrice la quale – svincolata dalla presenza di ogni agente ( non vi sono infatti Agenti al momento della rilevazione e neppure, da quanto è dato leggere, nella fase della apprensione e sostituzione delle pellicole fotografiche) - di fatto si limita a relazionare al Comune circa le varie attività di installazione, manutenzione e verifica degli apparecchi svolte con cadenza neppure giornaliera (cfr il riferimento alla apposzione di un cospicuo numero di rullini fotografici da utilizzare in un arco temporale di 4-5 giorni) , con cio' minandosi il diritto alla corretta contestazione dell'illecito, seppure notificato in forma differita .

A ben vedere si dubita perfino dell'esistenza di un effettivo verbale di Polizia ad opera del personale presente sul posto in quanto l'amministrazione convenuta, al di là della copia meccanografica del verbale ,non ha ritenuto di produrre alcun verbale in originale , cosi' di fatto inibendo ogni diversa valutazione sul punto.

Risulta pertanto, alla luce di quanto suesposto, difficile sostenere che l'attività di documentazione dell'illecito sia stata di fatto svolta attraverso apparecchi eletronici gestiti direttamente dalla Polizia municipale e nella loro disponibilità, cosi' come recita testualmente la norma di cui all'art,. 201 comma 1 bis nuovo C.d.s.

Suscita inoltre perplessità il continuo ricorso alla delega da parte del Comune in favore di società private posto che , dallo stesso contenuto degli atti , emerge che, dopo un'inziale documentazione fotografica gestita in concreto da personale privato, lo stesso verbale sarebbe in concreto trasmesso (probabilmente) dal Comune ad altra e diversa società privata , titolare di un potere di redazione meccanografica dell'atto di Polizia e della conseguente notificazione nei confronti del destinatario, tutto cio' in contrasto con la normativa la quale richiede che almeno l'attività amministrativa diretta alla verificazione dell'illecito sia svolta sotto il diretto controllo dell'Autorità di Polizia, titolare della pretesa punitiva per conto dello Stato .

Ad abundantiam, verificato il contenuto del fascicolo della amministrazione opposta, non risulta allegata alcuna autorizzazione comunale che consenta l'effettiva installazione dell'impianto semaforico lungo la via Domitiana all'intersezione con la via Como , cosi' come recentemente ribadito in sede di legittimità (cfr. Cass. N.21847-05 Prs. Cappuccio ), cosi' che - anche sotto tale ultimo angolo visuale – il procedimento amministrativo di installazione, gestione e verifica dell'impianto semaforico in questione si rileva illegittimo.

In altri termini va affermato il principio secondo il quale, sebbene il legislatore consenta la possibilità di procedere a contestazioni successive in assenza di Polizia sul posto al fine di verbalizzare violazioni ad alcune norme del C.D.S., la procedura deve essere in materia quanto mai corretta e trasparente , nel senso di garantire il pieno rispetto dei diritti del cittadino, sia sotto il profilo della effettiva contestazione (in quanto tale suffragata da un verbale redatto da soggetto che abbia accertato, almeno per relationem , l'effettività dell'ilecito attraverso la sua presenza sul posto ) che in ordine al rispetto delle norme a tutela della diffusione e del trattamento dei dati personali, come tali soggetti alla tutela giuridica ex lege 675.96 . Non appare questo il caso alla luce delle argomentazioni innanzi svolte e si deve per l'effetto dichiarare la nullità del P.V. di contravvenzione opposto con conseguente revoca della sanzione imposta, sia principale che accessoria.

L'accoglimento della presente questione rende di fatto superfluo l'esame in ordine alla necessità di un' effettiva taratura dell'apparecchio rilevatore dell'illecito e della conseguente applicabilità della normativa ex lege 273-91 alle contravvenzioni stradali , circostanza questa oggetto di difformi decisioni di merito (a favore di tale tesi cfr. Sent GDP di Lecce del 15-4-05 contra sent. GDP di Gemona del Friuli del 20-10-05 ) motivo per il quale sarebbe quanto mai opportuno un intevento chiarificatore della Suprema Corte in materia.

Per motivi di opportunità si compensano tra le parti le spese di lite.

PQM

Il GDP, visti gli atti, respinta ogni diversa istanza, richiesta o eccezione, ACCOGLIE il ricorso ed ANNULLA l'opposto p.v.. per l'effetto REVOCA la sanzione imposta anche per quanto attiene alla eventuale decurtazione di punti dalla patente di guida.

Carinola 16 dicembre 2005 il GdP

 

Dopo l'omologa della separazione consensuale, l'ex marito ricorreva al Tribunale di Torino sostenendo che dell'accordo raggiunto in sede di separazione consensuale, la convenuta era risultata inadempiente i propri obblighi sia di collaborazione con il marito in ordine alla divisione dei beni (vendita a terzi o cessione della quota all'ex coniuge), che a liberare l'immobile, in quanto, l'assegnazione della ex casa coniugale a favore della moglie, non valeva certo a legittimare il perdurare della occupazione dopo il decorso del termine pattuito tra le parti per sciogliere la comunione su tale bene.

La Corte territoriale, nell'esaminare il motivo di appello del relativo al mancato riconoscimento del danno subito una volta decorso il termine pattuito dopo il quale l'occupazione dell'immobile da parte della moglie non era più supportata da alcun titolo, ha osservato che non era stato provato il fatto illecito imputato dall'appellante alla moglie, consistente nel non avere quest'ultima collaborato all'esecuzione dell'accordo raggiunto in sede di separazione consensuale secondo il quale entro il (xxxx) sarebbe intervenuta la divisione del bene; invero non era ravvisabile alcuna colpa da parte della moglie, assegnataria dell'immobile, che non poteva, senza la attiva cooperazione del marito, dare esecuzione all'accordo, ovvero vendere il bene a terzi o acquisire la quota del marito, occorrendo trovare ulteriori intese sul prezzo e sulle necessarie modalità della vendita.

Tale convincimento è logicamente corretto, posto che la domanda risarcitoria proposta dal marito doveva trovare il suo fondamento in un comportamento inadempiente della moglie all'obbligo di scioglimento della comunione avente ad oggetto l'immobile suddetto entro il termine pattuito del (xxxx); è evidente quindi che, così formulata la domanda, lo scioglimento della comunione comportava ovviamente l'impegno diligente e la collaborazione di entrambi i comproprietari circa la vendita a terzi del bene o la cessione della quota di un coniuge all'altro; pertanto il marito avrebbe dovuto provare sia di essersi prontamente attivato al riguardo, e di avere quindi reperito possibili acquirenti del bene, sia di avere ricevuto un rifiuto ingiustificato da parte della moglie di accettazione di concrete e specifiche offerte di acquisto da parte di terzi.


 

 

Cass. civ. Sez. II, 06-11-2008, n. 26739



Con atto di citazione del 3.1.1998 B.M. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Torino la moglie M.M. F., dalla quale si era separato consensualmente nel (OMISSIS), chiedendo lo scioglimento della comunione avente ad oggetto la casa di abitazione in comproprietà ed i beni mobili che ne costituivano l'arredo; chiedeva inoltre la condanna della convenuta al risarcimento dei danni nella misura corrispondente al 50% del valore locativo dell'immobile dal 10.1.1996 fino alla data della divisione.

La M. restava contumace.

Il Tribunale adito con sentenza non definitiva del 22.9.1997 scioglieva la comunione sull'immobile e con contestuale ordinanza rimetteva la causa in istruttoria per le operazioni di divisione.

Il Giudice Istruttore, preso atto della indivisibilità del bene, ne disponeva la vendita; egli successivamente, a seguito di istanza da parte della convenuta di assegnazione in proprio favore della quota del marito, revocava la vendita e con ordinanza del 21.7.1999 assegnava tale quota alla M. dietro versamento di L. 69.715.000 e dichiarava esecutivo il progetto divisionale.

Con sentenza definitiva del 17.7.2000 il Tribunale rigettava la domanda di risarcimento danni proposta dall'attore, poneva le spese di divisione a carico di entrambe le parti nella misura del 50%, quelle relative alla seconda Consulenza Tecnica d'Ufficio a carico dell'attore e compensava integralmente le spese di giudizio.

Proposta impugnazione da parte del B. cui resisteva la M. la Corte di Appello di Torino con sentenza del 20.10.2003 ha rigettato il gravame.

Per la cassazione di tale sentenza il B. ha proposto un ricorso affidato a tre motivi cui la M. ha resistito con controricorso.

motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1223 e 2697 c.c., nonchè omessa ed insufficiente motivazione, censura la sentenza impugnata per aver affermato che presupposto per l'accoglimento della domanda di risarcimento danni proposta dall'esponente pari al 50% del valore locativo dell'immobile già oggetto di comunione tra le parti era l'allegazione e la prova di un fatto illecito riferibile alla M., la quale invece era risultata esente da colpa.

Il B., premesso che il Giudice di primo grado, pur avendo riconosciuto l'inadempimento della convenuta agli obblighi di collaborazione con il marito per l'esecuzione dell'accordo raggiunto in sede di separazione consensuale, aveva respinto la domanda per la ritenuta insussistenza del nesso di causalità tra il suddetto inadempimento e la mancata percezione del 50% del valore locativo dell'immobile dal momento dell'inadempimento stesso all'atto della cessione da parte dell'istante della quota di sua pertinenza alla moglie, assume che con il motivo di appello formulato aveva lamentato il mancato riconoscimento non di avere patito un danno, ma di aver diritto al 50% del valore locativo dell'immobile quale ristoro del danno subito;

 orbene la Corte territoriale non ha considerato tale doglianza, limitandosi ad osservare che la M. era assegnataria dell'immobile oggetto di divisione giudiziale e che per l'esecuzione dell'accordo in ordine alla divisione occorreva la cooperazione tra le parti; il ricorrente in proposito rileva da un lato che l'assegnazione dell'immobile da parte della M. non valeva certo a legittimare il perdurare della occupazione della ex casa coniugale dopo il decorso del termine pattuito tra le parti per sciogliere la comunione su tale bene, e dall'altro lato che era stato provato l'impegno tempestivo dell'esponente per raggiungere un accordo in ordine alla vendita a terzi ovvero alla cessione della propria quota alla moglie.

La censura è infondata.

La Corte territoriale, nell'esaminare il motivo di appello del B. relativo al mancato riconoscimento del danno subito una volta decorso il termine pattuito del 31.12.1995 dopo il quale l'occupazione dell'immobile da parte della M. non era più supportata da alcun titolo, ha osservato che non era stato provato il fatto illecito imputato dall'appellante alla moglie, consistente nel non avere quest'ultima collaborato all'esecuzione dell'accordo raggiunto in sede di separazione consensuale secondo il quale entro il (OMISSIS) sarebbe intervenuta la divisione del bene; invero non era ravvisabile alcuna colpa da parte della M., assegnataria dell'immobile, che non poteva, senza la attiva cooperazione del marito, dare esecuzione all'accordo, ovvero vendere il bene a terzi o acquisire la quota del marito, occorrendo trovare ulteriori intese sul prezzo e sulle necessarie modalità della vendita.

Tale convincimento è logicamente corretto, posto che la domanda risarcitoria proposta dal B. doveva trovare il suo fondamento in un comportamento inadempiente della M. all'obbligo di scioglimento della comunione avente ad oggetto l'immobile suddetto entro il termine pattuito del (OMISSIS); è evidente quindi che, così formulata la domanda, lo scioglimento della comunione comportava ovviamente l'impegno diligente e la collaborazione di entrambi i comproprietari circa la vendita a terzi del bene o la cessione della quota di un coniuge all'altro; pertanto il B. avrebbe dovuto provare sia di essersi prontamente attivato al riguardo, e di avere quindi reperito possibili acquirenti del bene, sia di avere ricevuto un rifiuto ingiustificato da parte della M. di accettazione di concrete e specifiche offerte di acquisto da parte di terzi.

Al riguardo il ricorrente, lungi dal censurare specificatamente quanto affermato dal Giudice di appello, si limita in tale sede a dedurre genericamente un suo comportamento solerte per raggiungere un accordo con la moglie circa lo scioglimento della predetta comunione immobiliare facendo in particolare riferimento a documenti non esaminati dalla sentenza impugnata (ovvero lettere inviate dal legale del B. alla M. in data 29.5.1995 ed al legale di quest'ultima il 31.7.1995) senza peraltro trascriverne il contenuto nel ricorso, precludendo così a questa Corte di apprezzarne il necessario requisito di decisività.

Pertanto correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto infondata la domanda di natura risarcitoria proposta dal B. per l'assenza di adeguato supporto probatorio.

Con il secondo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 61, 91 e 92 c.p.c., ed omessa motivazione, censura la sentenza impugnata per non aver esaminato il motivo di appello riguardante la riforma della decisione di primo grado anche con riferimento alle spese occorse per la seconda Consulenza Tecnica d'Ufficio (volta a determinare il valore locativo dell'immobile), posto che, una volta accolta la domanda risarcitoria, doveva conseguentemente essere riformata la statuizione relativa alle spese poste a carico del B. in applicazione del principio della soccombenza.

La censura è infondata.

Premesso che, come risulta dalla lettura della sentenza impugnata, il Giudice di primo grado aveva rigettato (e non accolto) la domanda di risarcimento danni proposta dal B. ed aveva quindi posto a carico di quest'ultimo le spese relative alla seconda Consulenza Tecnica d'Ufficio (riguardante il "quantum" della domanda risarcitoria), è evidente che, una volta confermato nel giudizio di appello il rigetto della suddetta domanda, proprio in ragione del principio della soccombenza le spese della suddetta consulenza (espletata con esclusivo riferimento alla più volte richiamata domanda risarcitoria) sono rimaste a carico del B.; sul punto quindi non occorreva alcuna statuizione specifica da parte della Corte territoriale, posto che tale questione era rimasta assorbita dal rigetto della domanda formulata dal B..

Con il terzo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 91, 92 e 785 c.p.c., nonchè omessa e/o insufficiente motivazione, censura la sentenza impugnata per aver respinto il motivo di appello relativo alla ripartizione delle spese del giudizio di divisione sostenendo che il carattere comune dell'interesse alla divisione legittimava l'accollo delle spese a carico di entrambe le parti.

Il ricorrente, premesso che nei giudizi di divisione devono essere poste a carico della massa le spese servite a condurre nel comune interesse il giudizio alla sua conclusione, sostiene invece l'applicazione dei principi generali sulla soccombenza per le spese derivate da eccessive pretese o da inutili resistenze, ovvero dall'ingiustificato comportamento della parte; orbene nella fattispecie le spese del giudizio divisionale erano state determinate e rese necessarie dal mancato adempimento della M. agli obblighi assunti in sede di separazione consensuale e dalla sua inutile resistenza alla domanda attrice.

La censura è infondata.

Premesso che la Corte territoriale, nel rigettare lo specifico motivo di appello proposto dal B., ha confermato la statuizione del Giudice di primo grado relativo alla compensazione delle spese di quel giudizio, dato l'interesse comune alla divisione, si osserva che la compensazione delle spese rientra nei poteri discrezionali del Giudice di merito e non è quindi sindacabile in sede di legittimità se sorretta da congrua e logica motivazione, come nella specie;

d'altra parte il presupposto prospettato dal ricorrente a fondamento del motivo in esame, ovvero l'inadempimento della M. agli obblighi assunti in sede di separazione consensuale in ordine allo scioglimento della comunione avente ad oggetto l'immobile suddetto, è rimasto del tutto sfornito di prova, come già rilevato in sede di esame del primo motivo di ricorso.

Il ricorso deve quindi essere rigettato; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento di Euro 100,00 per spese e di Euro 1.000,00 per onorari di avvocato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 maggio 2008.

Depositato in Cancelleria il 6 novembre 2008

 

 

Fino ad oggi, per effetto delle modifiche apportate all'186 C.d.S., dal D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 5, convertito in L. 2 ottobre 2007, n. 160, il rifiuto dell'accertamento del tasso alcolemico, era punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da Euro 2500,00 a Euro 10.000,00.

Col nuovo pacchetto sicurezza, decreto legge approvato dal CdM il 21.05.2008, questa ipotesi è stata decisamente inasprita, prevedendo difatti ora l’arresto: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5, il conducente è punito con le pene di cui al comma 2, lettera c)» dell’art. 186 C.d.S.

Ammesso che il D.L. verrà convertito in legge e senza modifiche, cosa accade - o meglio, cosa accadeva, fino a ieri - a colui che si sottrae al test dell’etilometro ?

La recente decisione della suprema Corte di Cassazione pen. Sez. IV, (ud. 24-04-2008) 30.04.2008, n. 17566, offre una lettura rigorosa del principio del favor rei.

Il mancato accertamento del tasso alcolemico non ostacola la sussistenza del reato di guida in stato di ebbrezza, ma avendo il decreto Bianchi (D.L. 117/2007) introdotto sanzioni diverse in ragione del tasso alcolemico accertato, l’impossibilità di una tale verifica comporta, in virtù del principio del favor rei, l’applicazione delle misure previste per l’ipotesi più lieve.

Cassazione pen. Sez. IV, (ud. 24-04-2008) 30-04-2008, n. 17566

Svolgimento del processo

 

Con sentenza del 22/6/2005 il Tribunale in composizione monocratica di Brescia applicava, su concorde richiesta delle parti, a S. S. la pena di Euro 775,00 di ammenda, di cui Euro 532,00 in sostituzione, ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 53, di giorni 14 di arresto, per il reato di cui al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 2 e per la contravvenzione prevista dal comma 6 del medesimo art. 186, commessi il (OMISSIS). Il giudice ravvisata tra i fatti contestati la continuazione, concedeva le attenuanti generiche ed operava la diminuzione per la scelta del rito.

Disponeva pure con la sentenza la sospensione della patente di guida del S. per mesi uno Proponeva ricorso per cassazione il difensore del S. deducendo mancanza di motivazione in ordine alla ritenuta insussistenza delle cause di non punibilità indicate dall'art. 129 c.p.p..

 
motivi della decisione
 

L'esame della doglianza del ricorrente ha permesso a questa corte di rilevare che il fatto al predetto contestato di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti per la rilevazione del tasso alcolemico, per il quale vi è stata applicazione della pena, non è previsto dalla legge come reato.

Per effetto delle modifiche apportate all'186 detto, dal D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 5, convertito in L. 2 ottobre 2007, n. 160, il rifiuto dell'accertamento del tasso alcolemico, infatti, è ormai punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da Euro 2500,00 a Euro 10.000,00.

Trova, pertanto, applicazione il disposto dell'art. 129 c.p.p. con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente al fatto previsto dal D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 7, con la eliminazione della relativa pena di giorni sette di arresto ed Euro 100,00 di ammenda applicata a titolo di continuazione con il reato di guida in stato di ebbrezza.

Copia della sentenza va, pertanto, trasmessa per quanto di competenza in ordine all'illecito amministrativo detto alla Prefettura di Brescia.

L'annullamento senza rinvio va pure disposto in ordine all'altro reato contestato al S..

Il mancato accertamento del tasso alcolemico non è ostativo alla ravvisabilità della contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, potendosi questo desumere dagli elementi sintomatici descritti nel verbale di contestazione in atti, al quale il giudicante ha fatto riferimento quando ha escluso la ricorrenza dei presupposti per una pronuncia ai sensi dell'art. 129 c.p..

Per effetto delle modifiche apportate dal D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 5, convertito in L. 2 ottobre 2007, n. 160, la sanzione da applicare per tale reato è diversa a seconda del valore del tasso alcoolemico.

L'impossibilità di una tale verifica comporta, per il principio del favor rei, che si debba nella specie avere riguardo all'ipotesi prevista dall'art. 186, comma 2, lett. a) vale a dire a quella riguardante un tasso alcolemico superiore a 0,5 e non superiore a 0,8 grammi per litro per cui è prevista la pena dell'ammenda da Euro 500,00 a Euro 2000,00.

La pena applicata dell'arresto e dell'ammenda è, quindi, illegale.

Ciò travolge l'accordo intervenuto tra le parti e recepito dal giudice.

 
P.Q.M.
 

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio limitatamente al reato di cui di cui all'art. 186 C.d.S., comma 7 perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione di copia della sentenza alla Prefettura di Brescia. Annulla altresì la sentenza impugnata senza rinvio anche con riferimento al reato di cui all'art. 186 C.d.S., comma 2 e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale di Brescia per l'ulteriore corso.

Così deciso in Roma, il 24 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2008

 

La parte offesa sapendo che la propria moglie si trovava in casa dell'amante e sospettando l'esistenza di una relazione tra i due, li attese nella strada pubblica prospiciente l'abitazione e li fotografò all'uscita, mentre ancora si trovavano nel cortile della casa.

Al fine di recuperare il rullino fotografico, l'amante raggiunse la parte offesa, lo ingiuriò, lo percosse, gli strappò la giacca e si appropriò delle chiavi dal quadro di accensione della macchina per allontanarsi in compagnia con la moglie di quest'ultimo.

Condannato in primo e secondo grado, l'amante nel ricorso per Cassazione ripropose alcune doglianze non accolte dai giudici di prime cure, tra le quali quella, secondo cui, l'atto di fotografare una persona all'interno del cortile di casa integra il reato d'interferenze illecite nella vita privata ex art. 615 bis c.p e quindi egli aveva agito in stato di provocazione e della legittima difesa.

La recente decisione della Suprema Corte Cass. pen. Sez. VI, (ud. 01-10-2008) 30-10-2008, n. 40577, è degna di nota in quanto ha ampliato la nozione prevalentemente utilizzata in giurisprudenza di luoghi di privata dimora visibili dall’esterno, laddove, il fotografare e/o riprendere altri soggetti senza ricorrere a particolari accorgimenti, non integra ipotesi di reato ex art. 615-bis c.p.

 

Se l'azione, pur svolgendosi nei luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti ..., il titolare del domicilio non può evidentemente accampare una pretesa alla riservatezza.

In tal caso - come quello in cui la parte offesa fotografò dalla strada pubblica sua moglie e l'amante che uscivano dalla casa di quest'ultimo e si trovavano nel cortile visibile dall'esterno , riprese fotografiche o con videocamera non si differenziano da quelle realizzate in luogo pubblico o aperto al pubblico.

 

Il recente arresto giurisprudenziale, tende ad ampliare il concetto di privata dimora fino a ricomprendervi ambienti nei quali in realtà non si svolge una vera e propria vita domestica, come il cortile di un condominio nel caso di specie, tale interpretazione estensiva trova un limite in quei luoghi nei quali, in quanto aperti al passaggio e all’osservazione indiscriminata di un quivis de populo, di regola il singolo individuo non compie atti destinati ad un contesto riservato, ma in relazione ai quali neppure vanta uno ius excludendi alios, ovvero un rapporto stabile o un’aspettativa di riservatezza che renda il rapporto medesimo privilegiato rispetto a chiunque altro.

 

Basta svolgere una breve ricerca giurisprudenziale, difatti, per accorgersi come fino ad oggi la disposizione dell'articolo 615-bis c.p., che punisce le interferenze illecite nella vita privata, sia stata sempre riferita ai soli luoghi indicati dall'art. 614 c.p., ovvero l'abitazione e la privata dimora.

 

In tal senso la decisione Cass. pen. Sez. V, 30 gennaio 2008, n. 12042 che ha ovviamente escluso la sussistenza della fattispecie penale nel caso di apparecchiature per intercettazioni di comunicazioni tra presenti installate in un'autovettura in sosta lungo la pubblica via, non essendo possibile parificare l'automobile ad un luogo di privata dimora.

 

E ancora

 

Cass. pen. Sez. V Sent., 28 novembre 2007, n. 1766 secondo cui Stante il disposto contenuto nella norma di cui all'art. 615 bis c.p. il quale si prefigge di tutelare la riservatezza della vita individuale contro le interferenze illecite, sempre che tali interferenze provengano da terzi rimasti estranei, deve essere esclusa la possibilità di rilevare interferenza nella propria vita privata, la quale sia penalmente rilevante, da parte della persona ammessa a farvi parte sia pure estemporaneamente in condizione di reciprocità.. Non sussiste il delitto di cui all'art. 615-bis c.p. nel caso in cui la videoregistrazione di rapporti intimi sia stata effettuata quando l'agente e la persona offesa convivevano e le immagini non siano state diffuse a terzi.

 

Anche la giurisprudenza di merito ha percorso il medesimo indirizzo

 

Trib. Reggio Emilia, 25-10-2007 Il "luogo di privata dimora", presupposto della norma penale dell'art. 615-bis c.p. in conseguenza del richiamo all'art. 614 c.p., implica un minimo di stabilità, e deve essere caratterizzato dalla scelta di un soggetto di esplicarvi in modo non marginale la propria vita privata. Non sussiste pertanto il reato di "interferenze illecite nella vita privata" (di cui all'art. 615-bis c.p.) nell'ipotesi in cui taluno abbia effettuato riprese video e scattato fotografie con un telefono cellulare ad una persona distesa su un letto di una stanza di un pubblico esercizio, nella quale la presenza della persona fotografata era non solo del tutto transitoria ed occasionale, ma anche totalmente estranea alla sua volontà (per incoscienza determinata da ubriachezza).

 

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 01-10-2008) 30-10-2008, n. 40577

Svolgimento del processo - motivi della decisione

 

1. La Corte d'appello di Bologna, con la decisione impugnata, ha confermato la sentenza con cui il Tribunale di Modena, il 15.3.2005, aveva condannato A.M. alla pena di nove mesi di reclusione per i reati di cui agli artt. 56, 393, 624, 582 e 585 c.p., art. 61 c.p., n. 2, art. 594 c.p., in danno di F. L..

I giudici merito hanno accertato che quest'ultimo, sapendo che la propria moglie M.C. si trovava in casa dell' A. e sospettando l'esistenza di una relazione tra i due, li attese nella strada pubblica prospiciente l'abitazione e li fotografò all'uscita, mentre ancora si trovavano nel cortile della casa.

Mentre si accingeva ad andar via a bordo della sua autovettura, fu raggiunto e fermato dall' A., che lo ingiuriò, gli strappò la giacca, si appropriò delle chiavi dal quadro di accensione della macchina e si allontanò, in compagnia della moglie del F..

Seguirono altre convulse fasi dell'episodio, con reiterazione d'ingiurie, percosse (che procuravano lesioni alla parte offesa) e danneggiamenti da parte dell' A., al fine di recuperare il rullino della macchina fotografica.

 2. Ricorre per Cassazione l'imputato, deducendo: - mancanza di motivazione della sentenza d'appello nella parte in cui "trascura il punto nodale del quesito di diritto sottopostogli: se l'atto di fotografare una persona all'interno del cortile di casa integri (al di là dell'improcedibilità per difetto di querela) il reato d'interferenze illecite nella vita privata ex art. 615 bis c.p.;

 - inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, non avendo la Corte bolognese ravvisato, nell'illecita (ex art. 615 bis c.p.) condotta tenuta dalla parte offesa, gli estremi del fatto ingiusto rilevante ex art. 599 c.p.;

- inosservanza di legge e vizio di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche e dell'esimente della legittima difesa.

3. In accoglimento della richiesta del Procuratore generale, il ricorso va dichiarato inammissibile.

 La tesi che l'imputato reitera sin dal giudizio di primo grado, ossia di avere reagito ad un atto d'interferenza nella sua vita privata (costituente il reato di cui all'art. 615 bis c.p.) commesso dal F., che lo fotografò mentre, assieme alla M., egli ancora si trovava in una pertinenza della sua casa, è destituita di ogni fondamento, anche per ragioni ulteriori e diverse rispetto a quelle già evidenziate dai giudici di merito.

 La ripresa fotografica da parte di terzi - così come quella effettuata con videocamera, su cui si è recentemente pronunziata la Corte costituzionale in fattispecie concernente videoregistrazione a fini investigativi (sent. n. 149/2008)- lede la riservatezza della vita privata che si svolge nell'abitazione altrui o negli altri luoghi indicati dall'art. 614 c.p., e integra il reato d'interferenze illecite nella vita privata, previsto e punito dall'art. 615 bis c.p., semprechè vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dall'esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile a terzi.

"Se l'azione, pur svolgendosi nei luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti ..., il titolare del domicilio non può evidentemente accampare una pretesa alla riservatezza" (sent. cit).

In tal caso - come in quello del F., che fotografò dalla strada pubblica l' A. e la M. che uscivano dalla casa e si trovavano nel cortile visibile dall'esterno - riprese fotografiche o con videocamera non si differenziano da quelle realizzate in luogo pubblico o aperto al pubblico.

A giusta ragione, pertanto, sono state negate le esimenti della provocazione e della legittima difesa, nonchè il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche con connessa diminuzione di pena, indipendentemente dalla corretta qualificazione giuridica data dai giudici d'appello ai fatti commessi che, in mancanza d'impugnazione da parte del pubblico ministero, pur non potendo essere sanzionati più gravemente, ben potevano essere meglio inquadrate in più gravi fattispecie di reato.

4. All'inammissibilità segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria, che si ritiene adeguato determinare nella somma di Euro 1.000,00, in relazione alla natura delle questioni dedotte.

 

P.Q.M.

 

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 1.000,00 (mille) in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 1 ottobre 2008.

Depositato in Cancelleria il 30 ottobre 2008

 

 

In caso di provvedimento di sospensione della patente di guida, poi dichiarato illegittimo, non è ammissibile il risarcimento del danno esistenziale, in quanto si è in presenza di un atto dovuto della pubblica amministrazione, assunto con le garanzie accordate al presunto trasgressore.E', invece, ammissibile il risarcimento del danno patrimoniale, effettivamente riportato dall'utente, ma tale danno non può ritenersi sussistente per presunzioni.

 

Cass. civ. Sez. II, 04-08-2006, n. 17680

 

Svolgimento del processo
 

Con citazione 18.10.02 C.A. conveniva in giudizio la Prefettura di Foggia, in persona del Prefetto pro tempore, davanti al giudice di pace di Foggia, per ivi per sentirla condannare al risarcimento dei danni, da liquidarsi nei limiti fissati per il giudizio di equità necessario, causatigli della sospensione della patente di guida per il periodo di un mese, applicata in base a provvedimento amministrativo annullato perchè illegittimo.

Assumeva l'attore che con verbale n. (OMISSIS) del 23.8.01, notificatogli contestualmente, la Polizia Stradale di Foggia gli contestava la violazione dell'art. 142 C.d.S., comma 9, perchè, in abitato di Foggi, alla guida dell'autovettura tg. (OMISSIS),viaggiava alla velocità di km. 97 su strada ove vigeva il limite di km 50, e petratta la tolleranza del 5%, superava di 41 km il detto limite; in seguito a ciò gli veniva irrogata la sanzione pecuniaria, con la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida da parte del Prefetto.

Il giudice di pace di Foggia con sentenza n. 268/02, in accoglimento dell'opposizione da lui proposta, aveva dichiarato la nullità del verbale di contestazione impugnato.

Si costituiva la Prefettura contestando in fatto e in diritto l'avverso dedotto e rilevando l'eccessività della somma richiesta a titolo risarcitorio.

Il giudice adito con sentenza n. 139/2003, depositata il 10.3.03, in accoglimento della domanda, condannava la Prefettura al pagamento in favore dell'attore della somma di Euro 500,00, oltre interessi dalla domanda al soddisfo e spese di lite.

Per la Cassazione della decisione ricorre il Ministero dell'Interno, per mezzo dell'Avvocatura Generale dello Stato, deducendo violazione e falsa applicazione dell'art. 2043 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, per la mancata verifica della sussistenza nella fattispecie sostanziale dei presupposti di fatto e di diritto della fattispecie astratta, quali la sussistenza di un danno effettivo,del nesso eziologico col comportamento della P.A. e dell'elemento soggettivo.

motivi della decisione

Il ricorso merita accoglimento sotto il profilo dell'insussistenza di un danno risarcibile o della mancanza della prova della sussistenza di un danno patrimoniale eziologicamente connesso all'adozione di un atto dovuto da parte del Prefetto, secondo i principi informatori della materia.

Vale, innanzitutto, considerare che la patente di guida, rientrando nella categoria delle autorizzazioni abilitative, caratterizzate dal fatto di avere, come base necessaria, un giudizio d'idoneità tecnica di chi la richiede ad esercitare l'attività ad essa inerente, non afferisce alla sfera della personalità come un attributo della persona, bensì ha una validità condizionata all'osservanza della disciplina sulla circolazione stradale, al precipuo fine di evitare che il suo esercizio ponga in pericolo la sicurezza della circolazione stradale in generale o arrechi danno ai terzi.

In presenza di fatti perturbatori della circolazione stradale o che pongano in pericolo la sicurezza dei terzina legge prevede che la patente di guida sia sospesa o revocata con atto dovuto dall'organo governativo preposto a tale funzione,qualora non vi siano contestazioni in ordine al fatto accertato come violazione delle singole disposizioni di leggerei senso che è dato al titolare della patente di guida contestare immediatamente con ricorso al Prefetto il contenuto del verbale di accertamento della infrazione al codice della strada ovvero addurre a sua discolpa la sussistenza di una causa di giustificazione, di modo che il Prefetto, espletata la dovuta istruttoria, può soprassedere all'applicazione del provvedimento restrittivo di utilizzazione della patente di guida.

Non può, d'altro canto, omettersi di considerare che la natura del provvedimento restrittivo dell'utilizzazione della patente di guida (atto dovuto) e la garanzia offerta all'utente di evitare l'adozione dello stesso provvedimento, con il ricorso al Prefetto avverso la contestazione dell'infrazione, inducono a ritenere che il provvedimento restrittivo dell'utilizzazione della patente di guida viene adottato, con le garanzie necessarie, a tutela di un interesse superiore a quello proprio dell'utente e cioè quello di preservare i terzi dal pericolo dalla circolazione stradale.

Nel caso in esame, nonostante la contestazione immediata della violazione dell'art. 142 C.d.S., comma 9, il presunto trasgressore non si avvalse della facoltà accordatagli dall'art. 203 C.d.S., al fine di evitare l'applicazione della sanzione accessoria della sospensione della patente di guida, e l'annullamentò del relativo verbale di contestazione fu motivato con la ritenuta inidoneità del Telelaser a misurare la velocità in relazione ai parametri previsti dall'art. 345 Reg. C.d.S., benchè i dati forniti da tale apparecchio avessero registrato che in zona ove vigeva il limite di velocità di 50 km/h, il trasgressore viaggiava a velocità di 97 km/h.

Orbene, esclusa la sussistenza di un danno esistenziale alla persona dipendente da un atto dovuto della P.A., assunto con l'adozione delle garanzie accordate al presunto trasgressore, può affermarsi, senza scomodare i sostenitori della irrisarcibilità del danno dipendente da provvedimenti discrezionali di natura pubblica, che, la risarcibilità del danno dipendente dalla adozione del provvedimento restrittivo dell'utilizzazione della patente di guida, dichiarato illegittimo, si restringe all'ipotesi di un danno patrimoniale effettivamente riportato dall'utente in dipendenza di un tale provvedimento, ma tale danno non può ritenersi sussistente per presunzione, bensì deve essere allegato e provato, il che non è avvenuto nel caso in esame. Ne consegue che, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata va cassata senza rinvio.

L'assenza dell'intimato esime della pronuncia sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.
 

Accoglie il ricorso; cassa senza rinvio; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 17 maggio 2006.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2006

 

 

 

Avevamo già commento sulle pagine di questo blog, la decisione della Cass. civ. Sez. II, 31-01-2008, n. 2304 la quale aveva rimesso ordine e fatto chiarezza sulla validità, anzi, sulla nullità delle notifiche effettuate senza avere preventivamente tentato, almeno tentato, la ricerca in altri luoghi dell’interessato una volta che quest’ultimo non fosse stato rintracciato dall’ufficiale giudiziario presso la propria residenza.

In quell’occasione si era ribadito che “La notificazione effettuata al portiere dello stabile del destinatario della multa è nulla qualora l'ufficiale giudiziario si limiti a dare atto della precaria assenza del destinatario senza certificare l'avvenuta ricerca delle ulteriori persone abilitate a ricevere l'atto salvo che le parole usate dall'incaricato alla notifica lascino intendere il mancato rinvenimento nel luogo della notifica di ogni altra persona abilitata a ricevere l'atto in luogo del destinatario.

 

Un ulteriore tassello alla questione, è stato  in seguito aggiunto anche dalla decisione Cass. civ. Sez. II, 27-02-2008, n. 5127, grazie alla quale, si è chiarito che quando il messo notificatore, dopo essersi recato presso la residenza dell’interessato e risultato una prima volta "sconosciuto", ha proceduto alle formalità di cui all'art. 143 c.p.c.per dichiararlo irreperibile, omettendo però di dare atto di ulteriori ricerche e indagini compiute per individuare la nuova residenza del destinatario della notificazione, tale omissione determina la nullità della medesima notifica ex art. 143 c.p.c..

Cass. civ. Sez. II, 27-02-2008, n. 5127 
Svolgimento del processo
 

Il Comune di Civitavecchia ha impugnato per cassazione la sentenza 11/12/2001 con la quale il Giudice di pace di Civitavecchia, in accoglim